TheRivati: Non c’è un cazzo da ridere. La recensione di un album scomodo e necessario

The Rivati - Non c'è un cazzo da ridere

The Rivati – Non c’è un cazzo da ridere

Avevamo lasciato i TheRivati sulle note di “Black from Italy”, li ritroviamo oggi con “Non c’è un cazzo da ridere”. Un titolo eloquente come lo è da sempre il linguaggio musicale e testuale della band napoletana composta da Paolo Maccaro (voce e testi), Marco Cassese, Antonio Di Costanzo (basso), Saverio Giugliano (sax, tenore e dub master) e Salvatore Zannella(batteria).
In tre anni di vita, lavoro, scrittura, la band torna a muso duro con un impatto vivido e vibrante sulla nostra realtà. Il mezzo è un concept album in cui le tracce si avvilupano una dopo l’altra nell’affresco audio-visivo di un’attualità avvilente in cui, difatti, non c’è davvero un cazzo da ridere.
Intensi, genuini, sfrontati, irriverenti, i TheRivati conservano inalterata la loro identità e lo fanno perseguendo una cifra stilistica autentica e fastidiosa al contempo. Fastidiosa sì, soprattutto per chi si è lasciato abbindolare dall’uso massiccio di elettronica e synth buttati qui e lì alla spicciolata. Qui si fa sul serio, si suda, si maledice, si impreca, si usano gli strumenti con cognizione di causa e lo si fa nel nome della scuola del neapolitan power, sulla scia della afro black music, sugli echi di un blues polveroso e dannatamente sexy.
Il mood è subito chiaro con le premesse di “Intro nervoso” che riprende una scena del film del 1982 “No grazie, il caffè mi rende nervoso”: l’invettiva è diretta alle fondamenta del music business e i TheRivati non le mandano proprio a dire a nessuno. Tanto inquietante quanto tristemente realistica è la trama di “Nun sto buono”, una canzone che prova a mettere nero su bianco la sensazione di totale estraniamento e inspiegabile avulsa malinconia che avvince l’anima di chi si ammala di depressione. Ancora temi scomodi in vista tra l’interludio di “Così parlò” e “Cocaina”, tra i mali più diffusi dell’epoca ultra contemporanea. Il dramma esistenziale viene sviscerato, senza soluzione di continuità in “Trent’anni”, la soglia in cui ciascun individuo sente su di sé una sorta di spada di damocle e si sente obbligato a tracciare bilanci tra passato e futuro. Le testimonianze del nostro vivere continuano in “Bataclan” e “Eyewitness (interludio)” con tanto di stralci audio a sancire nero su bianco un dramma epocale per la storia contemporanea. La forza dei The Rivati sta però nel perseguire e individuare il modo per reagire e vivere anche in questo marasma totale. A riprova di quanto detto troviamo “’O sce’”, “Rapsofollia” e “Stai tutta sudata” una triade di canzoni con cui la band mette in scena tutta la grinta del suono da cui trasuda l’anima e l’intenzione di chi, forte del sapersi reinventare anche in un contesto complicato, trova sempre le risorse necessarie per andare avanti a testa alta e con un bagaglio emotivo che possa bastare non solo per se stessi ma anche per tutte le anime affini che scelgono di sposare uno stile di vita, forse rude. ma decisamente più vero e più affascinante di quello di tante macchiette che, ad oggi, non hanno davvero un cazzo da raccontare.
Raffaella Sbrescia

 

M¥SS KETA: il nuovo album è Paprika. La recensione

M¥SS KETA

Dimenticatevi di “Una vita in Capslock”, M¥SS KETA si evolve e pubblica il nuovo album “Paprika” in cui la citazione all’omonimo film di Tinto Brass è chiaramente ovvia. Forte dell’espansionismo latente del collettivo Motel Forlanini, M¥SS KETA mette a segno una serie di collaborazioni anche molto distanti dal suo genere e dal suo pregresso discografico con l’obiettivo di scoprire altro di se stessa e di evolvere una cifra stilistica improntata al superamento del limite. L’attitudine di approccio sta nella ricerca del vario, del nuovo, del diverso, dell’originale. All’interno delle canzoni di questo lavoro, M¥SS KETA si ispira ad un immaginario erotico. Ci sono donne bollenti, intriganti, femminili. Il corpo femminile parla in modo diretto, inquietante, lisergico, assoluto. La femminilita assurge ad un’entità archetipica, primitiva. A scandire queste immagini sonorità jungle, hip hop, r’n’n, post produzioni e remix che stravolgono tutto ciò che M¥SS KETA aveva mostrato di se stessa fino ad ora. Così “Le ragazze di Porta Venezia”, già iconico, diventa un brano aggregante con le voci di Elodie e Joan Thiele.

