Come neve: Giorgia e Marco Mengoni insieme nel duetto perfetto

Giorgia Mengoni ph Julian Hargreaves

Giorgia Mengoni ph Julian Hargreaves

Era l’ormai lontano 2009, Marco Mengoni iniziava la sua carriera e tra i suoi punti di riferimento citava sempre lei: Giorgia. Frutti di una stessa matrice soul, entrambi dotati di una voce flessibile, potente, sinuosa, in grado di cantare tutto in modo ineguagliabile, figli della scuola cantautorale made in Roma, che Piero e Massimo Calabrese hanno costruito nell’arco di diversi decenni, Marco e Giorgia si ritrovano finalmente sullo stesso piano e sulle stesse note per un nuovo singolo intitolato “Come neve”.

Chi segue questi due artisti da diverso tempo, saprà che il loro incontro artistico era un fatto agognato, spesso considerato possibile emblema di duetto perfetto.

La trama del brano persegue in modo morbido e vellutato un refrain ripetuto a più riprese e con cadenze diverse. Il tappeto elettronico ricorda diverse produzioni precedenti di entrambi, questa a dire il vero è la pecca di questo lavoro il cui punto focale rimane, tuttavia, l’incontro all’unisono delle due voci di Marco e Giorgia. Il testo, scritto insieme a Tony Maiello e Davide Simonetta, racchiude una richiesta d’aiuto per riuscire ad affrontare le cadute della vita all’insegna della propositività e leggerezza. Un modo per liberarsi dai demoni e dalle ossessioni che offuscano il nostro presente.

come neve

come neve

Il singolo, arrivato a ridosso dell’uscita di “ORONERO LIVE”, anticipa il nuovo progetto di Giorgia che conterrà altri brani inediti nonché il meglio di “Oronero Tour”.

Il consiglio per l’ascolto: chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare dai ghirigori disegnati dai vocalizzi di due performer che ci invidiano in molti.

Raffaella Sbrescia

Intervista a Fabrizio Cammarata: inseguo il potere sciamanico della musica”

Fabrizio Cammarata

Fabrizio Cammarata

 

 

“Of Shadows” è il nuovo album del cantautore siciliano Fabrizio Cammarata. Pubblicato per 800A Records e distribuito in tutto il mondo da Kartel Music Group e da Haldern Pop Recordings in Germania, Austria e Svizzera, l’album è stato prodotto dallo spagnolo Dani Castelar (produttore di Paolo Nutini e engineer in passato di Editors, REM, Michael Jackson, Snow Patrol) e registrato a Palermo negli studi di Indigo al Palazzo Lanza Tomasi di Lampedusa, un luogo che col tempo si è trasformato nel cuore pulsante della scena musicale dell’intera isola siciliana.

Undici tracce in inglese che delineano i chiaroscuri dell’anima, sonorità folk senza geografie univoche ma con lo sguardo contemporaneo e gli arrangiamenti elettronici. Tutto guidato dalla straordinaria voce di Fabrizio – al tempo stesso malinconica e rabbiosa, dolce e disperata ma sempre profondamente penetrante. Canzoni scritte durante gli innumerevoli viaggi che lo hanno portato dalla sua nativa Palermo in giro per il mondo e che intrecciano ricordi del passato e sentimenti vivi del presente.

Intervista

Il tema dell’ombra è piuttosto scomodo. Come mai l’hai scelto come cardine di questo tuo nuovo progetto?

Perché nel momento in cui ho “scoperto” che stava nascendo il disco ho capito che queste canzoni non erano state altro che una continua ricerca nelle zone più nascoste e scomode della mia anima. Così come durante le eclissi un’ombra riesce a darci la consapevolezza della natura di astri e pianeti, così ho capito che stavo assistendo a un’eclissi totale dell’anima, e ho colto l’attimo godendomi l’oscurità e attendendo con emozione che tornasse la luce, osservando e annotando tutto come un astronomo del ’600.

Cosa rappresentano per te l’ombra e l’oscurità, più in generale?

Sono un appassionato di fotografia e amo il mondo della pellicola e del bianco e nero. Quando sono nella mia camera oscura faccio sempre quel lavoro di sperimentazione e studio su come governare luce e ombre e farle parlare. Cerco le ombre nei ricordi, nel disco invece guardo ai lati oscuri dell’amore.

Dove, con chi e come hai lavorato alla produzione del disco?

