Umbria Jazz: il compitino dei Toto e il mecenatismo raffinato di Bosso. I report dei due concerti

Grande attesa per il concerto dei TOTO a Umbria Jazz: l’evento Rock dell’Arena Santa Giuliana. E, pur non essendo fan della band, comprendiamo giustamente gli entusiasmi che hanno accompagnato l’annuncio delle quattro date live in Italia del gruppo statunitense.
I TOTO si sono formati a Los Angeles nel 1976 e, del gruppo originario, è rimasto solo il chitarrista Steve Lukather, accompagnato da Joseph Williams, la più vecchia tra le voci che si sono alternate nel corso degli anni. Tante, infatti, sono state le sostituzioni operate dagli inizi degli anni ’80, e la formazione attuale non ha più quasi nulla di quella originaria.

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Adesso al suo organico oltre a David Paich, che ha collaborato alla realizzazione dei primi album, senza però mantenere una continuità di presenza nel tempo, la band annovera John Pierce, Robert Searight, Steve Maggiora, Dominique Taplin e Warren Ham, e in questa formazione sta portando in giro per il mondo una tournée decisamente impegnativa. Arena Santa Giuliana sold out e fan di più generazioni in modalità “grande evento”. Un grande evento che però, a nostro avviso, ha un pochino deluso.
Innanzitutto la platea è seduta, e seduta rimane fino alla fine del concerto. Ora, la pretesa di far stare sedute le persone durante un concerto rock ci sembra francamente un assurdo. Ricordiamo il meraviglioso concerto di David Byrne del 2018, la gente riversata sotto palco e il frontman del Talking Heads dire chiaramente “o li fate ballare, o fermo il concerto”. E ci saremmo aspettati qualcosa di simile, qualcosa che però non accade fino all’esecuzione degli ultimi due brani. Ecco, in questo senso, il calore che avrebbe dovuto caratterizzare una serata così importante è mancato.

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Sono una band significativa, i TOTO, con i loro 14 album pubblicati, tutti i dischi live, i quarant’anni di attività, ma una band che non si riesce bene a definire in termini di continuità di ascolto, almeno qui in Italia. Parlare dei TOTO significa evocare alcuni grandi successi, come Africa o Rosanna e poco più: ma non alle orecchie del pubblico di Perugia che, regolarmente equipaggiato di maglietta commemorativa, in gran parte i brani se li canta tutti. Evidentemente estimatori.
Ci si sarebbe attesi una partecipazione rock con tutti i crismi, e invece si ha un poco la sensazione di guardarlo in TV, questo concerto. Belli gli effetti luce, le scenografie, bravi loro, ma poco trainanti. E, va detto, il pubblico non ha neppure un granché voglia di essere trainato. Dopo aver assistito all’incredibile live di Kravitz, beh, la delusione è molta.
Il filo conduttore del concerto è un album live, “Whit a Little Help From My Friends” uscito già da qualche anno in cui, oltre ai brani già citati, e ad altri altrettanto noti, vengono proposti brani meno noti, come Georgy Porgy, Pamela, Girl Goodbye. Tutto sulla base di una scaletta già prestabilita che nulla concede a digressioni.
Sul palco non si fanno guardare dietro, grande professionalità, armonie rese alla perfezione, intrecci di note e di strumenti. Un ascolto decisamente gradevole, ma si ha la sensazione di essere di fronte a un pacchetto ben preconfezionato poggiato sul banco di un supermercato. Niente a che vedere con gli acquisti di qualità fatti direttamente in bottega.
Due ore precise di concerto, pubblico, ripetiamo, quasi interamente seduto comodamente in poltroncina (quelle dell’Arena santa Giuliana sono molto comode, va detto), circa 30 minuti persi in chiacchiere, una simpatica presentazione dei componenti del gruppo attraverso l’esecuzione di accenni di brani celebri altrui, 16 brani come da scaletta, e nessun bis.
Il pubblico nemmeno lo chiede, il bis. Si alza, composto, e defluisce.
Nessun delirio, nessuna improvvisazione, nessun mancamento, niente di tutto quello che il rock non chiede: impone. Vero è che un concerto dei TOTO va visto nella vita, ma forse siamo arrivati nel momento sbagliato. Ci duole dirlo, ma un’esperienza assolutamente evitabile.
Nel pomeriggio invece, al teatro Morlacchi, Fabrizio Bosso ha presentato About Ten, progetto realizzato in collaborazione con Paolo Silvestri che ha curato gli arrangiamenti dei brani.

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Si tratta di una rivisitazione di alcuni grandi maestri del Jazz, come Gillespie, Duke Ellington, affiancata dalla proposta di brani originali, nell’esecuzione di Mazzariello al pianoforte, Ferrazza al contrabbasso, e Angelucci alla batteria. Oltre a loro, un sestetto di fiati selezionato tra giovani talenti provenienti da tutta la penisola, e questo è l’aspetto veramente interessante del progetto.
L’impegno del trombettista italiano nel promuovere la musica presso le nuove generazioni è sempre stato alto. I talenti vanno valorizzati, e consentire loro di avvicinarsi a un palco come quello del Morlacchi rappresenta un fattore di notevole motivazione. Della bravura di Bosso non stiamo nemmeno a parlare, ma di questa forma di impegno sì, perché è un aspetto meno evidente ma non meno importante nella realtà musicale di un artista che, giustamente, consideriamo un vanto.
E’ un impegno che va avanti da tempo. Bosso non è nuovo a questo genere di sana sponsorizzazione. Già nel 2021 si rese protagonista di una performance di altissimo livello e coinvolgimento nel progetto Erios Junior Jazz Orchestra, una formazione di ragazzi composta da circa trenta elementi di età compresa tra i 7 e i 20 anni, diretta da Mario Biasio.
E’ importante per le future generazioni di musicisti avere certi riscontri e certe opportunità, e di questa sensibilità, che va ben oltre le potenzialità diaframmatiche del fantastico trombettista, siamo sinceramente grati.

Roberta Gioberti

Umbria Jazz: le Signore dicono la loro, e la dicono a gran voce: Rita Marcotulli, Hiromi e Lizz Whright.