M¥SS KETA diventa quindi un progetto aperto, in cui altri artisti si divertono ad entrare capendone la spiccata ironia e il mood sornione. Lontana anni luce dall’amore romantico, M¥SS KETA si scatena con Gabri Ponte, ride di se stessa, fa satira su usi e costumi grotteschi compiendo quasi un atto politico. La sua è un’estetica punk, una posizione di eterna esposizione a temi, spunti e territori sconosciuti. Un continuo esperimento che, nel battere il ferro finché caldo, si affida a sensazioni primordiali. Un continuo “do it yourself” in cui M¥SS KETA si affida a Motel Forlanini per esprimersi in totale libertà e in linea con una corrente di pensiero sfrontata, furba, senza rinunciare alla voglia di lanciarsi in termini di ricerca sonora.

Raffaella Sbrescia

TRACKLIST

1 – ALSO SPRACH ELENOIRE DI ELENOIRE FERRUZZI

2 – BATTERE IL FERRO FINCHÉ È CALDO

3 – UNA DONNA CHE CONTA REMIX FEAT. WAYNE SANTANA

4 – MAIN BITCH

5 – BOTOX REMIX FEAT. GEMITAIZ

6 – PAZZESKA FEAT. GUÉ PEQUENO

7 – TOP FEAT. LUCHÈ

8 – 100 ROSE PER TE FEAT. QUENTIN40

9 – MORTACCI TUA PROD. CACAO MENTAL

10 – CLIQUE PROD. POPULOUS

11 – LE RAGAZZE DI PORTA VENEZIA REMIX FEAT. ELODIE, PRIESTESS, JOAN THIELE

12 – B.O.N.O.

13 – LA CASA DEGLI SPECCHI PROD. GABRY PONTE

14 – FA PAURA PERCHÉ È VERO FEAT. MAHMOOD

PROSSIME DATE LIVE

 

5/4 VIPER THEATRE, FIRENZE |https://bit.ly/2Oknizs

6/4 TEATRO SOCIALE, COMO |http://bit.ly/marker2019

20/4 ROKOLECTIV FEST, BUCAREST

27/4 NEW AGE, RONCADE (TV) |https://bit.ly/2FopWQt

30/4 MONK, ROMA | https://bit.ly/2GCuYv0

10/5 LOCOMOTIV, BOLOGNA

17/5 DEJAVU, TERAMO

25/5 MI AMI, MILANO | https://bit.ly/2HNR928

19/7 MELT FESTIVAL, FERROPOLIS |https://meltfestival.de/en/

 

 

Le Vibrazioni live al Forum di Assago: vent’anni di storia in tre ore di concerto.

Le Vibrazioni concerto Forum ph di SteBrovetto

Le Vibrazioni concerto Forum ph di SteBrovetto

Che cosa vuol dire portare il rock vecchia scuola sul palco del Mediolanum Forum e farlo per la prima volta a vent’anni di distanza dagli esordi? Francesco Sarcina, il chitarrista-tastierista Stefano Verderi, il bassista Marco Castellani e il batterista Alessandro Deidda alias Le Vibrazioni sono tornati in pista dopo tortuose vicissitudini personali e di gruppo e lo hanno fatto con un concerto evento al Forum di Assago. Un live della durata di circa 3 ore in cui hanno messo in chiaro di voler tornare a fare sul serio e in modo autentico. Niente scenografie, visuals, discorsi strappalacrime e luci a effetto; la sostanza è quello a cui fanno riferimento Sarcina e compagni.
Tante le prove prima del concerto, così come forte è stato l’impegno sul palco sebbene il gruppo abbia necessariamente bisogno di una continuità dal vivo per limare le imperfezioni rude-style che in più di un’occasione hanno lasciato piccole lacune alchemiche on stage. Ne è passata di strada da quel 25 ottobre 2012, quando il gruppo decideva di tirare i remi in barca, con la partecipazione al Festival di Sanremo prima e con il recentissimo singolo “Cambia” poi, in alta rotazione radiofonica, il gruppo ha rimesso insieme le tessere di una storia nata su fondamenta solide e con radici ben impiantate nel rock made in Italy.
Le Vibrazioni- Forum foto di SteBrovetto