Si è verificata una simbiosi magica, inaspettata e imprevedibile, con Dani Castelar, il produttore artistico. Oltre a essere uno che ha lavorato con i più grandi (come produttore con Paolo Nutini, e in studio con R.E.M., Editors e Michael Jackson), è una persona di estrema umiltà, che ha voluto entrare a capofitto nel mio mondo più interiore, voleva capire da dove nascessero queste canzoni e ha accresciuto come nessun altro avrebbe saputo fare il potenziale espressivo di questi undici brani. Infatti siamo diventati grandi amici, per me è uno dei regali più belli di quest’anno meraviglioso. Ho registrato però nella mia Palermo, avevo bisogno di farlo, e per questo mi sono avvalso degli amici di Indigo, uno studio che sta al piano nobiliare di Palazzo Tomasi di Lampedusa, in pieno centro storico.

Canti in inglese ma la tua anima è siciliana, come riesci a conciliare questi due aspetti tanto importanti quanto paralleli e in che modo traspaiono nelle tue canzoni?

È la cosa più difficile da vedere, benché per me sia ovvia. Mi sento siciliano ma mi sento molto più “mediterraneo”, sento di appartenere a questo mare che ha trasformato guerre e dominazioni in atti di d’amore, unione e tolleranza. Trovare il centro in mezzo al mare è impossibile, e questo decentramento è una delle caratteristiche che sento più mie in ogni aspetto di me. Mi sento a casa in un luogo inesistente in cui si canta in inglese, si parla in italiano, si piange come Chavela Vargas e ci si dispera come Rosa Balistreri, si guarda il tramonto dalle saline che diventano rosa e si beve il tè del Sahara.

Malinconia, rabbia, disperazione fanno leva sull’impatto emotivo. Quali sono i tuoi punti di riferimento in tal senso e cosa vorresti che le persone percepissero ascoltando i tuoi testi?

Nel mio ultimo concerto a Parigi, a fine serata, si è avvicinata una ragazza mentre smontavo la mia roba e mi ha detto «hai smosso qualcosa dentro di me, di molto profondo». Aveva gli occhi lucidi ed era sincera, voleva regalarmi quel momento di comunione in cui anche se a cantare sono io, sto dando voce anche a qualcun altro. E non penso sia qualcosa che riguardi solo i testi, infatti parlava anche un inglese stentato… Ecco, sogno che sia sempre così, chiamala catarsi se vuoi, ma io preferisco parlare di “effetto sciamanico” della mia musica. Cerco sempre di far diventare ogni concerto un rituale in cui mi faccio carico delle ombre di chi decide di entrare nel mio mondo. All’ultimo applauso, ci sentiamo tutti più liberi.

Sei abituato a muoverti e a viaggiare molto spesso. Cosa ti lascia ogni viaggio che fai?

Una valigia piena di cose che poi diventeranno canzoni. È bellissimo scandire la propria vita in questo modo.

Ne hai fatto qualcuno particolarmente significativo di recente?

Ogni viaggio ha un fascino a sé. Ultimamente mi capita di tornare in luoghi che ormai conosco bene, come Parigi, Londra, Berlino, Amburgo. Ma una sorpresa c’è sempre, e io non dimentico mai la mi macchina fotografica, perché ciò che non può diventare canzone diventa una fotografia. L’ultima fotografia che ha avuto un significato forte per me l’ho scattata a Montreal, in Canada, dove ho suonato per un festival. Non ho ancora sviluppato la pellicola e non so cosa è venuto fuori, ma dentro di me quella foto esiste già da quel momento, in un angolo di “memoria creativa”.

 fabrizio cammarata of shadows

fabrizio cammarata of shadows

Colgo l’occasione per chiederti anche del prezioso progetto di recupero culturale che hai messo in piedi con Dimartino con l’album “Un mondo raro”, in cui omaggiate Chavela Vargas. Come vi è venuta la voglia di lavorarci, con quale spirito e con quali prospettive?

Ero in Messico con un amico regista, Luca Lucchesi, per un road movie su La Llorona a cui lavoriamo dal 2012. Antonio mi raggiunse lì dopo uno dei suoi tour e, su un bus sgangherato in mezzo alo stato di Morelos, si toglie l’auricolare e mi fa «Ma perché non proviamo a tradurre queste canzoni?». Da lì è nato tutto, dopo tre giorni eravamo in studio a Città del Messico a registrare con i chitarristi di Chavela, una serie di casualità ci ha portato a venire a contatto con tutta la gente che le era stata più vicina… Insomma, abbiamo collezionato tante di quelle storie, alcune mai raccontate neanche da lei, che a quel punto il disco ci stava stretto, ed è nato il romanzo. Una “fiaba biografica” l’hanno definita, e mi piace molto pensarla così.

