Lorenzo Jovanotti presenta “Oh, vita”: “L’album in cui mi sono messo a nudo”

Jovanotti e Rick Rubin ph Michele Lugaresi

Jovanotti e Rick Rubin ph Michele Lugaresi

Cosa può spingere un artista a ricominciare da zero, uscire dalla propria comfort zone, reinventarsi e mettersi in gioco? Sono tante le variabili da tenere in considerazione: la fame di vita, la curiosità, la voglia di accrescere la propria esperienza, più semplicemente l’esigenza di esprimersi. Quello appena citato è il caso di Lorenzo Cherubini Jovanotti che con il nuovo album di inediti intitolato “Oh, vita!” dimostra ancora una volta di non riuscire a stare fermo.

La grande avventura questa volta è stata farsi produrre il disco da Rick Rubin, uno dei produttori più famosi in America e nel mondo, un risultato che ha completamente assorbito Lorenzo  stravolgendo i suoi punti di riferimento consuetudinari.

«Questa è stata l’esperienza più forte da quando pubblico dei dischi. Rubin in studio è veramente un artista, la sua capacità di concentrazione è molto alta. La sua missione è stata quella di portare le canzoni alla loro essenza estrema. Questo album ha avuto un lungo tempo di preparazione anche se la realizzazione ha richiesto dei tempi molto brevi. Così come nel rock’n’roll la tensione si libera in una performance, allo stesso modo Rick Rubin concepisce la lavorazione di un disco non come un’architettura ma come un gesto. Per quanto mi riguarda, mi sono sentito come quando 30 anni fa entrai nello studio di Claudio Cecchetto a Milano: volevo essere all’altezza della situazione».

Queste le parole appassionate con cui Jovanotti racconta la genesi di un album che, tra le mura del temporary store Jova pop shop in Piazza Gae Aulenti a Milano, acquisisce le vesti di happening trasversale; in sintesi un aggregatore culturale. Il party letterario è confluito anche in Sbam! Un volume ricco di contenuti prodotti da grandi esponenti della cultura, un’occasione per integrare all’ascolto del disco, un dettagliato racconto di viaggio, nonché una serie di approfondimenti correlati a tematiche più ampie.

Tornando al disco, tutto è cominciato dal singolo “Oh, vita!”: «Questo pezzo l’ho realizzato tutto in una notte. Avevo a due disposizione due campionamenti con ritmiche che avevano un suono, seppur piccolo. Nelle mani di Rubin, l’ho visto diventare altro nel giro di due secondi. In quel momento ero ancora un suo fan, sentivo dentro di me la voglia assoluta di essere alla sua altezza, lui che ha dato una struttura all’hip hop di massa, che ha creato una forma canzone per qualcosa che prima era solo improvvisazione. Per me è stata una grande esperienza di vita e di formazione professionale» – spiega Jovanotti.

Jovanotti ph Michele Lugaresi

Jovanotti ph Michele Lugaresi

«Queste 14 canzone sono state scritte, vissute, volute, sognate con tutto il cuore. Un anno fa, dopo aver visto i miei numeri, Rubin mi disse che non avrebbe potuto aggiungere una sola copia al mio venduto sul mercato ma che il suo interesse primario era mettere in atto uno scambio di esperienze artistichea. Questo era era esattamente quello che volevo: perdere il controllo della mia leadership in studio, volevo essere un cantate prodotto da Rubin, mi sono affidato completamente a lui che non ha voluto le traduzioni dei testi sostenendo che le canzoni dovevavano arrivargli senza capire nemmeno una parola. Inutile ribadire quando sia stata incredibile questa esperienza. Mi sento di dire che sono felice di aver fatto questo disco, qualcuno si stupirà, qualcun’altro resterà deluso ma siamo nell’ambito dei gusti. Questo è il pezzo di vita di un essere umano e la vita non è discutibile, si tratta di un fatto importante, aldilà di quanto sia bello o brutto».

Il disco ha due anime opposte in qualche modo: l’ anima da cantautore incontra quella da beat maker, i primi pezzi in effetti sono ruvidi e asciutti, poi qualcosa cambia, il guizzo tipico dell’irrequietudine che caratterizza Jovanotti prende piega ed è che l’album diventa vario: «Rubin ha capito come sono fatto e ha assecondato la mia inclinazione naturale. Alla fine della produzione mi ha detto che questo è il disco più vario mai prodotto in vita sua e ne è stato felice».

Viene naturale chiedersi come tutto questo finirà sul palco nel corso dell’imminente tour: «Abbiamo già fatto due settimane di prove con la band, in un paio di giorni mi sono reso conto che c’era bisogno di intervenire anche nei pezzi vecchi. Questo disco getta una luce positiva anche sul mio passato, costringendomi piacevolmente a vivere i primi brani in modo più scarno e informale. Abbiamo asciugato i pezzi, quasi rivivendo i consigli di Rubin, la parola d’ordine è: less. Questo non implica una forma di minimalismo, si tratta di fare spazio per far funzionare meglio le cose. Per ora abbiamo provato 7 pezzi del disco nuovo, non so se li farò tutti e sette, il mio pubblico viene ai concerti con l’idea di partecipare a una mega festa, ho il problema di dover fare dei tagli ed eliminare molte cose a cui tengo, il grosso comunque si baserà sui pezzi storici».

Un progetto diverso da sempre, quindi. Figlio, tra l’altro, di un lungo periodo in cui Jovanotti ha vissuto negli Stati Uniti: «Partirei da una citazione: se vai a vivere per un po’ in America, all’America non cambia niente ma a te cambiano un sacco di cose. L’America è un paese vivo e pulsante, un paese selvatico, un paese in cui ti svegli e devi sopravvivere contro tutto e tutti. A New York sei da solo in una giungla, non ho mai pensato di sconfinare in America con la mia musica, so di sapermi mettere in comunicazione con qualunque pubblico ma non ho mai avuto un progetto americano e non c’è neanche in questo caso».

Video: Oh, vita!

Parlando dei testi, diventa importante soffermarsi sulle parole: tante quelle sentite in questo album. Si parte dal concetto di libertà: «La libertà sta al centro del disco. Ogni generazione ha il compito di ridare significato ad alcune parole importanti nel nostro vocabolario. Anima, giustizia, amore sono parole che ogni volta perdono senso, vengono sfilacciate, il nostro compito è cercare di ridargli vita soffiandoci dentro lo spirito. Dal mio punto di vista di cantante è bello cantarla, posso pronunciarla senza troppa pesantezza, sono diventato grande quando i movienti politici erano finiti, per me la rivoluzione è soprattutto interiore» – racconta Jovanotti. «Più in generale – aggiunge – lavoro tantissimo ai testi ma non seguo mai una regola. Alcuni dei miei pezzi più famosi sono nati in pochissimo tempo. “Piove”, ad esempio, è nato in 45 minuti mentre per “L’ombelico del mondo” ci sono voluti 4 anni. L’aneddoto relativo a questo nuovo album è relativo al singolo “Oh, vita!”: ho scritto il testo recitandolo sul telefonino come un free style ma mi ci sono impegnato così tanto che non ho cambiato neanche una virgola. Non riuscivo ad uscire da quel tipo di leggerezza, poi l’ho fatto ascoltare un giorno in macchina alla mia famiglia e il commento di mia figlia mi ha convinto definitivamente. Per il resto il disco è tutto scarno dal mio punto di vista, mi sono sentito nudo dentro questi testi, continuamente a confronto con i miei limiti da interprete. Con Canova ho realizzato 10 dischi e siamo in ottimi rapporti. L’approccio con lui era molto diverso, la voce era trattata con le macchine, con Rubin invece è l’opposto, non ci sono correzioni, non avevo mai lavorato in questo modo. Mi sento ancora elettrizzato».