Giornata di scoperte e di conferme la quinta di Umbria Jazz. L’appuntamento pomeridiano in sala Podiani è con Rita Marcotulli. La Signora Marcotulli non ha bisogno né di presentazioni né di referenze. Il suo talento la ha giustamente portata a calcare le scene internazionali, e rappresenta il nostro fiore all’occhiello, per quanto riguarda il Jazz italiano nel mondo.

Ci piace ricordare, anche per motivi squisitamente personali, che è figlia di Sergio Marcotulli, uno dei tecnici del suono più significativi nel trentennio compreso tra il 1970 e il 1990.
Il suo nome e la sua foto comparivano già all’interno dell’album di De André “Storia di un impiegato”, e senza di lui molta della musica che abbiamo conosciuto ed amato, e continuiamo ad amare, non avrebbe suonato così bene.
La sensibilità artistica e quella musicale, quindi, le ha nel sangue, e nel corso della sua oramai quasi cinquantennale carriera è riuscita, con grazia, leggerezza e determinazione, a imporsi sulle scene musicali di tutto il mondo, vantando collaborazioni davvero importanti.

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Nel 2017, proprio qui ad Umbria Jazz venne insignita del riconoscimento di Ambasciatrice dell’Umbria nel mondo, e nel 2019 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella le ha consegnato il premio onorario come Ufficiale della Repubblica. Sempre nello stesso anno la Royal Swedish Academy of Music le ha conferito il ruolo di membro, accanto a nomi del calibro di Path Metheny, Keit Jarret, Riccardo Muti: insomma un monumento.
Arriva con una semplicità che innamora, sembra una farfalla, sorridente, disponibile, è li, la potresti toccare e lo fai, idealmente: una sorta di statua di Donatello che puoi accarezzare in tutto il suo splendore.
Ecco, la semplicità e la disponibilità di Rita sono quasi disarmanti.
Il suo set, per “Piano Solo” si articola su esecuzioni che coinvolgono il pop, la musica da cinema, un emozionante Pasolini, i Beatles…ce n’è per tutti.
Ma la cosa che più colpisce, sono le parole semplici che rivolge al pubblico: ”non lo so nemmeno io che suono, e mi rendo conto che andare a recuperare note distinguibili in un contesto di improvvisazione non è facile”. Si chiama empatia, o ce l’hai o non ce l’hai. Si può essere il top in fatto di conoscenze musicali e decidere, invece di farle cadere dall’alto, di porgerle su un vassoio di umiltà. E’ toccante.
Richiamata in sala (sold out, manco a dirlo) per un bis, gioca col pubblico, lo invita a partecipare, lo abbraccia.
Un monumento che si inchina: pensiamo non esista nulla di più commovente al mondo. Grazie Rita, grazie davvero.
Alle 17, al Morlacchi, in una Perugia che parrebbe meno affollata, ma non nelle sale, si esibisce l’ensemble Something Else: icona del soul jazz.

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Si tratta di una band di sette musicisti, selezionati di volta in volta ad ogni esibizione tra una rosa che annovera i migliori nominativi del genere. Vincent Herring al sax alto, Wayne Escoffery al sax tenore, Jeremy Pelt alla tromba, Paul Bollenback alla chitarra, David Kikosky al pianoforte, Essiet Essiet al contrabbasso. Assente Joris Dudli alla batteria, la sola piccola variazione al programma iniziale, il settetto regala note decise, molto soul, intense e impeccabili improvvisazioni sui singoli componenti, una formula ortodossa e molto valida per una proposta che viene apprezzata dai presenti in sala, sicuramente intenditori ed estimatori del genere.
Possiamo definirla una giornata all’insegna delle eccellenze femminili, quella del 16 luglio: in Arena Santa Giuliana il palco è tutto in rosa, con i concerti di Lizz Whright e Hiromi.

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Hiromi la ricordiamo nel 2017, quando diede vita ad un’esibizione stupefacente. E stupefacente è quanto vediamo su quello stesso palco oggi: una ragazzina, Hiromi, anche se non lo è più anagraficamente, fresca, colorata, originale, ossequiosa, come la miglior tradizione culturale giapponese impone. Parla in italiano, aiutandosi con degli appunti, è segno di rispetto e desiderio di comunicare con un pubblico che la ama: il famoso feedback che spesso fa la differenza.
Accompagnata da tre eccellenti turnisti, propone l’Hiromi’s Sonicwonder, un insieme frizzante di jazz, funky, rock, ma non solo: sul bis la sua esibizione si fa sognante, forse ispirata dalla luna che si staglia sul cielo sereno di Perugia, e ci dona un momento di fiabesca magia.

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Approvazione incondizionata dalla platea, riunitasi tutta sottopalco, e non potrebbe essere diversamente.

Prima di lei, però, sul palco una vera rivelazione, almeno per chi scrive. La divina Lizz Wright, una voce unica, densa, calda, fondente come una tazza di cioccolata in pieno invermo, scende su una platea incantata. Ecco, le cose che ci fanno amare Umbria Jazz: le scoperte.
Una cantante che sa ciò che vuole, che ama l’indipendenza, che ha fondato una sua casa discografica, proprio per avere il controllo diretto sulle sue scelte artistiche, senza dover rendere conto a nessuno: e già qui, tanto di cappello.
E’ blues il suo sound, blues caldo ed elegante, quella voce che smuove lunghi brividi sulla schiena, mentre la temperatura dell’aria pian piano cala, ma non quella dei cuori. Ciò cui assistiamo è davvero emozionante, qualcosa che vorresti non finisse mai. Ha qualcosa che ricorda Tracy Chapman, nelle corde vocali e non solo, e quando ci fa dono di una cover incredibile di “Old Man”, è sicuramente amore.
Insomma, le Signore dicono la loro, e la dicono a gran voce: Rita Marcotulli, Hiromi e Lizz Whright. Una giornata a tinte rosa, ma rosa intenso ad Umbria Jazz. Con buona pace, almeno per oggi, del mondo jazzistico maschile.