Nella tua bio si parla della tua passione per la musica berbera e tuareg. Ti va di approfondire questo argomento?

Per me nel 2017 il vero blues è quello dei Tuareg. Di chi ieri imbracciava un fucile e poi ha capito che con la chitarra ci poteva combattere meglio. Musicalmente è il genere più rivoluzionario degli ultimi decenni, e io ogni giorno sto lì a cercare di capire il segreto dietro a quelle scale così desertiche e così aperte. Le loro canzoni, con eleganza e compostezza, parlano di acqua che è il tesoro del deserto, di emarginazione e di una pace cercata.

Che rapporto hai con le arti visive e il cinema?

Molto stretto, da appassionato e spettatore. Per il mio disco ho coinvolto un artista che in Europa ha fatto cose meravigliose, palermitano come me, che si chiama Ignazio Mortellaro. Insieme abbiamo costruito il concept dell’album, le eclissi e tutte le immagini a corredo, tratte da antichissimi libri di astronomia, che è una passione che io e Ignazio condividiamo, e che lui indaga nelle sue opere con la grazia dell’alchimista.

Quali sono, secondo te, gli elementi che contraddistinguono un folk fatto a regola d’arte?

Intanto definiamo “folk”. Se intendiamo il cantautore che imbraccia la chitarra e scrive di sé, senza dubbio la cosa che io cerco sempre nei miei ascolti è la sincerità. Più ancora dell’originalità, ho bisogno di sentire la forza del messaggio, che può non essere ecumenico, non occorre che tutti vi si riconoscano. Ma mi piace vedere l’anima dell’artista che si spoglia senza vergogna.

Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?

La gente che ha sempre e solo seguito se stessa: Bob Marley, Nina Simone, Chavela Vargas, Bob Dylan, Nick Drake, i Tinariwen, Beck, Nick Cave.

Quali sono i traguardi che senti di aver raggiunto e quali invece appaiono ancora lontani?

Inseguo da anni quel potere sciamanico che la musica può avere, e che ho sentito in alcuni artisti come Chavela Vargas e Nick Cave. Impossibile arrivare a quei livelli, in cui tutti escono dalla sala concerti in lacrime, ma ho bisogno di tenere quell’obiettivo per tendervi, asintoticamente. Però a volte succede che arrivo negli angoli più profondi di qualcuno, che poi viene a ringraziarmi, e questa è una delle emozioni più belle, per me. Da una dozzina di anni costruisco tutto a poco a poco, una casa che non sarà enorme ma sicuramente salda. Se vuoi sapere un mio desiderio… un mio sogno ricorrente è bere un whiskey con Bob Dylan, passare mezz’ora seduto accanto a lui, anche senza parlare.

Cosa provi quando sei sul palco e come varia il tuo stato d’animo a seconda del posto in cui ti esibisci?

Cambio in toto. Da persona timida e riservata divento qualcosa che ha bisogno di esplodere, prendo tutto il palco come se fosse la mia stanza, in maniera anche prepotente, insolente forse. Ma fa parte di quel processo in cui decido di denudarmi (in maniera figurata) davanti al pubblico. Dopo l’ultima canzone, tutto cambia, e anche ricevere i complimenti mi confonde un po’.

Raffaella Sbrescia

Video: Long Shadows

Yombe: l’evoluzione continua con “Goood”

 

Yombe

Yombe

“GOOOD” è  il nuovo album di YOMBE, la coppia di artisti che sta conquistando sempre più consensi grazie ad un suono pop contemporaneo. Tra i primi artisti italiani a essere stati inseriti in UK nella playlist di Spotify “New Music Friday”, gli YOMBE compiono un passo in avanti evolvendo la loro formula musicale con forti iniezioni di elettronica. Anche dal punto di vista testuale, i due dimostrano di essere sul pezzo concentrando i testi su temi assolutamente attuali. Il titolo dell’album, infatti, riprende il mantra del “to be good at something”, la rincorsa al primeggiare, al continuo innalzamento dell’asticella personale. L’invito è quello di godersi la propria dimensione personale senza guardarsi troppo indietro ma anche senza sentirsi ossessionati da traguardi che finiscono col privarci della gioia di godere del presente.

