Microchip Temporale: i Subsonica celebrano il disco più famoso in modo creativo.

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I Subsonica sono fonte continua di ispirazione. Singolarmente o in gruppo, i magnifici 5 conoscono i segreti più reconditi del suono e da 20 anni a questa parte infiammano i palchi senza soluzione di continuità. In occasione del ventennale di Microchip emozionale, il gruppo torinese ha pensato bene di studiare una formula che potesse distanziarsi da qualunque operazione nostalgia. Ecco dunque Microchip temporale, un salto nella contemporaneità con dei testi che hanno segnato forse un paio di generazioni. Per farlo, i Subsonica hanno lavorato in studio insieme a una manciata di colleghi selezionati per coerenza generazionale e di percorso artistico, creando sinergie ad hoc e mini rivisitazioni lasciando fluire il progetto senza preconcetti e spesso affidando i brani letteralmente chiavi in mano ai colleghi.

Copovolgendo la prospettiva, i Subsonica si sono guardati dall’esterno, hanno cercato e trovato nuovi intrecci e spunti per la musica che verrà. Il progetto chiude il cerchio e dimostra che i Subsonica non sono puristi e non considerano la musica intoccabile, anzi. Questo progetto non poteva essere un tributo né un omaggio, vuole essere bensì un modo per avere accesso ad altre menti creative, esattamente così come avveniva negli anni ‘90. Stima, amicizia, mutuo scambio sono i cardini che hanno scandito le collaborazioni che attraversano questo progetto. Il valore aggiunto di Microchip temporale sta nel fatto che offre al pubblico e alla band stessa degli spiragli di futuro. Suoni contaminati, innesti urban, intrecci ritmici spezzati, complessità ritmiche che costruiscono un beat ipnotico e trasgressivo.

MICROCHIP TEMPORALE

Ai Subsonica piace scardinare le regole dei suoni mainstream, traducono gli stimoli, seguono le evoluzioni del suono da distanza ravvicinata e le fanno proprie donando loro identità e carattere.

Nel disco sono diversi i pezzi ben riusciti. Si va da Sonde in cui Willie Peyote attualizza il testo in modo efficace e incisivo senza strafare. La sua affinità con il mondo subsonico era già stata approvata in occasione della collaborazione nell’album Otto, qui il connubio è rodato e consolidato.

Tra i best performers annoveriamo senza dubbio Cosmo per Discoteca Labirinto. Dopo vari esperimenti, il suo è un risultato dal peso specifico importante e di sicuro successo. La scarnificazione di Tutti i miei sbagli a vantaggio dell’interpretazione di Motta è uno degli episodi più criptici e sinuosi dell’album mentre le scelte più deboli sono quelle di Elisa in Lasciati e de Lo Stato Sociale in Liberi tutti. Outsider di tutto rispetto sono i Fast Animals and the Slow Kids in Albe Meccaniche che diventa un pezzo di stampo industrial. Convincente aldilà delle aspettative anche M¥SS KETA in nell’iconica idiosincriosia di Depre.

Raffaella Sbrescia

D.O.C. è il nuovo album di Zucchero “Sugar” Fornaciari. Nella tempesta, ecco lo spirito nel buio.

ZUCCHERO

A tre anni di distanza da “Black cat”, Zucchero Sugar Fornaciari torna in pista con “D.O.C”, un album con cui l’artista sceglie di raccontarsi in modo fedele, autentico e in linea con i tempi, sia dal punto di vista testuale che musicale.

Zucchero vive i tempi che corrono lasciando perdere i doppisensi ammiccanti. Non è più tempo della goliardia, è tempo della riflessione, della ricerca, forse della redenzione.

Il fulcro da cui prende vita tutto il lavoro rimangono le sue amate origini, presenti anche in copertina, che il cantante sceglie di fare proprie a tutto tondo. Dal blues, al soul, al R & B, al gospel, passando per un uso caldo dell’elettronica, D.O.C suona come un disco attuale sia nei suoni che neglI arrangiamenti. Al fianco di Zucchero, alcuni nomi storici: Max Marcolini, presente dal ‘98, il brother in blues Don Was. Subentrano poi diversi giovani produttori come Nicolas Rebscher, Joel Humlen, Steve Robson, Eg White per mettere a fuoco un percorso di ricerca che è andato avanti per circa un anno a seguito dell’ultimo tour di Zucchero.