Jovanotti cover Sbam

Jovanotti cover Sbam

A corredare “Oh, vita!” ci saranno un docufilm e un almanacco letterario intitolato Sbam”. Ecco come li presenta Jovanotti: «Michele Lugaresi, film maker e web master lavora con me dal 1997 e ha seguito tutte le mie attività web fin dall’inizio. Quando lo stesso Rubin mi ha scritto che se volevo, potevo portare qualcuno per riprendere il making del disco, ho colto subito l’occasione e ho invitato Michele a venire con me. Ci siamo esaltati, il film è molto crudo, ripreso con una sola telecamera, non ci sono luci artificiali. L’aspetto più interessante è che nel film non si sente il disco, ho scelto della musica d’ambiente, si sentono solo dei frammenti delle canzoni, il senso è seguire la genesi del disco che prende forma. Potrete vederlo gratuitamente il 10/12/2017 in tutti gli UCI cinemas. Sarà un film per appassionati di musica. A proposito di cose che mi gasano, non dimenticatevi di “Sbam”: ho voluto invitare alcuni degli esponenti letterari che mi stanno più a cuore, ho giocato a fare il direttore e mi sono divertito anche a scrivere un diario di viaggio di questa mia nuova avventura. Mi piacerebbe che questo progetto diventasse un periodico, non è un libro nì una rivista, è semplicemente “Sbam”!».

 Raffaella Sbrescia

 Jovanotti in concerto nel 2018:

Febbraio

  • 12, 13, 15, 16, 18, 19, 21, 22, 24, 25 Mediolanum Forum, Milano

Marzo

  • 3, 4 Rds Stadium, Rimini
  • 10, 11, 13, 14, 16, 17, 19, 20 Nelson Mandela Forum, Firenze

 Aprile

  • 3, 4, 6, 7 Pala Alpitour , Torino
  • 13, 14 Unipol Arena, Bologna
  • 19, 20, 22, 23, 25, 26, 28, 29 Palalottomatica, Roma

 Maggio

  • 8, 9 Pala Art Hotel Acireale
  • 15, 16, 18, 19, 21, 22 Arena di Verona
  • 25, 26 Palasele, Eboli

 Giugno

  • 1,2 Pala Prometeo, Ancona
  • 16 Porsche Arena Stoccarda
  • 19 Stadthalle, Vienna
  • 21 Hallenstadion, Zurigo
  • 23 Forest National, Bruxelles
  • 30 Pala Resega, Lugano

 

Intervista a Il Cile: “Cerco di lasciare emozioni che durano nel tempo”

Il Cile - La Fate Facile

Il Cile – La Fate Facile

Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, torna sulla scena musicale italiana con “La Fate Facile” (Universal Music). Il terzo album in studio del cantautore è un lavoro veramente pieno: di emozioni, di ricordi, di dolore, di amore ma soprattutto di verità. Lorenzo si mette a nudo come pochi hanno il coraggio di fare. Nelle sue canzoni c’è tutto il suo mondo, i pensieri più angoscianti e quelli più dolci si alternano in dieci tracce così intime e così profonde che viene spontaneo chiedersi se una società così superficiale come quella che ci circonda saprà essere in grado di meritarsi una simile purezza di spirito.

Intervista

Fare delle domande rispetto a un progetto così intimo da parte di un estraneo significa entrare nella dimensione intima di un artista. Come ti sei sentito a buttare giù dei concetti così forti e così importanti?

L’ho fatto per me stesso e per tutte quelle persone che si ritrovano in quello che scrivo. Infine l’ho fatto perché ritengo che questa sia la mia rappresentazione artistica più completa. Gli alti e i bassi fanno parte della vita di tutti e sapere che a volte una canzone molto cruda riesce ad aiutare qualcuno a non sentirsi solo e a non sentirsi anomalo, è una grande soddisfazione per chi fa il mio mestiere.

A cosa si riferisce il titolo “La fate facile”?

Questa è una cosa nata a seguito del grande successo riscontrato con il brano “Maria Salvador” insieme a J-Ax. In quell’occasione mi hanno conosciuto persone che non avevano idea di chi fossi, famiglie con bambini mi fermavano per chiedere una foto o per fare un saluto al figlio. Tutto questo è bellissimo però la mia carriera è anche “Il Cile”, non  sono solo un collaboratore. Questa cosa, vista dall’esterno, spesso viene sottovalutata perché si pensa che questo lavoro sia solo successo e autocelebrazione. In realtà tutto quello che si conquista in una carriera, lo si deve conquistare anche a livello personale e io, in questo, ho avuto difficoltà. Ho sempre cantato me stesso e quello che vivo, prendendo in considerazione tutti gli aspetti che questo comporta. La verità a lungo termine paga, gli artisti che ho più amato nella mia vita sono proprio quelli che si sono sempre dati in pasto al pubblico e che hanno sempre cantato della loro vita privata regalando emozioni che durano nel tempo. Ecco, questo è l’obiettivo di questo disco: cercare di lasciare emozioni che durano nel tempo.

Ad oggi è come se tu avessi superato diversi step, come stai tu aldilà dell’uscita del disco?

Sono teso perché l’uscita del disco porta sempre tensione, com’è naturale che sia dopo tre anni di lavoro e di fatiche. Sono una persona che ha accettato di avere dei problemi e ha deciso di affrontarli facendosi anche aiutare. Voglio riprendere in mano la mia vita, la mia carriera e la mia arte. Ho sempre suonato e cantato cercando di lasciare un segno. Lo faccio per il mio pubblico ma anche come terapia. Solo con la scrittura riesco ad esorcizzare le dinamiche più spigolose della mia vita; sarà per questo che non ho avuto paura a denudarmi in tutti i sensi.

Come hai trovato la forza di raccontare delle cose così forti a tutti?

Credo che questo sia un istinto di sopravvivenza insito nella mia natura. Anche l’autodistruttività, che mi porto dietro dall’adolescenza, ha sempre trovato un freno nel momento in cui mi rendevo che conto che rischiavo di compromettere la cosa più importante per me, ovvero scrivere canzoni.

Come hai lavorato alla costruzione degli arrangiamenti di questo album?

C’è stato un grande lavoro da parte di Fabrizio Barbacci, alla terza prova discografica con me. Anche lui ha affrontato momenti non facili, quando non riesci a chiudere un disco e ci devi continuamente mettere mano, vuol dire che qualcosa va bilanciato. L’obiettivo era cercare di fare qualcosa di più originale rispetto agli arrangiamenti canonici e fare in modo da risaltare la forza lirica delle parole. Ci sono stati vari tentativi e in questo caso il sudore e l’impegno ci hanno aiutato a realizzare il disco che volevamo fare. Il resto sarà il pubblico a deciderlo.

Video: “Era bellissimo”

“Mamma ho riperso l’aereo” è un brano dissacrante ma geniale e costruttivo al contempo. Come ci sei arrivato?

Per permettermi di toccare un mostro sacro come Rino Gaetano, ho pensato che me lo potevo permettere visto che è tra i tre artisti che mi hanno segnato nella vita. Il nero del cielo di cui parlo in questo brano, non è un nero negativo, è il nero dei tablet e dei cellulari che sono diventati un prolungamento delle nostre mani e che in molti casi hanno sostituito la vita reale. La società non sta aiutando le persone a migliorare se stesse, anzi!  Per non parlare di come il modo di comunicare tra le persone abbia perso ogni pudore, la gente si sente autorizzata a dire qualunque cosa, c’è la convinzione che tutto sia concesso, che tutto si possa criticare. Io credo che rendere più barbaro il rapporto tra le persone per sfogare in modo becero la propria repressione sia una sconfitta della società. Mi auguro che prima o poi si ponga un limite a questa degenerazione. Viste le condizioni socio-politico-culturali che ci circondano, c’è bisogno di aiuto per tutti.

Parlando di intensità di sentimenti c’è il brano “Qui per te” in cui metti su nero la forza di un sentimento puro.

Questo brano fa parte di quelli che si sono sbloccati con il trasferimento a Milano, una canzone in cui cerco di far capire ad una persona che la mia presenza, anche nei momenti di lontananza c’è sempre stata e forse sempre ci sarà sotto qualche aspetto. Si tratta di un atto d’amore, l’amore nella musica ha un senso che accompagna gli slanci artistici più intimi, profondi e delicati. Non mi sono mai vergognato di essere così esplicito e plateale, crudo e realista. Sento che quello che scrivo è vero, autentico; non me ne devo vergognare.

