“Musei in Musica” a Roma: il report del concerto dedicato a Ornella Vanoni alla Centrale Montemartini.

E’ stata una serata ricca di eventi di altissimo livello culturale, quella che si è svolta Sabato 29 novembre a Roma, nell’ambito della manifestazione “Musei in Musica”, giunta alla sua quindicesima edizione.

Nell’intento di incorniciare l’immenso patrimonio culturale ed artistico della Capitale con una colonna sonora che ne amplifichi la suggestione, sono oramai tre lustri che l’amministrazione comunale organizza negli spazi espositivi, nei palazzi storici e nelle piazze romane una serie di concerti di altissima levatura, che spaziano dall’etno, al jazz, alla musica classica, a quella leggera, alla musica da cinema, tutto messo a disposizione di chiunque voglia partecipare al costo simbolico di un euro, e a tariffe decisamente popolari per quei contesti che ospitano  mostre organizzate da enti privati.

Parliamo di ben 50 spazi che restano aperti in via eccezionale dalle 20 di sera alle 2 del mattino, per una programmazione complessiva di oltre 100 concerti.

Dalle zone più periferiche al Centro Storico, la città è stata attraversata, in una nottata algida ma piacevole, da un intreccio di pentagrammi che ha avuto come fulcro l’evento dedicato a Ornella Vanoni alla Centrale Montemartini, grazie alla generosa e coinvolta partecipazione di Rita Marcotulli, fiore all’occhiello del nostro jazz e nota in tutto il mondo per il suo talento unito a peculiarità esecutive  e compositive che la rendono assolutamente inimitabile.

Tre quarti d’ora di concerto di estrema godibilità e, come è caratteristica della raffinata pianista, reso accessibile a ogni livello di ascolto, cosa che nel jazz non è sempre così scontata, e presentato con evidente e giustificato compiacimento dall’assessore alla cultura Massimiliano Smeriglio.

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Da l’Appuntamento, a Senza Fine, a L’Isola, brano di Ryuichi Sakamoto, che è legato al primo incontro tra la compositrice e la cantante e ha rappresentato l’inizio di una lunga e affettuosa amicizia e collaborazione. Il tutto passando attraverso il racconto di divertenti aneddoti e l’esecuzione di molti brani del repertorio brasiliano di Vinicius de Moraes e Toquinho, con cui la Vanoni ha collaborato a lungo, diventando il timbro vocale che  meglio ha interpretato la saudade legata ai ricordi degli amori immensi, sconfinati,  vissuti e perduti

Note armoniose e delicate che non hanno dimenticato di omaggiare Pino Daniele, con cui la Vanoni interpretò  quel capolavoro di poesia che è “Anima”, e che sottrasse la Marcotulli a un tour cui Ornella teneva molto: la cantante  non ha mai mancato di rinfacciarglielo con quella bonaria schiettezza che ne caratterizzava l’ironia.

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Tra il pubblico, in disparte, defilato ma divertito, un chitarrista d’eccezione ha fatto  un certo punto a sorpresa irruzione sul palco ed ha eseguito insieme alla Marcotulli un brano molto complesso e poetico del repertorio di De Moraes, il “Samba in preludio”, contenuto nell’album “La voglia la pazzia, l’incoscienza e l’allegria”, lasciando letteralmente di stucco l’affollata platea.

Il Sindaco Roberto Gualtieri si conferma un raffinato e competente chitarrista, in grado di sostenere un duetto con l’eccellenza della musica jazz mondiale.

E della sua performance e del suo coinvolgimento, lo ringraziamo, oltre che dell’opportunità fornita  a tutti, per una notte di lasciarsi cullare tra le meraviglie di una città che ci fa soffrire, ma poi, alla fine, non possiamo non amare: un amore intenso e viscerale, come quelli dei brani della Vanoni.

Roberta Gioberti

Fabio Zeppetella Special Quartet alla Sapienza di Roma. Il report del concerto

E’ un concerto un poco “anomalo” rispetto alla programmazione che siamo soliti aspettarci nell’ambito della Stagione Musicale dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, a cura dell’Istituzione Universitaria dei Concerti, presieduta da Rinaldo Gentile, che lo annuncia con un evidente compiacimento.
La formazione del “Fabio Zeppetella Special Quartet” avrebbe dovuto vedere, oltre al geniale chitarrista e alla pianista Rita Marcotulli, coautrice del progetto, Roberto Gatto e Ares Tavolazzi: quattro nomi che hanno fatto la storia non solo del jazz ma proprio della musica italiana.
Il Maestro Tavolazzi, che quelli della mia generazione andavano ad osannare sotto il palco degli Area, quando Demetrio Stratos apriva le nuove frontiere della musicalità vocale nel mondo, purtroppo non ha potuto prendere parte allo spettacolo, per un piccolo problema di salute, ed è stato egregiamente sostituito in poche ore dall’ottimo Luca Bulgarelli, che ha sostenuto il ruolo con elegante disinvoltura.
Il progetto trae origine dalla collaborazione di Zeppetella con Rita Marcotulli, fiore all’occhiello del nostro jazz in rosa, e dall’elaborazione a quattro mani di una serie di brani originali che coniugano le sonorità jazz più ortodosse con quelle della musica classica e della musica popolare internazionale.
Le melodie sono raffinate, a tratti poetiche, carezzevoli e oniriche. Il sostegno del contrabbasso di Bulgarelli è perfetto nella sua spontanea armonizzazione, e Roberto Gatto, grande sperimentatore della batteria, si lascia andare a divertissement a tratti gigioneschi ma mai prevaricanti.

