Evolve: il trip fatalista degli Imagine Dragons

 

Imagine dragons ph Eliot Lee Hazel

Imagine dragons ph Eliot Lee Hazel

“EVOLVE” è il nuovo album degli IMAGINE DRAGONS. Dopo aver vinto un Grammy, due American Music Awards e aver venduto 9 milioni di album, la band di Dan Reynolds, il chitarrista Wayne Sermon, il bassista Ben McKee e il batterista Daniel Platzman torna in scena con un’evoluzione nei contenuti, nei termini di intesa e nella scelta di un format sonoro incentrato sul minimalismo. La visione degli Imagine Dragons è sempre stata controversa, la loro musica caratterizzata da suoni freschi e da ritmiche pregnanti. Ad oggi il loro obiettivo è ben preciso: portare avanti la ricerca di un posto dove trovare pace e sicurezza in se stessi. Affrontare se stessi è la cosa più difficile da fare. Ecco perché nei nuovi testi della band il punto focale è la leggerezza mentale, quella necessaria per liberarsi dai demoni del passato e fare un nuovo passo in avanti. Ottima anche la qualità del suono curato nei minimi dettagli. L’ascolto inizia con “I don’t know why”: la trama è quella di un amore adrenalinico tra due sconosciuti nella notte. Un’apertura elettro-ritmica esalta la dannazione e il pathos. Il cantato ritmico di “Whatever it takes” narra un sentimento incondizionato. “Believer”, primo singolo estratto dall’album, è il brano perfetto. Imperiosamente lussureggiante, il pezzo è caratterizzato da una struttura ritmica irresistibile. Lo stesso Reynolds ha spiegato: “Questa canzone intende racchiudere i momenti più significativi che hanno scandito questa lunga fase di transizione esistenziale. Oggi riesco a sentirmi in in pace con me stesso, con la mia vita, con quello che sono. Provo a godermi questo nuovo approdo con maggiore disinvoltura”. “Walking the Wire” ripete a piè sospinto un mantra preciso: take what comes. I nuovi Imagine Dragons sono fatalisti.

Imagine Dragons (incontro stampa Milano @ Universal Music)

Imagine Dragons (incontro stampa Milano @ Universal Music)

Il ritmo altalenante di “Rise up” è sorprendente e il messaggio è chiaro: ferma tutto e ricomincia. “I’ll make it up to you” propone, invece, un’elettronica di tipo reminiscente di stampo neoromantico. Ben riuscito il riferimento vintage ai Queen in “Yesterday”. La ritmica underground di “Mouth of the river” irretisce l’ascoltatore attraverso una nervatura sonora vibrante. Molto bello anche il nuovo singolo “Thunder”: ritmiche da club e r’n’b si fondono in un trip ad immersione. “Start over” è una delle tracce più deboli del disco ma il finale vale doppio: quel “join me baby” di “Dancing in the dark” è l’irrrinunciabile invito a prendere parte a questa danza onirico-psichedelica. La band sarà in Italia per due appuntamenti live: il 4 luglio a Lucca (Lucca Summer Festival, http://www.dalessandroegalli.com/events/438/imagine-dragons/ www.luccasummerfestival.ite il 10 luglio a Verona (Arena di Verona/ http://www.vertigo.co.it/it/imagine-dragons).

Video: Thunder

Questa la tracklist: “I Don’t Know Why”, “Whatever It Takes”, “Believer”, “Walking The Wire”, “Rise Up”, “Make It Up To You”, “Yesterday”, “Mouth of the River”, “Thunder”, “Start Over”, “Dancing In The Dark”.

LA versione deluxe contiene inoltre I brani: “Levitate”, “Not Today” e il  Kaskade Remix di “Believer”.