Le Vibrazioni- Forum foto di SteBrovetto

A movimentare la festa, un ricco di parterre di ospiti: dalle nuove leve ai pezzi da novanta. I primi ad esibirsi sono i Ministri, protagonisti di un’energica versione di “Portami via”, giunge poi il turno di Enrico Nigiotti sulle note “Ogni giorno”, suggestivo il contributo del frontman dei Subsonica Samuel in “E se ne va”. Poco incisiva la resa di “Caramelle” live con Pierdavide Carone e Dear Jack decisamente sottotono rispetto agli standard della serata. Divertita e divertente la comparsa di Elio che ha suonato il flauto sulle note di “Ovunque andrò”. Infuocata in tutti i sensi la performance di Piero Pelù in “Aspettando” ma soprattutto nell’iconica “Toro Loco”. Pessima e fuori luogo l’interpretazione che Achille Lauro ha fatto del suo brano sanremese “Rolls Royce”. Il cantante ha steccato tutto il brano senza mai riuscire a riprenderne le fila. Un’occasione persa e una brutta figura plateale. Il merito va comunque a Le Vibrazioni per aver voluto coinvolgere sul palco sia amici storici che nuovi esponenti della realtà musicale contemporanea.
Il gran finale, come si sperava, è tutto dedicato ai grandi successi del gruppo: “Dedicato a te”, “In una notte d’estate”, “Vieni da me” è la triade d’oro. Il sipario cala sulle note di “Su un altro pianeta”. Il bilancio di questo live si può racchiudere in un messaggio preciso, vivo e vibrante proprio come Sarcina e compagni hanno voluto mostrarsi per dire che sono tornati e che in realtà erano sempre rimasti da qualche parte nel cuore dei romantici del rock.
 
Raffaella Sbrescia
La scaletta
Così sbagliato
Seta
Electrip
Raggio di sole
Dimmi
Insolita
Sono più sereno
Portami via (con i Ministri)
Se
Non mi pare abbastanza
Ogni giorno (con Enrico Nigiotti)
Angelica
L’ultima neve
Respiro
Caramelle (con Pierdavide Carone/Dear Jack)
Pensami così
Cambia
E se ne va (con Samuel)
Ovunque andrò (con Elio)
Sani Pensieri
The boogie
Aspettando (con Piero Pelù)
Toro Loco (con Piero Pelù)
Amore Zen
Rolls Royce (con Achille Lauro)
Drammaturgia
Bis
Dedicato a te
In una notte d’estate,
Vieni da me
Su un altro pianeta

Poesià e civiltà: il nuovo album di Giovanni Truppi è un’opera d’arte che disturba e commuove.

Truppi - Poesia e civiltà

Truppi – Poesia e civiltà

“Poesia e civiltà” è il titolo del nuovo lavoro discografico di Giovanni Truppi. Con l’approdo alla major Virgin Records (Universal Music Italia), il cantautore e polistrumentista pubblica un’opera importante e di grande spessore letterario e artistico. La sua forma canzone è profonda, provocatoria, complessa, imprevedibile. Un’attitudine, quest’ultima, che determina un elemento di rottura con quanto ci è stato proposto in questi ultimi 4 anni dal cantautorato italiano di ultima generazione. Giovanni Truppi irrompe con le sue canzoni con una totale libertà di contenuti e intenti, riprende le tematiche serie dei cantautori degli anni’70, riesce a cantare l’amore in modo delicato, elegante, sorprendente. Il sentimento viene descritto attraverso dei frame cinematografici, Truppi riesce infatti a raccogliere tutti gli elementi chiave e a descriverli creando una vera e propria scena da vivere in prima persona. Le sue sono canzoni politiche. Si comincia con “Borghesia”, ispirata al romanzo “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati. La rincorsa al benessere ci ha fatto perdere di vista le priorità essenziali. Ed ecco che allora Truppi le riprende ad una ad una: l’identità, la vita adulta, la bellezza, la civiltà, il rapporto con la società. Tutti concetti che, ad oggi, sono in balìa di una completa ridefinizione. Colpisce quindi la scelta di perseguire questo obiettivo lasciando da parte il linguaggio anarchico dei primi lavori a favore di un linguaggio più essenziale e semplificato. Questo muoversi tra classico e contemporaneo, ha spinto Truppi a mediare tra le fondamenta giovanili: Fabrizio De Andrè, Franco Battiato e Paolo Conte e le più forti suggestioni degli ultimi anni avute con Sun Kill Moon, Sufian Stevens, Father John Misty.
Giovanni truppi ph  sebastiano tomada piccolomini