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Un jazz fuori dai canoni classici e dagli standard, qualcosa che nell’insieme risulta estremamente intenso e leggero allo stesso tempo, per un’ora e mezza di musica dall’alta componente permeante, che coinvolge e diverte.
Un ensemble molto ben armonizzato, dove quattro mostri sacri del jazz riescono a scambiarsi i ruoli senza sovrapporsi, in un fluire energetico senza soluzione di continuità che arriva a coinvolgere direttamente la sfera emotiva di chi ascolta, senza nulla concedere a inciampi tecnicistici.
Un concerto insolito, dicevamo all’inizio, perché la Stagione Musicale dell’Aula Magna, giunta alla sua ottantunesima presentazione, è dedicata quasi esclusivamente al repertorio classico. Tuttavia non sono mancate in questi anni delle piccole e preziose variazioni sul tema, spettacoli di genere diverso, dalla world music al jazz, appunto, che hanno rappresentato quel tocco di colore che sublima la bellezza.

Nella scaletta proposta, anche una rivisitazione di un brano appartenente al repertorio jazz oramai storicizzato, ossia “Night Fall” di Charlie Haden, durante il quale Bulgarelli ha letteralmente estasiato la platea.
Una serata di grande musica e grande divertimento.

Roberta Gioberti

Non in mio nome: live report del concerto contro il genocidio in Palestina

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“Se leggete queste parole, vuol dire che sono morto”
Così scriveva nel suo ultimo post Hossam Shabat, 22 anni, giornalista palestinese colpito da un drone mentre viaggiava a bordo di un’auto con ben evidenti le insegne di Al Jazeera. Un attacco mirato, quindi, mirato a mettere a tacere quella che veniva definita l’ultima voce del nord della striscia.
Il suo numero di registro, nell’elenco dei giornalisti uccisi dall’Esercito Israeliano a Gaza e in Cisgiordania, è il 208.
Accadeva il 25 marzo, ed è di poche ore fa la notizia che almeno 20 persone tra giornalisti ed attivisti , nonché residenti locali, sono decedute durante il bombardamento di un bar sul lungomare di Gaza City, in un’area che non era stata sottoposta ad evacuazione. L’intento, quindi era proprio quello di colpire uno dei pochi posti ancora collegati via internet col mondo: perché le informazioni non devono passare.
Oggi fare il giornalista a Gaza, fare il reporter a Gaza, anche solo fare delle fotografie, a Gaza, significa viaggiare con un bersaglio sulla schiena.