Ascolta qui l’album

Filippo Graziani: la recensione del nuovo album “Sala Giochi”

cover disco_Sala Giochi_crediti Fabrizio Fenucci

cover disco_Sala Giochi_crediti Fabrizio Fenucci

Quant’è bello prendersi il lusso di ritagliarsi tempo per investire energie, attenzione e ispirazione in un proprio progetto. Ancora più bello è constatare che c’è ancora chi riesce a farlo all’insegna della tranquillità e della consapevolezza. Questo è il caso di Filippo Graziani, un cantautore di 35 anni e con un cognome importante che è tornato sul mercato discografico nazionale con “Sala Giochi”, il suo secondo album nato a tre anni di distanza da “Le cose belle”. Nell’anno che osanna i dorati anni ’80, le relative sonorità e le sognanti atmosfere, Filippo decide di integrarsi in questo amalgama nostalgico utilizzando un tipo di approccio individualistico. L’estetica è quella comune ma le tematiche, figlie di sessioni di scrittura ambientate nelle colline romagnole, suonano anacronistiche con l’obiettivo di raccontare il presente in modo intenso e verace. Il pop elettronico si intreccia al cantautorato regalando un fascino casalingo a tutto il lavoro che, in effetti, profuma di artigianalità. In “Vero o no”, Graziani canta a scrive che l’amore trova sempre una strada, anche per chi non ci crede. Un punto di partenza che, in realtà, è anche quello di arrivo ma arriviamoci per gradi.

Video: Esplodere

Filippo offre molto di sé al suo pubblico e si sente. “Appartiene a te”, ad esempio, è il brano in cui il cantautore sceglie di mettersi a nudo senza perdere tempo a ragionare sui dettagli della vita. Bellissima la similitudine proposta in “Tutto mi tocca”: tutto mi tocca troppo come un nervo scoperto, scrive. Ecco: immaginatevi questa persona così sensibile da sentirsi urtata, schiacciata, manipolata, turbata, usurpata dal mondo circostante. Come vi sentireste al suo posto? Provate a fare questo esercizio, potrebbe regalarvi nuove preziose intuizioni. Questo discorso vale anche per “Mettici vita”: in ogni istante, in ogni nota, in ogni gesto. Ed ecco sopraggiungere l’amore nella parte finale del disco: quello travolgente de “La parte migliore”, quello urgente di “Esplodere”, quello indebolito dai dubbi di “Credi in me” ma soprattutto quello di “Vicini e lontani”. E poi c’’è “Vorrei”, così spontanea e trasparente, così piena di desiderio di vita e di condivisione, così autentica e reale. Infine il quesito che apre uno squarcio in tutti noi: “Dov’ è il mio posto”, un finale psichedelico per un disco che intende reagire alla frustrazione e che scava nel passato per ridare grinta al presente.

 Raffaella Sbrescia

TRACKLIST

1. Vero O No

2. Appartiene A Te
3. Il Mondo Che Verrà
4. Tutto Mi Tocca
5. Mettici Vita
6. La Parte Migliore
7. Esploder

8. Credi In Me

9. Vicini E Lontani
10. Vorrei

11. Dov’è Il Mio Posto

Ascolta qui l’album:

Fake Sugar: la potenza solista di Beth Ditto

Beth Ditto - Fire

Beth Ditto – Fake Sugar

Vulcanica e travolgente. Questa è la Beth Ditto che per 17 anni ha capitanato i Gossip. Oggi ritroviamo la cantante in veste di solista. L’occasione è l’uscita dell’album “Fake Sugar”, pubblicato su etichetta Virgin Records. Frutto della collaborazione con Jennifer Decilveo, questo lavoro mette in risalto la vocalità di Beth ponendo l’accento su variegate sfumature di suono. Nelle dodici tracce che compongono la tracklist, Beth Ditto si muove tra passato e presente con disinvoltura e carisma. Il graffio, la sensualità, il piglio glamour del suo tocco rivestono le trame delle sue canzoni tessendo le fila di un caleidoscopico insieme di blues, pop, rock e soul. Il disco si apre con la fortissima “Fire”: cruda, carnale, innervata di “sporche” spruzzate underground. Infuocata anche “In And Out”: un’aura anni ’70 avvolge un clubbing d’èlite. Il calore del sud fa capolino nella title track “Fake Sugar” mentre la ritmica definita e avvolgente di “Savoir Faire” apre la strada a “We could run”, il brano che forse più di altri racchiude l’essenza della Beth Ditto di oggi. Calda e pulsante l’anima di “Oo la la”, superfluo “Go Baby Go”, il tributo ad Alan Vega dei Suicide. Non mancano un paio di ballate, rispettivamente intitolate “Love in real life” e “Lover”. Il brano più interessante dell’ultima parte del disco è “Do you want Me To” in cui Beth Ditto si apre al conflitto interiore esternandolo servendosi di una cornice sonora molto corposa e variegata. La tracklist si chiude con  l’onirica “Clouds” (Song for John); un modo per offrire l’ultima pennellata artigianale ad un lavoro che si presenta come un modo per scoprire i lati di Beth Ditto che fino a oggi erano rimasti un po’ in ombra.

