“Vulcano sono io!”. Intervista a Clementino

Clementino_vulcano - cover album

Clementino_vulcano – cover album

Esce oggi “Vulcano”, il nuovo album d’inediti di Clementino, il quinto da solista. Il disco contiene 13 tracce e rappresenta una precisa fase artistica del rapper che in questo lavoro ha voluto mettere a fuoco se stesso e la propria carica adrenalinica senza alcun featuring e con l’ausilio di tante nuove sonorità.

Intervista

Qual è il filo conduttore che lega le tracce di questo tuo nuovo lavoro?

Mi circondo sempre di tanta napoletanità. La cosa è testimoniata dal titolo dell’album: “Vulcano”. Il legame non è solo con il Vesuvio ma anche con la mia dirompente personalità. Con questo album ho cercato di riprendere il discorso di “Napoli Manicomio”. Negli ultimi 10 anni ho dato le mie strofe praticamente a tutti. Ho fatto decine di featuring ma ora ho detto basta, adesso è il momento di concentrarmi solo su di me. Un po’ come facevano gli umanisti: ci sono io al centro di tutto (ride ndr).

In queste nuove canzoni c’è tanto dialetto, non temi di perdere del potenziale pubblico?

Nelle mie canzoni mi muovo alternando italiano e dialetto cercando di creare il giusto equilibrio. In ogni caso anche se vado a cantare a Treviso, il pubblico vuole “Clementino ca spacc’ e vetrine”. Tra l’altro con il grande successo di alcune serie tv, il napoletano è stato ormai sdoganato ovunque.

Come ti approcci alla scrittura?

Non scrivo mai senza base, non ci riesco.   A seconda dell’atmosfera, scrivo cose diverse.

In questo album ci sono dei suoni molto variegati con ampi riferimenti alla tradizione napoletana…

A differenza dei miei lavori precedenti in cui cercavo di fare le cose che piacevano agli altri, stavolta ho cercato le cose che piacevano a me. “Vulcano” rappresenta me stesso: ci sono beats anni ’90, beats napoletani, un pizzico di trap e una manciata di richiami alla West Coast dove sono stato di recente.

Nelle tue canzoni parli spesso dei più giovani, che tipo di responsabilità senti di avere?

Non mi sono autonominato voce di una città o dei giovani. Sono il rapper che è ascoltato dalla mamma e dalla fidanzata. Ho fatto l’animatore turistico per 12 anni, ero l’outsider che copriva tutti i ruoli, lo sono anche nel rap perché abbraccio tutti i temi. D’altronde le mie iniziali parlano chiaro: MC sta per maestro di cerimonie. Da bambino salivo sul tavolo con la penna a mò di microfono e facevo lo show di Clemente, i miei genitori recitano fin da quando ero piccolo ed è forse anche per questo che ho sempre sognato il palco. Mi faccio portavoce di un genere ben definito: il black pulcinella, un tipo di musica che unisce l’eredità lasciata da Pino Daniele al mondo hip hop. Mi sento un vero Pulcinella: allegro fuori e triste dentro.  Il disagio psicologico lo tiro fuori attraverso la musica. Vengo dalla terra dei fuochi, un posto dove i ragazzi hanno pochissime possibilità e anche se qualcosa si sta iniziando a muovere, ci vorranno anni prima che la gente possa smettere di morire per mano della criminalità. A Cimitile ho aperto una scuola calcio per bambini, la “Iena Soccer Academy”, con il ricavato di ogni torneo compriamo defibrillatori e macchinari per gli ospedali; cerco di muovermi il più possibile per il sociale. C’è il Corriere della Iena, poi c’è l’iniziativa denominata “I messaggeri del Vesuvio” in cui invito i giovani emergenti a rappare con me.

Com’eri da adolescente?

Sono sempre stato molto disordinato e con la testa per aria. A scuola venivo continuamente ripreso perché mi perdevo in una sorta di torpore da sognatore incallito. Ho viaggiato molto, con la testa e non. Quando ho cominciato a fare le gare di freestyle affrontavo lunghissimi viaggi ma non mi sono mai fermato. Ho fatto tante comparse in teatro e qualcosa anche al cinema poi, però, le cose si sono ribaltate da un momento all’altro.

Sfizioso il video del nuovo singolo “Tutti scienziati”…

L’idea è di mio fratello Paolo. Abbiamo pensato dapprima a Emmett Brown di “Ritorno al futuro”, poi a Frankestein Junior e infine a Leonardo da Vinci. Abbiamo fatto riferimento a “Non ci resta che piangere” senza scimmiottare Troisi e Benigni, ci siamo solo ritrovati a vivere la loro esperienza. Poi abbiamo coinvolto i The Jackal con la loro parodia de “Gli effetti di Gomorra sulla gente” e ci siamo divertiti davvero molto. Con questo video mi è venuta voglia di fare cinema, magari con un bel ruolo comico. Ho studiato all’Università dello Spettacolo e mi sono laureato con il massimo dei voti. I miei genitori recitano il repertorio di De Filippo e Scarpetta, mi piacerebbe avere qualche ruolo da recitare anche se nelle mie esperienze precedenti interpretavo sempre me stesso. Per ora, in ogni caso, mi concentro sul rap che rimane la cosa che so fare meglio.

A proposito di cinema, come mai hai dedicato un brano al regista Paolo Sorrentino?

Tempo fa sono stato a casa di un amico che aveva il cofanetto con tutti i suoi film. Li ho guardati tutti, uno dopo l’altro e mi sono innamorato di Sorrentino. All’inizio la canzone si chiamava “L’uomo in più”, poi l’ho intitolata con il nome del maestro che, proprio ieri mattina, mi ha telefonato per ringraziarmi. Abbiamo parlato tutto il tempo in dialetto, gli ho promesso di raggiungerlo a Roma per stringergli la mano.

Clementino

Clementino

Il tuo contributo all’interno del docufilm dedicato a Pino Daniele è stato uno dei più apprezzati. Che ricordo hai di lui?

Pino è stato il mio maestro, ho scritto una canzone per lui mettendo nero su bianco un flow che mi usciva direttamente dal cuore. Quando Verdelli mi ha chiesto di partecipare, ho voluto recitare a cappella quei versi, sono l’ultimo artista con cui Pino ha collaborato e conservo un prezioso ricordo di quando lo incontrai, terrorizzato, per la prima volta. Sono davvero onorato di aver avuto la preziosa possibilità di collaborare con lui, ascolto ancora oggi le sue canzoni, me lo sono persino tatuato sulla pelle. Cercherò di mettere sempre qualche suo verso nella mia musica.

Una delle canzoni più forti del disco è “Spartanapoli”.

Difficilmente scrivo roba incazzata, questa è una storia di strada. Il rap è verità e io cerco di mettere nero su bianco quello che vedo per strada.

Potente il dissing virtuale che proponi in “ ‘A capa sotto”

In effetti c’è tanto “explicit content” ma il freestyle è una cosa che fa bene, la sana competizione è la linfa dei rapper.

Che fine farà l’amata cover “Svalutascion”?

Dopo il plauso dell’orchestra sanremese mi aspettavo un destino diverso per questa canzone. L’arrangiamento l’aveva resa simile alla colonna sonora di un film di Tarantino, spero di riuscire a portarla nei miei nuovi live. A proposito, a maggio partirà la mia tourneè europea, poi da giugno a settembre girerò l’Italia. Stare con il pubblico è la mia forza, sono uno del popolo.

Raffaella Sbrescia

La tracklist di “Vulcano”

UE’ AMMO (prodotto da Deliuan)

STAMM CCA’ (prodotto da TY1)

CENERE (prodotto da Shablo)

TUTTI SCIENZIATI (prodotta da Marz)

KEEP CALM E SIENTETE A CLEMENTINO (prodotto da Amadeus)

RAGAZZI FUORI (prodotto da Shablo e Zef)

DESERTO (prodotto da Shablo)

JOINT (prodotto da Yung Snapp)

COFFEE SHOP (prodotto da Swan)

LA COSA PIU’ BELLA CHE HO (prodotto da Deleterio e Fabrizio Sotti)

SPARTANAPOLI (prodotto da Shablo)

A CAPA SOTTO (prodotto da Swan)

PAOLO SORRENTINO (prodotto da David Ice)

Ketty Passa presenta “Era Ora”: il linguaggio urban arriva in Italia. Intervista

Ketty Passa_cover ERA ORA

Ketty Passa_cover ERA ORA

KETTY PASSA è cantante, musicista, performer, speaker e presentatrice televisiva, collabora come cantante con il progetto Rezophonic e come dj/selecter per la serate di Milano Pink Is The New Black, progetto itinerante e tutto al femminile, e Smashing Wednesday. Ha lavorato, tra gli altri, con Rock TV, Deejay TV e Radio Popolare. È deejay e consulente musicale del programma di Rai2 Nemo-Nessuno escluso. “Era ora” è il suo primo album di inediti ed è stato finanziato da una campagna su Musicraiser. Il disco è stato presentato in anteprima con due showcase a Milano e a Roma che hanno battezzato la nuova band composta da Fabrizio Dottori (tastiere,  synth), Marco Sergi (chitarra), Marco Pistone (basso) e Manuel Moscaritolo (batteria).

Intervista

Il tuo primo album da solista è in lingua italiana ma con suoni che strizzano l’occhio alla scena Urban americana. Come è venuta fuori questa idea?

 Questo è stato un disco molto voluto ma anche molto sofferto. Se non dal punto di vista tecnico, lo è stato dal punto di vista psicologico perché ho sempre avuto paura a mettermi in gioco mettendoci la faccia. Sapevo che quello che volevo fare non era una cosa immediata, che richiedeva lavoro, nonché la capacità di coinvolgere persone che credessero in questa cosa. In ogni caso “Era ora” che mi convincessi a fare un mio disco ed “Era ora”che uscisse dopo due anni di duro lavoro.

Parliamo dei punti di forza di questo disco: in primis i suoni.

La scelta delle sonorità racchiude il pregio/difetto del disco: così come è figo l’essere un “unique” dal punto di vista di genere, lo è molto meno cercare di sapersi vendere e ritagliarsi un piccolo spazio. Cantare su dei beats nati per chi fa rap è un’attitudine tipica del linguaggio americano. In Italia questa cosa è fatta ancora molto poco, gli unici che ci si avvicinano sono Romina Falconi, Luana Corino e Cosmo.

Scendiamo nei dettagli della lavorazione del disco in studio…

Il disco è nato dall’ascolto di beats e dalla creazione di loop vocali su cui scrivevo in fake English quasi tutti i pezzi per poi tradurli in italiano. La difficoltà è stata proprio quella di traslare tutto in italiano attraverso un tipo di scrittura ben strutturato; ho dovuto posizionare bene le parole, trovare degli escamotage vocali dai suoni onomatopeici a delle parole inglesi ormai entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano.