Vediamo cose inenarrabili, ogni giorno. Assistiamo a qualcosa che sta assumendo le fattezze di un vero incubo, qualcosa che ci sta cambiando la vita, come ai nostri nonni la cambiò il Nazismo. Ma non ne usciremo in qualche modo migliori, come accadde a loro. Non accadrà perché se a loro la Storia ha fornito l’alibi, per quanto molto labile, di ignorare cosa accadeva nei campi di sterminio nazisti, a noi questo alibi non è dato.
Sono oramai mesi, anzi sono due anni, che le vicende legate all’ultimo atto del genocidio del popolo palestinese sono note a tutti: basta andàrsele a cercare.
A voler essere precisi, sono più di settant’anni che, con atti di forza, Israele si allarga su un territorio non suo. Solo che fino agli anni ‘70 nessuno lo sapeva. Ci volle un gesto folle come l’assedio agli atleti delle Olimpiadi di Monaco ’72, e la loro esecuzione, per rendere evidente agli occhi del mondo cosa stava accadendo in quella porzione di medioriente che l’occidente, per pulirsi una coscienza a dir poco sporca, aveva istituzionalizzato come Stato di Israele. E non solo: per il mondo occidentale capitalista, un piede in medioriente rappresentava una posizione di estrema comodità.
Ci volle un atto terroristico orrendo, ma senza quel folle gesto, senza la necessità di capirne le motivazioni, di Palestina probabilmente non si sarebbe parlato ancora per moltissimo tempo.
Negli anni la storia si è ripetuta e ripetuta e ancora ripetuta, in un susseguirsi di escalation che vanno dalla protezione dei massacri di Sabra e Chatila, all’operazione Piombo Fuso, che con uno spirito unico nel suo genere ci raccontò in diretta Vittorio Arrigoni.
La fine di Vittorio la conosciamo, e proprio riguardo la sua morte, qualche interrogativo in più circa certi rapporti tra Hamas e Israele, dovremmo porcelo.
Ma non è nostra intenzione fare qui ed ora dietrologia.
E non è nemmeno nostra intenzione porre l’accento sulla disperata condizione della popolazione della striscia, costretta alla fame, alle malattie, alle uccisioni efferate. Sugli sguardi vuoti di chi sopravvive all’orrore che non sono diversi da quelli di chi dell’orrore è vittima. Sui bambini…Dio mio, i bambini, uccisi mentre cercano un poco di cibo, o acqua, con molta più facilità di quanta ne usiamo noi nello schiacciare una formica sul piano cottura della nostra cucina: anche lei in cerca di cibo, alla fine. Sono bambini, potrebbero essere i nostri, e credete che io li ho visti: i figli di Palestina hanno spesso capelli e pelle chiari e occhi color del sole. Che potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è: sembra quasi un contrappasso. La realtà è che apparteniamo tutti indistintamente alla stessa umanità. Basterebbe studiare la Storia o farsela raccontare da chi la sa.
Non parleremo nemmeno delle mutilazioni, né dei ventri di madri aperti dalle esplosioni, mentre custodivano le loro creature che nemmeno hanno avuto la possibilità di mostrarli al mondo i loro colori.
No, non ci dilungheremo su questo, perché chi vuole certe informazioni, chi vuole farsi del male, o più onestamente, assumersi la responsabilità di una inevitabile complicità senza girare lo sguardo, perché “dà dolore”, può, ribadiamo, andàrsele a cercare.
Informazioni ignorate a lungo dal nostro giornalismo complice.
In questi due terrificanti anni, il solo canale che non ha mai mancato di fornire dati ed approfondimenti riguardo la situazione in Palestina è stato quello di Confindustria, pensate un poco.
E non senza smagliature, per carità, però lo ha fatto quotidianamente. Puntualmente. Professionalmente.
Quello su cui vogliamo invece porre più sobriamente l’accento, è la violazione di quello spazio assolutamente inviolabile in un conflitto (anche se quello Israelo-Palestinese, non è un conflitto, ma un genocidio perpetrato dai primi sui secondi), che è il diritto all’informazione.
A memoria d’uomo, non si è mai visto un attacco così minuziosamente attento agli organi di stampa.
Il giornalista è, per definizione, un territorio franco. Una sorta di Achille inviolabile, uno che sta facendo il suo lavoro. Il giornalista è protetto dallo scudo del Diritto Internazionale Umanitario.
Israele questo scudo lo ignora, se ne frega e spara sulla stampa. E quello che è più grave, è che la stessa stampa, tace. Il canale che dovrebbe inveire, inalberarsi, scioperare, denunciare, tace.
Israele, inoltre, non consente l’accesso alla stampa straniera, e quella locale la massacra con scientifica determinazione: perché non si sappia in giro cosa accade.
Ma accade invece che il mondo sia grande, sia ben oltre i confini Italici, ed Europei, sia in Oltreoceano, dove la stampa ha reagito.
Accade che il mondo sia connesso, e così anche qui certe denunce sono state portate avanti con determinazione. Con fatica, ma con successo.
Ecco perché quelle immagini è stato doveroso osservarle, anche se fanno male, malissimo credete, e ve lo dice una che ha gli incubi notturni. Ecco perché è stato indispensabile avere la forza di divulgarle. O, almeno, raccontarle.
Il mondo della musica, a dire il vero, è stato da subito sensibile al problema.
Ricordiamo il grande concerto tenutosi a Napoli nel Febbraio di due anni fa, cui hanno partecipato moltissimi artisti, comprese Fiorella Mannoia e Laura Morante: due nomi che fanno eco.
L’esperienza si è ripetuta a febbraio di quest’anno. Tutto finalizzato a una raccolta fondi, che ha avuto in entrambi i casi esiti deludenti: perché all’evento non è stata data visibilità da nessun organo di stampa.
Il termine “genocidio” riferito al massacro del popolo palestinese, che non è in guerra, semplicemente perché non ha i mezzi per farla una guerra (non ha nemmeno uno Stato universalmente riconosciuto), fino a pochi mesi fa era oggetto di attacco: non si poteva usare senza essere tirati dentro, nella migliore delle ipotesi, infinite polemiche.
E lo ricorderemo tutti il coraggio di Ghali a Sanremo nel 2024, quando lo disse chiaramente sul Palco “Stop al Genocidio”. E le conseguenze che ebbe.
Ma quel termine, “genocidio”, ha continuato a scivolare via dalle bocche, di bocca in bocca, di iniziativa in iniziativa. Lo ha usato Roger Waters (che si spende da sempre per la causa, va detto), lo ha usato Moni Ovadia, ebreo di nascita, accusato di antisemitismo, è rimbalzato di riga in riga, di nota in nota. La bandiera palestinese esposta a fine concerto, è diventata un simbolo che va ben oltre la politica, se a farlo è Mengoni. Che di politica non si è mai interessato.
E oggi, a due anni di distanza, anche se lo scempio sembra non essere destinato a finire, sono finite finalmente le accuse di antisemitismo a chi è cresciuto con i libri di Primo Levi, che ha versato lacrime su Schindler’s List, che ha sempre portato il massimo rispetto per la tragedia della Shoah ma che, non per questo, si sente in difficoltà a chiamare le cose col proprio nome.
Nel mondo la voce di popolo si è già fatta abbondantemente sentire. Noi qui in Italia, dove invece avremmo dovuto essere presenti costituzionalmente da subito, siamo arrivati parecchio tardi e in maniera piuttosto triste: una pavida manifestazione organizzata dalle opposizioni il 7 giugno, per sgambettare quella del 21 giugno, indetta in maniera più genuina dai sindacati di Base e da Potere al Popolo.
Alla prima, le bandiere palestinesi erano totalmente assenti o quasi, ma ben presenti quelle di partito, per la seconda ci si è addirittura scissi in due: perché la denuncia di questa strage di innocenti, e una presa di posizione netta per alcuni, evidentemente, non è ancora così opportuna. Possiamo parlare di Pace, di opporsi a tutte le guerre, di disarmo, ma, lo ripetiamo, quella tra Israeliani e Palestinesi non è una guerra: è il lupo che sta divorando l’agnello. E merita una presa di posizione a sé, come la meritò la Shoah.
Sabato scorso invece a Roma è accaduto qualcosa di diverso.
Promotori inizialmente i membri del Progetto mediatico Ebraico per la Liberazione della Palestina, e poi trasformatasi in qualcosa di molto più grande, in un pomeriggio che definire infernale per le temperature dà quasi un senso di frescura, un nutrito gruppo di artisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, della politica e circa quindicimila persone, portanti bandiera italiana e palestinese, si sono ritrovati a Porta San Paolo.
“Non in Mio Nome”, hanno voluto puntualizzare: di quello che state facendo, della complicità in cui mi state coinvolgendo, sono vittima: non ci sto.