Zucchero Robert Ascroft

Zucchero Robert Ascroft

Tempi sospettosi, tempi sospesi sono quelli di cui ci parla l’artista che, nel suo inconfondibile stile, disegna un quadro fedele di un mondo molto simile a una pentola in ebollizione. In ogni canzone viene fuori uno spirito, una luce, una speranza, quasi come se Zucchero stesse cominciando a intravvedere una forza superiore, un’entità mistica non ancora definita ma che in qualche modo esiste. Questo intimismo è stato fin da subito un aspetto evidente all’artista che, difatti, si definisce geloso di D.O.C proprio perché ha toccato punti delicati, richiamando antichi ricordi di infanzia. Tra i termini chiave dell’album c’è la parola “freedom”, libertà. Un termine inflazionato, di cui molti abusano senza pensare al fatto che ormai siamo del tutto condizionati nei comportamenti e nel modo di interpretare le cose. Zucchero ne rivendica l’autenticità professando uno stile di vita country, lontano dalle apparenze, circondato da pochi fidati amici e ben distante dalle velleità di chi non si mostra per quello che è davvero. Zucchero parla infatti anche delle cosiddette “vittime del cool”, recrimina un allontanamento globale dallo stile di vita autentico, genuino e onesto di un tempo. Prende a male parole quello che non è più il “Belpaese”. Denuncia intrighi, corruzioni, l’ involuzione socio-culturale, rimette in pista il dialetto, collabora a quattro mani con De Gregoriprima  e Van De Sfroos poi, duetta con l’astro nascente Frida Sundemo e si prende la liberà di condividere pensieri romantici e controcorrente. Scappa una lacrima da mezza lira in “Testa o croce” in cui riappare la terra natìa Roncocesi. Accompagnato dalla sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa, proprio come accadde tanti anni fa quando fu sradicato in Versilia, Zucchero abbraccia il mondo con un nuovo tour mondiale che, questa volta, prenderà il via dal Bluesfest Byron Bay in Australia il prossimo aprile. Saranno tanti i concerti che si susseguiranno subito dopo, tra i tanti anche un nuovo record di date consecutive all’Arena di Verona, ormai storico punto di riferimento per l’artista emiliano a cui piace essere stanziale, rilassato, concentrato e pronto a dare il meglio di sé, sempre accompagnato da musicisti che fanno invidia alle star mondiali. Sono tanti gli aneddoti di cui fa menzione Zucchero, così come sono tante le cose che dice attraverso le sue canzoni senza che debba esplicitarne il contenuto. La stoffa, la misura, la sostanza di artisti del suo calibro si misurano semplicemente con la potenza di parole che, tassativamente in italiano, arrivano ancora a toccare il cuore di migliaia di appassionati in tutto il mondo. Che D.O.C sia con noi e, a buon rendere!

Raffaella Sbrescia

Polvere e Asfalto: la recensione dell’album di esordio di Vins

Polvere e Asfalto

Polvere e Asfalto

Che cosa vuol dire far musica sentendosi parte di una dimensione parallela, fuori dal tempo, dallo spazio e dalle necessità dettate dalle incombenze del vivere quotidiano? Prova a spiegarcelo Vincenzo Pennacchio, in arte Vins, con il suo album d’esordio “Polvere e asfalto”. Musicista e cantautore napoletano, Vins usa la penna e le corde per mettere a fuoco una serie di riflessioni ora estemporanee, ora più stratificate attraverso un modo di esprimersi autentico e privo di artifizi.

Il viaggio di Vins inizia con “Come si fa?”, un brano che inneggia a vivere e muoversi controtempo e controcorrente per non rischiare di restare mummificati dalla polvere e dall’asfalto che ogni giorno siamo corretti a schivare pur muovendoci esattamente al loro interno.

Le vibrazioni sonore che scandiscono parole ed emozioni sono figlie di ascolti standard. Tra blues e rock che hanno marchiato a fuoco intere generazioni, nella musica di Vins rimane questo flusso di continuità che è sinonimo di qualità.

C’è un tempo per odiare, un tempo per amare, canta Vins in “Domani”, una canzone per definire la propria identità. Lontano da stereotipi e mode, il cantautore mira alla sostanza delle cose, questo è ciò che avviene tra le righe di “Curami” in cui la musica nuda è la cura perfetta per evolversi dalla contingenze quotidiane e muoversi su strade nuove.

La cruda amarezza e il feroce disincanto vibrano ne “Il vento”: un po’ bisogna cedere e farsi il culo in tre, sporca è l’anima della rabbia che sento dentro, le certezze sono bandiere stuprate dal vento, non mi va di essere usato per pagare i vostri conti, il mio disprezzo è il mezzo di comunicazione. Più onesti, diretti e trasparenti di così davvero non si può essere.

La riflessione si fa urlo definitivo in “Io non sono qui”: il varco per uscire completamente fuori, allo scoperto, privati da vincoli e definizioni. Vins evade e in questa fuga attraversa “Polvere e asfalto”, percorrendo chilometri a piedi nudi, barcamenandosi tra bestie feroci fino a divenire entità astratta. Rimane una vibrazione strumentale, prima cruenta, poi dolce e struggente.

La trasIfgurazione è solo metaforica, la consistenza di Vins è ancora vivida e scomoda, esattamente come appare ne “Il mondo è qua”: benvenuto a euro-zona, tu sei zero, non sei persona, il codice a barre è la tua identità, scrive Vincenzo senza fare sconti. Ecco perché è il caso di individuare un “Punto di fuga”, come lui fa attraverso parole e canzoni.