Video: Fire

Dopo i concerti sold out della scorsa primavera a Berlino, Parigi e Londra, e la partecipazione ad alcuni Festival come il  Montreux Jazz Festival, è stato già annunciato il tour americano. L’artista farà tappa anche in Italia per un’unica data al Fabrique di Milano sabato 30 settembre.

Raffaella Sbrescia

Ascolta qui l’album:

Prehension: il minimalismo confortevole di Joep Beving

Joep Beving

Joep Beving

Malinconia intesa come protensione ricettiva dell’anima. Questa è l’essenza di “Prehension”, il nuovo lavoro del pianista olandese Joep Beving il cui suono si muove con disinvoltura tra neoclassicismo e minimalismo. Musica alta ma fruibile è quella composta dal musicista dal tocco gentile. Senza l’ausilio dell’elettronica, l’artista si destreggia tra titoli ispirati ad un repertorio classico ma si rivolge ad un pubblico semplice. Il suo suono intende essere confortevole in modo essenziale: Beving pesca a piene mani dall’impressionismo classico ma anche dalla più contemporanea new age, alterna note rapide a note complesse creando un’atmosfera di tipo meditativo. Si comincia con “Ab ovo” in cui tutto il discorso viene racchiuso in momento unico e definitivo. Si continua con il flusso lunare con “Kawakaari” che ci immette nell’evanescente inconsistenza di “Impermanence”. Il nucleo dell’album si annida in “A heartfelt silence”, “Le souvenir des temps gracieux” e “Pippa’s theme”: la triade in oggetto spicca per delicatezza ed eleganza mai troppo forzata. Il piglio malinconico e solitario s’interseca con la solarità propositiva di “432” e la conclusiva “Every ending is a new beginning”, brano con cui Joep Beving porta a compimento un discorso strumentale di tipo circolare, capace di trovare una propria collocazione semantica in tanti contesti diversi.

Raffaella Sbrescia

Ascolta qui l’album:

Relaxer: il nuovo album degli Alt J è pronto a confondervi le idee

alt-J-Relaxer

alt-J-Relaxer

Che cosa vuol dire saper conquistare i premi della sfera “alta” e la scena “mainstream” quando nel frattempo si continua a produrre musica che non segue correnti, mode e generi? La risposta la conoscono gli Alt J che, con il nuovo album “Relaxer” piazzano un altro bel colpo all’interno della propria discografia attraverso una elegante commistione di progressioni ritmiche, chitarre e fiati che lasciano l’ascoltatore incerto sul pronunciarsi. Diversi ascolti sono necessari per poter cogliere le sfumature, gli accenni e gli stravolgimenti di alcuni classici ma anche le progressioni proposte negli inediti. Gli Alt J lavorano per sottrazione ma sempre con l’intento di sorprendere: questo è quanto avviene in “3WW”, uno dei brani più interessanti del disco. Il piglio classic rock insito in “Hit me like that snare” conquista l’ascoltatore con la sua energia profumata di grunge. Due i rifacimenti: uno è “House of the rising sun” in cui tastiere, chitarre e melodia vengono solo accennate, l’altro è “The auld triangle”, incorporato all’interno di “Adeline”. L’ipnotico fascino di “Deadcrush” funge da spartiacque prima che il sipario cali con il sopraggiungere di “Pleader” che, nel sancire l’indefinibilità del  progetto in essere, ne decreta il pieno valore artistico.