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La cosa è nata un poco in sordina, ma è stata poi presa in mano in termini organizzativi dall’Associazione “Schierarsi”, movimento dal basso che ha tutte le intenzioni di assumere posizioni chiare e nette tanto su temi di politica nazionale quanto internazionale. E su questo scempio orrifico in particolar modo.
Margherita Vicario in testa, è stato costruito in tempi record un palco di confronto e di denuncia da cui hanno detto la loro Moni Ovadia, Alessandro Di Battista, Peter Gomez, Sigfrido Ranucci, Francesca Albanese, Greta Scarano, Martina Martorano, Alessandro Mannarino, Daniele Silvestri, Laila Al Habash, Gemitaiz Frenetik&Orang3, e molti altri, condotti per mano dalla meravigliosa Silvia Boschero.
Parole, tante, canzoni, poesia, testimonianze, immagini, tre ore e mezzo intensissime, e la richiesta esplicita di portare in piazza bandiere Palestinesi e Italiane, perché in questa brutta storia l’Italia Istituzionale, governativa e non, è sempre stata al fianco di Israele: questa volta, a dispetto di Brecht, pare che la platea del torto sia sold out.

Particolarmente toccante l’intervento di Maya Issa, attivista del movimento studenti Palestinesi, che si prende tutto lo spazio e anche di più con l’energia e la determinazione che vorremmo tornar vedere a scorrere nelle vene delle nuove generazioni, perché tutto questo riguarda soprattutto il loro futuro.
E intense da far uscire le lacrime, le testimonianze di medici e operatori sul campo che raccontano, oltre al resto, anche i traumi sui più piccoli: bambini che spesso hanno perso tutto e tutti, e cadono in depressioni profonde al punto da desiderare il suicidio. Nessuno merita questo al mondo: nessuno per nessun motivo.
Lasciamo per ultime due presenze di particolare importanza e peso: Ghali, elegantissimo, il primo artista in Italia a salire su un palco importante denunciando il genocidio, che ha ribadito la gravità di questo immenso torto che l’umanità sta compiendo a favore di telecamera.

E Rula Jebreal, la giornalista e scrittrice Palestinese, che vive negli Stati Uniti, che con il suo libro coraggiosamente intitolato proprio “Genocidio”, recentemente presentato a Roma, ha piantato una pietra miliare nel terreno della doverosa consapevolezza che di accanimento razziale si tratta.
E’ lei che ci racconta dell’ultimo post di Hossam Shabat, 22 anni, giornalista di Al Jazeera e delle sue ultime parole: “non smettete mai di parlare di noi, di parlare di Palestina, vi prego”.

Non smetteremo, nel Vostro Nome.