La canzone che fa da apripista all’album è “C’mon”: in un mondo in cui tutti sono abituati al “cotto e mangiato” come ti collochi tu?

Faccio parte di una generazione di mezzo. Noi nati negli anni 80 abbiamo avuto un’infanzia legata ai valori del passato e un’adolescenza corrotta dall’arrivo vorticoso dei media. Un conto è essere nativi digitali, un altro è crescere con l’analogico; a me questa cosa ha spiazzato. Per realizzare un disco autentico potevo solo fare le cose a mio modo: apparentemente sono allegra e gioiosa eppure ho una vena malinconica molto spiccata e l’ho voluta mettere in questo lavoro anche se la profondità non fa business.

Ketty Passa

Ketty Passa

“Sogna” si collega a questo discorso?

I sogni sono un’arma a doppio taglio: se vivi di sogni, soffri mentre se non lo fai, vivi peggio perché non hai provato a darti delle risposte. Personalmente ho fatto pace con questa cosa perché ho un carattere che mi consente di farlo. In questo brano racconto alle persone cosa faccio, cosa ho fatto, di cosa ho bisogno. Più in generale nel disco mi sono tolta di dosso delle cose che mi stavano strette, la copertina è una metafora della purezza dell’essere nudi. Qualora l’album non dovesse avere un successo commerciale, non ne uscirò distrutta, sono già pronta a scrivere altro, intanto sono contenta.

Hai detto che è stato un disco sofferto anche se nel frattempo hai svolto tante altre attività…

I miei lavori non sicuri hanno accentuato una sensazione di disagio e di mancanza di terreno sotto ai piedi che ha mantenuo viva la mia vera essenza. Paradossalmente se lavorassi in ufficio avrei meno stimoli artistici o meno “trouble” per poter scavare dentro di me, forse la non serenità mi ha aiutato a dirla tutta.

Come porterai tutto questo dal vivo?

La mia band tradurrà il linguaggio del disco con un suono molto più vicino al rock un po’ come fanno Pink,  Gwen Stefani o Salmo in Italia.

Raffaella Sbrescia

Video: Caterina

Tracklist

  1. 1.     C’MON
  1. 2.     LE 3 COSE CHE NON SOPPORTO
  1. 3.     CATERINA
  1. 4.     VOGLIO DI PIù
  1. 5.     SOGNA
  1. 6.     SOLA AL TAVOLO
  1. 7.     CREDEVO FOSSIMO AMICI
  1. 8.     IL SOLE TRAMONTA
  1. 9.     FINO IN FONDO
  1. 10.         HO DATO TUTTO

“Lungomare paranoia”, il nuovo album di Mecna ci porta a tu per tu con noi stessi.

Lungomare Paranoia -cover album

Lungomare Paranoia -cover album

Il terzo album di MECNA, rapper classe 1987, s’intitola ”Lungomare Paranoia” (Macro Beats/A1 Entertainment) e arriva a due anni di distanza da “Laska”. Questo lavoro, composto da 12 brani senza featuring, segna un momento di svolta all’interno del percorso del giovane artista che, del tutto libero da imposizioni e ragionamenti commerciali, ha pubblicato questo disco a sorpresa dopo averci lavorato in maniera spontanea e immediata. Il punto di forza di questo album è la capacità con cui Mecna è riuscito a raccontarsi in modo intimo e personale attraverso liriche autobiografiche ma mai autoreferenziali. La qualità del lavoro, registrato al Macro Beats Studio da Mirko Filice e Raffaele Giannuzzi, mixato e masterizzato da Gigi Barocco allo Studio 104 di Milano, sta nella ricerca di formule sonore evocative e sperimentali. Muovendosi sulla lunga scia di innovazione all’interno dello scenario rap italiano, Mecna sceglie di coniugare l’anima al suono grazie ad un linguaggio incisivo e concreto.

Mecna ph Mattia Buffoli

Mecna ph Mattia Buffoli

A dettare la trama del disco è il titolo “Lungomare paranoia”: un’immagine destabilizzante, ispirata a lungi viaggi in treno verso Foggia, che rimanda il pensiero ai concetti di desolazione e solitudine. Tra le tematiche affrontate spiccano i rapporti interpersonali: tra amici, tra parenti, tra partners. Fare i conti con la fine di un qualsiasi rapporto è doloroso, ci impone dei cambiamenti a cui non eravamo preparati, ci obbliga ad affrontare e metabolizzare il fallimento. La fallibilità si sa, fa male, sembra quasi vietata in quest’epoca di falsi vincitori. Come possiamo superare questo limite? Convivere con la consapevolezza che, sebbene i rapporti possano finire, quello che ci hanno lasciato sarà comunque una parte del nostro modo di essere per il resto della vita. Il merito di Mecna, in questo caso, è essere stato in grado di trasformare queste paranoie in canzoni, un atto di coraggio che trova i momenti migliori in “Infinito” e “Labirinto”. Schiacciati sotto strati di insicurezze e successo, ecco i nostri sentimenti sparsi dentro frasi consolazione: Mecna scrive per vedere cosa c’è e ce lo fa vedere.

Raffaella Sbrescia

Video: In tempo non ci basterà

TRACKLIST:

01. Acque profonde
02. Vieni via
03. Infinito
04. Malibu
05. 71100
06. Soldi per me
07. Labirinto
08. Nonostante sia
09. Superman
10. Non serve
11. Il tempo non ci basterà
12. Buon compleanno

INSTORE TOUR

lun. 16 gennaio - TORINO - Feltrinelli, Stazione Porta Nuova – ORE 17:00
mar. 17 gennaio - BOLOGNA - Feltrinelli, Piazza Ravegnana – ORE 17:00
mer. 18 gennaio - FIRENZE - Galleria Del Disco – ORE 17:00
gio. 19 gennaio - PERUGIA - Taboo – ORE 17.00
ven. 20 gennaio - ROMA - Discoteca Laziale – ORE 17:00
sab. 21 gennaio - NAPOLI - Feltrinelli, Stazione Centrale – ORE 16:00
dom. 22 gennaio - FOGGIA - Mondadori Bookstore Via Oberdan – ORE 16:00
lun. 23 gennaio - LECCE - Feltrinelli, Via Templari – ORE 15:00 + BARI - Feltrinelli Via Melo – ORE 18:30
mar. 24 gennaio - PALERMO - Mondadori Via Ruggero Settimo – ORE 16:00
mer. 25 gennaio - CATANIA - Feltrinelli Via Etnea – ORE 16:00
gio. 26 gennaio - COSENZA - Feltrinelli Corso Mazzini – ORE 16:00
ven. 27 gennaio - PADOVA - Mondadori, P.zza Insurrezione – ORE 15:00 + VERONA Feltrinelli Stazione – ORE 18.00
sab. 28 gennaio - GENOVA - Mondadori Via XX Settembre – ORE 16:00

“Lungomare Paranoia” TOUR con Lvnar e Alessandro Cianci

Dal 18 Febbraio MECNA tornerà in TOUR nei club della Penisola per presentare dal vivo il nuovo album, supportato dal dj e producer Lvnar e da Alessandro Cianci ai synth, chitarra elettrica e voci. Il nuovo show dalle atmosfere internazionali sarà ancora più trascinante, accompagnato da visual inediti che arricchiranno di nuove suggestioni i brani di “Lungomare Paranoia” e le hit di “Laska”, “Disco Inverno” e dei suoi primi Ep nuovamente riarrangiate per l’occasione.

Ecco le prime date confermate del “Lungomare Paranoia” TOUR:

18 Febbraio – Santeria Social Club - MILANO (prevendite: http://bit.ly/2jb1qa3)
03 Marzo – Hiroshima Mon Amour - TORINO (prevendite: http://bit.ly/2ismAlb)
04 Marzo – Casa della Musica - NAPOLI (prevendite: (http://bit.ly/2iWUhJA)
10 Marzo – New Age Club – Roncade, TREVISO (prevendite: http://bit.ly/2jjglkP)
11 Marzo – Locomotiv Club - BOLOGNA
18 Marzo – Afterlife Live Club - PERUGIA
25 Marzo – Fab - PRATO
31 Marzo – Quirinetta - ROMA
01 Aprile – Latteria Molloy - BRESCIA
08 Aprile – Casa delle Arti – Conversano, BARI

Ascolta qui l’album:

 

 

Emis Killa: “In Terza Stagione rimetto i piedi nel fango per mostrarvi chi sono veramente”. Intervista

Emis Killa - Terza Stagione

Emis Killa – Terza Stagione

Emis Killa torna in pista con “TERZA STAGIONE” (Carosello Records), il nuovo atteso album di inediti che riporta il rapper alle sue origini e che ci restituisce la sua essenza più autentica. L’album vede la partecipazione di diversi artisti della scena rap e non solo come Neffa, Maruego, Fabri Fibra, Jake La Furia, Coez e Giso e Jamil e tocca diversi temi: dall’abuso di alcool all’amore ossessivo, passando per la distanza sociale tra città e periferia. Puro rap senza censure per un giovane artista rimasto fedele a se stesso e ai propri valori.

Intervista

Ciao Emis, raccontaci subito come mai questo disco si chiama “Terza Stagione”

Il disco stava per chiamarsi Emis Killa 3, quasi come se si trattasse di una saga. Un altro ipotetico titolo era “Cult” ma, subito dopo l’uscita del singolo, l’idea sembrava ormai già desueta. Alla fine ho optato per “Terza Stagione”: tanti episodi rendono l’idea di una serie tutta da svelare.

E la scelta di questa copertina?

La scelta del rosa è stata casuale e non strategica. Come accennavo poco fa, all’inizio questo disco era stato concepito intorno al tema del cult, tante foto dentro il booklet testimoniano questo fatto. Nel momento in cui abbiamo cambiato il titolo, ho voluto optare per una cover molto d’impatto, un contrasto interessante che fa porre domande a chi lo osserva.

Finalmente ritroviamo sonorità più “cattive”…

A differenza de “L’erba cattiva” e “Mercurio”, in cui ho lavorato solo con Big Fish, questa volta ci sono stati diversi contributi di altri produttori. Questo ha fatto sì che il disco risultasse più vario e meno omogeneo, quasi come se si trattasse di una sorta di compilation con tante sonorità diverse. Le basi sono state scelte senza un criterio particolare, mi sono affidato molto all’ istinto. Sangirolami è stato molto bravo ad aggiustare le cose in corsa insieme a Big Fish, sono comunque soddisfatto del risultato. Non ho cercato di impacchettare un suono, ho cercato di fare tutto quello che mi piace, ci sono tracce che virano verso la trap, altre che riprendono il mondo di “Mercurio” ma in ogni caso mi astengo dallo sperimentare cose che non mi competono. Nel disco precedente avevo concentrato l’attenzione sui testi e le metriche stavolta mi sono dedicato molto di più ai suoni, soprattutto pensando ai live.