Raffaella Sbrescia

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Harry Styles: quando la fama non sazia la fame di arte. La recensione del disco da solista

Harry Styles- cover album

Harry Styles- cover album

Che cosa può portare un giovane cantante come Harry Styles che, con gli One Direction ha conosciuto il successo planetario, ad avere il coraggio, e forse il buon senso, di fare una grossa marcia indietro e ripartire da zero in veste di solista? Due cose: la saggezza e la stanchezza. In un mini-ecosistema protetto dove tutto andava studiato a tavolino, la sensazione di libertà deve essersi ridotta proprio ai minimi termini. Ecco perché Harry Styles, così come Zayn Malik, ha sposato la pausa “a tempo indeterminato” del gruppo per mettersi a scrivere con calma soppesando i tempi ma anche i suoni per un lavoro che ha sorpreso un po’ tutti, detrattori compresi. “Non volevo fare errori ma soprattutto non volevo avere fretta perché negli ultimi tempi la fretta la faceva da padrona. Ci capitava spesso di scrivere mentre eravamo in tour. Stavolta volevo godermi il piacere di realizzare un album senza pressioni, non mi è mai capitato di sentirmi così libero”, ha dichiarato il giovane cantante e, a giudicare dal risultato, l’intento è stato più che rispettato.

Registrato tra Inghilterra, California e Giamaica sotto l’egida del noto produttore Jeff Bhasker (già con Ed Sheeran, Alicia Keys, Bruno Mars, P!nk e molti altri), cui si sono affiancati alla produzione Alex Salibian, Tyler Johnson and Kid Harpoon, l’omonimo disco del 23enne (Columbia Records) si presenta ricco di riferimenti ai suoni tipicamente britannici: si va dai beat beatlesiani degli anni ’60 (Carolina) al britpop più vicino ai millenials (Meet Me in the Hallway) passando per ampie manciate di glam rock cosparso di vibranti chitarre elettriche (Only Angel e Kiwi). No ai dj producer, no all’elettronica, no alla dance, no ai tormentoni, Harry Styles intende raccontarsi lasciando il giusto spazio alla manualità. Forte del contributo dei musicisti che hanno suonato nel disco e che saliranno sul palco insieme a lui nel corso del tour che avrà inizio a settembre ( il 10 novembre all’Alcatraz di Milano), il cantante modula la voce, riuscendo ad avvicinarsi anche alle atmosfere folk, così come avviene in “Tho Ghosts” e “Sweet creature” ma anche e soprattutto alle corde del cuore come in “Sign of the Times”, il brano che ha fatto da apripista al disco e che segna lo spartiacque tra il passato del cantante e questo promettente presente.