Giovanni truppi ph sebastiano tomada piccolomini

Tra i brani più intensi di “Poesia e civiltà” c’è “Conoscersi in una situazione di difficoltà”: scegliere di darsi ad un’altra persona è quanto di più coraggioso e complesso possa esserci. Mettere da parte la propria unicità è un atto controverso ed è un dono prezioso, Giovanni Truppi descrive questo tentativo immaginandosi due persone che camminano sulla cima di un burrone, un susseguirsi di immagini che sconfinano in un climax di grande impatto emotivo.
Una delle canzoni che, invece, mette nero su bianco la sensazione di smarrimento socio-culturale che stiamo vivendo è “Le elezioni politiche del 2018”: Truppi fotografa la contemporaneità in modo fedele e tagliente. I protagonisti sono due persone poco più che trentenni che si confrontano su un momento storico controverso e inquietante.
E poi c’è “L’unica oltre l’amore”, il brano che in qualche modo riesce a mediare e sintetizzare i grandi temi dell’album: una posizione politica e romantica, poetica e civile, un modo netto di definire il termine “empatia”, l’opposizione letteraria a chi salta solo sulla barca di chi vince e mai di chi perde. Un atto dello spirito che, come un balsamo, riesce ancora a darci l’idea di opposizione conscia e consapevole.
A questo punto c’è solo da dire bravo a questo artista che, con l’approdo alla major discografica, si è mostrato al massimo del fulgore, ha scelto di restare libero, di investire registrando il disco negli Stati Uniti, di portare 6 persone sul palco in tour per dare massimo lustro ad un disco importante  e necessario, di dosare la sua lente di ingrandimento sul mondo; quella che da napoletano, in costante conflitto con la sua città di origine, è riuscito a portare con sé per poter mantenere l’occhio lucido, il cuore pieno, l’anima pura, la penna pronta.
Raffaella Sbrescia

Hype Aura: la recensione del nuovo album dei Coma_Cose

HYPEAURA - Coma_Cose

HYPEAURA – Coma_Cose

“Comunque vada l’inizio alla fine saremo solo io e te con i nostri mostri e sentimenti. Quindi non preoccuparti se hai paura”, questa la premessa di “Hype Aura”( leggasi Hai paura” il nuovo album di Coma_Cose, il duo formato da Fausto Lama e California. Rap e cantautorato si fondono in un progetto liquido, intriso di fotogrammi tratte dalla routine quotidiana e citazioni di illustre calibro, sempre e comunque rielaborate attraverso la caratteristica sintassi dei Coma_Cose. Lo sfondo costante è Milano e tutto il circondario anche periferico. Un conglomerato dii flashback, contesti più o meno inflazionati alternati a case di ringhiera e agglomerati di edifici più o meno glamour.

Navigli, Porta Genova, Darsena sono le muse ispiratrici di una poesia urbana inaspettata. Il risultato è un immaginario crepuscolare, denso di immagini in movimento fissate in riflessioni intime e pungenti. I Coma_Cose curano ogni dettaglio, scrivono e dirigono anche i propri video proprio per dare giusta resa a testi pregni di giochi di parole e altrettante citazioni: Battiato, Jodorowsky, beat generation, Jack Kerouak, De Chirico i punti di riferimento per questi nove pezzi inediti, anticipati dai singoli “Granata” (Mai una gioia tranne la fermata prima di Centrale) e ” Via Gola”.
Per darvi un esempio di quanto si sta cercando di descrivere, ecco un estratto dal brano “Mancarsi”: Con la nebbia i lampioni disegnano liane di luce in una giungla di cemento. Ci hanno dato tutto, ci hanno tolto tutto, poi ci hanno detto lascia un commento. Ci hanno detto vivere è una corsa quindi corri, lo capirai solo al traguardo. Ci hanno dato un cuore in mezzo alle gambe ma senza le istruzioni per usarlo. Ci hanno dato il piombo, ci hanno dato il fango ci hanno chiesto: “Quando diventate grandi?” E nonostante tutto abbiamo ancora gli occhi rossi come quelli dei conigli bianchi. Ci hanno detto niente dura per sempre tranne la musica, quella rimane. Ma per fortuna io ho incontrato te che mi ricordi casa come le campane.