Come è nato il brano “3 messaggi in segreteria”?

Quando scrivo mi lascio trasportare, quando ascolto la base mi vengono in mente delle cose. “ 3 Messaggi in segreteria” all’inizio era solo un brano d’amore non era un brano di denuncia al femminicidio. Quando ho scritto la seconda frase mi sono reso conto della forza delle parole e con la terza strofa ha preso la direzione precisa. Il succo della questione è che per denunciare un fatto non devo mettermi a dire “il femminicidio è sbagliato”, l’affermazione risulterebbe banale e scontata; a volte fa più effetto scrivere una canzone con uno storytelling intenso e toccante, come ad esempio fece Eminem con “Stan”. Mi ritengo uno specchio della società in cui vivo per cui è giusto che io scriva ciò che vedo; sarebbe ipocrita fare solo fare canzoni autobiografiche, è il caso che io prenda ispirazione anche da storie che non sono le mie. Dare lo strattone è più utile che usare le buone maniere, questa modalità è utile soprattutto per le giovani generazioni, trovo giusto che qualcuno li metta al corrente delle cose, anche sbattendogliele in faccia.

Emis Killa ph Mattia Zoppellaro

Emis Killa ph Mattia Zoppellaro

La tua vita è cambiata, ma sei comunque quello che eri prima. Quali aspetti di questo tuo nuovo mondo non ti soddisfano?

Mi sento la stessa persona anche se la mia vita è cambiata soprattutto dal punto di vista materiale. Ovviamente sono contento di questo, non mi piacciono quelli che si lamentano, l’agiatezza mi fa sentire realizzato, fa parte di un sogno che avevo da ragazzino e che è andato ben oltre le mie aspettative. Inevitabilmente ci sono cose che non metti in conto a partire dalle responsabilità: ogni cosa che dici o che fai viene amplificata, questo ti obbliga ad essere buono e genuino anche quando avresti il diritto di non esserlo; è difficile mantenere l’autocontrollo ed essere pronto a passare dalla parte del torto anche quando hai ragione. Un’altra cosa che non mi piace sono le scadenze, imporsi di fare delle cose è l’esatto opposto dell’arte, spesso i numeri arrivano insieme alla costanza, forse per questo i geni del marketing prevalgono. In ogni caso non mi sento cambiato io come persona, vado in piazza, vado al bar, mi piace avere la vita di prima, non sono un sofisticato, non sono diventato la versione pulita di Emiliano, tanti lo fanno, questo non è il mio caso.

Nel brano “Vestiti sporchi” canti di una società in cui si sono persi i valori

Questa canzone è figlia di una necessità. Sono diventato molto più intollerante alle cose mentre prima mi scivolavano addosso. Sono spesso a contatto coi giovani per diversi motivi e mi sono ritrovato a chiedermi perché non hanno più rispetto delle cose e non hanno valori. Quando ero ragazzino non mi permettevo di rispondere male ad un adulto, mi sentivo un pirla solo con una risposta, il web ha avvicinato tutti, le generazioni sono diverse ma si rendono delle differenze. Avere la lingua lunga prima aveva delle conseguenze, oggi invece sono sempre di più quelli che si parano il culo avvalendosi del concetto di libertà di pensiero. In verità sei libero di far vedere quanto sei stupido a tutti. A prescindere da questi ragionamenti, i ragazzi sono demotivati, non hanno più la voglia di andarsi a cercare le cose e di andarsele a prendere con le loro mani. Mi chiedo spesso a cosa porterà tutto questo… Credo che questo sia il periodo storico peggiore per l’intelligenza umana, abbiamo evoluto tutto ma non stiamo inventando niente.

Cosa pensi che il pubblico sottovaluti del rap?

Più che sottovalutare il rap, il pubblico sottovaluta se stesso. Al pubblico piace il rap ma ha paura di dirlo. In questo il pubblico dei giovani è più sincero, non ha barriere e non gli importa di cosa gli dicono gli altri, va contro tutto e tutti. Il rap per ora è in una bolla e fa fatica ad uscirne, se vai ad un concerto rap ci sono tanti giovani mentre i genitori si vergognano. Il rap è un genere musicale che per certi versi è superiore dal punto di vista comunicativo, ha preso un po’ il posto di quello che facevano i cantautori. Oggi ci sono molti più interpreti, il cui successo dipende dalla macchina che li guida. Nel rap, invece, sei un autodidatta, le persone che ti ascoltano, possono arrivare a conoscerti sul serio.

Video: Parigi ft. Neffa

Cosa pensi della “trap”?

Ho fatto anche io un paio di cose trap nel mio disco, ho voluto dimostrare che sono al passo coi tempi e che riesco a fare le cose per bene, possibilmente anche meglio. Ai giovani piace tantissimo, sono tutti sotto con la trap.

Nel disco ci sono tante collaborazioni, c’è qualcuno con cui non sei riuscito a collaborare?

Ho provato a collaborare con delle cantanti donna ma non c’è stato mai modo di farlo. Per questa ragione un brano molto bello è rimasto fuori dal disco. Ho provato a contattare diverse colleghe ma una mi ha detto di no, un’altra non poteva perché stava uscendo con un disco, un’altra ancora non era in linea con il rap; insomma se la sono menata un po’ tutte e la cosa mi ha fatto riflettere. In alcuni casi ci avrebbero potuto guadagnare, anzi sarebbe stato un favore reciproco. Questa cosa mi ha fatto un po’ arrabbiare.

Cosa pensi delle critiche per il brano “Su di lei”?

So che si tratta di un pezzo molto forte ma chi mi ascolta e mi conosce sa che si tratta di un brano scritto in chiave ironica. Il pezzo in questione era già stato fatto su un’altra base ed un altro tape, si chiamava “Sexy Line” e aveva già sconvolto tante mamme dei miei fan. Sinceramente non mi piace mostrarmi come teen idol, non voglio che la gente mi confonda con Benji & Fede o con Violetta; io sono un’altra cosa, faccio il rap. Ho voluto dare una strigliata ai genitori, spingerli ad informarsi sulla mia musica. Questo strattone comunque è il frutto di una scelta precisa, a 17 anni dicevo le peggio cose con le gare di free style, forse la tv mi ha ripulito un po’ troppo, ho voluto rimettere i piedi nel fango per essere più onesto e far vedere chi sono veramente senza prendere in giro la gente.

 Raffaella Sbrescia

Questa la tracklist del disco “Terza Stagione”: “Dal basso”, “Non era vero”, “Prima che sia lunedì”, “Italian Dream”, “Quello di prima”, “Parigi feat. Neffa”, “Uno come me”, “Non è facile feat. Jake La Furia”, “Jack”, “All’alba delle 6:00 feat. Coez”, “Sopravvissuto feat. Fabri Fibra”, “Su di lei”, “CULT”, “3 Messaggi in segreteria”, “Buonanotte feat. Maruego”, “Vecchia maniera feat. Giso e Jamil”, “Vestiti sporchi”.

In questi giorni, Emis Killa sta girando l’Italia per incontrare i suoi fan e presentare il disco “Terza Stagione”, queste le prossime date dell’instore tour:

27 ottobre BOLOGNA (ore 15.00) @ La Feltrinelli (Piazza di Porta Ravegnana, 1)

28 ottobre SAVIGNANO SUL RUBICONE – Forlì Cesena (ore 17.00) @ Mediaworld c/o Romagna Shopping Valley (Piazza Colombo, 3)

29 ottobre LIVORNO (ore 15.00) @ Euronics c/o Parco Commerciale Levante (Via Gelati, 10)

30 ottobre CAGLIARI (ore 14.00) @ La Feltrinelli Point (Via Paoli, 19)

31 ottobre SONA – Verona (ore 14.00) @ Comet c/o La Grande Mela Shoppingland (Via Trentino, 1)

31 ottobre BASSANO DEL GRAPPA – Vicenza (ore 18.00) @ Mediaworld c/o Il Grifone Shopping Center (Via Capitelvecchio, 88)

Ascolta qui l’album:

A marzo, Emis Killa tornerà live per presentare i brani del nuovo disco con due date di anteprima speciali: il 20 marzo all’Alcatraz di Milano e il 27 marzo all’Atlantico di Roma. I biglietti sono disponibili su TicketOne e in tutti i circuiti di vendita autorizzati. Radio Italia è partner ufficiale del “Terza Stagione Tour”.

I concerti sono una produzione Massimo Levantini per Live Nation Italia (per info e prevendite: www.livenation.it - info@livenation.it, 02/53006501).

“Uppercut”: la rivincita dei Gemelli DiVersi. Intervista

Gemelli Diversi

Gemelli Diversi

I Gemelli DiVersi tornano sulle scene a tre anni e mezzo dall’ultima release ufficiale (”Tutto da capo – Bmg Ricordi 2012), con un nuovo album intitolato “Uppercut” (Believe Digital). Più di 18 anni di carriera, quasi 1 milione di copie vendute e svariati riconoscimenti hanno spinto Thema e Strano a tornare in studio per un nuovo lavoro incentrato su tematiche di ispirazione autobiografica. Un album intriso di messaggi di speranza, che invita a non arrendersi e che, grazie al contributo di Luca Mattioni alla produzione artistica, si presenta con una formula sonora a metà strada tra le sonorità storiche della band ed un pop di chiara ispirazione americana. Un sound trasversale quello dei Gemelli DiVersi, così come del resto il pubblico che ha partecipato ai live italiani ed europei degli ultimi 3 anni, concerti nei quali i Gemelli si sono avvicinati ulteriormente anche alle nuove generazioni. Ancora oggi infatti ai concerti dei Gemelli Diversi assiste un pubblico di fans storici che li accompagna sin dal 98, uniti a nuovi ascoltatori che hanno imparato a conoscere la band.

Intervista a Strano

“Uppercut” è il titolo del vostro nuovo album. Una metafora della vita ma anche del vostro percorso?

Certo, questo titolo rispecchia quello che ci successo negli ultimi tre anni. La vita ha deciso di darci un bel pugno, un bel montante dal basso verso l’alto per cercare di buttarci per terra e metterci ko. Da uomini navigati e musicisti appassionati non ci siamo arresi, ci siamo rialzati, abbiamo barcollato un po’ ma poi siamo tornati a combattere. Nella vita bisogna continuare ad andare avanti, essere sempre motivati; la nostra più motivazione è continuare a fare la nostra musica e vedere la gente che canta da sotto il palco.