Roberta Gioberti

Umbria Jazz 2024: debutto subito stellare con Galliano e Capossela

Galliano @ Umbria Jazz ph Gioberti

Galliano @ Umbria Jazz ph Gioberti

E’una serata inaspettatamente fresca e ventilata quella che fa da cornice al debutto della cinquantunesima edizione di Umbria Jazz, la kermesse musicale ospitata dalla bellissima città di Perugia. Una serata dal clima particolarmente gradevole e non solo per quanto riguarda l’aspetto meteorologico. L’arena Santa Giuliana fa registrare il sold out per due ospiti d’eccezione.
A introdurre gli artisti che per primi calcheranno uno dei palchi protagonisti di questa ricca edizione, come del resto lo sono tutte le edizioni di Umbria Jazz, Nick The Nightfly, dj che cura la diretta per Radio Montecarlo, tra gli sponsor della manifestazione.
Sorridente e visibilmente felice di dare il via alle danze, accompagnato da Adrien Moignard alla chitarra e Diego Imbert al contrabbasso, fa il suo ingresso sul grande palco un gigante della fisarmonica, l’italo francese Richard Galliano, virtuoso di fama internazionale, che con i suoi ricchi e personalissimi arrangiamenti ha di fatto rivoluzionato il panorama musicale di questo strumento, tracciando un solco netto tra un prima e un dopo.

Galliano @ Umbria Jazz ph Gioberti

Galliano @ Umbria Jazz ph Gioberti

Un’esibizione indimenticabile che ha dato modo al pubblico italiano, da cui è molto amato, di apprezzare il suo straordinario talento. Racconta in italiano, Galliano, scusandosi per una pronuncia non proprio perfetta ma assolutamente comprensibile, delle sue precedenti esperienze a Umbria Jazz, che risalgono oramai a una decina di anni fa, e del suo entusiasmo nel tornare nella suggestiva cornice del capoluogo umbro, che lo ha sempre accolto con calore ed affetto.
Il primo dono per il pubblico è nell’esecuzione sublime di “vuelvo al sur” di Astor Piazzolla, compositore con cui Galliano ha un’estrema confidenza e di cui ha praticamente reinterpretato l’intero repertorio.
Sono prevalentemente tanghi e valzer quelli proposti alla platea dell’arena, in una successione rapidissima, interrotta solo da poche parole descrittive: “les feuilles mortes” di Prévert e Kosma si animano sotto i polpastrelli magici del fisarmonicista italo francese, come pure le molte composizioni originali e i tanghi argentini di cui oramai è diventato il più originale e indiscusso ambasciatore.

L’arena si emoziona, avvolta in una nuvola di note magiche, mentre una leggera brezza rinfresca cuori e corpi, invitandoli ad un romantico abbandono.
Un’ora abbondante di intense emozioni, prima di lasciare il posto a un teatrale e gigionesco Vinicio Capossela, che sin da subito e senza indugi si spende in parole a favore della pace. Pace in Palestina, pace in Ucraina, e la musica come ambasciatrice di pace, questo l’incipit di un lungo monologo atto ad introdurre i brani di “Camera a Sud”, album del 1994, che compie trent’anni. Trent’anni egregiamente portati per il terzo album del cantautore nato in Germania, e che porta il nome di uno dei fisarmonicisti più importanti del mondo: quasi che un destino in note fosse per lui segnato dalla nascita.

Capossela @Umbria Jazz oh Roberta Ghiberti

Capossela @Umbria Jazz oh Roberta Gioberti

 Fu Francesco Guccini che scoprì il talento di Capossela, e lo propose al Tenco: un’altra delle cose belle che dobbiamo al Maestrone modenese, pietra miliare del nostro cantautorato più autorevole. Ritmi in odore di sudamerica, arrangiamentti di Antonio Marangolo, che Vinicio stesso ringrazia, dispiaciuto del fatto che non possa prendere parte al live, ma anche ritmi gitani, balcani e jazz, molto jazz, a confermare la magica atmosfera già creata da Galliano. Ed è proprio Galliano che Vinicio invita sul palco, per eseguire insieme Modì, brano che non fa parte dell’album, ma non per questo non penetra nell’anima dei circa 4mila spettatori della Santa Giuliana.
Trent’anni anche per il primo passaggio a Perugia di Capossela, grazie alla figura del compianto Sergio Piazzoli, cui nel pomeriggio è stata dedicata una panchina, con una cerimonia cui lo stesso Vinicio ha preso parte.
Sul palco con Capossela, Enrico Lazzarini al contrabbasso, , Zeno de Rossi alla batteria, Giancarlo Bianchetti alla chitarra, Michele Vignali al Sax, Luca Grazioli alla tromba, Humberto Amesquita al trombone, Raffaele Tiseo al violino, Daniela Savoldi al violoncello e, special guest, Piero Odorici.

Capossela @Umbria Jazz ph Roberta Gioberti

Capossela @Umbria Jazz ph Roberta Gioberti

Una ricca e generosa reinterpretazione di un album che ha detto la sua nel panorama musicale nostrano, e a ragione.
Indugia, si intrattiene oltre il previsto, e si concede un brindisi finale, Capossela, nell’accomiatarsi da un pubblico soddisfatto e festoso.
Se il buongiorno si vede dal mattino, beh, c’è da supporre che sarà una gran bella edizione di UJ, quella di quest’anno.
Roberta Gioberti

“Ballata per un amico” : riviviamo insieme la speciale serata in ricordo di Ernesto Assante. Il live report

E’ stata una festa: una festa che, se l’avesse organizzata lui, sarebbe stata proprio così, come si è svolta.
Gino Castaldo lo conosceva bene, un sodalizio decennale e fraterno, che ha raccontato la musica alle nostre vite in maniera semplice, divulgativa e accessibile a tutti. E nell’organizzarla questa festa, ha tenuto conto di quello che all’amico Ernesto sarebbe piaciuto.
Del resto l’estrazione tanto dell’uno quanto dell’altro non avrebbe potuto partorire niente di diverso che l’esigenza, quasi etica, di portare bellezza al maggior numero di persone possibili: cosa che hanno fatto, e che avrebbero continuato a fare con le Lezioni di Rock, se quel 26 febbraio qualcuno non avesse deciso diversamente. Ero in treno, rientravo da Napoli, da un concerto meraviglioso, e mi rammaricavo del fatto che me la sarei persa la lezione di quella sera…
Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