L’impressione netta è che qui si è difronte a dei brani manifesto di disagio ma anche di resilienza, l’arte e la creatività sono le risorse con si riesce a fare fronte al cinismo dilagante. La riprova di questa consapevolezza sta in “Beach Boys distorti”: Nuovi cantanti, io agli opposti. Loro tarocchi, Jo-dorowsky. Loro tutto fumo e mai arrosti. Io poeta, Majakowskij. C’è poi l’amore, mai smielato, mai evidente, eppure vivo e vibrante in “A lametta”: Sabato non si incomincia quasi mai una rivoluzione e soprattutto in due, in due. Fuori l’edera soffoca il muro è l’estate che si vendica. Due colpi di tamburo due euro di prevendita. Uscire dalla porta, voi dopo cosa fate paura di camminare come i cani sulle grate. Andare ai concetti capire i concerti. Laurearsi in problemi e regalare i confetti. Questo è il lavoro del cantante come nel circo i trapezzisti. Anagrammo: trastipezzi C’è la mia vita scritta nei dischi.
I Coma_cose in qualche modo ricordano anche i Baustelle nella loro maniera personalissima di raccontare emozioni, vibrazioni e disagi interiori, il risultato non è mai scontato. Esattamente come possiamo constatare anche nel brano “San Sebastiano”: La critica sociale, la politica, la povertà, il disagio umano. Vorrei approfondire ma penso che il mio vero nemico sono io quando ho un telefono in mano. Oppure in “Mariachidi”: La solitudine costa fatica mi salvi sul telefono e mai nella vita”. Infine un ultima tappa di questo viaggio metropolitano è “Squali”: Noi che al massimo arriviamo al fine settimana Infondo siamo pescecani. E anche se a Milano non c’è il mare Noi restiamo squali. Una fotografia splatter di un momento storico buio, che effettivamente ci fa paura e dal quale in qualche modo proviamo a difenderci facendo capo ai più reconditi caposaldi della nostra anima imbruttita.

Raffaella Sbrescia

Il tour
30.03 Padova, Hall
01.04 Firenze, Tuscany Hall (ex-Obihall)
02.04 Milano, Alcatraz
05.04 Nonantola (Mo), Vox
07.04 Senigallia (An), Mamamia
08.04 Torino, Teatro Della Concordia
12.04 Napoli, Casa Della Musica
13.04 Modugno (Ba), Demodè Club
15.04 Roma, Atlantico

Viva da Morire: la recensione del nuovo album di Paola Turci

Paola Turci_Viva da morire

Paola Turci_Viva da morire

Paola Turci ci aveva riconquistato nel 2017 con “Il secondo cuore” e la straripante energia di un incontenibile ritorno in scena. Ritroviamo oggi la cantautrice romana con “Viva da morire”, un album che gioca sull’effetto sorpresa, che lascia gli anfratti solitari per abbracciare la collettività. Un progetto arrivato in maniera inaspettata, mai davvero cercata, un provocatorio gioco al depistaggio in cui il tocco di Luca Chiaravalli svolge ancora una volta un ruolo chiave in fase produttiva. “Viva da morire” è per Paola Turci più un album da interprete in verità. Solo due delle dieci canzoni contenute nel disco portano infatti la sua firma. Tra gli autor ritroviamo Giulia Ananìa e Davide Simonetta, Andrea Bonomo, Fabio Ilacqua, Nek.

 Diversi sono i fotogrammi con cui Paola Turci sceglie di mostrarsi più libera che mai: adolescenza, infanzia, rinascite, cadute, contraccolpi si susseguono tra uptempo e ballads chiaroscure che si susseguono a piè sospinto e non senza sorprese. A tal proposito, curiosa la scelta di Paola Turci di confrontarsi con il giovane rapper Vito Shade, tra l’altro autore del brano “Le olimpiadi tutti i giorni”. Affascinante il piglio blues, forse più vicino all’animo della cantautrice, del brano “Prima di saltare”. Paola non ha paura di trasformarsi, di mettere in circolo l’emotività più recondita, di mettere a nudo incertezze insieme quelle uniche poche consapevolezze di cui provare a fare tesoro. “Io questa vita voglio morderla finché non mi mangia”, canta Turci nella titletrack “Viva da morire”. Un equilibrio sempre sul filo del rasoio, quasi una vertigine in sospensione tra il brivido di non conoscere il domani e la certezza di viverlo in ogni caso al massimo. “L’ultimo ostacolo”, il brano che Paola Turci ha portato al Festival di Sanremo, viaggia su una tonalità forse troppo alta per Paola ma è proprio questa sfida interpretativa a fornire il là al contrappasso che invece chiude in modo perfetto il disco: la riprova tangibile è, difatti, “Piccola”: un perla che, anche in versione acustica, ci restituisce la più pura intensità narrativa di Paola Turci e tanto basta per farci dire che quando l’artista individua un brano che la illumina e la fa commuovere, ecco che l’incantesimo si rinnova e colpisce dritto al cuore.

Raffaella Sbrescia

Video: L’ultimo ostacolo – acoustic version feat. Beppe Fiorello

Fru fru: il nuovo album di Edda. La recensione.

edda - fru fru

edda – fru fru

“Fru fru”: sinonimo di leggerezza e volatilità. Questo il titolo del quinto album da solista di Edda, al secolo Stefano Rampoldi, che prosegue il processo di allontamento dal rock. Luca Bossi è il produttore artistico e arrangiatore delle canzoni che compongono questa nuova opera di Edda, pubblicata per la label Woodworm, naturale maturazione artistica giunta a seguito della pubblicazione di “Graziosa utopia” nel 2017.