E in senso più ampio?

Chiaramente questa metafora vale per tutti quelli che ascolteranno il disco, la vita ti può veramente buttare per terra. Viviamo tempi difficili, in cui tutto è difficile ma bisogna sempre combattere e usare tutte le forze necessarie per riuscire a superare le disavventure che la vita ci pone davanti.

Video: La fiamma

Questo è anche il concetto alla base del singolo “La fiamma”?

Quella piccola fiammella che brucia sotto la cenere devi cercare di tenerla viva giorno per giorno.

Quali sono le tematiche che attraversano questo lavoro?

Il nostro disco racchiude un messaggio di speranza, si tratta di un disco positivo, magari nascosto sotto canzoni un po’ malinconiche, ma attraversato da un fondo di positività.

“La cosa che mi fa più ridere è che non ridiamo più” è la frase più impattante de “La fiamma”?

Sì, le cose sembrano finite ma non sono finite. Se ti sembra finita magari non lo è, così come è successo a noi: sembrava finita per i Gemelli Diversi ma in realtà la dipartita di qualcuno non segna la fine, bensì un nuovo inizio.

Dal punto di vista artistico, qual è la stata la molla che vi ha fatto tornare in studio?

Sono stati i concerti a farci capire che dovevamo tornare in studio per un nuovo disco. Subito dopo il momento di sbandamento abbiamo subito ricevuto un’offerta di lavoro per un Live Tour che io e Thema abbiamo accettato subito. Il gruppo in realtà non si è mai sciolto, abbiamo perso degli elementi che hanno voluto intraprendere un percorso diverso ma abbiamo continuato a fare musica. Noi continuavamo ad essere la band del ’98, ci hanno quindi proposto dei live, abbiamo accettato e abbiamo cominciato a girare. In questi tre anni abbiamo visto che c’era tanta gente che cantava le nostre canzoni e che aveva voglia di ascoltarci, per rispetto loro dovevamo continuare a fare la musica dei Gemelli Diversi che in 18 anni hanno segnato la vita di tante persone.

Gemelli Diversi

Gemelli Diversi

A proposito di carte da giocare, molto particolare la ballata “Via Melzi d’Eril”, un piccolo gioiellino

Una persona molto vicina a me l’ha definita “Una carezza alla città di Milano”. Per me che sono nato e cresciuto a Milano, è stato bello innamorarmi di questa via vicina al Castello, all’Arco, contornata dagli alberi che in autunno perdono le foglie. Girando in moto mi sono immaginato in questa via, il cui nome si adatta bene al titolo di una canzone, e ci ho visto l’incontro con la persona giusta.  Sono tornato a casa in questo stato un po’ malinconico ed introspettivo, mi sono messo al pianoforte e ho composto la musica, poi abbiamo scritto il testo e l’arrangiamento di quella che è la ballad per eccellenza del disco.

Doveroso un cenno ai suoni di questo disco di evidente ispirazione esterofila

Ci siamo affidati alla produzione musicale di Luca Mattioni, un bravissimo producer che ha lavorato tanti anni in Inghilterra. Questo sound british in alcuni brani si riconosce, ci sono anche dei chiari rimandi agli anni ’80 e, dato che siamo figli degli anni ’80, abbiamo impostato la produzione anche su quelle sonorità. In realtà da anni spaziamo, ci piace sperimentare e questo album ci è servito anche per farlo ancora di più, dato che si tratta di un album di ripartenza.

Raffaella Sbrescia

Le prime date dell’instore Tour

26/10 Discoteca Spaziale di Roma

27/10 Mondadori – Via Marghera, Milano

Ascolta qui l’album:

Briga presenta “Talento”, un album pensato per sorprendere l’ascoltatore. Intervista

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Mattia Briga torna in pista con “Talento” a due anni di distanza da “Neveragain”. Il nuovo album di inediti dell’artista esce oggi per Sony Music Italy, sia in versione standard che deluxe, comprensiva di 4 tracce in più ed un ricco booklet. “Talento” è un album pensato per sorprendere l’ascoltatore. In questo progetto Briga ha lavorato senza porsi limiti ed il risultato supera di gran lunga le aspettative. L’aspetto più importante è legato alla produzione artistica: la lavorazione dei suoni è strutturata e versatile, ci sono numerosi passaggi di genere ricchi di echi, riferimenti e commistioni. Presenti anche diversi brani di stampo propriamente cantautorale in grado di lasciar affiorare la trasversalità vocale di Briga. Metriche precise, melodie accattivanti, testi d’autore ma anche tante collaborazioni importanti, frutto di reciproca stima e condiviso amore per la musica.

Intervista.

Cosa rappresenta per te l’uscita di questo disco?

Non è facile scrollarsi di dosso l’etichetta dell’ex talent. Con questo album ci tengo molto a mettere in evidenza le mie capacità artistiche. In questi due anni si è parlato troppo della mia personalità e troppo poco della mia trasversalità musicale. Questo lavoro mi rende molto orgoglioso della mia carriera da musicista, vengo dalla scena rap italiana, ho lavorato con un’etichetta indipendente con cui continuo la mia avventura professionale; è bello vedere una comune crescita di intenti.

Quali sono i punti forti di questo lavoro?

Ho potuto fare un disco con dei mostri sacri della canzone italiana. Ho lavorato con Tagagi e Ketra per i primi due singoli estratti dall’album, ho collaborato con Massimo Colasanti, ci sono diversi brani con un quartetto d’archi ed il primo violino dell’orchestra di Morricone. Ho inciso dei brani con tanti artisti come Gianluca Grignani, Lorenzo Fragola, Clementino, Mostro, Gemitaiz, Alessio Bernabei.

Perché definisci questo disco come quello della maturazione?

Perché ci ho lavorato con un intento preciso: fare in modo che il pubblico non schippasse nemmeno una canzone. La tracklist si apre con una traccia punk-rock, si prosegue con un sound molto più estivo con “Baciami”, poi un brano più rap con Gemitaiz, mio amico di sempre. Si va avanti con una ninna nanna d’amore introspettiva come può essere “Diazepam”, echi brit-pop con “Ti viene facile”. In questo album ho voluto lasciare molto spazio alla composizione strumentale e questo è un fatto molto particolare.

Approfondiamo la questione…

Nel mondo rap, chi scrive sente la necessità di riempire la base con moltissime parole. Ho voluto ricercare la sintesi, ispirandomi all’universo cantautorale degli anni ’70. “Bambi” e “Mily” sono le mie prime due produzioni musicali, le ho composte io chitarra e voce concentrandomi sul fatto che bastano poche frasi per esprimere un concetto nel modo giusto. L’arte lascia il beneficio del dubbio e la libera interpretazione, penso che sia giusto che l’ascoltatore possa leggere le parole e la musica nel modo che ritiene migliore. Per farvi capire meglio di cosa sto parlando, vi porto l’esempio di Antonello Venditti che nel brano “Quando verrà Natale” canta sempre la stessa frase con un’enfasi diversa per trasmettere all’ascoltatore un messaggio sempre diverso; ecco io trovo che questa sia una cosa molto bella e ci sto lavorando anche io.

L’idea di un packaging così curato è tua?

Sono abituato ad avere un rapporto molto diretto con il mio staff, metto parola praticamente su tutto. Fermo restando che la sostanza resta la musica, trovo che una grafica impattante possa essere d’aiuto affinchè la gente ne sia attratta fin da subito.

Briga ph nima-benati

Briga ph nima-benati

Cosa rappresenta e cosa cancella questo disco?

Non nutro rancore verso il passato. Guardo avanti ma non mi è piaciuto che sia parlato così poco della mia musica. Ho cantato in 4 lingue, ho rielaborato un brano di Tiziano Ferro, il quale mi ha telefonato per chiedermi se poteva inciderlo, sarò nel disco solista di Boosta, ho collaborato con Gigi D’Alessio e Venditti. Trovo che sia giusto attaccare quando si sbaglia ma è altrettanto giusto rendere giustizia a chi la merita. Questo disco mi rende felice perché si basa tutto sulla stima artistica. I featuring me li sono conquistati, questa è tutta farina del mio sacco e del mio staff, sono felice di essermi potuto confrontare con musicisti importanti.

“Talento” è tutto fuorchè un disco rap…

Tante cose vengono mistificare per quello che non sono. Non ho mai studiato da musicista, questo è un viaggio tutto nuovo, un processo evolutivo dettato dal desiderio di migliorarsi, un’asticella sempre più altra che pongo a me stesso. Spero di migliorarmi sempre più sia come essere umano che come artista, non condivido le etichette che mi appiccano, non per essere polemico ma perché non servono.

Quanto ti è costata in termini emotivi la ricerca della sintesi?

In realtà niente in termini di sacrificio, si tratta di un percorso che va avanti da anni, prima non sarebbe stato giusto e non mi sarebbe andato bene. Ero più piccolo, ero meno tutto. Lavoro tutti i giorni per potermi confermare ma soprattutto per poter sorprendere il pubblico. Ascolto veramente molte cose: dalla samba a Manu Chao, molta elettronica, Pino Daniele, canzoni napoletane, Battisti, mi piace ascoltare musica senza filtri né preconcetti. Lavoro per essere completo, da ragazzino compravo i dischi per esserne sorpreso.

Cosa è per il talento?

Il mio talento nasce dalla confusione, dal caos, da lì si sviluppa questo grande casino che rappresenta il mio talento; qualcosa con cui mi sono cacciato nei guai e da cui mi sono tirato fuori. Avrei potuto intraprendere la carriera universitaria che poi ho stoppato per  realizzare i miei sogni, ho preferito camminare da solo piuttosto che essere guidato, ho sbagliato tanto e tante volte ma mi sono sempre ripreso; questo e stato il più grande allenamento della mia vita.

La collaborazione di cui conservi il migliore ricordo?

Sicuramente “Rimani qui” con Fragola. Quel giorno avevo solo due ore di tempo per registrare il brano in studio, ero ospite al Coca Cola Summer Festival  a Roma e le tempistiche televisive mi hanno portato via più di otto ore. Quando sono tornato in sala, ho ritrovato Lorenzo insieme al mio fonico, mi ha detto che non voleva fare una cosa sommaria, ha voluto cantare la seconda strofa e ha voluto partecipare alla produzione musicale del brano; il risultato mi è piaciuto moltissimo. Questa cosa testimonia il fatto che ci vedo lungo con le persone, prima viene l’uomo e poi l’artista. Conoscersi implica fatica, siamo abituati ad etichettare ma alla fine quello che conta è lavorare divertendosi.