 Raffaella Sbrescia

Video: Sign of the Times

TRACKLIST

Meet Me in the Hallway

Sign of the Times

Carolina
Two Ghosts

Sweet Creature
Only Angel
Kiwi

Ever Since New York

Woman
From the Dining Table

In nome dell’amore Volume 2: il nuovo Alex Britti

IN NOME DELL'AMORE volume 2 ALEX BRITTI

IN NOME DELL’AMORE volume 2 ALEX BRITTI

Cosa succede se un virtuoso della chitarra come Alex Britti decide di incidere un nuovo album incentrandone i testi sul tema dell’amore? Il risultato lo si può ascoltare ne “In nome dell’amore – volume 2” che segue il ‘volume 1′ del 2015. Declinato secondo diverse angolature, l’argomento visto dalla prospettiva del cantautore romano assume una forma liquida, libera. Le fotografie trasformate in testi tratteggiano a grandi linee un percorso umano e musicale iniziato due anni fa. Nel ‘volume 1′ di questo progetto, Britti raccontava, infatti, la parte più oscura, introversa, drammatica dell’amore. Oggi il cantautore passa all’aspetto più leggero del tema lasciandolo percepire anche da un uso diverso delle sonorità. L’album si apre con “Senza guardare indietro”, ovvero il racconto di una piccola epopea individuale a metà strada tra sogno e realtà in cui il suono, vicino a certe atmosfere eighties, risulta oltremodo artefatto. L’ascolto prosegue con “… e basta”, un brano senza particolari pretese che celebra la complicità di coppia. Il sound spento di “Speciale” inficia il testo immediato e scorrevole, finalmente torna il blues in “Tanti anni fa”, uno dei brani più interessanti e più riflessivi di questo disco. Britti quadra i conti con il passato ma lo fa con disimpegnata leggerezza. L’approccio semplice e spensierato traspare anche dalle note di “Stringimi forte amore”, molto più interessante il filone rock’n’roll seguito nelle trame di “Libero”, in cui Britti omaggia Chuck Berry. L’album si chiude con una versione acustica de “In nome dell’amore”, la migliore espressione dell’artigianalità di un suono tanto inconfondibile, quanto necessario per comprendere bene l’essenza artistica di Alex Britti.

Raffaella Sbrescia

Alex Britti – Speciale

Spirit: coerenza e innovazione nel nuovo album dei Depeche Mode

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Esce oggi “Spirit”, il nuovo atteso album dei Depeche Mode. Il quattordicesimo album in studio della band apre un nuovo importante capitolo all’interno della loro discografia. La prima ventata di novità la porta James Ford dei Simian Mobile Disco (Foals, Florence & The Machine, Arctic Monkeys) attraverso una speciale formula di assemblaggio dei suoni in grado di metterne in risalto sia la potenza che i dettagli. La seconda è insita nel contenuto quanto mai politico dei testi racchiusi nella tracklist: evoluzione, perdita di controllo, rivoluzione, spiritualità sono i grandi temi affrontati in un album che mira ai punti dei deboli dell’ascoltatore avvolgendolo con delle sonorità sintetiche dal potere catartico. “Spirit” rappresenta, di fatto, il modo per immergersi in un’impietosa autoanalisi dal gusto masochistico. Sadici ma non troppo, i Depeche Mode riescono a mitigare il colpo con qualche suadente ballad in grado di far riprendere il fiato dopo una lunga apnea. Per quanto riguarda gli elementi grafici, artwork e fotografie che accompagnano l’album sono state realizzate da Anton Corbijn, celebre film-maker e collaboratore storico della band. La versione standard (fisica e digitale) di Spirit contiene 12 brani, mentre la deluxe in doppio cd, comprende uno speciale booklet di 28 pagine di foto e artwork esclusivi e 5 remix realizzati da Depeche Mode, Matrixxman e Kurt Uenala, chiamati Jungle Spirit Mixes.

Entrando nello specifico dei brani, il disco si apre con “Going backwords”, un brano con un testo che non le manda di certo a dire: “Stiamo tornando indietro, armati di nuove tecnologie, torniamo indietro all’età della pietra”, canta Gahan, mettendo subito le cose in chiaro. A seguire l’ascoltatissimo singolo “Where’s the revolution?” in cui i Depeche Mode ci invitano a impegnarci seriamente, a sporcarci le mani, a scendere in piazza per fare in modo che qualcosa inizi davvero a cambiare. In “The worst crime” la band ci dichiara tutti colpevoli dello stato attuale delle cose. A rincarare la bellezza dell’ascolto sono i sensuali momenti elettronici di “Scum” e “You move”, così come le pulsazioni strumentali di “Cover me”. Se “Eternal”, cantata da Martin, risulta più debole, “Poison heart”, rialza la posta con un’irresistibile ritmica. “You can despise me, demonize me, but there is so much love in me”, dicono i Depeche Mode in “So much love” per ridare forza all’idea di speranza.  Algida l’intro di “Poor man” dedicata ad un ‘anima a cui resta ben poco da perdere. Un vorticoso crescendo di suono traghetta l’ascolto attraverso il limbo di “No More (This is the last time” fino alla conclusiva ed implacabile “Fail”. Pessimisti ma non catastrofisti, i Depeche Mode si guardano intorno per stimolare se stessi e chi li ascolta. Forti della loro potente riconoscibilità, Dave Gahan, Martin Lee Gore e Andrew Fletcher scelgono di dare più spazio alla loro urgenza espressiva servendosi di un sofferto lirismo e di un suono sublime dal fascino perturbante, a tratti ipnotico.