Raffaella Sbrescia

Video: Tonight

YOMBE presenteranno dal vivo il loro nuovo disco nel tour curato da Radar Concerti, assieme a quattro date  esclusive in apertura a Ghemon:

30/11 – Santeria Social Club - MILANO w/ Ghemon
01/12 Santeria Social Club - MILANO w/ Ghemon
02/12 – TPO - BOLOGNA w/ Ghemon

08/12 – Auditorium Flog - FIRENZE w/ Ghemon

9 dicembre / ROMA – Supersonic @ Largo Venue

14 dicembre / FORLÌ – Diagonal Loft Club

16 dicembre / TORINO – Astoria

& MORE TBA…

https://www.facebook.com/yombeband

https://www.instagram.com/yombeband/

https://twitter.com/YOMBE__band

https://www.youtube.com/user/YombeVEVO

I “Possibili scenari” di Cesare Cremonini: la nuova frontiera del pop Made in Italy

 

Cremonini possibili scenari

Cremonini possibili scenari

Che cosa vuol dire essere un cantautore nel 2017? Scrivere raccontandosi e raccontando gli altri può essere bellissimo quanto complesso e non sempre utile. Anzi, ultimamente quasi mai.

Impiegare due anni della propria vita, investendo tempo, energie e risorse  in un progetto discografico significa crederci per fare in modo che ci credano anche gli altri. Cesare Cremonini per “Possibili scenari”, il nuovo album in uscita domani, prodotto da Walter Mameli per Trecuori e Universal Music, registrato negli Studi Mille Galassie di Bologna, ha fatto esattamente questo. La sua concezione di pop è artigianale, elegante, curata e fuori dagli schemi. La struttura su cui si reggono le sue canzoni poggia su più livelli ed è proprio questo che, disco dopo disco, fa sì che l’artista riesca a fare la differenza portandosi su un gradino più in alto rispetto alla media. Cesare, come dicevamo, ragiona da artigiano libero, va per la sua strada e si diverte a portarci per mano tra guazzabugli letterari e sinfonie ora divertenti, ora strappalacrime. Avvalsosi della collaborazione di Davide Petrella in veste di co-autore durante la lunga fase di scrittura delle canzoni (fatta eccezione per “Nessuno vuole essere Robin”), Cremonini ci presenta un punto di vista curioso, attento e possibilista; sarà per questo che mai come in questo caso il titolo dell’album si presta molto bene allo scopo del progetto. Sia dal punto di vista testuale che musicale abbiamo molto di cui parlare. Si parte dal calore degli archi e dei fiati della title track, concepita per fare da apripista a concerti e ragionamenti. “Sentirsi bene senza un perché” è il mantra da perseguire per raggiungere lo stadio della contentezza, spauracchio di chi invece è ossessionato dalla felicità. Irresistibile il piglio energico di “Kashmir- Kashmir”, un brano ritmatissimo, tutto da ballare, nonostante un testo incentrato sulla storia di un ipotetico figlio di un estremista islamico. L’accostamento è tanto bislacco, quanto originale. Il protagonista della canzone vorrebbe vivere l’occidente a modo suo, all’insegna della leggerezza, eppure anche per lui non sarà facile vincere il pregiudizio.

Cesare Cremonini @ Giovanni Gastel

Cesare Cremonini @ Giovanni Gastel

Arriva il turno di “Poetica”, il singolo che ha conquistato consensi unanimi. Un brano raffinato, completo, necessario. “Anche quando poi saremo stanchi, troveremo il modo per navigare nel buio”, canta Cesare, incoraggiandoci ad affrontare il viaggio della vita al meglio delle nostre possibilità. L’angoscia della solitudine non può far paura di fronte alla bellezza dell’arte, pronta a risollevare l’anima.

Segue la dimensione interstellare e rarefatta di “Un uomo nuovo”: “Ma tu credi che per volare basti solo un grande salto”? La ritmica di un rullante permanente incoraggia il volo pindarico dell’immaginazione di un indovino che prova a ricordarci di affrontare l’amore a pieno viso, costi quel che costi.