Chi c’è dietro le etichette?

Sono consapevole del fatto che ognuno può dire quello che vuole. Accetto le critiche personali, quelle musicali. Dietro le etichette c’è tutto quello che non è stato capito e che richiede fatica. Siamo improntati verso la svolta economica ma dietro questa impostazione di default c’è la superficialità e la mancanza di volontà nel voler comprendere il pensiero di una persona.

Briga

Briga

Uno dei brani più interessanti del disco è “Fuoco Amico”, in cui duetti con Mostro e Clementino lasciando convergere tre diverse scuole rap. Come ci hai lavorato?

In genere mentre faccio delle cose ne penso già altre. Con Mostro non avevo ancora avuto l’opportunità di fare qualcosa. Ho chiamato Clementino per coinvolgerlo in questo brano e si è mostrato subito disponibile. In quel periodo lui era a Lecce, abbiamo fatto i salti mortali ma alla fine ci siamo riusciti alla grande. Ho inserito questo brano nella versione deluxe del disco per poter offrire davvero qualcosa in più. Stesso discorso anche per “Per adesso sono inverno”, un brano interessante che potevo tranquillamente scegliere come singolo e che ho preventivamente denominato “Demo” in vista di un nuovo arrangiamento live.

Quali sono state le regole produttive che hai seguito per realizzare questo disco?

Qualunque cosa in questo disco tranne “Eo – Eo” è roba nuova per me. In ogni canzone c’è un pensiero dietro. La mia passione nasce dal cuore e dall’istinto. Il talento non si può innestare o comprare. Ho scelto due singoli estivi per fare breccia nel cuore del pubblico ma anche le cose semplici bisogna saperle fare.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri?

Ce ne sono alcuni che ho sempre ascoltato come De Gregori, Battisti, Grignani. Poi mi piacciono Cremonini, Subsonica (lo stile compositivo di Samuel e Boosta) e poi ci sono i Verdena che hanno un’iconografia veramente unica; ogni volta che li ascolto mi comunicano sempre qualcosa di diverso.

Rifaresti “Amici”?

Certo, senza dubbio. Il programma mi ha dato la possibilità di essere notato da Sony, di fare sold out con il mio tour, di vendere un quasi doppio disco di platino, di essere notato e stimato da tanti illustri colleghi. All’epoca ho fatto una scelta azzardata, venivo dal rap romano con “Neveragain” praticamente in uscita. A pochi giorni dalla pubblicazione ho fermato tutto, mi sono preso tanta merda addosso, avevo canzoni che avrebbero comunque spaccato in ambito underground ma ho comunque voluto farmi carico di un rischio. Si dice che “chi non risica, non rosica”, no?

Cosa ti aspetti dal pubblico?

Questo album ha dei connotati importanti a livello musicale, probabilmente non sarà disco di platino ma va bene; posso anche vendere meno ma la gente deve capire il lavoro che è stato fatto e che ci sono stati dei passi in avanti. Il pubblico dei talent è ballerino, sta nella tua bravura fare in modo che queste persone possano continuare a seguirti. Certo, qualcuno l’ho perso ma non sarà mai tanto importante come le persone che sono riuscito a mantenere al mio fianco. La cosa difficile è condurre per mano le stesse persone che due anni fa guardavano il talent e che ora stanno crescendo con la mia musica. In ogni caso non ho paura di fare quello che voglio, faccio la musica che decido di fare io, la mia missione è trainare le persone verso le mie scelte artistiche; non posso vivere con la paura di fare qualcosa che non piaccia al pubblico. Vivo con l’entusiasmo verso l’ignoto e con la predisposizione all’avventura; la mia unità di misura è il brivido.

 

Marracash e Guè Pequeno in “Santeria live”. Tutte le novità di un tour che si preannuncia ricco di sorprese

Marra/ Guè - Santeria live tour

Marra/ Guè – Santeria live tour

Dopo il successo riscontrato da “Santeria”, l’album che ha messo insieme due teste di serie come Marracash e Guè Pequeno. Concepito, scritto e registrato tra Spagna, Brasile e Milano, l’ambizioso progetto continua la propria naturale evoluzione con un tour prodotto da F&P. Traendo spunto dalla fertile ricerca artistica di entrambi i rapper, ormai amici da più di 15 anni, il tour declinerà dal vivo i contenuti e la forza espressiva del disco facendo leva anche sulla scenografia e sui contenuti visivi realizzati ad hoc da Armando Mesìas, l’artista colombiano che ha già curato tutte le grafiche di questo progetto. A parlarcene sono proprio i diretti interessati.

Intervista

Come mai avete scelto di fare un tour insieme?

 Questo disco nasce da un’amicizia pluriennale. Avevamo in mente da tempo di realizzarlo per cui è venuto fuori in modo molto naturale. Questa è la forza di un disco in cui ci siamo divertiti molto. Lo abbiamo concepito senza pressioni e senza velleità di dover raggiungere un grande pubblico a tutti i costi.

In che senso di tratta di un disco cinematografico?

Un disco in coppia rende più facile incarnare un personaggio. L’idea è quella di proseguire questo racconto anche nel live portando in scena un vero e proprio film. Vorremmo raccontare una storia, romanzare le tappe, ci saranno visuals e musica correlati tra loro. Non avremo una band con noi, il nostro obiettivo sarà quello di fare immedesimare lo spettatore nel racconto.

Come vivete la collaborazione con F&P?

Questo per noi è un upgrade, una novità, una bella sfida. Daremo il massimo trasponendo le vicende che raccontiamo dallo schermo allo stage.

Quali sono i vostri riferimenti?

Per quanto riguarda l’idea del tour in coppia ci siamo ispirati a Jay Z e Kanye West anche se il loro show era molto più simile ad una videoinstallazione, non c’era una trama. Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, guardiamo film insieme fin da quando eravamo ragazzini. Su tutti, i gangstamovie: Scarface, Goodfellas, Carlito’s Way, Tarantino. Siamo legati a filo rosso a questo genere ma abbiamo anche la credibilità di poterci ispirare a questi film; questo è il nostro pane quotidiano. Abbiamo un vissuto, un background ed un percorso individuale molto vicino a questo mondo. Noi abbiamo sempre parlato di argomenti scomodi, lo facciamo dalla fine degli anni ’90. Sarà anche per questo che la nuova ondata trap terrà noi come punti di riferimento.

Approfondiamo la questione…

All’epoca i temi delle nostre canzoni erano considerati da emarginati, la gente non era abituata a sentire certe cose, abbiamo italianizzato gli stilemi della cultura hip hop. Si tratta di una struttura comunque circolare visto che gli americani all’epoca si ispirarono all’immagine del mafioso italiano.

Marra/ Guè - Santeria live tour

Marra/ Guè – Santeria live tour

Che brani metterete in scaletta?

Ovviamente porteremo “Santeria” in tour quasi nella sua totale interezza. Ci sarà comunque un espediente narrativo che ci consentirà di avere dei momenti da solisti. Cercheremo di far convivere tutto al meglio in quello che sarà uno show completo.

Ci saranno degli ospiti?

Non lo escludiamo ma non è questo il punto focale. Certo, se guardiamo gli show americani fa figo vedere gli special guests a sorpresa. Sarebbe bello proporre dei remix con artisti particolari ma non abbiamo bisogno di basare lo show sull’ ospite.

Che pubblico vi aspettate?

Guè: Diventando maturo mi sto accorgendo con piacere di avere un pubblico eterogeneo. Lavoro molto nei club, ci sono ancora dei pregiudizi storici verso un genere che all’estero viene masticato da almeno 30 anni sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori. Qui il rap pare sempre roba per bambini. Nel nostro caso abbiamo un feedback misto, spesso anche proveniente da colleghi e la cosa ci piace parecchio. Ben vengano i teenagers perché vuol dire che siamo di tendenza, in ogni caso ci aspettiamo un pubblico vario.

Marracash: Con il mio album “Status” avevo conquistato una fetta di più pubblico più adulto, con “Santeria” è arrivato un pubblico più giovane. In ogni caso credo che quando hai costruito una carriera con della “cicca” riesci sicuramente a portarti dietro un pubblico eterogeneo.

Cosa ne pensate dei nuovi rappresentanti del mondo rap?

Ben vengano i ragazzi che hanno riportato in auge la questione dell’immaginario urbano con metriche nuove, basi nuove. La differenza tra l’Italia e l’estero è che nel mondo gli artisti urban si estremizzano, sono in Italia invece si finisce sempre per “merdizzare” la musica ammorbidendola. Un altro punto a favore della nuova corrente sta nel portarsi dietro la crew facendo diventare la musica un lifestyle a 360 gradi, questa è una cosa molto hip hop. Certo, i video sono molto belli ma si basano su quelli che ormai sono  diventati canoni internazionali.

Che rapporto c’è tra i bambini e il rap?

In Italia non c’è un’industria musicale pensata per i bambini. La conseguenza diretta è che questi ultimi prendano spesso il rap come modello. Certo, se avessimo 8 anni non ci metteremmo ad ascoltare del pop melenso come quello dell’Amoroso. Qui si finisce per ascoltare Cristina D’Avena o del rap all’acqua di rose come quello di Moreno con dei contenuti meno complessi da metabolizzare o comprendere. Poi ci sono Benji & Fede ma loro occupano giustamente il proprio posto più che altro è triste che ci siano anche alcuni rapper ad occupare quel posto lì.

Raffaella Sbrescia

Santeria Live Tour

Gennaio 2017

27 Padova Gran Teatro Geox

28 Venaria (TO) Teatro Concordia

21 Milano – Alcatraz

Febbraio 2017

02 Fontaneto D’agogna (NO) Phenomenon

04 Nonantola (mo) Vox Club

14 Napoli – Palapartenope

16 Firenze Obihall

118 Roma Atlantico

Video: Salvador Dalì

http://vevo.ly/a26utc

 

Raige presenta “Alex”: “Mettetevi le cuffie e schiacciate play; al resto ci penso io”. Intervista

Cover album Raige_Alex (1)

Una tempesta di sogni invadenti ma necessari convergono in “Alex”, il nuovo album di Raige che vedrà la luce il 9 settembre per Warner Music. All’interno di questo nuovo progetto l’ artista sceglie di sognare anche quando il mondo non ce ne dà ragione facendo un sincero bilancio tra sbagli e certezze di una vita. Raige si mostra senza filtri attraverso un racconto intimo e personale, a tratti scomodo, ma sempre fruibile. La vita è senza sconti ma può sembrarci più dolce attraverso la musica di Raige, figura di spicco della scena rap italiana da sempre apprezzato per l’innato talento nel coniugare rime e generi musicali.