Ebbi modo di scriverlo qualche giorno dopo: in vita mia non mi è mai successo di assistere a una simile unanimità nel manifestare affetto e dispiacere per qualcuno che se ne va. Non una critica, non una voce fuori dal coro e, semmai c’è stata, è rimasta dentro un pensiero: perché a Ernesto Assante volevamo tutti bene.
La serata del 2 giugno l’ha dimostrato: la Cavea piena e uno spettacolo che, lo so, avrebbe applaudito. E forse l’ha fatto.
Amici vicini, lontani, intimi e meno intimi, persone che non lo conoscevano in maniera diretta, ma sentivano di dovergli molto. C’erano tutti e tutti commossi, ma di quella commozione che non mette tristezza, di quella commozione che vola su uno spartito  e accarezza cuori e anime, di quella commozione che fa stare bene.
Dopo l’intro che omaggia il grande amore di Assante per gli Who, affidata alla Mark Hanna Band  con My Generation, la prima a salire sul palco è una silenziosa Noemi, che ci regala, accompagnandosi al piano “Sono solo parole”: un abbraccio con Castaldo, e via…il ghiaccio era da rompere, lo ha fatto lei, seguita da un altrettanto schivo (come è nel suo carattere) ma incisivo Alex Britti che con “Gelido” torna agli albori della sua carriera, quando furono proprio Ernesto Assante e Gino Castaldo a dargli fiducia. Una fiducia ben risposta in un chitarrista eccezionale, come dimostrerà nell’esecuzione di un breve ma intenso giro di blues: lo stesso che proprio Assante, ne siamo certi, gli avrebbe chiesto.
Ed è uno svilupparsi di serata così, a ritmi serrati, sul filo leggero dei ricordi di molti: Carlo Verdone, a modo suo, con la comicità garbata di cui è capace (non dimentichiamo che è anche un gran musicista, Verdone, e, ho scoperto, anche un bravo fotografo), racconta non solo dei momenti condivisi, ma anche dei momenti di contorno, in particolar modo di quello storico che hanno vissuto insieme. Del famoso concerto dei Beatles all’Adriano, e dell’ attimo imperdibile in cui Anna Magnani, seduta poco più in là con il figlio Luca, si rese conto, con sgomento, che il mondo stava cambiando, e di come il padre lo lusingò con quel concerto: un ricordo che commuove. Si ha la sensazione che non se ne andrebbe mai via, Verdone, e noi continueremmo ad ascoltarlo per ore, se non fosse che al ricordo hanno diritto anche molti altri.
Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

Le Lezioni di Rock in Auditorium venivano accompagnate da brani musicali eseguiti dall’Auditorium Orchestra diretta da Gigi de Rienzo, che ci regala una versione jazz di “Walk on the Wild Side”  e di seguito Niccolò Fabi con una interpretazione unplugged ed eterea di “To be alone whit you”: Sufjan Stevens, uno dei più amati da Assante.
La Lady del pianoforte, Rita Marcotulli, il fiore all’occhiello del nostro jazz, all’appellativo Lady aggiunge un Madonna, e il risultato è stupefacente, come da sempre Rita ci ha abituati.
Luca Barbarossa ricorda quando Assante gli disse che erano stati invitati da Mogol, di portarsi una chitarra, e le sue perplessità nell’ipotizzare di cantare Battisti davanti a Mogol. E così, eludendo il problema del farsetto, decisero per l’Aquila, brano un poco fuori dal circuito più classico del duo,  brano che ci regala, prima di cedere il passo a un parodistico ed esilarante Neri Marcorè.
Mancano ancora due ore al termine di un concerto che non sarà facile dimenticare.
Cristian Mascetta e Gegé Telesforo, eseguono un blues per voce e chitarra, mentre Servillo legge Kerouac da, “On the road”, un brano che generazionalmente appartiene a tutti noi.
Ha tenuto a esserci Francesco De Gregori, e sappiamo quanto sia schivo il cantautore romano:  “Nino” prima e poi  “Sempre e per sempre” che fa inumidire gli occhi a molti. Forse anche a Manuel Agnelli che, visibilmente commosso, intona dopo di lui una sentita “A long a winding road”.  Chi non ha ancora ceduto al pianto cede e sì, fa tanto bene commuoversi.
Per Stefano di Battista c’è da stare “Attenti al lupo”, mentre una meravigliosa ed eternamente giovane  Elena Sofia Ricci ci racconta la Guerra di Piero, e le serate trasteverine trascorse insieme a Assante e Castaldo, serate in cui la facevano cantare, e lo fa con un evidente riverbero di commozione nello sguardo.
Un lungo intervento di Luca de Gennaro chiama in causa anche Stefano Mannucci, che è tra il pubblico, con Carlo Massarini e Guido Bellachioma, e racconta di come Assante sia sempre stato l’uomo del Noi e mai l’uomo dell’Io, come i suoi entusiasmi dovessero trovare indispensabilmente un seguito, e come si procedesse tutti con lo stesso passo, con Assante alla conduzione di qualsiasi cosa. Ed è una lunga introduzione all’esibizione di un gruppo, i Dimensione  Brama, molto apprezzato da Assante: a ragione come potremo verificare.
Usare il termine “esibirsi”, non è  appropriato, per la verità, perché nessuno dà la sensazione di esibirsi, ma più quella di partecipare.
Ed è il grande desiderio di partecipazione che fa intervenire da Milano via etere Max Pezzali, con un ricordo tutto suo.
Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