Arriva poi il turno del potenziale nuovo singolo: “Nessuno vuole essere Robin”. Come dare torto a Cesare? Il brano, già a partire dal titolo, svela lo spirito di una delle canzoni più riuscite del disco. Presentata come l’erede di “Marmellata#25”, questa ballata è una fotografia dei nostri tempi, uno specchio delle contorte relazioni umane, il termometro della solitudine che scandisce i nostri giorni: “Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli, tutti col numero dieci sulla schiena e poi sbagliamo i rigori. In questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin”. L’ascolto continua intersecandosi tra i sentieri di “Silent Hill”: la collina dove gli incubi peggiori affiorano a galla e costringono lo stesso Cesare a cantare quasi urlando per liberarsi e liberarci al contempo. Eppure i ricordi sono linfa, sono una preziosa risorsa, oro colato. Lo sa bene Cremonini che ne “Il cielo era sereno” disegna a pennellate un film intimo ma non autoreferenziale. Una bella istantanea vintage che contrasta, e molto, con “La Isla”, il brano più debole del disco, forse perché incentrato sulla diffidenza per le atmosfere menzognere e fugaci  delle mete che spesso scegliamo per le nostre vacanze: “Questa follia non vedo l’ora che finisca”, canta Cesare, che stempera i toni con un ritmo fresco e scanzonato. Su questa lunga scia vive la trama de “Al tuo matrimonio”, brano ispirato al film “il Laureato” di Mike Nicholas, con Dustin Hoffman e Katharine Ross di stampo autenticamente cinematografico. La conclusione di “Possibili scenari” è malinconica. L’ultimo brano della tracklist è “La macchina del tempo”, una canzone che nel raccontare una storia d’amore al contrario, dalla fine all’inizio, squarcia la tristezza all’insegna della dolcezza con una lunga coda strumentale, scandita dai vocalizzi dello stesso Cesare, che chiude il disco con fare epico e maestoso. Pronto a spiccare il volo.

 Raffaella Sbrescia

Previsto per quest’anno anche l’ esordio negli stadi per il tour “Stadi 2018” (prodotto e organizzato da Live Nation Italia)

 Video: Poetica

Di seguito il calendario delle date:

15/06 LIGNANO – stadio G. Teghil

20/06 MILANO – Stadio San Siro

23/06 ROMA – Stadio Olimpico

26/06 BOLOGNA – Stadio Dall’Ara

 

I biglietti del tour sono disponibili su: https://www.livenation.it/artist/cesare-cremonini-tickets

Big Christmas: Sergio Sylvestre mai così credibile come in questo progetto.

Big Christmas - Sergio Sylvestre

Big Christmas – Sergio Sylvestre

Il Natale è alle porte e con esso ecco in arrivo i primi album a tema. Il primo è “Big Christmas”, il nuovo progetto di Sergio Sylvestre, vede il giovane cantante alle prese con il repertorio natalizio affrontato con autentico trasporto.

Mai come in questo album, prodotto da Diego Calvetti su etichetta Sony Music, Sergio, nato e vissuto a Los Angeles (California) ma italiano d’adozione, è riuscito a mettere a punto una serie di interpretazioni calde, intense ed emotivamente cariche.

Forte dell’esperienza sanremese dello scorso anno e di una serie di collaborazioni, Sergio ha ha voluto mettersi in gioco per dare il proprio tocco alla colonna sonora che accompagnerà le nostre festività.

Big Christmas - Sergio Sylvestre

Big Christmas – Sergio Sylvestre

Finalmente a proprio agio con degli arrangiamenti curati e realizzati su misura, Sylvestre si è mostrato nella sua veste canora migliore. Preciso, pulito e coinvolgente, con il suo trasporto interpretativo, Sergio rende convincente il progetto che raccoglie classici natalizi come “Let It Snow”, “White Christmas”, “Santa Claus Is Coming To Town”, “Have Yourself a Merry Little Christmas”.  Il progetto si apre con “Little Drummer Boy”, un brano della tradizione popolare americana che ha segnato l’infanzia del cantante. Tra i momenti più riusciti del disco segnaliamo l’energico medley di “Jingle Bells” e “Jingle Bell Rock”. Da non perdere le graffianti versioni gospel di “I Will Follow Him”, la versione di Bill Crosby di “White Christmas” e l’’inaspettata “Hallelujah” che sancisce in modo inderogabile la migliore vestibilità della voce di Sergio che, in inglese, ha tutto un altro fascino. Il colpo di coda per la carriera di questo giovane cantante, dotato di forte emotività, sarà dato dai concerti dal vivo che gli daranno modo di sviluppare il potenziale e mettere da parte i punti deboli.