A questo proposito, cosa ti dicono i fans?

Loro hanno sempre empatizzato molto verso i miei lati testuali. Molte persone mi hanno ringraziato per averli aiutati a lavare via il dolore causato da momenti difficili della propria vita. Molti hanno capito che io non sono solo un cuore spezzato ma c’è tanto altro che cerco di esprimere per lasciare una mia impronta artistica che duri nel tempo.Quando mi cercano e mi scrivono, capisco che qualcosa di buono lo sto facendo.

Il Cile

Il Cile

Come si sente Lorenzo sul palco?

Sicuramente mi sento più a mio agio che in altre situazioni più tecniche come le conferenze e tutto il resto. Rimango una persona timida ma sul palco ho sempre avuto un’altra visione della mia stessa vita. Nel privato sono così per tante cose successe dalla mia infanzia ad oggi ma quando devo affrontare uno spettacolo per persone che fanno il sacrificio di pagare un biglietto per ascoltarmi, lì mi piace lasciare un segno per lasciarli tornare a casa soddisfatti e fargli venire voglia di tornare.

Visto che vuoi lasciare segni nella vita degli altri, quali sono i segni che stai disegnando tu sulla tua tela della vita?

Desidero lasciare un bel ricordo musicale di me stesso e arrivare a più persone possibili. Questo è quello che sogno e che mi impegnerò a fare. Ho ripreso in mano la mia vita con un’altra ottica e ho capito che tutti i sacrifici che ho fatto che portare a termine questo lavoro, non solo erano necessari ma li rifarei tutti da zero per arrivare a un pubblico sempre più preso da quello che faccio e non di passaggio.

 Raffaella Sbrescia

Ascolta qui l’album:

“Vulcano sono io!”. Intervista a Clementino

Clementino_vulcano - cover album

Clementino_vulcano – cover album

Esce oggi “Vulcano”, il nuovo album d’inediti di Clementino, il quinto da solista. Il disco contiene 13 tracce e rappresenta una precisa fase artistica del rapper che in questo lavoro ha voluto mettere a fuoco se stesso e la propria carica adrenalinica senza alcun featuring e con l’ausilio di tante nuove sonorità.

Intervista

Qual è il filo conduttore che lega le tracce di questo tuo nuovo lavoro?

Mi circondo sempre di tanta napoletanità. La cosa è testimoniata dal titolo dell’album: “Vulcano”. Il legame non è solo con il Vesuvio ma anche con la mia dirompente personalità. Con questo album ho cercato di riprendere il discorso di “Napoli Manicomio”. Negli ultimi 10 anni ho dato le mie strofe praticamente a tutti. Ho fatto decine di featuring ma ora ho detto basta, adesso è il momento di concentrarmi solo su di me. Un po’ come facevano gli umanisti: ci sono io al centro di tutto (ride ndr).

In queste nuove canzoni c’è tanto dialetto, non temi di perdere del potenziale pubblico?

Nelle mie canzoni mi muovo alternando italiano e dialetto cercando di creare il giusto equilibrio. In ogni caso anche se vado a cantare a Treviso, il pubblico vuole “Clementino ca spacc’ e vetrine”. Tra l’altro con il grande successo di alcune serie tv, il napoletano è stato ormai sdoganato ovunque.

Come ti approcci alla scrittura?

Non scrivo mai senza base, non ci riesco.   A seconda dell’atmosfera, scrivo cose diverse.

In questo album ci sono dei suoni molto variegati con ampi riferimenti alla tradizione napoletana…

A differenza dei miei lavori precedenti in cui cercavo di fare le cose che piacevano agli altri, stavolta ho cercato le cose che piacevano a me. “Vulcano” rappresenta me stesso: ci sono beats anni ’90, beats napoletani, un pizzico di trap e una manciata di richiami alla West Coast dove sono stato di recente.

Nelle tue canzoni parli spesso dei più giovani, che tipo di responsabilità senti di avere?

Non mi sono autonominato voce di una città o dei giovani. Sono il rapper che è ascoltato dalla mamma e dalla fidanzata. Ho fatto l’animatore turistico per 12 anni, ero l’outsider che copriva tutti i ruoli, lo sono anche nel rap perché abbraccio tutti i temi. D’altronde le mie iniziali parlano chiaro: MC sta per maestro di cerimonie. Da bambino salivo sul tavolo con la penna a mò di microfono e facevo lo show di Clemente, i miei genitori recitano fin da quando ero piccolo ed è forse anche per questo che ho sempre sognato il palco. Mi faccio portavoce di un genere ben definito: il black pulcinella, un tipo di musica che unisce l’eredità lasciata da Pino Daniele al mondo hip hop. Mi sento un vero Pulcinella: allegro fuori e triste dentro.  Il disagio psicologico lo tiro fuori attraverso la musica. Vengo dalla terra dei fuochi, un posto dove i ragazzi hanno pochissime possibilità e anche se qualcosa si sta iniziando a muovere, ci vorranno anni prima che la gente possa smettere di morire per mano della criminalità. A Cimitile ho aperto una scuola calcio per bambini, la “Iena Soccer Academy”, con il ricavato di ogni torneo compriamo defibrillatori e macchinari per gli ospedali; cerco di muovermi il più possibile per il sociale. C’è il Corriere della Iena, poi c’è l’iniziativa denominata “I messaggeri del Vesuvio” in cui invito i giovani emergenti a rappare con me.

Com’eri da adolescente?

Sono sempre stato molto disordinato e con la testa per aria. A scuola venivo continuamente ripreso perché mi perdevo in una sorta di torpore da sognatore incallito. Ho viaggiato molto, con la testa e non. Quando ho cominciato a fare le gare di freestyle affrontavo lunghissimi viaggi ma non mi sono mai fermato. Ho fatto tante comparse in teatro e qualcosa anche al cinema poi, però, le cose si sono ribaltate da un momento all’altro.

Sfizioso il video del nuovo singolo “Tutti scienziati”…

L’idea è di mio fratello Paolo. Abbiamo pensato dapprima a Emmett Brown di “Ritorno al futuro”, poi a Frankestein Junior e infine a Leonardo da Vinci. Abbiamo fatto riferimento a “Non ci resta che piangere” senza scimmiottare Troisi e Benigni, ci siamo solo ritrovati a vivere la loro esperienza. Poi abbiamo coinvolto i The Jackal con la loro parodia de “Gli effetti di Gomorra sulla gente” e ci siamo divertiti davvero molto. Con questo video mi è venuta voglia di fare cinema, magari con un bel ruolo comico. Ho studiato all’Università dello Spettacolo e mi sono laureato con il massimo dei voti. I miei genitori recitano il repertorio di De Filippo e Scarpetta, mi piacerebbe avere qualche ruolo da recitare anche se nelle mie esperienze precedenti interpretavo sempre me stesso. Per ora, in ogni caso, mi concentro sul rap che rimane la cosa che so fare meglio.

A proposito di cinema, come mai hai dedicato un brano al regista Paolo Sorrentino?

Tempo fa sono stato a casa di un amico che aveva il cofanetto con tutti i suoi film. Li ho guardati tutti, uno dopo l’altro e mi sono innamorato di Sorrentino. All’inizio la canzone si chiamava “L’uomo in più”, poi l’ho intitolata con il nome del maestro che, proprio ieri mattina, mi ha telefonato per ringraziarmi. Abbiamo parlato tutto il tempo in dialetto, gli ho promesso di raggiungerlo a Roma per stringergli la mano.

Clementino

Clementino

Il tuo contributo all’interno del docufilm dedicato a Pino Daniele è stato uno dei più apprezzati. Che ricordo hai di lui?

Pino è stato il mio maestro, ho scritto una canzone per lui mettendo nero su bianco un flow che mi usciva direttamente dal cuore. Quando Verdelli mi ha chiesto di partecipare, ho voluto recitare a cappella quei versi, sono l’ultimo artista con cui Pino ha collaborato e conservo un prezioso ricordo di quando lo incontrai, terrorizzato, per la prima volta. Sono davvero onorato di aver avuto la preziosa possibilità di collaborare con lui, ascolto ancora oggi le sue canzoni, me lo sono persino tatuato sulla pelle. Cercherò di mettere sempre qualche suo verso nella mia musica.