 Raffaella Sbrescia

Video: Where’s the Revolution

Spirit tracklist (STANDARD):

Going Backwards

Where’s the Revolution

The Worst Crime

Scum

You Move

Cover Me

Eternal

Poison Heart

So Much Love

Poorman

No More (This is the Last Time)

Fail

 

 

Pulviscolo: il primo album da solista di Colombre. La recensione

Pulviscolo - Colombre

Pulviscolo – Colombre

“Pulviscolo” è il primo album di Colombre, progetto che inaugura l’esperienza solista di Giovanni Imparato – già voce, chitarra e autore dei brani della band indie-pop Chewingum e co-produttore del disco “Sassi” di Maria Antonietta. Ispirato ad un racconto di Dino Buzzati (Il Colombre), il nome d’arte di questo artista rispecchia la sua voglia di affrontare le paure e di sfuggire all’immobilità. Registrato agli Artigiani Studio/Sala Tre di Formello (studio di Daniele Sinigallia), in presa diretta, senza cuffie né click, affinché “le canzoni oscillassero come le onde del mare”, prodotto da Giovanni stesso e da Fabio Grande (I Quartieri, Joe Victor, Mai stato altrove, Shalalalas) con l’ assistenza tecnica di Pietro Paroletti, l’album racchiude anche delle ottime collaborazioni: la voce e i cori di IOSONOUNCANE (featuring di Blatte), le percussioni di Francesco Aprili (batterista di Wrong on you, Giorgio Poi e Boxerin Club) e il basso di Nicolò Pagani (Mannarino) in Bugiardo.

25 minuti e 36 secondi sono il tempo che occorre per sentire l’urgenza e la veracità delle 8 tracce che compongono un disco composto e arrangiato in solitaria in un piccolo studio di Senigallia per affrontare temi privati come l’amore, l’amicizia, la malattia mentale, le illusioni e le disillusioni di un uomo contemporaneo attraverso un universo musicale davvero variegato. Muovendosi tra chitarre, omnichord e tastiere, Colombre gioca con gli strumenti tra pop e psichedelia. Il disco si apre con la title track “Pulviscolo”, brano senza ritornello scandito da una melodia su progressione di accordi suonati con l’organo. Bando alle scuse scelte, trovate, quasi inventate per tergiversare e perdere tempo. Uno spreco più simile ad un lusso quello raccontato in “Fuoritempo”. L’unico featuring del disco è presente in “Blatte”, un brano dal testo rude e scomodo che vede la partecipazione di Jacopo Incani aka IOSONOUNCANE. I suoi cori danno ampiezza e compattezza ad un pezzo che parla di un rapporto di amicizia finito dopo aver capito la vera natura dell’altra persona tra indifferenza, disgusto, falsità, rabbia. Il brano più difficile del disco è “Tso”: il protagonista è un caro amico di Colombre che, dopo un’adolescenza frenetica, è stato ricoverato all’improvviso in psichiatria. A lui l’artista augura di tornare ad essere spavaldo come una volta. L’immagine di incompletezza e solitudine dettata dalla mancanza del partner è quella più eclatante per descrivere l’essenza di “Dimmi tu”, la canzone d’amore che Colombre dedica alla compagna Letizia aka Maria Antonietta (che ha firmato l’art work dell’album). Fottetevi tutti, la gente fa schifo. Ecco la rivelazione di “Sveglia”, il pezzo ispirato al mondo musicale di Caetano Veloso, necessario per parlare a se stessi e darsi finalmente un benedetto scossone per destarsi dal torpore. Sapevo, tacevo, mentivo e ti confondevo: questa è l’ammissione di colpa contenuta in “Bugiardo”, una canzone che parla senza filtri di tradimenti. E poi c’è “Deserto”: e se hai pianto mille volte fino a solcarti il viso e hai sbagliato mille volte sentendoti fallito, sai che un nuovo oceano sta nascendo in Africa da un deserto. Prova a volerti bene senza aculei, te lo meriti tieniti stretta la tua diversità e non avere paura. La malinconia, il disincanto e quel pulviscolo di incertezze che ci attanagliano il cuore non saranno mai abbastanza forti da spegnere la speranza di un sorriso.