Roberta Gioberti

Peppe Barra live all’ Auditorium Parco della Musica. Maestro, pe’ cient’ann

E’ un’epoca di incertezze, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, di certezze che non vorremmo avere. Forse anche l’età, non vorremmo avere, ma c’è. È “Un’età certa”. Per chi è giovane assai e vive un momento storico decisamente poco rassicurante, e per chi giovane lo è stato e ricorda con nostalgia ma anche con molto affetto periodi che erano migliori di questo.
Si, è verissimo che il tempo trasforma i ricordi, spesso in positivo, e che la nostalgia è la caratteristica dell’età matura. E’ vero che il brutto spesso viene rimosso e resta solo il bello, come pure è vero che tanto significa il tipo di vita che si è condotta. E quando la vita è quella del Maestro Peppe Barra, beh, quella nostalgia, che ci coinvolge tutti, si trasforma in racconto, e il racconto in fiaba.

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica - Roma - ph Roberta Gioberti

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica – Roma – ph Roberta Gioberti

E così, come una figurina fiabesca il Maestro si palesa all’applauso dell’affollata Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, e intona quello che oramai possiamo considerare un inno, ma non solo. In questi tempi bui, Jesce Sole assume connotati apotropaici, una preghiera, una supplica alla luce, al calore, che arrivino a spazzare il gelo che collassa i cuori.
E’ un ingresso gentile, accompagnato dai musicisti che oramai fanno parte integrante dei progetti del Maestro Barra, musicisti di prim’ordine come Paolo del Vecchio, incantevole chitarrista e esperto di strumenti a corde, Ivan Lacagnina, un percussionista dall’aspetto delicato, in netta contrapposizione con la forza esplosiva con cui sa sottolineare sempre al giusto momento il commento musicale ai versi di Barra, il bassista potente, la dorsale imponente e imprescindibile del gruppo, Sasà Pelosi, il giovane Francesco de Cristofaro ai fiati, che ha preso il posto di Alessandro De Carolis, e al pianoforte e alla fisarmonica l’eclettico, fantasioso e espressivo Luca Urciuolo.
Un gruppo oramai collaudato da decenni, che non necessita quasi di sound check, tanta è la dimestichezza che ha col repertorio e l’affiatamento con il Maestro.
La scaletta alterna brani che possiamo definire “must” ad altri che sono stati introdotti per l’occasione, andando a sostituire note sublimi come quelle di “Picceré” e di “Vasame”, escluse un po’ a sorpresa da un repertorio che comunque si dipana su più di due ore di concerto. Che il Maestro Barra sia animale da palcoscenico, è noto: è lì che trova la sua migliore espressione, i suoi sorrisi più accattivanti, la mimica facciale unica, la grinta vocale che non le è da meno: in una parola, “Barra”.

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica - Roma - ph Roberta Gioberti

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica – Roma – ph Roberta Gioberti

Un nome che non ha saziato con lo spettacolo di dicembre 2024 i desideri del pubblico romano, e per questo ha dovuto mettere in cartellone una seconda data capitolina.
Barra non si limita a cantare, o a raccontare, o a recitare: Barra immediatamente, già solo con la sua presenza, si insinua nei cuori della gente, del pubblico che diventa quel canto, quei racconti, quella recita. Lo diventa addirittura quando scherza con l’assistente di palco per un microfono difettoso. Anche di un inconveniente tecnico riesce a fare poesia e teatro.
Pochi artisti al mondo hanno questa spontaneità empatica, non ci deve pensare, il Maestro, gli viene naturale, è un talento assoluto.
Certo, è il figlio di Concetta, nel teatro ci è cresciuto, l’ha succhiato col latte materno, ma questo è accaduto a molti. Peppe Barra ha qualcosa in più, un qualcosa di magnetico e innato.
A testimonianza di ciò, un piccolo inciso di chi scrive, che a dodici anni vide a teatro la Gatta Cenerentola, nella versione in cui lui era tra i protagonisti, e ricorda una sorellina di soli sei anni che ogni volta che Barra appariva in scena rimaneva incantata. Come se fosse stato un pifferaio magico.
Ha il profumo della sua terra di origine, il Maestro Barra, il brio della spuma delle onde, i sorrisi della luce del mattino: commuove. Commuove mentre si ride, si ride tanto ma non in maniera grassa o amara. Si ride alla maniera di Barra, con poesia.
Brani di Leonardo Vinci, Ferdinando Russo, Pino Daniele, Giorgio Gaber, Enzo Gragnaniello, e alcuni tratti dal suo ultimo lavoro, Cipria e Caffè cui, ci fa piacere ricordarlo, ha preso parte anche Gnut, cantautore partenopeo dall’animo garbato e poetico.
“‘O Vasillo”, “La Procidana”, accompagnata dal ricordo di Concetta, che negli spettacoli del Maestro non manca mai, “Si tenesse 20 anni”, scritta con il già citato Claudio Domestico, in arte Gnut, una delle figure più significative del panorama musicale partenopeo che si sta imponendo a livello nazionale, “Papaveri e Papere”, “Cipria e Caffè”, l’omaggio a Gaber con “Lo Shampoo” (un poco modificata, ma poco…”ca chill po’ s’inquieta”), una dolcissima aria di Pino Daniele, “Cammina Cammina”, e poi storie. Storie di vita vissuta, storie di teatro, racconti di una Napoli tratteggiata con i pastelli a colori di un bambino che la disegna con parole sue, per finire con una Tammurriata Nera potente, catartica e beneaugurale.