Una delle canzoni più forti del disco è “Spartanapoli”.

Difficilmente scrivo roba incazzata, questa è una storia di strada. Il rap è verità e io cerco di mettere nero su bianco quello che vedo per strada.

Potente il dissing virtuale che proponi in “ ‘A capa sotto”

In effetti c’è tanto “explicit content” ma il freestyle è una cosa che fa bene, la sana competizione è la linfa dei rapper.

Che fine farà l’amata cover “Svalutascion”?

Dopo il plauso dell’orchestra sanremese mi aspettavo un destino diverso per questa canzone. L’arrangiamento l’aveva resa simile alla colonna sonora di un film di Tarantino, spero di riuscire a portarla nei miei nuovi live. A proposito, a maggio partirà la mia tourneè europea, poi da giugno a settembre girerò l’Italia. Stare con il pubblico è la mia forza, sono uno del popolo.

Raffaella Sbrescia

La tracklist di “Vulcano”

UE’ AMMO (prodotto da Deliuan)

STAMM CCA’ (prodotto da TY1)

CENERE (prodotto da Shablo)

TUTTI SCIENZIATI (prodotta da Marz)

KEEP CALM E SIENTETE A CLEMENTINO (prodotto da Amadeus)

RAGAZZI FUORI (prodotto da Shablo e Zef)

DESERTO (prodotto da Shablo)

JOINT (prodotto da Yung Snapp)

COFFEE SHOP (prodotto da Swan)

LA COSA PIU’ BELLA CHE HO (prodotto da Deleterio e Fabrizio Sotti)

SPARTANAPOLI (prodotto da Shablo)

A CAPA SOTTO (prodotto da Swan)

PAOLO SORRENTINO (prodotto da David Ice)

Bouchra presenta “Yallah”: l’inizio di un’avventura all’insegna dell’indipendenza

Bouchra

Bouchra

Dopo il successo di  “Blanc ou Noir”, cantato in lingua francese, Bouchra, cantante di nazionalità marocchina cresciuta a Livorno, torna con il nuovo singolo “Yallah” firmandone il testo scritto in inglese con l’inciso in lingua araba. La musica e la produzione del brano sono  invece di Emiliano Cecere, compositore e arrangiatore livornese. “La canzone parla di una ragazza che scopre una forza interiore che non sapeva di avere. Da qui la decisione di poter vivere indipendente, cercando la propria strada, insieme alle persone che vogliono seguirla. Yallah, in lingua araba, significa infatti andiamo. E’ un messaggio per incitare le persone ad andare avanti senza fermarsi mai, superando le insidie della vita”. Ecco cosa ci raccontato Bouchra negli studi di Universal Music.

Intervista

Come è iniziato il tuo cammino musicale?

Dopo un primo periodo passato a registrare e pubblicare cover che mi hanno permesso di farmi conoscere in rete, ho incontrato Francesco De Benedittis, autore e produttore italiano, che ha scritto per me il brano in lingua francese “Blanc ou Noir” insieme ad Antonio Toni.

“Yallah” il primo brano che porta la tua firma…

Sono andata a Livorno dal produttore Emiliano Cecere che, di punto in bianco, mi ha messo questa base invitandomi a cantare la prima cosa che mi passasse per la testa.  Non conoscevo questo mio lato, non pensavo di riuscire a scrivere un brano tutto mio e trasmettere un messaggio preciso; è solo grazie a lui che ho scoperto questo lato che vorrei sicuramente sviluppare.

Per tornare alla tua veste di autrice: la tematica di “Yallah” rispecchia una forza interiore che cerchi di diffondere. Da dove nasce questo testo?

Sono sempre stata molto insicura sotto certi aspetti, piano piano ho capito che ogni volta che mi facevo dei problemi non sarei arrivata dove volevo. Pezzo dopo pezzo, ho costruito il mio mondo e sono fiera che il mio brano contenga questo tipo di messaggio.

Quali sono le altre tematiche che ti ispirano?

Sarebbe bellissimo se riuscissi a scrivere canzoni che racchiudessero diversi pezzi del mio vissuto. Vorrei raccontare dei retroscena che nessuno conosce. La cosa più importante al momento è riuscire a far capire alle persone che si può partire da zero per poter comunque arrivare ad un traguardo vincente.

Che tipo di feedback hai ricevuto dalle persone che ti seguono dall’inizio?

Super positivo! C’è chi mi ha visto crescere dai primi video senza basi fino a oggi. Si sentono quasi persone di famiglia ed è molto bello.

Hai in programma dei concerti?

Vorrei sicuramente farne tanti. Per ora il discorso è prematuro, ho pochi brani in repertorio, soprattutto cover. I miei artisti preferiti sono Amy Winehouse, Michael Jackson, Beyoncé, Sia e Stromae: da loro prendo molta ispirazione.

C’è un disco in lavorazione?

Il disco è quasi pronto, ci ho lavorato tutta l’estate ma non ho ancora rivelato alcun dettaglio se non che sarà composto da 8 brani.

Quanta cultura musicale araba c’è nella tua musica?

In realtà non c’è un’artista arabo a cui faccio riferimento, la lingua araba la uso a modo mio perché il mio genere musicale è molto differente dalla musica araba tradizionale. In ogni caso mi riesce più facile cantare in arabo, francese e inglese rispetto all’italiano. Non sono ancora brava ad usare la lingua italiana e credo che per scrivere una bella canzone servano assolutamente le parole giuste.

Che legame hai con Livorno?

Abito a Collesalvetti e ho sempre bisogno di tornarci. Amo venire qui a Milano, lavorare e sviluppare i miei progetti ma poi devo tornare a casa dalla mia famiglia e dai miei amici per ricaricarmi al massimo.

Raffaella Sbrescia

Video: Yallah

ELISA ’97-’17: 20 anni di carriera, tre show unici e un cambio discografico. Intervista

Elisa  Foto di Carolina Moretti

Elisa Foto di Carolina Moretti

Il 2017 sarà un anno di grande fermento artistico per Elisa Toffoli che festeggerà ben 20 anni di carriera. Questa mattina la cantante nata a Monfalcone ha tenuto una conferenza stampa in cui annunciato una serie di importanti novità. La prima notizia è che ci saranno tre concerti unici, rispettivamente previsti il 12, 13 e 15 settembre all’Arena di Verona. Si tratta di tre serate uniche in cui l’artista metterà in scena tutta la sua versatilità musicale in tre modi diversi. Il primo appuntamento è stato denominato “POP – ROCK”  (12 settembre) perchè Elisa metterà in evidenza il suo lato più energico. Nella seconda serata, “ACUSTICA” (13 settembre), Elisa farà rivivere le atmosfere live di “Lotus” e “Ivy” che contengono i celeberrimi brani “Hallelujah” e “A Prayer”, ma anche le versioni acustiche di brani importanti come “Luce (tramonti a nord est)” e “Sleeping in your hand”. Ad accompagnarla sul palco tanti musicisti impegnati in un mix di strumenti acustici, etnici e street. Per il terzo ed ultimo show (15 settembre), Elisa si farà accompagnare da un’orchestra internazionale di oltre 40 elementi, grazie alla quale proporrà una scaletta di grandi classici della canzone italiana e internazionale, come “Caruso”, “Fly me to the moon” e “Amor Mio” ma anche brani significativi del suo repertorio riarrangiati per orchestra come “Eppure Sentire (un senso di te)” e “Almeno tu nell’universo”. L’altra grande novità riguarda l’aspetto prettamente discografico: dopo un lungo e proficuo rapporto di collaborazione con Sugar e Caterina Caselli, Elisa ha firmato un nuovo contratto con Universal Music inaugurando così un nuovo importante capitolo della sua carriera.

Intervista

Cosa stai preparando per i grandi festeggiamenti del ventennale?

Questo è un periodo di grande fermento per me e il mio staff. Stiamo preparando tre spettacoli unici in un luogo che mi ha sempre affascinato quale è l’Arena di Verona.

