E’ un Brancaccio al completo, quello che attende con trepidante impazienza di vedere affacciarsi da dietro le quinte il volto sorridente del Professore, e non rimane deluso.
Dopo una breve introduzione di Bambina, che ha eseguito tre brani del suo repertorio, tra cui quello vincitore del contest del Primo Maggio dal titolo “Dove Vuoi”, Roberto Vecchioni arriva, sorride, raccoglie l’applauso oltremodo affettuoso del pubblico romano, e ne chiede ancora: e il pubblico non si fa pregare.
L’atmosfera si carica di commozione quando il Professore annuncia l’esito positivo della sua risonanza.
Lo avevamo visto sparire dal programma di Gramellini, così, senza spiegazioni, e proprio pochi giorni fa tornare e impartire una lezione di dignità: la dignità di chi non può nemmeno immaginare di non essere all’altezza di quanto si aspettano da lui i tanti che lo amano.
Ne parla, sono stati momenti di paura, di raccoglimento e di riflessione e l’incipit di un concerto che ci emozionerà per più di due ore è “Io non appartengo più” dall’omonimo album del 2013.
Un incipit che ci racconta l’uomo di oggi, che non si riconosce in “un tempo che non gli ha insegnato niente”, ma che tiene sempre aperto uno spiraglio all’accoglienza di un sentimento sincero, dal sapore antico.
Uno spettacolo poetico, questo è l’intento, di Vecchioni, e del resto di poesia lui ne sa. Un amico ha scritto, qualche tempo fa, che Vecchioni alla nostra generazione, ha donato le parole, non quelle urlate, ma quelle sussurrate.
Parole che riuscivano a raccontare cosa provavamo dentro nei momenti più intimi, ma non riuscivamo a dire. Beh, è anche vero che la nostra generazione ha avuto la fortuna di vivere un’ epoca musicale in cui il cantautorato si è espresso ai suoi massimi livelli. E di poesia che correva sul filo delle note ci siamo abbondantemente nutriti.
Però Vecchioni ha rappresentato qualcosa di diverso, qualcosa di particolarmente erudito ridotto alla dimensione dei sentimenti di ognuno di noi. Riusciva a scrivere con la stessa ricchezza letteraria di De Gregori, senza però risultare criptico: arrivava dritto al cuore.
Come arrivava dritta ai nostri cuori giovani la meravigliosa voce di Ornella Vanoni che faceva il controcanto in “Dentro gli occhi”, qualcosa che, in scaletta, non può mancare.
La serata continua con quella che io personalmente ritengo la dichiarazione d’amore più bella di sempre, la canzone che scrisse per la moglie Daria quando si conobbero: “La mia ragazza”.
Un brano che a me ha sempre dato la sensazione, all’ascolto, di restare per alcuni minuti in assenza di gravità, per la leggiadria che lo caratterizza.

La discografia del professore è immensa, ci vorrebbero dieci ore di concerto per uscire sazi, e poi Vecchioni parla, parla molto.
Parla di Dante, di Petrarca, di Borges, di Gauguin e di Van Gogh, di salute mentale e di guerre, di amore e di avventura, e tra tante parole inserisce le note che hanno spesso fatto da colonna sonora ai momenti più significativi della nostra esistenza. Invita a usare carta e penna per raccontare le emozioni, a scrivere, a ritrovare il gusto per l’artigianale saper fare. E poi parla di sé, coerentemente con una discografia che è sempre stata in gran parte autobiografica.
Su “Celia de la Serna” si commuove fino alle lacrime, su “Ogni canzone d’amore” invita le coppie a tenersi per mano, e sul bis, con “Samarcanda”, invita il pubblico a cantare. Un pubblico che è rimasto incantato in ascolto per due ore abbondanti.
Ma lo sfizio più grande è stato l’aver trasformato “Luci a San Siro” in “Luci all’Olimpico”, al termine di una serata particolarmente densa di emozioni, sorrisi, lacrime e applausi che hanno culminato nella standing ovation.
Io la preferisco nella versione originale, ma il gesto è stato simpatico ed ha sottolineato il bel rapporto che c’è tra il poeta e la Capitale, che lo ha sempre accolto con immenso affetto.
Si, professore, come hai detto all’inizio della serata, non ha deciso niente la Nera Signora, tu dovevi venire a Roma…e dovrai ancora a lungo ricordarci quanto sia bello uscire da un concerto col sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi.
Roberta Gioberti