Il discorso di fondo su cui si basano le canzoni di “Fru fru” è uno stream of consciusness inafferabile, una sorta di vomito-confessione senza schemi, senza paranoie, senza freni. Un monologo in 9 tracce i cui suoni, al solito curati e tiratissimi, lasciano via libera a un fiume in piena. Il manifesto dell’adulto cinico, un luogo i cui i pensieri si inseguono in modo quasi confuso riuscendo a incastrarsi in caselle ben definite. La leva motrice è l’istinto, la pancia.

A testimonianza di ciò che state leggendo, provate ad ascoltare “E se”: una canzone in cui vi sembrerà di sentirvi disturbati e poi beffati da un “qui lo dico e qui lo nego”. Spicca nella tracklist anche “Italia Gay”, una canzone che ironizza sulla ricerca della felicità, un modo per dire qualcosa di vero dando l’impressione di farlo scherzando. La cifra stilistica dell’Edda di oggi è a tratti indecifrabile, a tratti sorniona, sicuramente intrisa di una spiritualità perseguita a titolo personale e che fa capolino quando me ce lo si aspetterebbe. Un po’ come accade in “Ovidio e Orazio”.

Niente paura però, il leit motiv del cantante (guai a chiamarlo cantautore) è “chant and be happy”, un motto del movimento kare krishna degli anni Settanta che potremmo considerare anche come obiettivo di un disco melodioso, facile da ascoltare, meno da metabolizzare, perché in fondo il contenuto provocatorio è quello che ci dà più fastidio anche se alla fine ci piace di più.

Raffaella Sbrescia

Questa la TRACKLIST del disco:

01. E se

02. The Soldati

03. Italia Gay

04. Edda

05. Vela Bianca

06. Vanità

07.Samsara
08. Abat – Jour

09. Ovidio e Orazio

A marzo 2019 Edda partirà con un nuovo tour. Il tour è organizzato da Locusta Booking (www.locusta.net), di seguito le prime date confermate:

09 MARZO – RAVENNA – BRONSON

21 MARZO – BOLOGNA – LOCOMOTIV

22 MARZO – PISA – LUMIERE

28 MARZO – MILANO – SANTERIA SOCIAL CLUB

29 MARZO – MODENA – VIBRA

04 APRILE – TORINO – HIROSHIMA

06 APRILE – FIRENZE – FLOG w/LRDL

12 APRILE – TERLIZZI (BA) – MAT LABORATORIO URBANO

13 APRILE – BARONISSI (SA) – DSSZ – DISSONANZE

27 APRILE – ROMA – MONK – CIRCOLO ARCI

17 MAGGIO – BRESCIA – MUSICA DA BERE LATTERIA MOLLOY

Io sono Mia: Serena Rossi ci fà rivivere il mito di Mia Martini al cinema

Io sono Mia

Io sono Mia

Sarà distribuito nelle sale cinematografiche per 3 giorni il 14, 15 e 16 gennaio il film “Io sono Mia” il film che ripercorre la vita artistica e personale di Mia Martini. La pellicola è stata proiettata in anteprima al Cinema Anteo di Milano e a Roma. Distribuita da Nexo Digital e prodotta da Luca Barbareschi per Eliseo Fiction, l’opera sarà poi trasmessa in tv su Rai Uno a febbraio.

Protagonista di questo progetto è l’attrice e cantante Serena Rossi, la cui interpretazione intende omaggiare l’anima, lo spirito e la vicenda di un’artista unica e di una donna costantemente in bilico fra mille emozioni contrastanti. Il quid in più è stato dato dalla consulenza speciale di Loredana Bertè, sorella di Mimì.

Il risultato è un racconto dal taglio narrativo avvincente, il film offre l’opportunità di conoscere non solo la storia di un grande talento ma anche il modo di affrontare la vita negli anni ‘70. I primi traguardi per l’emancipazione femminile, il successo, il mondo delle case discografiche, l’esilio, l’amore, il pregiudizio, la sofferenza, il riscatto.

La risposta a tutto questo sta nel coraggio di Serena Rossi di ridare vita all’eleganza, alla forza, allo spirito con cui Mimì Bertè, in arte Mia Martini, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica italiana. Il filo conduttore è la sua vita, certo, ma i messaggi che fanno capolino mettono in evidenza temi fondamentali come l’esclusione, la calunnia, la violenza sulle donne. Ridare nome e memoria alla storia di Mia riaccende i riflettori su fatti e avvenimenti di grande attualità. Grazie all’esperienza e alla passione del regista Riccardo Donna, “Io sono mia” ci riporta agli anni ‘70 con una particolare attenzione ai dettaglio, tutto è stato studiato per essere verosimile e autentico. Tutti i volti di Mimì sono stati ricreati identici agli originali, la stessa Serena Rossi ha ricantato dal vivo tutti i brani che sono stati registrati con strumenti dell’epoca e tecnologia analogica. Tutto il mondo di Mimì è stato fedelmente ricostruito. Questo film non è solo un grande omaggio alla Martini, è la preziosa occasione di chiederle scusa.