Intervista

Come sei arrivato a concepire un album come “Alex” e cosa c’è alla base di questo progetto?

Ho iniziato a lavorare a questo disco circa due anni fa. Ci sono state un po’ di vicissitudini in fase di pre-produzione per trovare dei produttori che potessero sposare l’essenza della mia idea. Parto dal rap come segmento, mi avvicino al pop perché la melodia la fa da padrone.  Dopo un primo contatto con produttori rap blasonati, che si sono esposti in prima persona per produrmi il precedente album, sono arrivato a Filippelli e Milani che pur non provenendo dal rap, hanno capito benissimo cosa avevo in mente. Abbiamo buttato via il 90% di quello che avevo scritto in un momento molto cupo della mia vita.

In che senso?

I pezzi erano molto pesanti, erano il frutto di alcune esperienze che avevo vissuto in prima persona come la malattia che ha portato alla scomparsa di mia madre. Ho scritto questo disco per le donne della mia vita: per mia madre che non c’è più e per la mia compagna. Insieme ad altri autori ho fatto un lavoro di repertorio tenendo i brani più interessanti a livello musicale e testuale tra quelli che avevo già composto. Ho scritto con altre persone, una cosa nuova per me. In precedenza avevo collaborato solo con Davide Simonetta, il mio chitarrista, questo perché ci metto me stesso nei miei testi e prima di darli in pasto agli altri amo condividerli con chi è mio amico.

Perché il disco s’intitola “Alex”?

Ho intitolato il disco in questo modo proprio perché mi sono tolto di dosso la paura di fare quello che mi piace veramente, finalmente. Ho voluto lasciare da parte le costrizioni legate al mondo rap. Che siano gli altri a dare un nome a quello che faccio, a me non interessa. A me piace scrivere le canzoni e pensare di essere in grado di farlo; questa è l’unica cosa che conta.

Nel brano “Nemmeno il buio” ti mostri particolarmente lucido scrivendo che “Nessun mostro fa paura come la vita vera”. Una frase che ci mette con le spalle al muro…

Qui ho scritto una strofa per mia madre ed una per la mia compagna. Ho avuto la fortuna di avere grandi donne che hanno avuto la sfortuna, a loro volta, di avere piccoli uomini che siano padri, genitori o fidanzati.  Non bisogna avere paura, nemmeno il buio può fare paura, mi carico io di tutti i fardelli, ci penso io. Per le persone che amo, sono disposto a sacrificarmi senza se e senza ma.  Io sono cresciuto con mia madre, mio padre non c’era perchè faceva il trasfertista, quindi lei è riuscita a darmi un’impostazione precisa con dei valori che vengono fuori nel momento in cui mi relaziono con gli altri.

Cosa ci dici di “Dove finisce il cielo?

Questo è uno dei miei pezzi preferiti insieme a “Non c’è niente da ridere” e “Mi sembra il minimo”. Ho scritto questa canzone per mia madre, le dico che alcune cose le ho imparate e che altre continuerò a sbagliarle.

“A tutta velocità sento meno lo shock” è forse la frase più rappresentativa del testo…

La gente tende a riempire, gli spazi, tempi, i luoghi per non pensare al dramma quotidiano. A tutta velocità ti rendi conto meno delle cose, il dolore rimane dentro come se fosse un ronzio, non lo senti assordante nelle orecchie, si sente solo quando spegni le luci e devi metterti a dormire.

Come vivi il tuo rapporto con la città di Torino?

Nutro assoluta riconoscenza verso questa città perché mi permette di vivere una realtà diversa dalla metropoli. Torino rappresenta una dimensione a misura d’uomo e quindi è più giusta per me che non sarei in grado di vivere in una grande città. Ho bisogno di spazi e a Milano ho la sensazione che ci sia qualche forza oscura che ti ruba le energie da sotto i piedi mentre cammini.

Pensando a chi si andrà a relazionare con questo tipo di progetto, viene da porsi degli interrogativi in merito alla capacità di leggere e comprendere questi messaggi non facilmente fruibili. Hai cercato di mediare attraverso la scelta dei suoni?

Raige

Raige

Il nostro obiettivo era realizzare un progetto fresco ma che non perdesse l’identità del cantautorato. Non riesco a mettermi dentro una scatola rap o pop. Il mio modo di scrivere è più cantautorale per cui abbiamo cercato di rendere accessibili i miei brani.

Cosa significa vivere “sotto una tempesta di sogni”?

Amo pensare che si possa vivere con i piedi per terra e la testa fra le nuvole senza dimenticarsi di quello che stiamo cercando.

Come sei arrivato al bel duetto con Marco Masini nel brano “Il Rumore che fa”?

Masini è un mio mito grazie a mio padre che mi faceva ascoltare suoi brani da piccolo. L’ho conosciuto al Roxy Bar, Red Ronnie sapeva che ero suo fan e ci ha fatto duettare sulle note di “Principessa”. Poco dopo ci siamo risentiti, mi ha chiesto di ricantare “Bella Stronza” in un suo album, in quel momento avevo questo pezzo e gli ho prontamente chiesto di ricambiare il favore. Avrei potuto scrivere strofe più focused ma ho preferito sacrificare l’accessibilità a favore di una scrittura più “cinematografica”.

InNon c’è niente da ridere” proponi una serie di ossimori in sequenza…

Aldilà delle figure retoriche, quello che mi muove in questo brano è che non c’è proprio un cazzo da ridere ma alla fine ne ridiamo. Se siamo io e te, è vero che  è tutto un casino ma alla fine possiamo riderne insieme. Questo è lo slogan più forte del mio disco.

Qual è il tuo rapporto con la religione?

Il mio un rapporto con Dio lo gestisco a modo mio. Dicono che a volte ci comportiamo con Dio così come fanno gli opportunisti cercandolo solo quando stiamo male. Non ho la presunzione di escludermi da questa categoria però cerco di non fare mai male agli altri e di comportarmi bene più che posso.

Un tema ricorrente nel disco è quello della paura…

La vita non ha tempo per le paure: la mia era di non essere all’altezza delle aspettative, di non mostrarmi per quello che realmente sono. Stavolta mi sono spogliato di tutte queste paure e ho fatto quello volevo davvero.

“Perfetto” è un pezzo autobiografico?

Ho avuto questo pezzo da Scirè e De Simone ed ho subito capito che era giusto per me che volevo parlare del fatto che da ragazzino pesavo 120 chili. Certo, non ero perfetto, vivevo questo disagio che adesso viene demonizzato ma il bullismo c’è sempre stato. Bisogna imparare a convivere con i propri difetti e farne la propria forza. L’importante non è quello che gli altri ti dicono sia perfetto, l’importante è quello che ti fa stare bene. Io ho scelto di dimagrire perché c’è stato un processo evolutivo nella mia persona, perché non stavo bene con me stesso, il disagio nasceva anche da quello. I giovani di oggi perdono spesso il contatto il realtà, sono continuamente bombardati da contenuti, devono avere qualcuno che gli insegni che  in realtà sono loro stessi la fabbrica dei propri sogni, devono riuscire a trovare dentro loro stessi la forza per cambiare quello che non va bene, devono farlo per loro stessi non per gli altri.

Cosa diresti a chi ti segue da sempre e che vorrebbe capire la tua svolta artistica di oggi?

Se avete scelto di seguire me come fan, avete già scelto a prescindere qualcosa che è lontano e diverso da tutti gli altri. Se amate il mio modo di scrivere, questo è il disco meglio di tutti gli altri. Ne sarete fieri anche voi. Non credo che ci sia molto da spiegare, non ho mai fatto un rap che mi tenesse stretto dentro dei canoni, temevo solo di non essere capito. Quando ho scoperto che in realtà io lo chiavo sotto padrone l’ho già fatto per tanti anni, ho realizzato che se voglio fare questo lavoro, devo poter fare quello che piace a me o quanto meno di avere il coraggio di provarci.

Raffaella Sbrescia

Video: Il Rumore che fa

Raige incontrerà i fan negli store delle principali città italiane, queste le prossime date:

09 settembre Torino – Feltrinelli Stazione Porta Nuova – ore 15

09 settembre Genova Mondadori– Via XX Settembre 210 – ore 18,30

10 settembre Milano Mondadori  Duomo ore 15

10 settembre  Stezzano (BG) Mediaworld c/o Shopping Center Le Due Torri Via Guzzanica ore 18.30

11 settembre Rovigo Mediaworld Viale Porta Po’ 193 ang. Via Colletta ore 15

11 settembre Padova Mondadori ore 18.30 – Piazza Insurrezione XXVIII Aprile ’45,

12  settembre Bologna Mondadori Via Massimo D’Azeglio 34/A  ore 15

12  settembre Rimini Mediaw.– Mediaworld Shopping Center Romagna ore 18,30

13 settembre Firenze Galleria del Disco Sottopassaggio stazione SMN ore 15

13 settembre Roma Discoteca Laziale Via Giolitti 263 – ore 18,30

14 settembre Salerno Feltrinelli Corso Vittorio Emanuele ore 15

14 settembre Napoli Feltrinelli Stazione ore 18,30

15 settembre Bari Feltrinelli Via Melo ore 15

15 settembre Lecce Feltrinelli Via Templari ore ore 18,30

Jesto: “La mia vita è come un’opera di cui ogni disco è un tassello. Con Justin affronto i demoni del passato”.

Jesto

Jesto

Lo scorso 15 aprile 2016, la Maqueta Records ha lanciato  #JUSTIN, il nuovo concept album di Jesto, riconosciuto come uno dei rapper più rivoluzionari del panorama italiano. In questa lunga intervista, l’artista parla approfonditamente del suo nuovo lavoro, definito da lui stesso come la sua opera più matura, introspettiva e profonda.

Intervista

Come sei arrivato alla concezione di “Justin”? Colpisce il fatto che, dall’alto di una produzione discografica piuttosto vasta, soltanto ora hai deciso di metterti a nudo con un progetto così introspettivo.

 ”Justin” è nato da solo, strada facendo. Dopo il 2015, anno in cui ho regalato ben 4 mixtapes (Supershallo3, SupershalloZero, Mamma Ho Ingoiato L’ Autotune2 e XtremeShallo), detenendo il record italiano assoluto di mixtapes, sentivo l’esigenza di fermarmi per capire la direzione del disco ufficiale. Dopo un periodo di buio in cui ho scritto tanto senza avere un concept preciso, ho deciso di buttarmi in studio e registrare senza pensare a cosa sarebbe uscito. Giorno dopo giorno il concept ha preso forma, mi piace pensare che “Justin” fosse già lì, e che ho dovuto solo scoprirlo. Un po’  come Michelangelo sosteneva che le sue opere fossero già contenute nei blocchi di marmo, e il suo lavoro fosse ‘semplicemente’ levare tutto il superfluo, fino a farle uscire fuori, a farle ‘vivere’. Il mio compito è stato andare nelle profondità dell’anima e portarlo alla luce. Un periodo di 6 mesi che mi ha risucchiato, che ha azzerato la mia vita sociale e che ha fatto riaffiorare demoni del passato. Affrontarli è stato l’unico modo per dare vita all’ album.