Perché saranno speciali e in cosa si differenzieranno?

Il mio intento sarà quello di andare fino in fondo alla musica attraverso la scelta degli arrangiamenti. Parto dal pop-rock con momenti di puro scambio di energia con il pubblico per poi passare alle atmosfere più intime e raccolte della serata acustica che mi vedrà insieme a tanti amici sul palco. L’ultima serata sarà quella in cui realizzerò il sogno di ogni cantante vestendo la mia voce con il suono di un’orchestra di 40 elementi. Sarà l’occasione per rivivere le mie origini soul, per rispolverare la mia passione per Otis Redding ed il mondo motown.

Cosa puoi dirci in merito al discorso ospiti?

Verranno tanti amici tutte le sere. La loro presenza sarà correlata alla scelta delle canzoni e ai relativi arrangiamenti. Aspettatevi delle sorprese perché ho intenzione di fare un vero e proprio tuffo nella musica all’insegna della libertà. Sto organizzando tutto nei minimi dettagli per cercare di differenziare il più possibile questi appuntamenti e per mettere in opera un salto verticale tra mondi e generi. Non escludo neanche incursioni dal mondo della moda, del cinema e della letteratura.

Cosa stai preparando insieme a Fox?

Ci sarà un docufilm, che andrà in onda in prima visione assoluta sui canali Fox la prossima primavera, è stato sceneggiato da me stessa per farvi entrare nel mio mondo a 360 gradi.

Cosa ricordi dei tuoi esordi?

Era il luglio del 1997 e ricordo che con l’apertura di due concerti di Zucchero mi trovai di fornte a 20.000 spettatori. Fu qualcosa di completamente inaspettato e surreale per me che ero abituata ad esibirmi nei localini del Friuli e della Slovenia. Mancavano pochi mesi all’uscita del disco e da allora ne sono successe di cose. Ringrazio con tutto il cuore i miei fans che mi hanno supportato fino a oggi. Festeggio un traguardo davvero importante e ne sono molto orgogliosa.

Come sei cambiata in questi anni?

A dire il vero non mi osservo molto se non quando è proprio necessario farlo. Ho sempre creduto nelle mie idee e anche oggi che ho molti strumenti a mia disposizione e potenzialità nuove, mi alleno ogni giorno a dare fiducia ai miei sogni. In sostanza comunque sono sempre la stessa.

Elisa_Foto di Carolina Moretti

Elisa_Foto di Carolina Moretti

Come mai hai deciso di chiudere la collaborazione con Sugar e passare a Universal Music?

Sono grata a Caterina Caselli e a tutta la Sugar per aver dato vita al mio sogno. Non ci sono ragioni particolari alla base di questo cambiamento, ci ho pensato a lungo e coscienziosamente ma alla fine ho semplicemente scelto di seguire l’istinto. Tra tutti i potenziali partner ho individuato in Universal Music quello che il mio istinto stava cercando. Abbiamo appena iniziato questa nuova avventura, ci stiamo conoscendo in un clima di grande concentrazione e di ricerca. C’è grande fermento creativo, ora sto pensando alla costruzione di questi tre concerti e mi ci dedicherò per i prossimi 6 mesi.

Nel frattempo stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Alcune cose sì ma mi sto principalmente dedicando agli show. Ho messo da parte molti appunti, devo ancora telefonare agli amici, nei concerti di settembre ci saranno anche artisti non ancora consolidati che magari hanno pubblicato un solo album ma che mi piacciono molto. C’è tanta linfa nuova e voglio dare spazio a giovani talentuosi.

A questo proposito che ne pensi di Tommaso Paradiso e dei The Giornalisti?

Mi è piaciuto molto il loro album per cui ho voluto conoscerli dal punto di vista artistico con uno scambio musicale. Che si tratti di una semplice jam session o qualcos’altro, il loro mondo musicale mi incuriosisce molto.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza ad Amici?

Questo programma mi ha fatto comprendere il concetto di immediatezza: in tv devi agire, performare, essere pronto. Per me è stato un bene prendervi parte, si è trattato di un fatto nuovo per me che per natura sono riflessiva. Ho compreso le dinamiche di gruppo e ho imparato molte cose che non avevo avuto modo di approfondire prima.

Quali sono invece i ricordi più vivi del tour che si è appena concluso?

Molti mi hanno criticato perché ho cantato di meno, la verità è che in alcuni momenti era più forte di me, dovevo raccogliere quello che il pubblico mi stava donando in quel momento. Mi sentivo veramente coinvolta con tutta me stessa, un’esperienza davvero straordinaria.

Raffaella Sbrescia

I biglietti per i concerti all’Arena di Verona (prodotti e organizzati da F&P Group) saranno disponibili in prevendita da domani, venerdì 3 febbraio, dalle ore 15.00 su www.ticketone.it (per info: www.fepgroup.it).

Vista l’unicità di ogni singolo show è stato previsto l’abbonamento per la gradinata non numerata al prezzo complessivo di €80,00 per tutti e tre gli spettacoli.

“Marassi”: il pop trasversale degli Ex-Otago a servizio della periferia. Intervista

Ex Otago - Marassi

Ex Otago – Marassi

“Marassi” è il nuovo album in studio della band genovese Ex-Otago composta da Maurizio Carucci, Simone Bertuccini, Olmo Martellacci e Francesco Bacci. Prodotto e arrangiato dalla band e da Matteo Cantaluppi, il disco è stato anticipato dai singoli  “Cinghiali Incazzati”, “I Giovani d’Oggi”, “Quando sono con te” e, prendendo spunto da una Genova post moderna, quella rimasta fuori dai classici cantautorali, racconta del nostro presente. “Marassi” diventa quindi una sorta di non luogo, un riferimento da cui partire per realizzare un ritratto generale ed estemporaneo di tutti quei luoghi che scandiscono la vita quotidiana di tanti di noi. Un luogo di partenza e di ritrovo, lo specchio dei nostri giorni e delle relative contraddizioni.

Intervista

Come nasce “Marassi” e come ci avete lavorato?

Volevamo scrivere un disco molto contemporaneo. Ci siamo ispirati a ciò che abbiamo visto e che caratterizza la nostra quotidianità. “Marassi” è quindi un disco legato a quello che accade. Per quanto riguarda i suoni, ci siamo divertiti a giocare con le tastiere, in questo lavoro siamo ancora noi con delle nuove sfumature che speriamo possano cambiare sempre. Abbiamo ascoltato tanta musica, sono tanti e diversi gli ascolti che ci hanno influenzato: abbiamo spaziato da Mark Ronson agli Stadio. Crediamo che sia arrivato il momento di infrangere certe barriere, tra indie e mainstream e il fatto di stare a parlarne qui in Universal, è un segno tangibile di questo percorso e vorremmo che fosse così anche per altre realtà musicali italiane.

In “Marassi” parlate della Genova lontana dai vicoli, quella di cui non parla nessuno…

Narriamo del sentimento di rivalsa dei “luoghi – non luoghi”. Niente meglio di un quartiere come ce ne sono mille può raccontare la vita che scorre nel quotidiano. Il nostro è un punto di osservazione privilegiato, ci sono tutti quegli elementi che si sono sedimentati nella nostra memoria e di cui non si parla mai.

Come è avvenuta la registrazione dell’album?

La realizzazione è avvenuta proprio a Marassi, lì dove c’è la nostra casa Otago, in cui abbiamo registrato tutti i provini del disco. Era naturale che il clima trasparisse, siamo stati affiancati da Matteo Cantaluppi, colui che è riuscito a guidarci nella maniera ottimale nel realizzare quello che avevamo in mente. Matteo ha trovato la quadra delle cose; quando siamo arrivati da lui il disco era molto più elettronico e meno fruibile.

Qual è il brano più rappresentativo del disco?

Sicuramente “Cinghiali incazzati” perché parla di tutte le maschere che ci portiamo addosso e con cui spesso fatichiamo a convivere. “Marassi” è uno specchio del presente.

Ex-Otago

Ex-Otago

Che rapporto avete con “Genova”?