Raffaella Sbrescia

 

 

PUNK: la recensione del nuovo album di Gazzelle

GAZZELLE foto di Sara Pellegrino

GAZZELLE foto di Sara Pellegrino

Esce oggi “Punk”, il nuovo album di Flavio Pardini, in arte Gazzelle, prodotto da Federico Nadelli per Maciste Dischi. Quello di Gazzelle è un nome che si è fatto subito ampio spazio all’interno dello scenario indie nazionale. La sua attitudine prende vita da una malinconia beffarda, di quelle che riescono a fotografare i momenti più intimi e più indelebili per poi congelarli e tirarli fuori all’occorrenza lasciando una sensazione di smarrimento emotivo. Gazzelle fa leva su fotogrammi e sonorità sicuramente ispirate alla classiche ballate britpop dei punti di riferimento di sempre: Oasis, Coldplay. Con il suo muoversi a metà strada tra Roma e Milano cattura e impregna i suoi testi di tutti gli elementi che in questo momento fanno leva sull’hype dei trend topics.
Video: Scintille

Il disagio esistenziale di cui è pregna una generazione sempre pronta a rimettersi in discussione e mai veramente appagata, si fa largo tra i versi e i suoni proposti in “Punk”, un album che non ha niente di questo genere se non il modo di concepire la vita stessa. Un connubio di contasti emotivi, di saliscendi e di ripensamenti, di svelamenti poi celati da un’ironia acida e nebulosa.
L’elemento che salta subito all’orecchio è la solitudine, quello status quo che leva il respiro, che rende incerti i passi, che rende sfumati e surreali i sogni e i sentimenti a cavallo tra tradizione cantautorale anni ‘70 e puro itpop. A scandire la tracklist , c sono arrangiamenti di un livello finalmente superiore a quello del disco di esordio: pianoforte, chitarre, batterie e archi volteggiano, sorprendono, scardinano certezze e schemi mentali.
“E coprimi le spalle che fuori si gela e la notte non copre gli sbagli ma gli dà tregua. E che ho scoperto che le cose belle appassiscono e che i sogni dentro ai cassetti marciscono e che la gente non crede mai troppo e le parole trovano il tempo che possono, che non puoi morire due volte di seguito e che se fuori piove io dentro nevico”, scrive Gazzelle in “Coprimi le spalle”, uno dei testi più sinceri e più veritieri del disco. Il consiglio che vorremmo dare a chi ascolterà questo album è di leggere bene i testi prima di ascoltarlo, i messaggi saranno molto più intensi, la realtà molto più sparata in faccia senza il filtro di arrangiamenti che certe volte creano contrasti fuorvianti. Il quadro vi sembrerà molto più intellegibile e completo e avrete la sensazione di capire meglio perché Gazzelle in poco più di un anno ha già conquistato i palazzetti italiani.
Raffaella Sbrescia
Al via da oggi l’instore tour durante il quale l’artista presenterà il nuovo disco al pubblico con un breve showcase. Questi gli appuntamenti:
30 NOVEMBRE - TORINO - Mondadori Bookstore via Monte Di Pietà (ore 18.00)
1 DICEMBRE - MILANO - Mondadori Megastore Duomo (ore 15.00)
2 DICEMBRE - ROMA - Feltrinelli via Appia Nuova (ore 17.00)
3 DICEMBRE - NAPOLI - Feltrinelli Piazza dei Martiri (ore 18.30)
4 DICEMBRE - BARI - Feltrinelli via Melo (ore 18.30)
Questa la tracklist del disco, prodotto da Federico Nardelli:
1. Smpp
2. Punk
3. Sopra
4. Tutta la vita
5. Sbatti
6. Non c’è niente
7. OMG
8. Scintille
9. Coprimi le spalle
GAZZELLE è pronto a tornare sul palco nel 2019 con due date nei palazzetti più importanti d’Italia, venerdì 1 marzo 2019 al Mediolanum Forum di Milano e domenica 3 marzo 2019 al Palazzo dello Sport di Roma! Ad accompagnare i due appuntamenti, il “Punk Tour” nei più importanti club italiani in partenza giovedì 7 marzo dall’Obihall di Firenze, per poi proseguire con i live di Venaria Reale (09/03), Napoli (15/03), Modugno (16/03), Bologna (21/03), Brescia (24/03), Senigallia (30/03), Perugia (31/03) e infine Padova (07/04).
Biglietti disponibili su Ticketone.it e in tutte le rivendite autorizzate.