 Raffaella Sbrescia

Tracklist:

1) Let It Snow

2) The Christmas Song

3) Jingle Bells/Jingle Bell Rock

4) White Christmas

5) I Will Follow Him

6) Over the Rainbow

7) Santa Claus Is Coming to Town

8) Little Drummer Boy

9) Oh Happy Day

10) Hallelujah

11) Have Yourself a Merry Little Christmas

d’amore d’autore: Gianni Morandi sempre più artista intergenerazionale

Gianni Morandi - d'amore d'autore

Gianni Morandi – d’amore d’autore

 

Cantare d’amore è un’arte tanto inflazionata quanto necessaria. A questo proposito diventa interessante capire come, un grande interprete come Gianni Morandi abbia coraggiosamente deciso di incidere il quarantesimo album in carriera affidandosi alla penna dei cantautori più in voga in Italia. Pubblicato lo scorso 17 novembre su etichetta Sony Music, “d’amore d’autore” si presenta come un progetto figlio di menti fresche cantate da una voce storica che rimanda ai ricordi e ai pensieri di ieri. Elisa, Ivano Fossati, Levante, Luciano Ligabue, Ermal Meta, Tommaso Paradiso, Giuliano Sangiorgi , Paolo Simoni hanno offerto il loro personale contributo al racconto dell’amore: quello appassionato e fresco, quello solido e maturo, quello acerbo e incoerente, quello incerto e intermittente. Partito in sordina con “Dobbiamo fare luce”, il brano scritto da Luciano Ligabue da cui ha preso il via tutto il progetto, l’album trova il connubio più riuscito tra voce, testo e musica in “Ultraleggero” di Fossati, “Lettera” di Paolo Simoni e “Un solo abbraccio” di Ermal Meta. Spiazzanti, invece, gli arrangiamenti realizzati da Dario Faini per “Una vita che ti sogno” di Tommaso Paradiso e “Mediterraneo” di Levante: sonorità elettroniche e ritmate cozzano con le tonalità vocali di Morandi. Molto simpatica, invece, la nuova versione di “Onda su onda”, il brano di Paolo Conte in cui Morandi duetta a sorpresa con Fiorella Mannoia.

Video: Dobbiamo fare luce

Per fare un bilancio conclusivo, Gianni Morandi persegue la linea dell’artista intergenerazionale aggiungendo al proprio bagaglio musicale una serie di tasselli tanto intelligenti quanto poco coraggiosi. Questa deduzione nasce dal seguente concetto: una volta affidatosi ad autori giovani, Morandi avrebbe potuto scegliere di alzare il tiro, di affrontare magari anche lo stesso tema ma secondo una prospettiva diversa, allora sì che il suo quarantesimo album avrebbe potuto fare davvero la differenza all’interno di una carriera illustre come la sua. Ad ogni modo, queste nuove canzoni daranno nuova linfa al repertorio dell’artista che dal prossimo 24 febbraio 2018 sarà in tour nei più importanti palasport italiani.

Raffaella Sbrescia

Morandi tour 2018 “d’amore d’autore”

22/02 JESOLO (VE) Pala Arrex – DATA ZERO 24/02 RIMINI RDS Stadium 26/02 MONTICHIARI (BS) Pala George 28/02 CONEGLIANO (TV) Zoppas Arena 02/03 GENOVA RDS Stadium 03/03 TORINO Pala Alpitour 05/03 FIRENZE Mandela Forum 07/03 LIVORNO Modigliani Forum 9 /03 PERUGIA Pala Evangelisti 10/03 ROMA Pala Lottomatica 12/03 EBOLI (SA) Pala Sele 13/03 NAPOLI Pala Partenope 15/03 REGGIO CALABRIA Palasport 17/03 ACIREALE (CT) Pal’Art Hotel 19/03 BARI Pala Florio 21/03 ANCONA Pala Prometeo 22/03 PADOVA Kioene Arena 24/03 BOLOGNA Unipol Arena 28/03 MILANO Mediolanum Forum

Kasabian live a Milano: una deflagrazione di energia

kasabian

Dopo la breve ondata di concerti italiani estivi, i Kasabian sono tornati nel bel Paese per l’unica data invernale al Mediolanum Forum di Milano. Per avere un’idea precisa di quello che può essere un concerto della band di Leicester dal vivo, immaginatevi una deflagrazione di energia, una liberazione fisica e mentale da etichette, paletti e pregiudizi. La musica dei Kasabian è una valvola con sfiatatoio, un modo per catapultarsi una dimensione vibrante e divertentissima. Spacconi, irriverenti, disinvolti e davvero affiatati tra loro, Tom Meighan e Serge Pizzorno sono i traghettatori di uno show spassoso e privo di momenti morti. L’intro del concerto è affidata alle note di pucciniane di “Nessun dorma” ma l’omaggio all’Italia non finisce qui: l’Inno di Mameli prima di “Days Are Forgotten” e i numerosi ringraziamenti in Italiano rendono ragione alle origini tricolori di Pizzorno. In scaletta pezzi fortissimi a cui non abbiamo saputo resistere: “Club Foot”, “LSF”, “Underdog”, “Empire” e “Eez-Eh” (la cui coda ha omaggiato “Around The World” dei Daft Punk. Immancabile la bella versione acustica di “Goodbye Kiss” e la rara “Man Of Simple Pleasures”. Tra le più ballate anche  “Bless This Acid House” e “You’re in Love With a Psycho” e “Ill Ray (The King)”, tratte dall’ultimo album “For Crying out loud”.