Assurdo pensare che il rock’n’roll sia “Solo uno show” quando assurge a una tale potenzialità espressiva eppure questa consapevolezza piomba con forza ineludibile anche tra i sogni di Vins. A chiudere l’album è “Immobile”, una ballad amara ma avvolgente. Un monito a non crogiolarsi nel dolore e a credere che ci sia sempre e comunque un buon motivo per saltare nel buio.

Raffaella Sbrescia

 

 

 

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

E’ il sax dalla vibrazione garbata e onirica di Marco Zurzolo ad introdurre, al teatro romano di Ostia Antica, l’attesissimo recital ” Le Parole Note“. Un incipit musicale, quindi: si comincia dalle note.

Due tre minuti, e poi fa il suo ingresso discreto Giancarlo Giannini. Completo blu elettrico, cravatta, camicia bianca: il look del lettore. E di questo in effetti dovrebbe trattarsi: della lettura di alcuni stralci o componimenti poetici, accompagnati da musica di qualità.

Nulla di nuovo, un format già visto.

Ma un Istrione può, con un gesto, uno sguardo, un ammiccamento, un sorriso, trasformare la frittata di zucchine della mamma in un piatto di alta cucina, dai raffinati sapori, dall’aspetto invitante, dal gusto pieno, dall’effetto saziante.

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Un Istrione può.

Può molto, un Istrione. Può anche annoiare e diventare pedante ed antipatico. Non è sicuramente il nostro caso. Un Giannini che riesce ad essere giocoso ed intenso, commovente e potente, delicato e carezzevole, dominante e contestualmente schivo, lasciando agli intermezzi musicali ed agli arrangiamenti dell’ottimo Zurzolo tutto lo spazio che è giusto che prendano.

Si fa attendere, un Istrione, Ma solo quei cinque minuti sufficienti a invogliare il pubblico all’applauso.

Entra in scena, un Istrione, ma come un olimpionico al tuffo, con eleganza e senza far tracimare una goccia d’esuberanza in più del dovuto.

Può raccontarci, un Istrione, che parlerà della donna. Dell’Amore, della passione che la donna ispira.

E farci giungere alle lacrime interpretando sì, l’amore. Ma quello dagli aspetti più universali e assoluti.

Può, un Istrione. E Giancarlo Giannini può regalare al pubblico una serata come quella di ieri, carica di emozione, divertimento, suoni, scherzi, lazzi, commozione, fino a scoperchiarti il cuore.

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

E’ attraverso le poesie, lette da un semplice leggio, che ci parlerà d’amore. E sono le poesie che tutti conosciamo. Che abbiamo studiato a scuola, che abbiamo imparato a memoria, che ci hanno accompagnati nei lunghi e solitari pomeriggi adolescenziali, che abbiamo richiamato alla memoria, nella gioia, nella tristezza, nel commiato e nell’incontro. Non una ricerca, una lettura. Ma un Istrione può trasformare un leggio in una scenografia fantastica, complice anche la naturale bellezza del luogo, senza aggiungere altro che la voce, le espressioni, una parca ma significativa gestualità, un pizzico di ironia, e un poco di spavalderia da guascone.

I brani musicali sono di volta in volta richiesti, a seconda del poeta interpretato. Ora Neruda, su Ravel, ora Ariosto su un’aria medievale a tinte jazzistiche, Ora una tarantella, ora un’improvvisazione a soggetto, mentre riecheggiano i versi
di Alda Merini, Prevert, D’Annunzio, Petrarca, Ada Negri, Leopardi, Salinas, Dante, Pasolini.

Ma un momento su tutti prende alla gola lo spettatore e gliela stritola, ed è il capitolo dedicato ai versi di Shakespeare. Avrebbe potuto essere rappresentato dal dialogo tra “Romeo e Giulietta”, o dai fraseggi del “Sogno di una notte di mezza estate”. Invece no. Sono il compianto di Antonio su Cesare, e il monologo, totalmente fuori dagli schemi, reso quasi in prosa, del principe Amleto, umano, compassionevole, straziante.

E’ sicuramente questo l’attimo in cui la magia di questa notte di mezza estate si trasforma in incanto ed il pubblico sublima.

Intanto, tra una rima e l’altra, la musica si affaccia. Un jazz leggero e divertente, ma non per questo meno ricco di sofisticate sfumature, nella cui esecuzione un altro Istrione la fa da protagonista..

Scherzano, giocano, si abbracciano, i due fulcri di scena, e intanto emozionano, rompono schemi, riempiono di contenuti e significati uno spettacolo che potrebbe, nei suoi presupposti, prestarsi all’esaltazione della banalità.

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ma un Istrione può trasformare quanto potenzialmente banale in un dardo che ti arriva dritto nel centro del petto e ti spacca il cuore. Figuriamoci due Istrioni.