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica - Roma - ph Roberta Gioberti

Peppe Barra @ Auditorium Parco della Musica – Roma – ph Roberta Gioberti

Nella versione ad alto contenuto di pathos, la dedica è a tutte le donne che subiscono violenza, ma non possiamo prescindere dal valore scacciaguai della tammurriata, che è da sempre un rito propiziatorio.
E in tempi in cui i guai sembrano venirci a cercare, beh, quale conclusione migliore per un concerto di un ottuagenario ancora così pieno di energia, di parole e note che altro non chiedono che di essere raccolte.
Standing ovation più che meritata, all’Artista, e all’Uomo che in sessant’anni di carriera non ci ha mai delusi.
Maestro, pe’ cient’ann…

Roberta Gioberti

I campi in Aprile: Ligabue si racconta in veste inedita alla celebrazione della Liberazione d’Italia dal Nazifascismo.

E’ un Luciano Ligabue in una veste insolita, quello che ha voluto omaggiare con la sua testimonianza la kermesse tenutasi a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, per celebrare gli ottant’anni della Liberazione d’Italia dal Nazifascismo.
Protagonista dell’evento di chiusura di una tre giorni che ha visto alternarsi su due palchi di tutto rispetto musicisti, scrittori, giornalisti, attori e testimoni di quelle giornate che hanno fatto da fondamento alla nostra Costituzione (che da sempre viene definita la più bella del mondo in segno di apprezzamento dei principi di alta democrazia e diritto cui si ispira), il cantautore di Correggio ha lasciato la chitarra e si è concesso un’ora abbondante di chiacchierata con Andrea Scanzi. Un’intervista che è stata il prosieguo di quella già rilasciata allo stesso Scanzi dalla rock star e pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 14 aprile scorso.
I Campi in Aprile, è il titolo che si è voluto dare all’evento, ispirato a un brano molto bello e poco noto inserito da Ligabue nel 2015, nell’album “Giro del Mondo” e dedicato a Luciano Tondelli, giovane partigiano arruolato nella 77.ma Brigata SAP e morto nella battaglia di Fosdondo, considerata il momento cruciale nella storia della liberazione della Provincia di Reggio Emilia.
Il brano nasce dall’inciampo del Liga, al cimitero di Correggio, nella lapide che portava il suo nome di battesimo affiancato a quello di uno scrittore molto amato, e importante nella sua formazione giovanile, Pier Vittorio Tondelli, incontrato letterariamente durante il servizio di leva e divenuto compagno di giornate difficili e segnanti.

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Comincia così un racconto che nell’arco di un’oretta e mezzo ripercorre la vita di Ligabue, a partire dal ricordo del nonno, figura di rilievo nella Resistenza Emiliana, a quello del periodo dell’adolescenza, dei primi approcci al mondo della musica, dei numerosi lavori svolti, dei primi successi musicali.
Persone, amicizie, legami profondi col territorio, attestati di stima verso colleghi, e un sentito e partecipato ricordo della figura di Papa Francesco, incontrato due volte in occasione di due esibizioni tenute in Vaticano. Un ricordo onesto, senza toni enfatici, ma proprio per questo particolarmente toccante nella sua genuinità. Il rapporto con la fede, rinfrancato dall’esperienza diretta con un parroco di Correggio che si prendeva cura dei tossicodipendenti che non volevano uscire dal tunnel, ma non per questo immeritevoli di accudimento. Un racconto intenso, a tratti molto spassoso, esposto con la schiettezza lessicale che è propria del Liga, e che si ritrova, per sua stessa ammissione e consapevole scelta, anche nei testi delle sue canzoni.

Sorridente, accattivante, introspettivo e disponibile anche a vincere una timidezza caratteriale e una riservatezza che solo sul palco, nel momento del live, vengono in qualche modo neutralizzate dal rapporto col pubblico che gli è oramai fedele da una trentina di anni, e che ieri ha affollato Piazza dei Sanniti in una serata che definire climaticamente da autunno padano è perfetto.
Alla domanda un poco provocatoria di Scanzi se ritenesse vi fosse un limite di età oltre il quale un artista legato a un genere musicale in cui la fisicità è fondamentale, dovesse porsi il problema di affrontare l’impegno di un tour, Ligabue sorride: “lo pensavo a trent’anni, che a cinquanta mi sarei sentito a disagio a cantare “balliamo sul Mondo”: invece ne ho sessantacinque e non vedo l’ora che arrivi Giugno, per cominciare il tour”. Tour durante il quale Liga riproporrà in versione naked i brani di Buon Compleanno Elvis, contenuti in una recente riedizione discografica di quello che, a oggi, resta uno dei suoi dischi più famosi.