Video: Goodbye Kiss

  Al concerto dei Kasabian non è raro vedere gente pogare, non c’è stato tempo per tenere il telefono in mano perchè era più divertente ballare, sudare, dimenarsi con gli amici e viversi un momento di scanzonata e benefica leggerezza. A discapito dei miscredenti e di coloro che amano screditare la band britannica, c’è da spezzare una lancia a favore della ricerca che i Kasabian compiono in fase compositiva: i loro brani prendono spunto dai modi di dire e dalle espressioni dello strato sociale suburbano, prendono ispirazione dalla struttura Motown, lasciano piccoli ma percettibili spazi a echi morriconiane, riescono a fare in modo che la modulazione sonora degli arrangiamenti si mantenga godibile per l’intera durata delle loro canzoni. In sostanza dunque, partecipare ad un loro concerto è stato come liberarsi di paranoie mentali e buttarsi in un calderone di amabilissima gaiezza.

Raffaella Sbrescia

Video: Kasabian live

Three Letters from Sarajevo: Goran Bregovic racconta la frontiera.

Goran Bregovic

Goran Bregovic

Il suono che unisce le frontiere, che intende coniugare gli animi esiste? Un mistero che non ha ancora una risposta ma che sopravvive, fiammante ed energico, nel cuore di Goran Bregovic. Emblema dello spirito gitano, il musicista giramondo rompe il silenzio discografico durato cinque anni con “Three Letters from Sarajevo”: un album simbolico con cui Bregovic rompe il tabù della guerra e mette in primo piano il tema della convivenza tra religioni diverse. Il suo intento è nobile, il modo per veicolare il messaggio è sublime. L’incedere voluttuoso degli arrangiamenti corposi, ricchi e maestosi si accompagna a testi che trasudano pathos e sofferenza, tentativi di conciliazione e altrettanti furiosi fallimenti. Quasi dieci anni di guerra nei Balcani, l’assedio di Sarajevo dal 1992 al 1996, gli accordi di Dayton, la fine delle ostilità, il lento ritorno alla normalità.

Un uomo di frontiera che la racconta come nessun altro e che attraverso la musica e la poesia si trasforma in un demiurgo di bellezza. Come? Ideando un concerto per tre violini solisti, orchestra sinfonica e la Goran Bregovic Wedding and Funeral Orchestra. L’idea delle tre lettere prende simbolicamente vita grazie a tre assoli di violino suonati rispettivamente da Mirjana Neskovic (Serbia), Zied Zouari (Tunisia), Gershon Leizerson (Israele).

La vera curiosità di questo disco è che in realtà esso rappresenta il primo capitolo di un doppio album, di cui la seconda parte vedrà la luce nel 2018: la connotazione pop di questo progetto sarà completata da quella propriamente orchestrale concepita per orchestra sinfonica.

Ad arricchire ulteriormente i contenuti di “Three Letters from Sarajevo” sono gli ospiti: l’israeliano Asaf Avidan, l’algerino Rachid Taha, la spagnola Bebe. Le storie da loro raccontate esulano dal tema centrale ma a loro modo completano la panoramica secondo cui dovremmo riuscire a mettere insieme gli elementi necessari per convivere pacificamente.

 Le contraddizioni, le imperfezioni, la volatilità dei sentimenti e dei pensieri, l’instabilità dell’equilibrio umano sono modellate da voci e suoni trascinanti. L’irresistibile fascino di una festa tragica rapisce l’inconscio, capace, a sua volta, di trarre forza dalle cose più infime e terribili.

Atmosfere scure, neoromantiche e sanguinarie cedono il passo alla richiesta urgente di vita, di cultura, di compartecipazione. Quasi un invito a buttarsi verso il futuro come degli scavezzacollo. Il marchio di fabbrica è sancito da “Made in Bosnia”: la vita gipsy è tutta qui; a noi le istruzioni per l’uso.