Il pubblico riconosce i versi, li recita sottovoce, si intenerisce di fronte alla “siepe che da tanta parte/dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, e nel ricordare quale e quanto fosse l’amore di Pasolini per la madre.

Il pubblico riconosce tutto. E tutto apprezza e applaude.

Sono i versi che tutti noi abbiamo ascoltato, studiato, almeno una volta recitato.

Sono Parole Note.

J.R.

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

Ostia Antica: tra mito e sogno ecco Le Parole Note di Giancarlo Giannini e Marco Zurzolo Quartet

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Ballate per uomini e bestie: la mastodontica opera d’arte di Vinicio Capossela

Poesia, filosofia e denunzia confluiscono in “Ballate per uomini e bestie”, il nuovo album del cantautore, ri-trovatore e immaginatore Vinicio Capossela. In questo undicesimo lavoro in studio l’artista studia, analizza e metabolizza la realtà in un modo del tutto inusuale, complesso, ricco e potente. In questi 14 brani Vinicio si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia. L’Arte a tutto tondo prende il volo in queste ballate potenti e maestose, impreziosite da arrangiamenti strutturati, originali, spesso ispirati a medioevo, rinascimento e barocco. Un excursus antropologico di una portata tanto imponente quanto ben al di soprà delle possibilità cognitive di chi andrà ad ascoltarlo.
Nel presentare il disco, Vinicio Capossela racconta: “Questo lavoro parla della scomparsa dei vincoli sociali, si mette in luce l’aspetto anarchico del sé. All’interno del contesto in cui avviene questa autoanalisi c’è la peste. Il filo discorsivo sviscera la propagazione virale della stessa. I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi. Il disco offre tante letture e porta a termine una serie di studi, approfondimenti, spunti, idee che ho portato avanti per 7 anni. La forma della ballata mi permette di raccontare delle storie attraverso un linguaggio erudito, edotto. Mi piace l’idea di fornire spunti, richiami, analogie e confondere l’immaginario di chi ascolta. In questo disco mi sono cimentato anche con nuove sonorità, su tutte quelle date dagli archi ipnotici di Teho Tehardo, si tratta di un mondo che ho scoperto da poco e che mi ha affascinato”. Il lavoro è stato scritto, composto e prodotto da Capossela mentre è stato registrato nell’arco di due anni tra Milano, Montecanto (Irpinia) e Sofia (Bulgaria) da Taketo Gohara e Niccolò Fornabaio. I compagni di viaggio di Vinicio sono stati: Alessandro “Asso” Stefana, Raffaele Tiseo, Stefano Nanni, Massimo Zamboni, Teho Teardo, Marc Ribot, Daniele Sepe, Jim White, Georgos Xylouris e l’Orchestra Nazionale della Radio Bulgara”.
In un’epoca in cui il mondo occidentale sembra affrontare un nuovo medioevo inteso come sfiducia nella cultura e nel sapere e smarrimento del senso del sacro, Capossela mette in mostra le similitudini e il senso di attualità che lo legano profondamente alle cronache dell’oggi prestando particolare attenzione al suono e al significato della parola scritta. All’interno di questi racconti c’è spazio per la contemplazione e la denuncia. Antico e moderno, rurale e urbano, forme primitive ed evoluzioni contemporanee convivono dando forma a inquietudini e pulsazioni, coadiuvandosi con riferimenti musicali storici e immaginifici. I movimenti dei suoni si allineano con quelli delle parole. Il contrasto tra sacro e profano racconta ed esorcizza il presente. In questo medioevo altro e tecnologicamente evoluto, fatto di nuove crociate, rinnovate guerre di religione, oscurantismo, lavoro industriale sulla paura, diffusione virale di pestilenze, dietro di noi o nella nostra mente inconscia ci sono gli animali: le bestie rappresentano pertanto l’ irrisolto punto di accesso al mistero della natura umana.
La narrazione prende il via con “Uro”, un animale estinto capace di incarnare la forza e il mistero di un unico buio primordiale. Fin dall’inizio l’accesso al sacro, al mistero, ha per l’uomo il volto dell’animale. Il viaggio prosegue con “Il povero Cristo”, ispirato alle vicende narrate dal Vangelo e che ci ricorda la grande croce di ciascuno di noi: Amare la vita e vivere sapendo di morire. Cristo non è riuscito ad insegnare agli uomini a salvarsi con il precetto più semplice che è quello in cui è racchiusa tutta la buona novella, il lieto annunzio: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
La ballata più viva, ricca, furente è “La peste”: scorrono a cadaveri parole nel respiro della rete a mucchi interi. La meravigliosa peste virale che tutti ci fa liberi, che tutti ci fa uguali , la meravigliosa peste che libera il bubbone tutti in polluzione. Selfie, servie, selfie, servie. I nuovi crociati, un nuovo medioevo, il vecchio fascio nero.
Ci troviamo in una fase primitiva, una zona ibrida che non ha un’ etica, una normativa, in cui vale tutto, soprattutto i contenuti intimi della persona. Il brano è dedicato a Tiziana Cantone e vede Vinicio Capossela cimentarsi con l’autotune e un certo uso della tecnologia particolarmente ben riuscito.
L’uso della paura si fa strumentale in “Danza Macabra”, un brano ispirato all’immaginario universo di Tim Burton e di grande suggestione grazie ad un arrangiamento superbo. La danza della morte fa ballare tutti al suo ordine. Vince la maledizione eterna: ad mortem festinamus! Oggi a me domani a te”.
Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover

Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover

Ricchezza di parole e metafore si possono godere ne “La ballata del porco”: il maiale, animale totemico della cività contadina, mette in luce il tema del sacrificio: dopo una vita d’ingrasso, la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi fa testamento. Ed è il testamento dell’uomo che ha voluto vivere con tutto il suo corpo che è appunto anagramma di porco.
Ne “La ballata del carcere di Reading”, Oscar Wilde, grande cultore della bellezza e dell’artificio scopre nella caduta il sentimento della com-passione e lo restituisce in questa ballata. “Ma ogni uomo uccide quello che ama”.
Un punk tribale, vivo e vibrante scandisce le “Le nuove tentazioni di Sant’Antonio”: un aggiornamento nel mondo contemporaneo delle tentazioni del celebre Abate che, come Prometeo, si calò all’inferno per rubare il fuoco. Famose sono le sue tentazioni che, in questa narrazione, si adeguano al mondo moderno: fare merce dell’attrazione, artificiare l’immaginazione, fare selfie in masturbazione, fare sesso in digigrafia, avvelenare la natura, bloccare il mondo con la paura. Fare un inferno di questa terra in nome del Paradiso, fare un deserto e riempirlo di niente.
Un pezzo preraffaelita viene definito “La belle dame sans merci”, ispirata alla poesia di John Keats per provare a spiegare in altri termini lo spinoso tema della solitudine.
Ancora una visione ispirata ad antichi temi per “Perfetta Letizia”, direttamente figlia dei fioretti di Francesco d’Assisi per provare a spogliarsi di tutto e andare oltre noi stessi e sostenere la pena della vita con leggerezza.
L’asino e poi il cane, il gatto e il gallo sono i protagonisti de “I musicanti di Brema”. Animali che impersonificano esseri umani destinati a morte da esaurimento nel ciclo produttivo e si uniscono per fare finalmente una cosa magnificamente inutile.
Giunge poi il western notturno di “Le loup Garou”: la metafora dell’uomo che in fase elettorale mette in piena luce la voglia di carne cruda. Il mannaro è l’infrazione della barriera tra uomo e animale. Un’altra corsa senza lieto fine è quella de “La giraffa di Imola”: nella corsa di questa giovane giraffa ci sono tutti i recinti e i fili spinati e il mare-sepolcro che circondano la “fortezza Occidentale”. L’amore non colto e l’esilio a vita, nella vita sta tra le righe del brano “Di città in città”. Da estraneo sono venuto, da estraneo me ne vado. Portando l’orso.
Chiude questo lavoro antologico “La lumaca”: una poesia per ricondurre il mondo all’umile e piccolo. Fuori dal tempo dell’Utile e del Lavoro. Il Sacro è lento e immanente. Capossela celebra la sacralità della lentezza, unica forma di eternità possibile: portarsi il cosmo sulle spalle e godersi la scia, esattamente come metaforicamente fa la lumaca.

 Raffaella Sbrescia

Animali Notturni: la recensione del nuovo album di Fast Animals and Slow Kids

animali-notturni-fask

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Con il quinto album “Animali Notturni” i Fast Animals and Slow Kids approdano in Warner Music e si affidano alla produzione artistica di Matteo Cantaluppi. Sulla carta tutto questo suona come un totale stravolgimento per la band capitanata da Aimone Romizi. Nella pratica invece si evince un dato di fatto: il gruppo perugino si è semplicemente evoluto. La passione viscerale è intatta, quello che è vivo è lo scambio di idee, una fusione di concetti, intenti e influenze che è sconfinata in un lavoro di non facile impatto. C’è bisogno di ascoltarlo diverse volte per coglierne i messaggi e le sfumature.

Nelle undici tracce di “Animali Notturni”, i FASK escono in avanscoperta cercando e, quindi trovando, una nuova direzione di un percorso creativo mai stantìo. Si sceglie di dare fiducia a questa band per la coerente intenzione di volersi emozionare suonando e di piacere innanzitutto a se stessa. Non si parla di autocompiacimento bensì di onestà artistica.