Raccontaci della genesi di questo album: dalle rime al suono, dalla varietà degli argomenti alla presenza al microfono.

Ho lavorato molto sulla presenza al microfono. Un ascoltatore attento percepisce subito una tecnica di registrazione inedita per il Rap italiano: tutte le canzoni sono one-line, non ci sono doppie, armonizzazioni, seconde voci. Solo qualche ‘sporca’ ogni tanto. Questo fa sì che abbia usato la voce come fosse un synth, il lead synth di ogni canzone. Sono arrivato ad un approccio molto Jazz nell’ uso della voce. Mi fondo completamente con la base musicale ma restandone ‘fuori’. Il mio flow è imprevedibile, irregolare, controtempato, rappo quasi sempre in levare, è la mia dote naturale. Questo fa sì che la mia voce esca fuori come in nessun altro caso in Italia, come se ogni strofa fosse un assolo di voce, proprio come se suonassi un sax. Sono da sempre focalizzato sul suono delle rime, ho evoluto la tecnica di scrittura rap fino a fare quasi tutte triple rime, anche quadruple e quintuple. Ogni parola di ogni frase fa rima con ogni parola della frase successiva. Da questo deriva l’alta musicalità di ogni barra. Riguardo la varietà degli argomenti, sentivo di dover maturare rispetto ai vari “Supershallo”, in cui usciva fuori molto il mio lato pazzoide, ma meno quello umano. È stata un’evoluzione spirituale, ancora prima che tecnica.

Sono convinto che la musica rispecchi la vita che vive l’autore nel periodo in cui la compone, quindi tendo a cercare di vivere il meglio possibile. Concepisco la mia vita come un’opera, di cui ogni disco è un tassello. Ho una visione dandy della mia musica. E della mia vita.

Quali sono gli stili lirici e metrici che usi in queste canzoni?

Invento il modo di rappare nel momento stesso in cui esce l’emissione vocale. Si può dire che ogni mia registrazione sia frutto del mio inconscio. Quasi freestyle. Per questo mi sento un jazzista più che un rapper. Metricamente cambio flow a ogni barra, a seconda dell’efficacia in base al concetto che esprimo. Alcune frasi sono urlate, sofferte, e alzo il tono, a far percepire il dolore, come nella seconda metà delle strofe in “Crescendo”, in cui alzo il tono al momento della crescita di pathos del testo. Altre tengo la voce bassa, calda, intima, per comunicare la sensibilità e il tono confidenziale. A questo punto della mia carriera, dopo tutti i dischi e i mixtapes che ho fatto, sento di poter fare con la voce quello che voglio. E ci sono arrivato strada facendo. Questo non vuol dire che mi fermerò, l’evoluzione del mio flow è quotidiana, da anni. Gioco molto con la voce e ho raggiunto una padronanza al di là del mio controllo.

Jesto

Jesto

Cosa vorresti comunicare a chi ti ascolta attraverso questo ‘frullato’ di attualità e storytelling di vita vissuta?

 Io sono frutto delle mie esperienze personali e di quello che la società mi ha imposto. Il mio Rap è una vendetta, un rivomitare addosso al mondo quello che ci viene imposto fin da piccoli, filtrandolo attraverso la mia visione. Ogni immagine che rappresento è come una grottesca parodia della realtà.

Nei tuoi testi ironia e sarcasmo si mescolano alla poesia e alla malinconia. Questo mix rispecchia anche la tua personalità?

Assolutamente. Non so mentire, sono come sembro. Questo mi rende unico. Forte e debole allo stesso momento. Alterno periodi di leggerezza e divertimento a periodi di profondo buio interiore, e da sempre combatto con me stesso alla ricerca dell’equilibrio. Credo sia una ricerca che mi porterò fino alla tomba. Il contrappasso di avere tutta questa ispirazione, di questa iper-produttività artistica, è dover fare i conti con i miei demoni. Puoi incontrarmi un giorno che sono la persona più solare del mondo, e beccarmi il giorno dopo che non spiccico una parola manco a cavarmela. Sono così, ma questo mi rende prezioso. Credo che la mia arte sia il frutto di questa battaglia interiore. Che non avrà mai fine.

Toccante quanto vero e sentito il brano “Papà” dedicato al compianto Stefano Rosso, cantautore rivoluzionario della scena romana anni 70. Come sei riuscito a parlare di un rapporto tanto complesso quanto fondamentale per te?

Mi ci sono voluti anni. E poi l’ho scritta in 10 minuti. Sento come se ci fosse voluta tutta la vita per poter arrivare a scriverla. E’ la mia miglior canzone di sempre. Contiene una vibrazione magica, è carica delle mie energie, e di quelle di mio padre, e di quelle di chiunque gli abbia voluto bene. Tante persone piangono quando la sentono. Brividi, pelle d’ oca. E’ come un portale dimensionale che abolisce spazio e tempo e fa rivivere il suo ricordo come fosse presente. Questo grazie al potere della musica. La produzione musicale fonde la chitarra, lo strumento a cui mio padre ha dedicato la vita, al mio sound trap, dando vita a un mix mai fatto da nessuno prima d’ ora. Poi la mia voce non mente. E’ carica di vibrazioni, l’argomento toccato mi ha potenziato la performance vocale e ne è uscita la mia miglior interpretazione, a mio parere. Il testo racconta cosa è stato Stefano Rosso, cosa ha rappresentato per il mondo e per me. Credo sarebbe orgoglioso di me, come domando nel ritornello.

Come vivi l’esordio per una “nuova” etichetta nel settore hip hop italiano quale è la Maqueta Records?

Maquesta Records esiste da anni, ha uno storico solido, è una struttura collaudata e affiatata. Sono amico, ancora prima che collaboratore, di Fernando Alba (Art Director di Maqueta), abbiamo suonato insieme molto prima di immaginare una collaborazione tra etichetta e artista. Mi trovo bene, grazie alla libertà espressiva che mi viene lasciata e al rispetto che percepisco nei confronti della mia opera. Io ho già avuto a che fare con altre etichette e anche con major in passato e quella dimensione non fa assolutamente per me. Per questo per anni ho scelto l’autoproduzione, l’autogestione delle mie opere. Ho bisogno di libertà creativa, per poter far venire fuori il vulcano di idee che ho quotidianamente. Con Maqueta ho trovato la possibilità di esprimermi, di scrivermi i video per esempio, come facevo da autoprodotto, di pensare al concept degli ArtWork e di proporlo e valutarlo insieme. Questa è una fortuna per un’artista come me, con una personalità sfaccettata e spesso controversa, con una così chiara visione artistica. Il segreto del successo che stiamo ottenendo da questa collaborazione è che alla base del rapporto c’è feeling umano, prima che professionale. Alla loro squadra ho affiancato il mio team creativo, persone con cui lavoro anni, e unire le forze ci ha portato a trovare una direzione vincente ed efficace. La fiducia riposta in me per un progetto HipHop dimostra le larghe vedute e l’apertura mentale di Maqueta, oltre che il fiuto per il business. Detto questo non mi considero semplicemente un’artista HipHop. In fondo vogliamo considerare “Papà” una canzone prettamente Rap? Per me è una Canzone, al di là del genere. Odio rientrare in definizioni, mi reputo un caso isolato del panorama musicale italiano. Sto usando il Rap come mezzo espressivo, ma non racchiude tutto il ventaglio delle mie possibilità espressive. Non mi pongo limiti e vengo da una famiglia di musicisti. Mi hanno sempre insegnato che la musica non ha etichette, non è racchiudibile in definizioni. Si parla di vibrazioni, non definibili per eccellenza.

Sempre solido il sodalizio artistico con Pankees?

Dopo aver registrato tutti i Supershallo da Pankees abbiamo raggiunto un feeling speciale in studio. Dopo 3 anni che registro da lui, era tempo di lavorare a un disco vero e proprio. Oltretutto abbiamo gusti simili in quanto a HipHop. Veniamo entrambi dall’ HipHop classico e siamo appassionati di Trap da anni, prima ancora di Sout. Insomma, ci siamo trovati. Nel 2015 io e Pankees abbiamo realizzato un Ep (Mamma Ho Ingoiato L’ Autotune 2), che può essere considerato un preludio all’ album, dal sound alle tematiche (“Lasciatemi Stare” poteva far parte dell’album).

Ci spieghi il tuo metodo di lavoro per i mixtape?

A differenza dell’album, per il quale ho avuto bisogno di tempo, per i mixtape non mi soffermo molto sulle canzoni. Butto giù praticamente in freestyle ogni pezzo, spesso usando le strumentali del momento americane, rappo su produzioni americane e mi sfogo così, costringendomi a stare al passo con i rapper Usa, dovendo rappare su basi usate da loro, e non volendo sfigurare. Effettivamente mi sento l’unico in competizione con i rapper d’ oltreoceano, sia per mole produttiva che per flow e sonorità. Mi diverto molto a fare i mixtapes, sono la mia passione e ho l’esigenza di farli, per testare la mia evoluzione a che punto è. Io se non registro sto male, ho bisogno di imprimere costantemente la mia voce e fermarla per sempre nel tempo. Questo è per me fare canzoni.

Sono maniaco di mixtapes, pensa che sul mio sito ufficiale (www.jesto.it) ci sono ben 19 mixtapes scaricabili gratuitamente. Credo nessuno abbia mai fatto così tanti mixtape di alto livello in Italia.

Jesto

Jesto

Quali sono le tematiche, i contesti, le persone che ti ispirano maggiormente?

Quello che vivo, quello che vedo. Ho una visione critica del mondo, e non credo a nulla di quello che ci viene imboccato. Devi contare che vengo dal liceo classico e ho studiato Filosofia all’ università. Analizzo tutto, dalle notizie del tg ai comportamenti delle persone che incontro. Studio il mondo, fin dall’ adolescenza, e lo rimetto in circolo filtrato dalla visione di Jesto, alter ego disposto a ‘sporcarsi’ con le brutture del mondo pur di creare arte nuova.

Cosa dovremo aspettarci da te prossimamente?