Ballata per un amico in ricordo di Ernesto Assante ph Roberta Gioberti

E ancora Tosca, con l’incantevole come sempre Giovanna Famulari al violoncello, e col sostegno alla voce di Fabia Salvucci, giovane promessa della canzone popolare italiana che Assante aveva ben individuato, ci regala “Voglio una casa”,  precedendo Giancarlo De Cataldo, che ha condiviso con Assante l’esperienza di Radio Blu, e che legge un passo molto significativo tratto da “1977 – Gioia e Rivoluzione”: il commento musicale curato sempre dall’Auditorium Orchestra vola nel vento sulle note e le parole di Dylan.
Ancora Francesco Motta, che strappa un sorriso alla platea quando dice che Gino e Ernesto gli facevano capire cose delle sue canzoni che nemmeno lui capiva.
E’ poi il momento di un provato ma disponibile Raiz, la scommessa degli Almamegretta, che porta in pista Pino Daniele, già ricordato con un filmato a inizio serata, intonando “Ue’ Man” e “Puozz passa’ nu guaio”, arrangiate sempre da De Rienzo che ha concluso con il cantante partenopeo da poco un bel progetto sul Pino nazionale.
Il gran finale vede tutti sul palco, insieme alla Mark Hanna Band in una corale “Sweet home Chicago”, che saluta il pubblico ed Ernesto: e siamo sicuri che se l’è goduta tutta la serata, perché c’era, era con gli artisti, col pubblico, nell’affetto sincero e nelle lacrime che sono sgorgate, negli applausi e nelle risate, nel repertorio che ciascuno ha eseguito in maniera conforme ai suoi gusti e non ai propri, nel saluto davvero commosso di chi questa serata ha voluto con tutto l’impegno, Daniele Pitteri.
Un ciao, un arrivederci, un non smetteremo mai di ascoltare la bella musica, di vivere la bella musica, così come per quarant’anni ci hai insegnato a fare.
Roberta Gioberti

Marlene Kuntz portano il Catartica tour all’Orion di Roma ed è un’onda di pura energia

Cosa resterà di questi anni ottanta, si chiedeva Raf. Oggi possiamo dire tanta, tantissima buona musica. Così tanta e così buona che gli anni novanta si sono trovati a cercare disperatamente una dimensione musicale che potesse rappresentarli al meglio, senza dover necessariamente scadere nel manierismo. E se all’estero il grunge stava assolvendo al ruolo di manifesto di una crescente necessità di trovare una forma espressiva che raccontasse quegli anni, in Italia quel vuoto doveva essere in qualche modo riempito.

1994, Cuneo: un terremoto scuote il panorama musicale italiano, e non sarà possibile dimenticarlo. In una città così lontana dai centri che per tradizione sfornavano da sempre le novità discografiche d’interesse, prese corpo e scrittura un album dal titolo emblematico: “Catartica”.

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Tre ragazzi si affacciavano alla scena musicale e lo facevano con il senso di inquietudine proprio di quegli anni. Il bisogno di ritrovare il sorriso a tutti i costi degli anni ’80 (almeno musicalmente parlando) lasciava la scena al desiderio di tornare a lavorare sulle emozioni e sui sentimenti a livello più profondo, di spezzare catene che, nel lungo periodo si erano trasformate da avvolgenti virgulti in vere e proprie selve oscure e impenetrabili dell’animo umano. Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia divennero portavoce di un nuovo movimento musicale che si prefiggeva di rompere con gli schemi sincopati e ritmici degli anni precedenti e fare emergere sonorità aspre, per certi aspetti evocative del prog strettamente inteso, e testi che ne fossero all’altezza.

Sono trascorsi 30 anni, e siamo all’Orion, a Roma, gremito come non mai per celebrare un anniversario davvero speciale. Un pubblico eterogeneo, ma ben intenzionato a stare lì per questo evento e non solo per riempire una serata un poco noiosa, come troppo spesso accade. C’è chi quell’esordio lo ricorda bene, perché può dire “io c’ero” e lo ha guardato in tempi coetanei con la meraviglia di un bambino, gomito a gomito con un pubblico più recente ma non meno affascinato. Si spengono le luci, parte la musica e Cristiano Godano e i suoi compagni irrompono sul palco a far esplodere una carica immediata che travolge ogni anima presente. La scaletta è un viaggio a ritroso nel tempo, un tuffo deciso nelle atmosfere di Catartica. Brani iconici come Musa Distratta e Lieve si alternano a gemme nascoste, regalando al pubblico un’atmosfera ricca di emozioni. La band è in forma smagliante, non li dimostra i suoi anni, Godano ipnotizza con la sua voce graffiante e intensa, è un vortice che travolge, un’onda di pura energia che non lascia scampo.

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Un tuffo nel passato che non cede mai alla nostalgia: arrangiamenti inediti donano alla rivisitazione dei brani di Catartica una nuova linfa e una freschezza inaspettata. Due ore di musica intensa, un vortice di potenza che si accompagna ad un’apoteosi di applausi e alla consapevolezza che si sta assistendo a un evento irripetibile. I Marlene Kuntz, come sempre, non sono solo una band, sono un’esperienza, che ha segnato la vita di una generazione e che continua ad emozionare trent’anni dopo come il primo giorno. Un’esperienza che culmina nell’intenso momento di commozione che accompagna il ricordo di Luca Bergia, membro fondatore, recentemente e prematuramente scomparso: la sua presenza aleggia sul palco invisibile ma ben palpabile.

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Marlene Kuntz ph Roberta Gioberti

Tutte le date del tour sono sold out, ma la speranza è che i Marlene Kuntz decidano di regalare ai fan un tour estivo, un’ultima occasione per lasciarsi travolgere dall’onda di note senza tempo di questa band che è oramai a pieno titolo entrata di diritto nella leggenda del rock nostrano. No, non è una “festa del cazzo”, citando un loro noto motto, ma una festa che, idealmente, continuerà a risuonare per sempre.

Roberta Gioberti

Daniele Silvestri live: trenta concerti a Roma per emozionarsi, divertirsi, sognare, riflettere ed essergli grati.

Il tempo vola, e Daniele Silvestri lo marca a ritmo di musica e versi. L’idea di tenere trenta concerti a Roma in occasione del trentennale di carriera, è sicuramente singolare, e potrebbe sembrare, di primo acchito, partorita da una mente megalomane e autoreferenziale. Ma già dalle prime slides che scorrono sul grande schermo che fa da fondale all’intima scenografia dello spettacolo che il cantautore romano presenta all’Auditorium Parco della Musica di Roma, si capisce che, in realtà, si tratta di ben altro.

Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

E’ un racconto, il racconto di una storia che ne contiene molte altre, come in un gioco di scatole cinesi: un racconto articolato su più puntate, che poco delega all’autoreferenzialità, lasciando molto spazio ai contributi fondamentali di quanti, nel corso di questi anni di carriera, hanno concorso ad arricchirla e a farla crescere, fino a consacrarla ai nostri giorni come quella del più talentuoso e poetico cantautore di seconda generazione.
Uno spettacolo denso di parole: ed  è proprio dalla parola che comincia, Silvestri, da quell’elemento che ci permette di raccontare le storie.
Già, perché le parole non creano le storie, ma le raccontano. Le storie sono lì, nella vita di tutti i giorni, nelle cose che facciamo, nelle persone che incontriamo, nelle esperienze di viaggio, nel consolidarsi di amicizie, nei ricordi di infanzia, nelle gesta della squadra del cuore, nelle collaborazioni artistiche: sono decine, centinaia di storie che, a volte, diventano canzoni.
Le parole Silvestri  le ha ereditate dal padre, la musica per farle vivere dalla madre, e sono rapidissimi gli accenni ai primi anni di vita e al contesto familiare, prima che “L’Uomo intero”, intensa dedica alla figura paterna, si diffonda sulla gremita sala Petrassi, già introdotta allo spettacolo da alcuni minuti di racconto “rappato” alla sua maniera, con quel modo elegante e pieno di fraseggi a volte anche improvvisati cui ci ha abituati nel corso del tempo.
Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Il concerto sarà lunghissimo, lo sappiamo, ma la cosa non ci preoccupa, perché Silvestri è una garanzia e di sicuro saprà tenere alto il tono e l’attenzione, accompagnandoci attraverso la narrazione di questi trent’anni durante i quali le sue note hanno raccontato anche molto di noi, in percorsi a volte incidenti, altre volte paralleli, accarezzando i nostri stati d’animo con poesia ma anche con molta ironia.  Il percorso musicale si dipana tra le note di Mi Persi, Acrobati, La Mia Casa, Desaparecido, L’uomo col Megafono, Le strade di Francia, tutto sostenuto in maniera magistrale dalla band con cui Silvestri collabora da anni: Piero Monterisi alla batteria, Gianluca Misiti alle tastiere, Jose Ramon Caraballo alle percussioni e alla tromba, Gabriele Lazzarotti al basso, Marco Santoro al fagotto, tromba e cori, Duilio Galioto a tastiere e cori e Daniele Fiaschi alle chitarre.
Un primo atto intenso, che riprende, dopo una decina di minuti di pausa, con l’ospite di turno.  Da Max Gazzé, a Cammariere, a Finaz, a Rodrigo D’Erasmo: trenta ospiti diversi, uno per serata. Per ospitarli, una piccola “rubrica”: Le cose che abbiamo in comune.
Questa sera è il momento di Petra Magoni, e dei suoi virtuosismi vocali che si alternano ai racconti delle esperienze vissute insieme, di quelle parallele e al  ricordo dei mentori condivisi.
Per lei “La doccia”, perfetta in un duetto dai toni graffianti, e l’incantevole “L’Autostrada”, che, a mio avviso, rimane il più bel brano del cantautore romano.
Petra Magoni non è un’ospite “facile”, e Silvestri ne è pienamente all’altezza, assecondandone la gestualità, l’estro vocale e la simpatica impertinenza.
Al pubblico, canti a due voci irripetibili, consumati alla carta in  un momento di altissima performance musicale e teatrale.
Daniele Silvestri e Petra Magoni @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Daniele Silvestri e Petra Magoni @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

E’ poi la volta di un ospite virtuale, Fulminacci, e del brano scritto a quattro mani “L’uomo allo specchio”: già, perché in questo racconto non manca l’attenzione che Silvestri rivolge ai cantautori di terza generazione, come ha dimostrato al grande pubblico nella collaborazione con Rancore, che è proseguita sui palchi, dopo l’esibizione sanremese di tre anni fa, e che ha riscosso il consenso della critica e della stampa.
Ancora a seguire, il meraviglioso filmato “A Guerra Finita” di Simone Massi, già proposto nel precedente tour e oggetto di un riuscito esperimento, ad accompagnare la conosciutissima “Il mio Nemico”, brano che surriscalda una platea  molto coinvolta, e il commovente omaggio a Gino Strada, alla sua memoria, con “Le Navi”, occasione per lanciare l’appello per Emergency e per la Life Support.  E, da volontaria di Emergency, approfitto di questo spazio per ringraziare di cuore per il sostegno, che va avanti da anni.
Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Siamo arrivati ai bis, a concludere in leggerezza con “La Paranza” e il finale canonico e catartico di “Testardo” che vede un pubblico travolgente e travolto portarsi sotto palco per i saluti.
30 anni di carriera e più di 180 brani pubblicati:  sicuramente il materiale per 30 concerti c’è. E anche la voglia in qualcuno, sicuramente, di tornare una seconda volta.
Non resta che l’applauso lunghissimo, l’abbraccio del pubblico romano (in realtà molti vengono da fuori),  e il grazie da parte nostra a un ragazzo, oramai uomo, che ci ha fatto emozionare, divertire, sognare, ballare e urlare per 30 anni. Un grazie che parte da Roma e arriva lontano: alle nostre emozioni e alle nostre coscienze.
Roberta Gioberti
Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Daniele Silvestri @Auditorium Roma ph Roberta Gioberti

Le date del Tour, prodotto da OTR LIVE, che ringraziamo, le trovate di seguito.
Gennaio
18, 19, 20, 21, 26, 27, 30, 31
Febbraio
1, 2, 26, 27, 28
Marzo
1, 2, 3, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 15, 27, 28, 29
Aprile
11, 12, 13, 14

Colapesce e Dimartino live all’Alcatraz di Milano: il live report del concerto

Un bagno di folla all’Alcatraz di Milano per Colapesce e Dimartino ha avuto luogo lo scorso 5 dicembre in occasione del loro concerto meneghino. I due cantautori siciliani, reduci dalla pubblicazione dell’album “Lux Eterna Beach”, conquistano il pubblico con un live tirato, muscolare che non si perde in orpelli e lazzi ma va, bensì, dritto al sodo. Massiccia è, difatti, la sostanza testuale, linguistica, filosofica che permea la scaletta del duo che, chiaramente, coglie l’occasione per prendersi la libertà di esprimere al meglio la propria estetica musicale veleggiando dal pop al post rock senza soluzione di continuità. Leggerezza e moralismo s’intersecano divertendo ma anche stordendo il pubblico che si lascia quindi trasportare sulle onde di uno sciabordìo emotivo dolce e succulento.