Del resto non più tardi di Dicembre abbiamo potuto godere del live di un quasi ottantenne Edoardo Bennato che non ha fatto certo rimpiangere quello graffiante e pieno di energia dei nostri vent’anni.
E’ proprio il caso di dire che “non è tempo, per noi” di privarci del piacere di ascoltare dal vivo questi artisti che tanto hanno rappresentato nel nostro percorso di formazione musicale.
Luciano Ligabue, non solo musica, quindi, ma racconti: racconti esposti con lo stesso stile narrativo, essenziale e immediato, che tanti ani fa ci affascinò e commosse nella trama di Radio Freccia, il cui toccante monologo finale, magnificamente interpretato da un giovane Stefano Accorsi ancora riecheggia nei nostri cuori.
Ci fa piacere spendere alcune parole anche per un altro evento che ha catturato e coinvolto la piazza durante questa molto ben strutturata manifestazione, patrocinata dal Comune di Roma Capitale: l’esibizione del magnifico ensamble messo insieme da Riccardo Tesi, con il coinvolgimento di una sempre generosa Tosca Donati, e di tre delle più belle voci femminili che la musica popolare Italiana vanta al suo attivo: Gabriella Aiello, Elena Ledda, e Lucilla Galeazzi. Quattro monumenti del nostro panorama musicale, sostenuti dalla fisarmonica di Riccardo Tesi, la genialità polistrumentale e la potenza vocale di Nando Citarella, l’armonia delle chitarre di Massimo De Lorenzi e Maurizio Geri e la freschezza della batteria di Andrea Ruggeri.
Uno spettacolo coinvolgente, che ci ha restituito la oramai universale Bella Ciao nella sua dimensione originaria di canto delle mondine, per esplodere nell’ urlo gioioso di una piazza multietnica e resistente.
Una Festa della Liberazione che resterà sicuramente nella memoria di un quartiere dove la storia e la Storia, come scrisse Elsa Morante nel suo capolavoro, si fondono in una dimensione corale che nel 25 aprile trovò il riscatto al dolore e all’orrore.

Roberta Gioberti

Rita Marcotulli: Ne ” I Caraviaggianti” il jazz si addolcisce, si veste di seta, scalda e coinvolge.

E’ la first lady del jazz nostrano, la figlia piena di talento ben curato che siamo fieri di avere e che ci riempie di orgoglio e commozione. E’ un monumento della musica internazionale. Eppure nulla si coniuga meglio con Rita Marcotulli del termine “semplicità”.
Oddio, non lo è la sua musica, “semplice”, come ci dimostra l’ambizioso progetto ispirato alle opere di Caravaggio che ha presentato il 20 novembre all’ Auditorium Ennio Morricone di Roma, al cospetto di una platea numerosa ed attenta, e che prende appunto il nome di “ I Caraviaggianti”: un nome dalla sonorità itinerante, come itineranti sono i musicanti. Ma la parola musicante, spesso impropriamente accostata ad un’accezione riduttiva, contiene anche in sé l’essenza dell’aspetto squisitamente figurativo della musica e di chi la esegue. E così, se il Beato Angelico ha i suoi angeli, Caravaggio vanta un ensemble musicale di livello elevatissimo: oltre alla madre del progetto, Mieko Miyazaky (koto e voce), Israel Varela (batteria e voce), Tore Brunborg al sax, Michel Benita al contrabbasso, Marco Decimo al violoncello e l’impareggiabile Michele Rabbia alle percussioni. E, a incorniciare il tutto, la voce di Stefano Benni che con parole sospese tra la narrazione e la poesia, racconta di luci ed ombre, di amori e odi, di turbamenti onirici e contenuti deliri: pennellate verbali che accarezzano le immagini e le note di questo straordinario concerto.
Più che un concerto, una vera e propria esperienza, che nulla deroga alla semplificazione o alla superficialità, e nonostante ciò risulta accessibilissima e coinvolgente.