All’interno di questo discorso, la figura di Matteo Cantaluppi riveste un ruolo centrale in quanto il suo contributo ha lasciato migrare la centralità del lavoro della band dal testo all’arrangiamento, configurando concetti e pensieri in un modo diverso dai precedenti lavori; un approdo inaspettato, nuovo e forse ancora da metabolizzare per gli stessi FASK, il cui fuoco artistico è vivo brucia insieme a noi esattamente come si evince proprio nella omonima title track del disco. Vibranti, intense, appassionate sono le immagini di stampo evocativo presenti in “Cinema”. Coraggioso, onesto, libero e disperato è il testo de “L’urlo”. Si racconta di pene sentimentali ma da un punto di vista maturo e razionale in “Non potrei mai”, si riconoscono errori, paure e paranoie tra le righe di “Dritto al cuore”. Si insegue la felicità, la diversità, l’apertura dello spirito in “Canzoni tristi”. Arrivano poi i brani oscuri, scomodi e fascinosamente interessanti come “Un’altra ancora “ e “Demoni”: ammissione di colpa, ragionamenti fastidiosamente veri, autentici, viscerali che fanno male al cuore ma che al tempo stesso lo rendono puro e splendente.

I FASK parlano, suonano e scrivono di tutto quello che gli va, in questo ampio range semantico c’è spazio anche per affrontare lo spinoso tema del compromesso artistico in “Radio radio”: la voce di Romizi è incazzata, le parole pure. Il discorso prende una piega più introspettiva in “Chiediti di te” per capire se e come ci si possa sentire inadatti all’interno di un contesto sociale allo sbando. Ed è qui che si finisce al tema del cambiamento in “Novecento”: nuovi orizzonti sono quelli che vorremmo davanti a noi, grandi incertezze sono invece quelle con cui conviviamo ogni giorno senza trovare risposta. Il finale di “Animali Notturni” è più aperto che mai, starà a ciascuno di noi, scegliere come sarà il proprio.

Raffaella Sbrescia

 

Tarantelle: la ripartenza di Clementino. La recensione del disco

Clementino by @Chilldays

Clementino by @Chilldays

Tarantelle” è il nuovo album di Clementino. Un lavoro variegato, ricco di contenuti autobiografici, spesso complessi e scomodi, figlio di un periodo difficile in cui il rapper originario  di Cimitile si è trovato faccia a faccia con se stesso e con un periodo trascorso in comunità.

Forte del tempo, del talento, della volontà, “Tarantelle”riporta Clementino all’attenzione del pubblico attraverso un viaggio musicale che parte dal rap classico passando per ballate d’amore, velocissimi freestyle, dialetto napoletano e tante verità inserite strategicamente nella tracklist. Le 14 tracce che compongono il disco sono frutto di una selezione di 70 brani totali.

Selezionatissimi sono anche i featuring: Gemitaiz, Caparezza, Nayt e Fabri Fibra sono i compagni di viaggio di Clementino in “Tarantelle”, un disco senza freni inibitori, pungente, critico e ricco di giochi di parole. I pezzi più ficcanti sono quelli che ricalcano l’idea di uno stream of consciousness che guardano al passato che rimettono al loro posto le linee guida personali e artistiche di Clementino. L’artista salta da temi seri a quelli leggeri senza soluzione di continuità. Tra i brani più interessanti, evidenzio “Versi di te”; una traccia seria e importante. Al suo fianco piazzo “Babylon” feat. Caparezza ma soprattutto “La mia Follia”, il pezzo più personale e più realistico di Clementino. Il rapper scrive “Ragazzo devi stare attento che la vita fa promesse che non avrai mai” e “[…] scava dentro la propria psiche, prende di petto i problemi affrontati e scende dal trono del rapper tutto ganja e denaro. La degna chiusura del disco arriva con “Diario di Bordo”: Clementino si mette il passato alle spalle con consapevolezza e gratitudine, il suo flow è veloce, intenso, ricco. Da ascoltare e riascoltare per percepire le citazioni, le influenze, i riferimenti culturali ed esistenziali che vanno a rappresentare il significato tangibile di un disco che segna una ripartenza tanto attesa quanto intrisa di fiducia verso il futuro.