Il nostro desiderio è che possa nascere una scena trasversale. Abbiamo constatato che, quanto più si scava, più si trova gente che ha voglia di fare per cui vorremmo che si creasse un movimento di cui fare parte. Genova mette insieme davvero tante cose e gli Ex Otago sono figli di questa identità che implica l’essere tutto ed il contrario di tutto.

Nei vostri testi la pragmaticità sfida il sogno…

In effetti c’è sempre una nota molto concreta nei nostri testi. Cerchiamo di mettere da parte quella vena intellettuale fine a se stessa. Credo sia vero che che le mani aguzzano la mente per cui se si riuscisse ad unire la concretezza e l’ambizione, si potrebbero fare grandi cose. Per fare questo serve coraggio, proprio l’esatto contrario di quello che ci viene consigliato.

Che rapporto avete con il calcio?

Non siamo malati di calcio ma a Genova l’argomento in questione ti arriva anche quando sei distratto.

Video: Quando sono con te

Come funziona la genesi delle vostre canzoni?

Il testo è la nostra componente principale e ci facciamo molto affidamento. Le nostre canzoni nascono da immagini, stati d’animo e sensazioni. Più in generale, raccontiamo le cose che ci circondano per poi finire a parlare di noi stessi.

“I giovani d’oggi non contano un cazzo”?

C’è sempre stata una dicotomia tra sistemi. La verità è questo è un loop che si ripete.

“La nostra pelle” è un brano molto personale…

Scrivo di quello che vivo trovandomi spesso faccia a faccia con me stesso. Mi sono reso conto che nel bene e nel male sono una persona che ama molto di sé, tutto sta nel trovare un equilibrio con le parti di te che non ti piacciono. La canzone ha il grande pregio di essere liberatoria, ti dà l’opportunità di viverti.

Stesso discorso per il brano “Stai tranquillo”?

Sono inquieto e cerco di gestirmi questa inquietudine.

“Mare” è il brano più onirico…

Questo è un episodio cantautorale, una cartolina che ci porta indietro nel tempo. Un grande contenitore non solo poetico ma anche esistenziale.

Secondo voi come mai tanti artisti si stanno dedicando allo scenario periferico urbano?

Ci vuole onestà e coraggio per accettare il posto da cui si viene. C’è bisogno di riaffermare l’autenticità a fronte della standardizzazione imperante. La periferia è lì dove la gente si arrangia, è quel posto dove nasce e cresce la maggior parte di noi.

Come saranno i nuovi live?

Abbiamo tanto da studiare, le nostre tastiere erano ormai compagne di vita, ora stiamo cambiando strumenti per cui anche i brani vecchi saranno riarrangiati. Ci sarà un vero e proprio restyling!

Raffaella Sbrescia

Ex-Otago - Marassi

Ex-Otago – Marassi

 

Ascolta l’album qui:

 

Kill Karma: Nesli entra nel vivo della sua avvincente trilogia. L’intervista

nesli 1

Ritroviamo Nesli, al secolo Francesco Tarducci nel Giardino de La Triennale di Milano, in occasione della presentazione del suono nuovo album di inediti intitolato “Kill Karma”, prodotto da Brando (Go Wild/Universal Music Italia). Il momento è catartico: Nesli è felice, rilassato, libero, entusiasta. Questo suo nuovo lavoro è il frutto di un’evoluzione individuale ed artistica che lo ha portato direttamente in cima alle classifiche di iTunes. Con questo disco, intriso di contaminazioni che vanno dalla dance al rock strizzando l’occhio agli anni ’80 per passare poi a tracce Hip Hop contaminate dal rock, fino a brani con un beat dance, senza tralasciare ballate struggenti e confidenziali, prende vita il secondo atto di una trilogia sempre più avvincente.

Ecco cosa ci ha raccontato Nesli subito dopo aver abbracciato i suoi affezionatissimi fan accorsi a sostenerlo.

Intervista

In questo album hai messo davvero tutto te stesso?

Sì, questo disco è la trasposizione del mio libro “Andrà tutto bene” in musica. Ho sempre scritto guardando con gli occhi degli altri, stavolta l’ho fatto guardando il mondo attraverso i miei stessi occhi. Tutto è riconducibile ad una persona, ad un nome, ad un fatto specifico; non ho guardato molto fuori. Anche se in apparenza sembra che faccia le cose un po’ a caso, tutto ha un ordine ben preciso. In sintesi, chi ha letto il libro, con questo album potrà unire tutti i punti della mia visione del mondo.

Si tratta del secondo capitolo di una trilogia…

Esatto. Posso anche dire che del prossimo ho già preparato dai quattro ai sei brani, ho già avuto la visione della copertina, sarà un po’ fumettistica e ci sarà un alter ego che mi sparerà. La mia visione rimane sempre molto dark ma ho dovuto renderla pop; per questa ragione ho trasformato il suicidio in omicidio. Il mio impianto creativo è molto ampio, quando penso ai dischi, invece di pensare ai singoli penso alle trilogie. La mia unica passione è scrivere, passo il tempo a pensare ai contenuti, lo trovo divertente anche se mi rendo conto di muovermi in controtendenza…

In che senso?

Oggi si esce quasi esclusivamente in digitale, lanciando dei singoli che non porteranno a nulla di duraturo. Se non crei continuità è un po’ come fare un falò con la benzina, sarà tutta una fumata. Bisogna rendersi conto che il digitale rappresenta un costo in meno per chi investe, è solo la punta dell’iceberg! Io scrivo su carta e registro un attimo dopo, ho lavorato sia con l’analogico che con il digitale, conosco gli strumenti con cui lavoro e posso dare loro un senso rispetto a quello che intendo fare.

Nesli-Ph-Andrea-Colzani

Nesli-Ph-Andrea-Colzani

Quali sono le tue influenze musicali e cosa hai ascoltato mentre lavoravi a questo album?

Sono praticamente onnivoro. Non c’è una regola, sono un selvaggio! In genere seguo istintivamente solo le cose che mi emozionano. Se mi viene chiesto di migliorarmi io dico no, voto l’involuzione. Se mi chiedono di mandare un messaggio ai ragazzi che vogliono fare musica, dico loro di lasciar perdere, di fare altro, di dedicarsi all’artigianato. Tutti vogliono fare i cantanti, dedicarsi alla moda, fare serata, sentono di avere il fuoco sacro dentro; il problema è che il milione di views e i clic sulle foto non sono reali, sono pacchetti che distorcono la visione della realtà

Queste affermazioni hanno un risvolto di tipo socio-culturale…

Certo, molti ragazzini viaggiano intorno al mondo, scattano una decina di foto che determineranno il loro status di globe trotter e poi si ritroveranno a vivere da alieni, completamente avulsi dalle dinamiche di interazione reale. Io, a dirla tutta, neanche ce l’ho il passaporto!

Nesli

Nesli

La libertà che senti di avere oggi come e quando è arrivata?

L’ho raggiunta attraverso un percorso che dovevo e volevo fare. La mia è una bellissima passione ma ha le dinamiche di un lavoro. Ha dei pro e dei contro, su tutti c’è il fatto di non staccare mai. In questo ambiente conta la perenne progressione in avanti e, dato che mi muovo in un’ottica di carriera e non di successo, sapevo che se volevo essere nella mappa culturale di tutti, dovevo fare dei passaggi obbligati. Uno di questi è il Festival di Sanremo. Sapevo che dovevo distanziarmi dal mondo elitario ma che non volevo perdere i miei fan, il mio margine di movimento era minimo, la possibilità di sbagliare bassissima, venivo da Carosello e stavo per tornare in Universal, dovevo fronteggiare diverse dinamiche mentali e logistiche. Dovevo limitare l’artista maledetto per fare spazio a chi volevo essere e a chi volevo diventare ma avevo al mio fianco una squadra che conoscevo molto poco…

Quindi come hai affrontato quella grande prova?