Raffaella Sbrescia

 Video: Blatte

TRACKLIST

1)    Pulviscolo

2)    Fuoritempo

3)    Blatte feat. IOSONOUNCANE

4)    TSO

5)    Dimmi tu

6)    Sveglia

7)    Bugiardo

8)    Deserto

 LE PRIME DATE DEL TOUR DI “PULVISCOLO”

18 marzo Roma, Le Mura

24 marzo Firenze, Tender Club

31 marzo Trento, Bookique

1 aprile Udine, Rock Bar 60

7 aprile Foligno (Pg), Supersonic

8 aprile Carpi (Mo), Mattatoio

14 aprile Lunano (Pu), Enoteca di Lunano

15 aprile Milano, Ohibò

21 aprile Bassano Romano (Vt), La casa di Emme

28 aprile Bologna, Covo Club

 

Rosso Istanbul: la recensione della colonna sonora

locandina

Tredici brani e una sola canzone canzone (In Dieser Stadt di Hildegard Knef, del 1965) per la colonna sonora di “Rosso Istanbul”, il nuovo film del regista Ferzan Ozpetez. Edita in digitale da per CAM del Gruppo Sugar, l’opera è frutto del lungo lavorìo di ricerca portato avanti da Giuliano Taviani (due David di Donatello nel 2015 come miglior musicista e per la migliore canzone originale per Anime Nere) e Carmelo Travia (nominato ai David di Donatello come migliore musicista per Cesare deve morire). Melodica, ficcante e fascinosa, la musica dei due compositori s’insinua nella mente creando un legame a doppio filo con i personaggi e le magiche atmosfere di Istanbul, di cui raccoglie anche i suoni. Un viaggio dentro il viaggio è il tema che attraversa la storia del protagonista Orhan Sahin che torna a Istanbul dopo 20 anni di esilio volontario. Giunto in città per collaborare in qualità di editor con il noto regista Deniz Soysal, Orhan rimane inviluppato in una serie di vicende che lo legano ai famigliari e agli amici di Deniz. Su tutti spicca Neval, la donna che con la sua grazia e il suo sguardo magnetico innesca in Ornah una serie di emozioni ormai sepolte sotto una spessa coltre. Malinconiche riflessioni, pochi discorsi e tanti sguardi si avvicendano mentre sullo sfondo le note disegnano i contorni dei profili di ciascuno dei protagonisti. Le diverse versioni del tema centrale “Red Istanbul” si adornano di elementi accessori in grado di fornire inedite sfaccettature di uno stesso luogo pronto a sorprendere il pubblico. Assolutamente magica “Memories of the Bosphorus” intrisa di mistero e pathos. Nervature jazz attraversano le trame di “Yali Pop” e “Falling down” anche se è “The Turkish Key” ad aggiudicarsi lo scettro di composizione regina: struggente nel suo classicismo europeo profumato di etnicità romantica.

Raffaella Sbrescia

Rosso Istanbul: tracklist
1. Istanbul Red 2:13
2. Orhan’s Theme 2:03
3. Yusuf 3:21
4. Istanbul Red (Version 2) 2:32
5. Neval 0:55
6. Rebirth 1:43
7. Memories of the Bosphorus 1:30
8. The Turkish Key 1:34
9. Deniz’s Ghosts 1:50
10. Istanbul Red (Version 3) 2:04
11. Yali Pop 2:36
12. Falling Down 1:33
13. Istanbul Red (Version 4) 2:36
14. In Dieser Stadt (Hildegard Knef) 3:05

 Il trailer:

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