Raffaella Sbrescia

Fabrizio Moro pubblica il nuovo album “Figli di nessuno”. La recensione

Fabrizio Moro

Fabrizio Moro

“Figli di nessuno” è il decimo album di inediti di Fabrizio Moro. Un album diretto e senza filtri in cui l’artista ha voluto esprimersi ancora una volta in tutta la propria sincerità esponendo la propria sfera più intima. Un disco scritto e prodotto in pochi mesi, durante i quali Fabrizio e i suoi musicisti hanno avuto modo di restare chiusi in studio a curare ogni dettaglio relativo alla costruzione di arrangiamenti ricchi di richiami e influenze musicali . L’antifona era già stata subito chiara con il singolo di lancio “Ho bisogno di credere”: oggi non mi spezzo e non abbasso mai lo sguardo e se sono così forte lo devo solo al mio passato, ho fede in te e ho fede nel colore. Questo suo modo di scrivere in modo urgente, necessario, arrabbiato convive dunque con la speranza, la fiducia, la forza di volontà. Fabrizio spera, crede, rivela, risana, scava e scova a fondo nel passato, nelle cose, nelle persone e sopratutto non dimentica. Ogni frame della vita diventa risorsa a cui fare riferimento quando lo si ritiene più necessario. Fabrizio Moro è e rimane un combattente, l’artefice della propria salvezza, un uomo che nel suo essere rimasto coerente ha saputo mantenere intatta la propria sensibilità e la propria creatività senza mai scendere a compromessi. La sua attitudine rock continua a esistere e svilupparsi anche in “Figli di nessuno” ed è proprio qui che sgorga la sua voglia di rivalsa, di dimostrare a chi lo ha umiliato, disprezzato, ostacolato. Fabrizio ce l’ha fatta e ci svela che gli artefici della nostra salvezza siamo proprio noi stessi.
Tra i brani più importanti del disco c’è “Filo d’erba” dedicata a suo figlio Libero: un brano tanto intenso quando scomodo per Fabrizio che ammette la sua responsabilità nei confronti delle fragilità di un bambino che vive la separazione dei genitori. Un modo per mettere a nudo certe verità che fanno male ma che al contempo possono rappresentare un punto fermo da cui ripartire. C’è poi “Non mi sta bene niente”, un brano manifesto, molto vicino alla descrizione di una personalità complessa, irrequieta, genuina e autentica come la sua. La piccola perla del disco è il brano “Me ‘nnamoravo de te”, un capolavoro di testo e poesia in cui il punto di vista di due bambini che si innamorano è l’espediente metaforico per rivivere e percorrere gli ultimi cinquant’anni della Repubblica Italiana. Un’epopea ferma ad un punto di stallo che ci fa struggere e che stimola lo spirito combattivo di chi sente il fuoco degli ideali bruciare dentro. Bravo Fabrizio, sii te stesso sempre, continueremo ad essertene grati.

 Raffaella Sbrescia

Tracklist

1. Figli di nessuno 2. Filo d’erba 3. Quasi 4. Ho bisogno di credere 5. Arresto cardiaco 6. Come te 7. Non mi sta bene niente 8. Me’ nnamoravo de te 9. Per me 10.#A 11. Quando ti stringo forte

Da oggi, Fabrizio Moro incontrerà i fan per presentare il nuovo album di inediti “Figli di nessuno” con un instore tour: il 12 aprile a Roma (Discoteca Laziale in Via Mamiani, 62 – ore 18.00); il 13 aprile a Bari (La Feltrinelli c/o C.C. “Mongolfiera Santa Caterina” in Strada Santa Caterina, 19 – ore 18.00); il 14 aprile a Milano (Mondadori Megastore in Piazza Duomo, 1 – ore 18.00); il 16 aprile a Salerno (C.C. “Maximall” di Pontecagnano Faiano, Salerno in Via Pacinotti, snc – ore 18.00); il 17 aprile a Napoli (La Feltrinelli della Stazione Centrale Piazza Garibaldi – ore 18.00); il 18 aprile a Catania (C.C. “Etnapolis” di Belpasso, Catania in Contrada Valcorrente, 23 – ore 18.00); il 19 aprile a Palermo (C.C. “La Torre” in Viale Michelangelo – ore 18.00); il 23 aprile a Bologna (SEMM Music Store & More in Via Oberdan, 24F – ore 18.00); il 24 aprile a Gorizia (C.C. “Tiare

Shopping Center” di Villesse, presso Località Maranuz, 2 – ore 18.00); il 27 aprile a Torino (Mondadori Bookstore in Via Monte di Pietà 2 ang. Via Roma – ore 18.00); il 28 aprile a Limbiate – MB (C.C. “Carrefour” di Limbiate, Monza-Brianza presso Ex SS 527 angolo Via Garibaldi – ore 18.00); il 2 maggio a Taranto (Mondadori Bookstore in Via Giuseppe de Cesare, 35 – ore 18.00); il 3 maggio a Foggia (C.C. “Gargano” di Monte Sant’Angelo, Foggia presso Contrada Pace – Loc. Macchia – ore 18.00); il 4 maggio a Latina (La Feltrinelli in Via A. Diaz, 10 – ore 18.00); l’8 maggio a Firenze (la Feltrinelli RED in Piazza Della Repubblica, 26 – ore 18.00); il 9 maggio a Padova (C.C. “Piazzagrande” di Piove di Sacco, Padova in Via Fratelli Sanguinazzi, 1 – ore 18.00).