Brando e Raffaele mi dicevano di tenere duro, sapevo che non c’era tempo, vivevo nel terrore e con la consapevolezza che tutti volevano vedermi fallire. “Buona Fortuna Amore” l’ho provata pochissimo, l’avrò cantata al massimo sei volte in sala prove, mi dicevano di cantarla a casa ma io non ci riuscivo, mi sentivo un coglione. Un altro ostacolo erano gli ear monitor che io non ho mai usato, sbagliai tutto in prova sul palco di Sanremo, proprio quando c’erano i critici in sala, riconosco di averla cantata con tutti i limiti del caso, ora sarebbe tutto diverso.

Nesli

Nesli

Saresti pronto a riscattarti sul palco dell’Ariston?

Certo! Ho già scritto la canzone da inviare a Carlo Conti, spero proprio che la accetti!

Tornando all’album, quali messaggi intendi comunicare al pubblico?

Questo album è come il momento centrale del racconto di un film, mi sono tolto diversi sfizi e nel terzo completerò l’opera.

Qual è il ruolo dei tuoi tatuaggi?

Rappresentano una vera e propria provocazione. Sapevo che avrei fatto questo disco con questa specifica copertina. L’anno scorso avrei potuto spiegare questo concetto a spezzoni, ora potrete capire il perché di ogni cosa. Di solito i tatuaggi rappresentano un’opera di abbellimento nel mio caso invece mi sono ricoperto di nero. Il mio obiettivo era fare in modo che le persone che si fossero interessare al contenitore, avrebbe posto attenzione anche ai contenuti. Alla domanda: “Se mi metto nudo, mi ascoltate?” La risposta è ovviamente: “Sì”. Triste ma assolutamente vero. Questo è quello che ho detto ad una delle mie sette personalità. Il mio percorso ha un fondamento amaro, non sono un ipocrita, eppure l’ho affrontato a mio modo ed eccomi qui.

Raffaella Sbrescia

Acquista su iTunes

L’instore tour partirà oggi 1° luglio da Mondadori Megastore in Piazza Duomo a Milano,  il 2 a Rizziconi (Reggio Calabria) con una tappa al Centro Commerciale Porto degli Ulivi. Il 3, invece, sarà a Livorno al Centro Commerciale Fonti del Corallo, mentre il 4 si sposterà verso la capitale con un instore al Centro Commerciale Tiburtina; Il 5 sarà alla Mondadori di Napoli. Due le tappe in Puglia: una a Lecce e l’altra a Foggia il 6 e 7 luglio.

L’8 luglio sarà alla Mondadori di Pescara, il 10 a Brescia, l’11 a Torino, il 12 doppio appuntamento alle ore 15.00 a Padova e alle ore 18.00 a Venezia, il 13 a Genova e il 14 alle ore 14.00 a Firenze e alle ore 18.30 a Bologna.

Nesli durante l'intervista

Nesli durante l’intervista

 Video: Equivale all’Immenso

website: iosononesli.it - facebook: @neslimusic

twitter: @neslimusic – instagram: @neslimusic

youtube: nesliVEVO

 

Giuliano Palma presenta Groovin’: “Preferisco celebrare capolavori invece di sfornare canzoni mediocri”.

Giuliano Palma

Giuliano Palma

Torna sulla scena musicale Giuliano Palma con il nuovo album “Groovin’” in uscita il prossimo 1° luglio in tutti i negozi musicali e sulle piattaforme digitali. Prodotto e arrangiato da Giuliano Palma, Fabrizio Ferraguzzo, Riccardo Di Paola e dedicato a Carlo Ubaldo Rossi, l’album contiene tredici tracce che ripercorrono la storia più o meno recente della musica italiana ed internazionale, brani intramontabili reinterpretati dalla voce inconfondibile di Giuliano e da alcune particolari collaborazioni. Abbiamo incontrato Giuliano questa mattina negli uffici milanesi della Universal Music.

 Intervista

Giuliano, in “Groovin’” torni a divertirti con le cover…

Questo gioco mi piace assai, si adatta a particolari momenti della vita, un po’ come quello che ho vissuto di recente con un distacco importante. Il titolo del disco racchiude un po’ questo mio stato d’animo, il groove io ce l’ho dentro e amo provare a contagiare anche gli altri.

Cosa è successo?

Nel corso degli ultimi 15 anni, fin dall’uscita del mio primo album da solista, ho sempre lavorato con Fabio Merigo. Lui era il mio braccio destro, mi ha sempre appoggiato anche quando decidevo di reinventarmi un brano che magari ad altri non convinceva. Amavamo arrangiare e impacchettare le canzoni un modo a volte improbabile. Ad un tratto ha incontrato un’altra persona con cui collaborare e mi ha gettato da parte; di solito non così astioso ma devo confessare che è stato un boccone davvero amaro da buttare giù.

Come hai lavorato con i nuovi collaboratori?

All’inizio è stato strano, c’era bisogno di dare una svolta. Questo disco ha una storia particolare, di solito metto le mani in pasta dappertutto, sono sempre in studio a registrare e a fare le pre-produzioni… Stavolta invece mi sono affidato a dei nuovi bravissimi collaboratori quali  Ferraguzzo e Di Paola. Siamo entrati subito in sintonia, è stato bello affidarsi a loro e poterli lasciar fare, io sono un crooner e sono soddisfatto del risultato finale.

Come è avvenuta la scelta delle canzoni?

Con questo album faccio un balzo tra gli anni ’60 e ’70, l’imprinting arriva dall’infanzia quando mia madre mia faceva ascoltare Don Backy e i Camaleonti. Certo, i discografici mi hanno consigliato ma alla fine  ho scelto io i brani, se una canzone non la sento mia non riesco neanche a cantarla. Sono contento di aver ritrovato Vasco Rossi. Anni fa aprii un suo concerto insieme ai Casino Royale, tornare a riabbracciarlo, anche se non fisicamente, significa veramente tanto. “Una splendida giornata” è, tra l’altro, il pezzo beneaugurante del disco ed il contributo di Fabri Fibra è un plus importante, ci tenevo alla presenza del rap. Tra gli input esterni, invece, c’è la collaborazione con Cris Cab, mi sono divertito a lasciarmi coinvolgere.

Giuliano Palma

Giuliano Palma

Com’è andata la collaborazione con Clementino?

Abbiamo gozzovigliato spesso insieme, abbiamo un ottimo rapporto e trovo che in “I say I’ sto cca” del grandissimo Pino Daniele (che avrei coinvolto con molto piacere in questo progetto), abbia lavorato davvero molto bene. Si tratta di un pezzo terzinato e la sua abilità mi ha davvero lasciato senza parole. Sono stato contento di poter ricambiare il favore.

E con Chiara Galiazzo?

“Don’t go breaking my heart” di Elton John è un gran pezzo. Chiara ha una voce pazzesca e può cantare qualunque cosa, fa parte della mia scuderia ed è stato piacevole lavorare con lei.

Bizzarra la scelta di “You’ll never walk alone” ( Inno del Liverpool)…

Seguo con molta passione ed entusiasmo la Premier League. Benchè sia di fede milanista, sono supporter del calcio inglese in generale. Adoro l’enfasi ed il trasporto con cui i tifosi del Liverpool cantano l’inno e ho voluto lavorarci a modo mio.

Cosa ci dici del brano inedito “Un pazzo come me”?

Il titolo è piuttosto eloquente, sembra un clichè ma alla fine è molto veritiero.

Giuliano Palma

Giuliano Palma

“Alleluja! Tutti jazzisti” è il pezzo che avevi inciso per il progetto “We love Disney”…

Esatto! Adoro il cinema di animazione e ho particolarmente apprezzato il fatto di poter cantare una canzone che vogliono sempre cantare tutti.

Come mai ha preferito dedicarti nuovamente a delle cover invece di dare spazio a dei brani inediti?