L’Infinito: Roberto Vecchioni ci insegna il valore della parola in un’opera d’arte. La recensione del nuovo album

Ph. Oliviero Toscani - Vecchioni

Roberto Vecchioni torna in scena con un un nuovo album intitolato “L’infinito”. Non troverete questo lavoro sulle piattaforme streaming e il perché è davvero facile da immaginare. Vecchioni è un Maestro, un cantautore, un poeta, un professore. Le sue canzoni sono preziose e rare. Non è neanche pensabile metterlo al confronto con gli album usa e getta che solitamente troviamo in giro. A cinque anni di distanza da “Io non appartengo più” del 2013), Roberto Vecchioni torna dunque a dire la sua con un lavoro prodotto da Danilo Mancuso per DME e distribuito da Artist First.
Il lavoro racchiude 12 brani inediti e inizia subito in modo speciale. “Una notte, un viaggiatore” ci porta in un luogo, non luogo. Una dimensione spazio-temporale indefinita, una stazione fantasma che ci lascia perdere e confondere in una fuga onirica. Il concetto di malinconia ricorre spesso anche se Vecchioni declina questo sentimento sempre in un’accezione positiva e costruttiva.
I gloriosi anni ‘70, quelli in cui la cultura era davvero considerata, rieccheggiano in “Formidabili quegli anni”: “Noi ci siamo fatti il culo, a voi tocca mostrare i denti”, canta Vecchioni, ai pochi cavalieri sulle nuvole incoscienti rimasti a difendere la causa della cultura, sempre più spauracchio per la massa inebedita dalla superficialità e dall’effimero.
L’album prosegue con una gradita sorpresa: l’eccezionale ritorno sulla scena musicale di Francesco Guccini che, per la prima volta, duetta con Roberto Vecchioni nel singolo “Ti Insegnerò a volare”, ispirato alla storia personale del campione Alex Zanardi, che diventa emblema di un leit motiv importante: “la passione per la vita è più forte del destino”. I ritmi folk del brano mettono in luce un team di musicisti di tutto rispetto: Lucio Fabbri (produzione artistica): pianoforte, piano elettrico, organo Hammond, violino, viola,fisarmonica,basso elettrico e chitarra elettrica; Massimo Germini: chitarra classica e acustica,chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki, ukulele, liuto cantabile; Marco Mangelli: basso fretless; Roberto Gualdi: batteria  epercussioni.
L’ascolto prosegue con il commovente brano “Giulio”, ispirato alla storia di Giulio Regeni, sulla cui morte vige ancora il mistero. A cantare è una madre che non ne accetta la dipartita.
La title track “L’Infinito” è il brano più bello. Il protagonista è il Giacomo Leopardi degli ultimi anni, quello che ha imparato a lasciarsi conquistare dal canto di vicoli e quartieri e dall’orda di piccirilli di Napoli. Il suo cadere in sogno, l’ammissione del fatto che tutto passa e non resta. Il mantra è: “Vattene via dolore, l’infinito è al di qua della siepe”. In “Vai, ragazzo” echi di passione per il greco vibrano in una danza sonora irresistibile. In “Ogni canzone d’amore”, invece, Vecchioni si diverte a immaginare che tutti i poeti scrivano per sua moglie. In “Com’è lunga la notte” il Maestro incontra Morgan in un brano ironico, fuori dagli schemi e autobiografico. La poesia vibra in “Ma tu”: l’amore non è tempesta e furore, è la donna che aspetta sulla porta di casa”, canta Vecchioni che aggiunge: “Che strano posto è il cuore, le cose che entrano non escono più”. Dedicata alla guerrigliera curda Ayse, “Cappuccio Rosso” racconta una resistenza al femminile. “Non c’è niente di così grande nella vita, niente di così infinito come il perdono” è il messaggio de “La canzone del perdono”. L’ultimo brano è “Parola”: un testamento, un manifesto, un irrinunciabile elogio alla parola: dono prezioso sempre più bistrattato e svilito. Vecchioni scrive un testo che è impossibile commentare, solo ascoltandolo si può capire come possa essere innato e inestricabile l’amore profondo del Maestro nei confronti della parola stessa. Un finale felliniano alleggerisce la tensione dopo la fatidica domanda: “Amore mio chi t’ha ferita a morte?”. La risposta è avvolta dalla lugubre consapevolezza che ognuno di noi ne ha fatto un uso spesso improprio ma la speranza, così come la parola, come sempre, sarà l’ultima a morire.
Raffaella Sbrescia

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