La scaletta del live è articolata: metafisica e retorica lasciano trasudare fili di inquietudine esistenziale, stralci di ironica derisione intaccano la deriva socio-culturale in cui siamo impantanati da un paio di decenni. L’introspezione lascia spesso spazio al sorriso, a tratti amaro, a tratti squisitamente rilassato.

Surreale pensare che i due successi sanremesi “Musica leggerissima” e “Splash” abbiano spalancato le porte mainstream a due penne affamate di vita e di emozioni che, da anni, regalano perle cantautorali di spessore. La formula vincente ha attecchito tra grandi e piccini ma sono i cultori della bellezza linguistica che apprezzano fino in fondo le molteplici sfaccettature che rendono i testi di Colapesce e Dimartino delle miniere da cui estrarre suggestioni, visioni e rimandi generazionali.

In scaletta trovano posto i brani  dell’ultimo album ma anche quelli tratti da “i Mortali”.  Tra tutti citiamo Luna araba”, “Sesso e architettura”, “Considera” e “Noia mortale, “Ragazzo di destra”, “Rosa e Olindo”, “Il cuore è un malfattore”, L’ultimo giorno”. Ospite a sorpresa sul palco anche Joan Thiele, che propone live il duetto inciso in “Lux Eterna Beach”: “ Forse domani”. Molto significativo l’omaggio a Ivan Graziani grazie al brano “I marinai”, donato dalla famiglia del cantautore a Colapesce e Dimartino che ne hanno recuperato alcune registrazioni vocali. Il brano è stato eseguito dal vivo durante il concerto insieme a Filippo Graziani, figlio di Ivan, che ha illuminato il pubblico con la sua grazia vocale.

“Siamo le cicale, le cicale e anche se non ci piace, continuiamo a cantare pure nel dolore, sotto questo rumore”, cantano Colapesce e Dimartino che, da soli o insieme, si confermano una felice certezza all’interno del panorama musicale italiano.

Raffaella Sbrescia

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E ora balla con me: la poliedricità di Elodie irradia di sensuale leggerezza il Mediolanum Forum di Milano

Lo show di Elodie è arrivato al Mediolanum Forum di Milano riempendolo in ogni suo anfratto per due sold out sonori e pregni di significato. Reduce dalla pubblicazione dell’clubtape Red Light dello scorso 6 ottobre, Elodie porta tutta la sua essenza sul palco mettendo a punto ogni minimo dettaglio dei 5 blocchi che compongono una performance matura, complessa, versatile e fortemente improntata a rimarcare la sua potente unicità. Molteplici sono infatti le forme espressive  con cui Elodie si misura sempre con grande coraggio e impegno. La sua tangibile voglia di mettersi in discussione si riversa in variegate modalità ma il minimo comun denominatore è sempre contrassegnato dalla linearità con cui Elodie raggiunge risultati di elevato spessore performativo.

foto-elodie-forum-20-novembre ph  Frncesco prandoni

foto-elodie-forum-20-novembre ph Francesco prandoni

Il suo nuovo live, scandito, tra l’altro, anche da ben quattro cambi d’abito con creazioni custom made di Atelier Versace, dura circa 90 minuti, si apre sulle note “Purple in the sky” e continua con ”Strobo”, “Guaranà”, “Nero Bali”, “Andromeda” attraversando un andirivieni temporale del tutto pensato in funzione dell’efficacia in termini di ingaggio da parte del pubblico astante. In forte risalto anche e soprattutto la libertà con cui Elodie mette in risalto la propria sensualità sancendone un’importanza di rilievo in termini di affermazione identitaria ed espressiva. Elodie trascende i limiti ma soprattutto i pregiudizi, attinge dal suo vissuto a piene mani riuscendo a ritararne i contorni adattandoli ad un contesto glam e patinato in cui 11 danzatori la valorizzano e la incorniciano sotto la supervisione di Irma di Paola e Francesco Cariello.  A dare valore aggiunto al progetto, c’è la collaborazione di Elodie con (RED), organizzazione no-profit fondata nel 2006 da Bono e Bobby Shriver che si avvale dell’aiuto dei personaggi e brand più iconici per creare prodotti ed esperienze al fine di raccogliere fondi per contrastare le crisi sanitarie globali. Ad oggi, (RED) ha generato oltre 750 milioni di dollari per il Fondo Globale, uno dei maggiori finanziatori al mondo della salute globale, aiutando più di 245 milioni di persone. Elodie darà il suo contributo alla causa  donando il 100% dei profitti derivanti dalla vendita della t-shirt (RED) LIGHT per sostenere gli sforzi di (RED) nel portare programmi sanitari salvavita a donne e ragazze nell’Africa subsahariana.

foto-elodie-forum-20-novembre ph  Francesco prandoni

foto-elodie-forum-20-novembre ph Francesco prandoni

Lo spessore culturale cammina perciò a braccetto con ballo, leggerezza e spettacolo. Elodie lascia tutti a bocca aperta con un paio di riuscite incursioni sul palo da pole dance, omaggia Raffaella Carrà con un bel medley rivisitato e infine chiama sul palco l’iconico e, ormai amico, Marco Mengoni, il cui ingresso  on stage viene sancito da un vero e proprio boato del pubblico. Il ritmo è fluido così come la sensazione di brillante leggerezza che accompagna lo scandire della scaletta che non si lascia sfuggire l’occasione di mettere in risalto  le numerose collaborazioni di successo che si sono intervallate negli anni, così come i successi sanremesi. Il dado è tratto Elodie, la prossima sfida all’orizzonte è lo Stadio. Staremo a vedere.