Sono pigro, poco prolifico e provo molto gusto nel reinterpretare le canzoni. Inizialmente ero convinto di fare un disco di inediti, poi le varie vicissitudini mi hanno indotto a fare diversamente. Preferisco celebrare capolavori invece di sfornare canzoni mediocri. Sono figlio della cultura pop, ho voluto divertirmi e l’ho fatto soprattutto in funzione dei tanti concerti che terrò prossimamente

 Raffaella Sbrescia

Il Groovin’ Tour di Giuliano Palma, partito dal mese di giugno, prosegue nelle seguenti date: 1 luglio Torino; 23 luglio Palmanova (UD); 10 agosto Attigliano (TR); 17 agosto Palazzo S. Gervasio (PZ); 23 agosto Oliena (NU); 27 agosto Roseto (TE); 28 agosto Budoni (OT); 1 settembre Staranzano (GO); 2 settembre Venezia; 17 settembre Isola del Giglio.

www.giulianopalma.com

https://www.facebook.com/therealgiulianopalma

“Bada Bing” Cris Cab feat. Giuliano Palma

The Strumbellas presentano Hope: “La nostra musica aiuta a superare i momenti bui”

TheStrumbellas_Hope

TheStrumbellas_Hope

The Strumbellas nascono nel 2009 con un EP omonimo che riceve riconoscimenti da numerosi settimanali di Toronto. La CBC inoltre definisce la band come “band to watch”, una band che merita di essere vista dal vivo. Nel 2012 la folk band pubblica l’album di debutto “My Father And The Hunter” un disco pieno di testi tormentati intrecciati con accattivanti melodie. È il 2013 quando viene pubblicato “We Still Move On Dance Floors”, secondo album che vede The Strumbellas vincere sei premi tra cui il loro primo JUNO award. Nei primi mesi del 2015 il gruppo torna in studio per registrare “Hope” il nuovo album pubblicato il 24 giugno 2016 e prodotto da Dave Schiffman (Johnny Cash, Haim, Weezer). Per questo nuovo lavoro in studio The Strumbellas non hanno voluto rinunciare all’uso di numerosi strumenti e ai cori, ormai marchio di fabbrica e segno di riconoscibilità. In diverse canzoni dell’album ricorre la parola “hope”, intesa come una sorta di leit motiv che possa aiutarci ad affrontare con il piglio giusto anche le prove più difficili. In cima alle classifiche delle hits più suonate in Italia con il singolo “Spirits”, la folk band canadese composta da Simon Ward (vocals, acoustic guitar), David Ritter (piano, percussion, vocals), Jeremy Drury (drums, percussion), Isabel Ritchie (violin, vocals), Jon Hembrey (electric guitar), Darryl James (bass) ci ha incontrato negli studi della Universal Music a Milano parlando a lungo di sè e di questi nuovi importanti traguardi.

 Intervista

Partiamo dall’ultimo singolo “Spirits”. Secondo voi da cosa è dipeso il grande successo ottenuto da questo brano?

La canzone rappresenta un invito a vivere al meglio il presente, ad affrontare e superare i momenti bui. Quando scrivi un brano non pensi se funzionerà o meno in radio, cerchi semplicemente di realizzare una bella canzone; sarà forse per questo che il successo di “Spirits” ha sorpreso anche noi!

Nella vostra discografia ricorre spesso il contrasto ancestrale tra vita e morte, come mai?

La nostra musica trae ispirazione dal country americano intriso di storie che parlano di uomini dalla grande personalità che cantano tutta la loro malinconia.  A differenza della tradizione country, però, le nostre canzoni sono come una specie di tunnel: alla fine c’è sempre la luce.

Così come in “Hope” anche in “My Father and the Hunter la natura è uno sfondo importante…

Il Canada è un territorio molto vasto e poco popolato. A due ore da Toronto, la presenza della natura, delle montagne e de laghi diventa davvero imponente; sarà forse per questo che la maggior parte delle  nostre canzoni  è stata scritta on the road.

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo formati nel 2008 a Toronto (Ontario), grazie ad un annuncio di Simon pubblicato su Craiglist, un portale che ospita annunci dedicati al lavoro.

Come siete riusciti a raggiungere l’equilibrio all’interno del gruppo?

Il sistema è piuttosto “democratico” (ridono ndr). Diciamo che Simon comanda e il resto segue.  Sei persone sono tante, a volte gli animi si scaldano ma alla fine ognuno riesce a dare il proprio contributo. Siamo come una grande famiglia e ognuno di noi porta all’interno del gruppo le proprie caratteristiche e le proprie influenze musicali. La cosa più importante è mettere da parte l’ego e portare in studio solo la volontà di lavorare ad un obiettivo comune.

The Strumbellas

The Strumbellas

Qual è il concept che racchiude il significato della copertina del disco?

Volevamo riproporre anche graficamente l’anima del disco “Hope”. Abbiamo conservato l’oscurità e la malinconia contenute nei precedenti lavori aggiungendo elementi di speranza. Il risultato è veramente pittoresco.

Questa estate sarete in tour in Canada e negli Stati Uniti e poi arriverete anche in Italia, il 31 Agosto a Sestri Levante per il Mojotic Festival e il 1° Settembre a Milano per Unaltrofestival. Come descrivereste un vostro concerto?

Il nostro live è una grande festa dove tutti ballano, cantano e si divertono. Quando siamo sul palco saltiamo e coinvolgiamo il pubblico al massimo. Siamo dei pazzi scatenati, venite ad ascoltarci, non ve ne pentirete!

Cosa c’è nel vostro futuro immediato?

Sarà un anno davvero intenso, pieno di concerti e di viaggi in giro per il mondo, speriamo di divertirci il più possibile e di crescere sempre di più!

 Raffaella Sbrescia

Video: Spirits

Acquista su iTunes

Tracklist

HOPE TRACKLIST

1. Spirits

2. Shovels & Dirt

3. We Don’t Know

4. Wars

5. Dog

6. The Hired Band

7. Young & Wild

8. The Night Will Save Us

9. I Still Make Her Cry

10. David

11. Wild Sun

www.thestrumbellas.ca

www.facebook.com/thestrumbellas

https://twitter.com/thestrumbellas

www.instagram.com/thestrumbellas

https://www.youtube.com/TheStrumbellasVEVO

 

 

“Save me”: Joan Thiele è la bella sorpresa musicale di questa estate 2016

thumbnail_CV_Joan Thiele

Joan Thiele è giovane, è talentuosa, ha una voce peculiare e ama sperimentare.  Nata nel 1991 in Italia da madre italiana e papà svizzero-colombiano, Joan conduce una vita che la porta a viaggiare molto spesso, questo le ha consentito di sviluppare un gusto musicale internazionale e variegato, incentrato sul connubio creativo tra sfumature stilistiche diverse. Cantautrice fin dalla prima adolescenza, Joan ha pubblicato il suo primo Ep “Save Me”, lo scorso 10 giugno per Universal Music. Il disco, anticipato dai singoli “Save Me” e “Taxi Driver”, contiene sei brani inediti scritti da Joan (“Save me”, “Cup of coffee”, “Heartbeat”, “Rainbow”, “Taxi Driver”, “You & I”) e una cover di Lauryn Hills  “Lost Ones” in una nuova veste. I brani del disco sono stati registrati fra Milano, Amburgo, New York e Los Angeles e sono stati prodotti da Andre Lindal e Anthony Preston, Farhot, Fabrizio Ferraguzzo e gli Etna. Nate in epoche diverse, le canzoni di “Save me” parlano di storie quotidiane, di momenti di rottura, di scelte coraggiose. A metà strada da acustica ed elettronica, Joan si muove con carisma tra momenti eterei ed altri più ritmici. Title track a parte, il brano più importante del disco è “Rainbow”, una canzone che Joan ha scritto per sua madre; un arcobaleno che vorrebbe raccontare le sfumature di una donna e che, in senso più ampio, racchiude la natura di un progetto affascinante perchè intriso di spunti e contaminazioni assolutamente eterogenei.

Joan sarà in tour, in viaggio sul Red Bull Tourbus, da giugno a settembre 2016 nei più importanti festival estivi italiani  accompagnata dagli Etna: 10 giugno – Milano Market Sound; 21 giugno Roma Rockinroma; 9 luglio – Monza I Days; 16 luglio – Genova Goa Boa; 23 luglio – Vasto Siren Fest; 16 agosto – La Villa Val Badia Jazz; 3 settembre – Treviso Home Fest; 30 settembre – Trieste

Raffaella Sbrescia

Acquista su Itunes

Video: Save Me

Next Posts
TicketOne