 L’ inaspettato. Ho sempre stupito a ogni step, i miei Supershalli lo sanno. Attualmente sento sempre di più l’eredità artistica di mio padre, e credo stia definitivamente venendo fuori. Oltre a questo ho bisogno di fare nuovi mixtapes, perché sto continuando a scrivere come un pazzo. Sono iper-produttivo musicalmente e non vedo l’ora di tornare in studio. Detto questo ora sono focalizzato sul disco, stiamo lavorando ai nuovi video e promuoverò “Justin” ancora per un bel po’. Oltre alla musica sono appassionato di tutto quello che è arte visiva, disegno e dipingo fin da piccolo, e ultimamente sta riuscendo fuori l’esigenza di comunicare anche così. Ma non ti anticipo nulla.

Come è andato il concerto di presentazione a Roma e cosa ti aspetti da quello che terrai al Legend Club di Milano?

A Roma è andata una bomba. Una città non facile per quanto riguarda la musica, riempiere un posto come il Brancaleone solamente con il mio nome è stato un traguardo. Sento come se fossi arrivato al cuore della gente, dopo anni di alti e bassi. Ora le persone si rispecchiano, hanno capito che sono un’artista assolutamente originale, e quindi non seguo percorsi prestabiliti. Questo mi porta ad avere il rispetto delle persone, ancor prima della stima artistica. Non sono mai sceso a compromessi, e finalmente la mia visione mi sta ripagando.

Per il Live di sabato mi aspetto di far trappare Il Legend Club, è la prima data da solo che faccio a Milano e non vedo l’ora di stare sul palco. Quando sono sul palco mi trasformo, è la cosa che mi viene più naturale del mondo. Come se stessi in un’altra dimensione, in cui non c’è razionalità ma tutto istinto. Non a caso vengo dal freestyle. Considero i miei concerti esperienze molto cariche energeticamente, emano vibrazioni amplificate con il microfono in mano.

Raffaella Sbrescia

Video: Puttantour

Shade presenta “Clownstrofobia”: Oltre le rime c’è di più

clownstrofobia_shade

Shade è un rapper, attore, doppiatore, freestyler e stand up comedian italiano nato a Torino. Lo scorso 15 gennaio Shade ha pubblicato il suo primo album intitolato “Clownstrofobia” (Warner Music), un lavoro in cui lo stile ironico e tagliente del rapper si sposa con contenuti anche più delicati. L’album rappresenta l’incontro tra il mondo del freestyler ironico e pungente e quello dell’artista più maturo e introspettivo. Spesso i panni dell’intrattenitore risultano stretti e si soffre di clownstrofobia. Ecco cosa ci ha raccontato Shade al telefono.

Intervista 

Dietro le rime, si nasconde una scrittura profonda e una voglia di lanciare dei messaggi ben  precisi.

Questo è un lavoro molto diverso rispetto alle cose fatte finora.  Nel precedente lavoro mi ero cimentato in pezzi molto divertenti e allegri, sono sempre usciti dei video  in cui facevo free style di intrattenimento incastrando le parole e le rime. In questo  album ho cercato di fare uscire fuori un lato di me che finora non avevo potuto mostrare. Un disco ufficiale in vendita rappresenta l’occasione giusta per farlo!

Perché il titolo “Clownstrofobia”?

Ad un certo punto l’etichetta di intrattenitore ti sta stretta e quindi ne soffri. In questo disco, a partire dalla cover, dimostro che non ne posso più di rappresentare un determinato tipo di cose e ho scritto dei pezzi che la gente non si aspettava da me…

In “Bar Mitzvah” canti “Gioco con le parole, me ne fotto delle persone”. Cosa intendi dire?

Non faccio giochi di parole per fottere le persone, gioco con le parole e me ne fotto delle persone. La critica si riferisce al fatto che molti mi dicono: “Sei bravissimo ma non hai contenuti”,  come a dire: “Sei una Ferrari a rappare ma ti limiti a fare il giro dell’isolato.  Secondo me sono magari loro che si limitano a guardarmi mentre faccio il giro dell’isolato. Forse il limite è più di chi segue questo genere di musica…

In “Patch Adams” parli di una storia importante e di una tematica delicata che si distanzia dal resto del progetto.

Sì, ho voluto inserirla come ultima traccia ed è il pezzo a cui sono più affezionato. Ho scelto di raccontare un brutto periodo della mia vita, ci si augura sempre di non avere a che fare con gli ospedali invece volenti o nolenti succede e a me è successo molte volte. In questo caso particolare si trattava di un’ altra persona che mi dispiaceva  vedere in brutte condizioni; andavo costantemente a trovarla fingendo che mi andasse tutto bene, vestendo un po’ i panni del clown per starle vicino poi, una volta uscito dall’ospedale, stavo malissimo ma non mollavo perché il giorno successivo sarei andato a trovarla di nuovo per convincerla che sarebbe andato tutto bene non sapendo se poi le cose si sarebbero risolte. Alla fine c’è stato un lieto fine ma è una cosa che mi ha segnato molto.

Il tuo stile richiama tematiche che rientrano anche nel repertorio di altri rapper però la tua ironia irriverente fa la differenza. Vai fino in fondo e te ne prendi la responsabilità?

Sì, questo è il mio modo di fare, non ho mai avuto problemi a tenermi le cose, non ho filtri e anche questa ragione ho dovuto rivedere tante cose che ho scritto in tanti miei pezzi. Chiaramente non vogliamo incorrere in denunce però se devo dire una cosa la dico. Faccio l’esempio di quando ho partecipato ad Mtv Spit: in quel momento non mi interessava di essere in tv, non ho cambiato nulla rispetto a quello che faccio quando giro l’Italia per i concerti. Sono sempre me stesso purtroppo o per fortuna!

“Stronza bipolare” è un brano divertente e spietato

La protagonista di questo brano è una persona con cui ho avuto molto a che fare e che mi ha fatto impazzire, attraverso litigi, crisi d’ansia, botte. Ho raccontato questa storia  in maniera tragicomica, il pezzo è quasi divertente ma la vicenda è stata distruttiva.

Netflix  è uno schizzo di quello che ci circonda al momento….

Le serie tv sono parte integrante della mia vita. Ho intitolato Netflix perché è arrivato da poco in Italia, ha rivoluzionato il mondo delle serie tv, prima avevamo solo lo streaming e quel poco che passa in nella tv tradizionale.

Dicci della collaborazione con Fred De Palma, sia nel singolo “Se i rapper fossero noi” che nella saga

Abbiamo fatto questa serie per caso, non sapevo nemmeno se volevo farla con lui. Volevo realizzare questo video intitolato “Se i rapper si facessero i complimenti”…. Lui si è mostrato subito super entusiasta e in effetti abbiamo realizzato questo video che ha superato i 3 milioni di visualizzazioni. La cosa ha rappresentato  lo stimolo giusto per realizzarne altri. Di solito ci mettiamo veramente pochissimo tempo a farli, credo al massimo  un’oretta e abbiamo culminato il tutto con “Se i rapper fossero noi”, il primo singolo estratto da “Clownstrofobia”.

“Disco d’horror” rispecchia un po’ il costume dei tempi delle querelle da classifica e lo fa in maniera dissacrante 

Ho un’ansia pazzesca per classifiche e cose del genere. La Warner ha puntato molto su di me e non voglio deludere nessuno. So che ci sono mille logiche che possono determinare il successo di un album ma voglio comunque fare il massimo e dimostrare che hanno fatto bene a puntare sul mio nome  e sul mio lavoro.

Questo è il pezzo più cattivo del disco, l’ho fatto uscire come primo vero estratto, ho postato il video su Facebook, dico cose cattive su altri rapper perché secondo me non esiste un migliore , esiste qualcuno che è più bravo ad incontrare il gusto delle persone. Il rap non è come il calcio, non è una cosa statistica, vendere tanto non vuol dire necessariamente saper fare buona musica.  Ho voluto smontare l’ego di certe persone approfittandone per realizzare un pezzo un po’ più tecnico.

Ti aspetta un Instore tour a tamburo battente…

Sì sarà un “instore tour de force”! Ho iniziato a Torino, l’anno scorso facemmo un concerto in metro, ci inventammo un instore che prevedeva pezzi eseguiti in metro. Purtroppo tanti mi scrivono di andare nella loro città ma non sono io a decidere. Chiaramente si tratta di un tour, ci sono  dei costi e ci sono persone che decidono cosa fare e perché. In ogni caso stiamo preparando una sorpresa per febbraio… sarà molto divertente!

Nel 2014 hai doppiato alcuni personaggi tra cui Eminem e 2pACm, nella nuova stagione di South Park in onda su Comedy central. Come hai vissuto il tuo ruolo?

Uno dei miei insegnanti mi mandò un messaggio vocale super serio chiedendomi di richiamarlo, ho subito pensato di aver fatto qualche cretinata delle mie. Ero al secondo anno della scuola di doppiaggio per cui credo siano i personaggi che ho doppiato peggio in assoluto, riascoltandomi mi “imparanoio”. I personaggi che doppio ora non sono di quel calibro lì, per me che faccio rap è stato  fantastico e poi South Park è il mio cartone preferito. Il direttore di doppiaggio è Walter Rivetti è colpa sua se South Park è così figo e rende bene anche in italiano rispetto all’inglese.

Cosa stai doppiando ora?

Ho doppiato una serie tv che si chiama “Bitten” che uscirà a breve in Italia, sul genere Twilight. Sto doppiando un cartone animato giapponese molto bello che si chiama “Sengogu Bazara, in questo caso il mio personaggio è un figo e dalla seconda stagione diventerà ancora più figo!

Raffaella Sbrescia

Acquista su iTunes

Instore – Le date

Dal 15 gennaio Shade incontra i fan negli store delle principali città italiane: il 15 gennaio a Torino (Feltrinelli Stazione h.15.00) e a Genova (Feltrinelli via Ceccardi, h.18.30); il 16 gennaio a Milano (Mondadori Duomo h.15.00) e a Varese (Casa del Disco, Piazza Podestà h. 18.30), il 17 gennaio a Verona (Feltrinelli via Quattro Spade, h.15.00) e a Brescia (Mondadori C.C. Freccia Rossa h.18.30), il 18 gennaio a Padova (Feltrinelli via S. Francesco, h.15.00) e a Bologna (Mondadori via Massimo D’Azeglio, 34h.18.30), il 19 gennaio a Firenze (Galleria del Disco, Piazza della Stazione h.15.00) e Roma (Discoteca Laziale ,via Mamiani h.18.30); il 20 gennaio aMarcianise (Mondadori C.C. Campania, h.15.00), e a Napoli (Feltrinelli, Stazione h.18.00); il 21 gennaio a Bari (Feltrinelli via Santa Caterina h.15.00) e a Lecce(Feltrinelli via dei Templari, h.18.30)

Video: Sei rapper fossero noi feat. Fred De Palma

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