Raffaella Sbrescia

ELODIE SHOW 2023 – 20 NOVEMBRE @MEDIOLANUM FORUM

PURPLE IN THE SKY

DANSE LA VIE

STROBO

GUARANÀ / NERO BALI

OK. RESPIRA

ANDROMEDA

VERTIGINE

AMERICAN WOMAN

PENSARE MALE

A FARI SPENTI

RED LIGHT

GLAMOUR

ELLE

EUPHORIA

ASCENDENTE

LONTANO DA QUI

LA CODA DEL DIAVOLO

MAI PIÙ

BOY BOY BOY

TRIBALE (a far l’amore)

CICLONE

DUE

PAZZA MUSICA con Marco Mengoni

NO STRESS con Marco Mengoni

MARGARITA

BAGNO A MEZZANOTTE

 

Klangphonics live alla Santeria di Milano: l’esordio italiano del trio tedesco è un successo.

I Klangphonics sono un trio tedesco che produce ed esegue musica elettronica dal vivo utilizzando una combinazione di elementi elettronici, strumenti acustici ed elettrodomestici. Ieri 13 ottobre 2023 alla Santeria di Viale Toscana a Milano, il gruppo ha portato per la prima volta in Italia le sue peculiari sonorità house dal vivo con un concerto sold out. Preceduti da un energico dj set del tastierista Markus Zunic, i Klangphonics si sono cimentati in un saliscendi sonoro che ha virato dalla deep house alla techno melodica. La miscela perfetta del trio è data dall’insieme di batteria, chitarra e percussioni fusi con sintetizzatori e sequencer.

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La performance è molto dinamica e variegata, l’atmosfera è quella di un club e l’energia è di tipo deflagrante. Il piglio è ondulatorio ma costante. Dalla pubblicazione dell’ep di debutto, ‘Songs To Try’, alla fine del 2021, i Klangphonics hanno creato un rapporto virtuale con una fanbase sempre più ampia utilizzando i social media in modo creativo e originale. I loro caratteristici video che combinano la musica techno-house con strumenti acustici hanno infatti guadagnato milioni di visualizzazioni e ottenuto l’approvazione di produttori famosi come Boris Brejcha o Victor Ruiz. Dal vivo piglio, carisma e sudore fluttuano tra una traccia e l’altra, senza soluzione di continuità, il pubblico è entusiasta e partecipe in un fluido scambio di energie primordiali.

L’esordio italiano dei Klangphonics è un successo, ora non gli resta che portare la loro musica techno dal vivo nei locali di tutta Europa.

Raffaella Sbrescia

Muse allo Stadio San Siro di Milano: il live report del concerto

La notte dei Muse allo Stadio San Siro di Milano inizia con il riscaldamento rock dei Royal Blood. Un’ora di set ispirato all’hard rock inglese anni ’70 che mette subito in chiaro le premesse: stasera si fa sul serio.

Alle 21.23 ecco i protagonisti dello show comparire sul palco: i Muse ci proiettano subito in uno spazio temporale ambientato nelle atmosfere del loro ultimo album Will of the people in cui la resilienza dei ribelli diventa emblema di tutto il concept del concerto. La triade britannica composta Matt Bellamy, Chris Wolstenholme  Dominic Howard aggiunge il polistrumentista Dan Lancaster alle tastiere per un live tiratissimo con pochi interventi extra e costellato di luci piazzate su tutti gli elementi strategici: dagli strumenti, alle maschere indossate, agli outfit, a quelle piazzate sotto e sopra il pavimento, molto più simile a una graticola su cui bruciare nel fulgore della notte.

Muse ph Henry Ruggeri

Muse ph Henry Ruggeri

La scaletta inizia con la title track “Will Of The People“ mentre l’acronimo del titolo prende letteralmente fuoco a tempo di riff sulle teste dei Muse. A seguire il ritmo rimane sostenuto con  “Hysteria” prima e con “Psycho” poi. La ormai nota cura per i dettagli è un marchio di fabbrica in casa Muse eppure l’audio a San Siro non è davvero all’altezza delle aspettative.

Un’altra evidenza palese è la risposta del pubblico rispetto all’esecuzione dei brani tratti dall’ultimo album di fronte ai grandi classici: la sequenza di “Compliance”, “Thought Contagion” e “Verona” scorre via senza particolari guizzi. La chiosa dei coriandoli rianima il parterre che esplode sulle note di  “Resistance”, tanto per ribadire quale sia la “Volontà del popolo”. Bisogna però sottolineare che le canzoni dei dischi precedenti sono state inglobate in un concept show organico che segue una trama ben precisa. Il  rock distopico e antisistema  dei Muse viene declinato in uno show spettacolare, ricco di effetti speciali, con scenografie molto impattanti e a tratti perturbanti. I riff di chitarre elettriche e i cori di protesta rappresentano la metafora con cui incarnare il rancore dei rivoluzionari che animano i video e le canzoni dei Muse. In “You Make Me Feel Like It’s Halloween” prende vita mentre la maschera del personaggio animato alle sue spalle dei Muse. I volti di Jason Voorhees, Freddy Krueger, Ghostface, della bambola assassina Chucky, di Saw L’Enigmista e di altri serial killer dell’immaginario cinematografico si alternano colpendo allo stomaco.

Muse ph Henry Ruggeri

Muse ph Henry Ruggeri

A seguire “Madness” e poi la spettacolarità massima con “Time Is Running Out” e la potente “Plug In Baby”. Molto ricca anche l’esecuzione di “Won’t Stand Down” e  “Supermassive Black Hole”. A chiudere il concerto c’è “Knights Of Cydonia” con l’irrinunciabile tema de L’uomo con l’armonica di Ennio Morricone a fare da intro. Le due ore di rock serrato dei Muse si concludono così: 27 canzoni (sette dall’ultimo disco) con il busto di un Satana rivoluzionario a sovrastare il palco. Il messaggio è come sempre passibile di plurima interpretazione. La certezza è che il rock dei Muse è vivo e splende in mezzo a noi.

Raffaella Sbrescia

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