Raffaella Sbrescia

Video: Three Letters From Sarajevo

Colapesce sfida se stesso con “Infedele”. La recensione del disco

Colapesce - Infedele

Colapesce – Infedele

Un disco breve e quanto mai vario. “Infedele”, il nuovo album di Colapesce (etichetta 42 Records) è una digressione musicale di tipo alto, un progetto strutturato su più livelli in cui l’artista si mette in gioco lasciandosi avvincere dalla fascino stimolante della sfida. Proprio così, Colapesce mette sul piatto i suoi ascolti trasversali travasandoli in otto canzoni che profumano di moderno e antico al contempo. La sua vita prende forma attraverso metafore, sottili giochi di parole, strofe e ritornelli che, muovendosi a cavallo tra la Sicilia e Milano disegnano in maniera nitida i contorni di un’anima inquieta, curiosa, turbinosa quindi “infedele”.

Il disco si apre con “Pantalica”, un brano ispirato ad una necropoli vicina a Solarino, un luogo atavico che da secoli trasuda fascino. Il brano, venuto fuori di getto, riassume a grandi linee la vita di Colapesce e rapisce subito l’ascolto grazie ad una chiusura strumentale ossessiva e ancestrale sulle note free jazz del sax di Gaetano Santoro.  La tracklist prosegue con “Ti attraverso”, primo nato del disco, basato su una frase che ha fatto da input per tutto il resto: “Ho fatto come volevo, erano strade diroccate piene di Buttane e va bene così”. Acclamata come hit del disco “Totale”, scritta insieme ad Antonio di Martino, pone Colapesce sul piano del cantautore che sa scrivere un godibilissimo pop in grado di scardinare ogni certezza. I richiami ancestrali proseguono con “Vasco da Gama”: un suggestivo arpeggio introduce un racconto nostalgico, a tratti onirico: il protagonista fa da tramite con il mondo marino, da sempre fonte di sogni.

Video: Totale

Si prosegue con l’impianto classico di “Decadenza e panna”: anche in questo caso si tratta di un brano pluridimensionale che parte dalle risate di una comedy e si evolve seguendo le linee del folk. Esilarante il testo di “Maometto a Milano”: qui la narrazione del disagio è di grande impatto, stona con il resto, disturba quasi l’ascolto costringendoci a fare i conti con una risoluzione individuale tutt’altro che compiuta.

Affascinante anche il contrasto sonoro di “Compleanno”: la fanfara va a braccetto con la musica da club, il passato pare ormai alle spalle ma ecco piombarci addosso la frammentazione spirituale di “Sospesi”: autoscatto cantautorale così indefinito e preciso al contempo da lasciarci praticamente senza fiato.

Raffaella Sbrescia

Shadows: ecco il pianismo ritmico di Andrea Carri

Andrea Carri - Shadows

Andrea Carri – Shadows

Il pianismo italiano è in grande fermento. Sono numerosi infatti i giovani pianisti che decidono di affacciarsi a questo mondo da sempre legato ai grandi nomi della musica classica per poter dire la loro in forma inedita. Uno di questi è Andrea Carri, che avevamo incontrato in occasione della recensione dell’album “Chronos” e che ritroviamo per parlare di “Shadows”. Il progetto, a partire dal titolo, cammina in punta di piedi con garbo ed eleganza. D’altronde lo stile di Carri è sempre stato delicato e mai invadente. La novità più impattante di questo nuovo album è il contributo di Francesco Camminati alla batteria. Un ritmo percussivo che cesella, disegna e definisce lo spessore e i confini dei brani presenti in tracklist. Un modo per intendere, concepire e assimilare le melodie seguendo una linea guida insolita ma credibile. L’ascolto inizia con “Universal gravitation” un brano descrittivo e preparatorio ad un percorso conoscitivo completo. Si prosegue con “Whisper”, “Love”, “Flying Away”: fotogrammi di vita tradotti in note coerenti e strutturate, concepite per costruire immagini e riflessioni mentali. “This is not the Strawberry Season”, titola andrea Carri in uno dei brani centrali del disco, e in effetti quella punta di penombra che attraversa l’effluvio di note regala all’ascolto un tocco fascinosamente malinconico. La degna conclusione dell’ascolto arriva con “The Dark Tower – Part I: The Gunslinger”: l’ipnotismo catartico del piano fuso al lirismo romantico degli archi e alla pacatezza soffusa delle ritmiche percussive conclude il viaggio all’insegna della serenità d’animo.

Raffaella Sbrescia

Video: Universal Gravitation

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