Henosis: Joep Beving chiude la trilogia in modo maestoso. La recensione dell’album

Joep Beving

Joep Beving

Viene dall’Olanda e ha già abbondantemente dato prova del suo indiscutibile talento. Lui è il pianista Joep Beving che con Henosis, pubblicato il 5 aprile per Deutsche Grammophon, chiude una trilogia imponente. Massiccia è, tra l’altro, la quantità di note e di stimoli offerti da questo suo mastodontico ultimo album composto da ben 23 brani per oltre 100 minuti di musica. Un’esperienza sensoriale plurima, è il caso di dire. Il comune denominatore delle nuove composizioni strumentali di questo artista visionario rimane chiaramente il pianoforte: un vecchio Schimmel verticale ereditato da sua nonna in cui ogni tocco si intinge di ricordi e di sfumature che rendono il suono fortemente personale e inscindibile dall’artista. L’intento di Beving è il perseguimento della connessione tra l’uomo e il cosmo. I due album precedenti sono perciò da considerarsi dei passaggi propedeutici a questa finalità ultima. L’analisi dell’interiorità diventa uno strumento, una risorsa per addentrarsi all’interno di un più ampio processo di ampliamento semantico. La proattività dell’ascoltatore è l’immediata reazione che l’istinto mette in atto soprattutto nei brani in cui compare la mano di Maarten Vos. Per questo progetto, Beving si avvale infatti di archi, synth ed elettronica minimale per una molteplice declinazione di sfumature raggiungendo sempre un risultato di grande impatto acustico. C’è bisogno di tempo da investire e pensieri da raccogliere per ascoltare questo disco, non è di certo un lavoro che può essere fruito da ascoltatori mordi e fuggi, sarebbe davvero uno spreco perdersi la bellezza, la nobile intenzione metafisica dell’autore, la prospettiva finale di un viaggio compositivo durato quattro anni e che per qualche attimo ci offre l’ologramma fedele della vacuità della nostra mente.
Brani preferiti: Into the dark blue, Nebula.
Raffaella Sbrescia

Angelica riparte da solista: la recensione dell’album “Quando finisce la festa”

Angelica - Quando finisce la festa

Angelica – Quando finisce la festa

Lo sai che anche le cose invecchiano, invecchiano si rompono non restano. Noi siamo i giocatori dei giochi fuori luogo dei luoghi fuori gioco ogni domenica anche se non ci va, anche se non mi va. Così canta Angelica (Schiatti), ex front-woman dei Santa Margaret, in “Giocatori”, brano tratto dal suo album d’esordio in veste di solista. Il disco s’intitola “Quando finisce la festa”  (Carosello Records) e mette Angelica nella posizione di ritrovare la quadra della propria cifra stilistica. Capire in che direzione muoversi, se mantenere le radici del gruppo o estirparle del tutto. Ad aiutarla in questo fondamentale percorso di ricerca artistica, un nutrito gruppo di musicisti di grande esperienza come: Antonio “Cooper” Cupertino, Massimo Martellotta e Fabio Rondanini dei Calibro 35, Teo Marchese e Ivo Barbieri, Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Esplosion e Daniel Plentz dei Selton.
Il risultato è un disco con degli arrangiamenti molto astuti, che pescano tra le epoche, che regalano un’aura retrò al progetto, che ne esaltano l’estetica malinconica. In mezzo ci sono le canzoni, tutte scritte da Angelica. Si va dal magnetismo cinematografico di “Adulti con riserva” alla già citata “Giocatori” passando tra le memorie casuali della liquida “Beviamoci” e la tristezza consapevole di “Due anni fa”. La forza del disco sta nel cercare di rendere la riflessione e la malinconia una risorsa per affrontare un limbo esistenziale: cosa si prova nell’affrontare la fine di qualcosa che coincide con l’inizio di un nuovo capitolo? Ecco cosa prova a raccontarci Angelica. Concetti come memoria, tempo, distanza si incrociano e si rincorrrono, un po’ come avviene in “Domenica e lunedì”. Si arriva alla titletrack “Quando finisce la festa” con frasi che rimbombano: Questa canzone non mi basterà per riempire tutti i vuoti che ho. Il trampolino è troppo in alto, la vita è durante il salto. Quello che ho da dire è qui..., scrive Angelica mettendo per iscritto una serie di sensazioni contrastanti e complesse da affrontare. Il bilancio per questa cantautrice, già con diversi anni di rodaggio alle spalle, è che come primo passo di un nuovo percorso solitario, la prova è superata. Conoscendola però, le auguriamo di trovare il coraggio di osare di più, di celarsi meno dietro la scrittura e di essere più cruda, proprio come invece si mostra sul palco. L’identità solitaria è in divenire e noi la troviamo affascinante anche per questo.
Raffaella Sbrescia
TRACKLIST
01. Adulti con riserva – (03:24)
02. I giocatori – (03:05)
03. Beviamoci - (03:32)
04. Due anni fa – (04:04)
05. I giocatori – P.M. – (02:27)
06. Guerra e mare – (03:50)
07. Domenica e Lunedì – (02:48)
08. Mi spiace (davvero) – (03:39)
09. Bambina feroce – (03:28)
10. QFLF – Quando finisce la festa – (06:07)

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