ph Roberta Gioberti

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Le immagini si intrecciano con le note, si scompongono e si ricompongono, prendono vita, ci parlano ben oltre la già più che esaustiva comunicativa del genio che ha rivoluzionato il mondo della pittura e non solo.
Un’esperienza multisensoriale, quindi, che fonde musica, arte e parole, per condurci in un’immersione totale attraverso le note del pianoforte, intrecciate con sonorità jazz, classiche e contemporanee, senza soluzione di continuità: fatto che porta alla nascita di un linguaggio unico, qualcosa che appartiene a Rita e solo a Rita.
Caravaggio è sempre stato considerato il pittore delle tenebre, per quella sua capacità di gestire in maniera così suggestiva il chiaroscuro, e per la peculiarità della sua biografia così avvolta nel torbido, così vicina a quel substrato umano che spesso viene calpestato perché invisibile. Ebbe il coraggio di entrarci dentro al lato oscuro delle persone, di abbracciare la genuina espressione popolana, più che popolare e di vestirla di bellezza, incanto, purezza e dignità. Caravaggio non mise il colore sulla luce, ma al contrario, tirò fuori la luce dalle tenebre tanto in senso pittorico quanto umano, e con la luce il colore, e l’intensità dei sentimenti.
Lo scambio di sguardi tra la Zingara e il bel Giovine de “La buona Ventura”, diventa così intenso e espressivo, mentre corrono vellutate le note del Sax di Brunborg, da farci dimenticare che in realtà si tratta di un sotterfugio: sembra quasi amore, e poi alla fine l’amore, spesso, è un sotterfugio.
Medusa è la rabbia, ma anche tanta umanità per quella figura femminile violata, che ha pagato per tutti lo scotto dell’affronto.
E ancora il fiotto di sangue che sgorga dalla gola di Oloferne nel momento in cui una sdegnata Giuditta affonda la lama, momento reso quasi catartico dall’incessante susseguirsi di note sincopate, e per finire un ritorno all’armonia e all’equilibrio nel rendere omaggio al celebre Canestro, con sottolineature musicali distese e descrittive. Sono solo alcuni dei tratti salienti di un progetto che convince e vince.

Attraverso le note, Rita Marcotulli dipinge con i suoni le atmosfere cariche di contrasto e di emozione delle opere del grande maestro del baroccco.
Ogni brano è un omaggio a un quadro, una luce che illumina un dettaglio, un’ombra che cela un mistero. La musica diventa così un’estensione della pittura, un’interpretazione sonora che ci permette di penetrare più a fondo nell’anima delle opere.

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Ora, sappiamo tutti come il jazz possa essere ostico a volte anche al pubblico più raffinato. Lo sa anche Rita Marcotulli, come ha sottolineato durante il bel concerto che ha tenuto questa estate nel Palazzo dei Priori di Perugia, nell’ambito della rassegna di Umbria Jazz, a cui abbiamo avuto il privilegio di assistere.
Ma l’incanto di questa Donna straripante di talento consiste proprio in questo. Con la sua semplicità, con la capacità che ha non solo di articolare pentagrammi perfetti e suggestivi, ma di farli arrivare sotto forma di musica ed energia al pubblico, quel jazz si addolcisce, si veste di seta, scalda e coinvolge.
E il pubblico, il suo pubblico, la ama proprio per questo.
Grazie Rita.

Roberta Gioberti

Subsonica live a Milano: il racconto dell’emozionante rituale per l’ultimo atto de la Bolla tour.

La seconda serata di Cuori Impavidi 2024 - la rassegna di MI AMI Festival e Circolo Magnolia  all’Idroscalo di Milano- vede protagonisti i Subsonica che, uno alla volta salgono sul palco, come in un rituale, per l’ultimo atto de la Bolla tour. La band torinese si stringe e travolge il pubblico, ormai vera e propria comunit,  in un live tiratissimo della durata di più di due ore in cui è palpabile è l’emozione vissuta dai nostri cinque. D’altronde lo avevano già spiegato mesi fa, questo tour è stato molto speciale in quanto è stata l’occasione per i Subsonica per ritrovarsi e risplendere di rinnovato fulgore.

Il pubblico queste cose le percepisce e restituisce questo entusiasmo in forma di energia, movimento e propulsione. Una sorta di circuito virtuoso in cui entrambe le parti si sentono un tutt’uno forte e vibrante. La prima parte del concerto vede in primo piano alcuni estratti dal decimo disco della band “Realtà aumentata”: Cani umani, Mattino di luce, Pugno di sabbia, Africa su Marte sono già parte della ricca antologia dei Subsonica, il cui suono si conferma dinamico, ricco di infinite sfumature e capace di insediarsi nelle viscere e nella testa. Samuel è lo sciamano che invoca occhi, orecchie e voci del pubblico, raccontando questo ultimo periodo che ha felicemente travolto la band. La scaletta prosegue suadente nei più profondi meandri della tana dei Subsonica con: Veleno, Aurora sogna, Liberi tutti, il tutto con i bellissimi visuals del collettivo High Files Visuals.

A me tocca la parte romantica della serata dice Boosta: “Sembra una storia triste ma è ricca di gioia … quando abbiamo iniziato a scrivere il decimo album, non avremmo immaginato  di aver ancora il privilegio di essere sul palco. Essere qui a festeggiare insieme a voi è un regalo enorme, promettiamo che se tutto va come deve andare torneremo veramente molto presto”.

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Si continua a ballare con l’immancabile Discolabirinto,  a seguire Nuvole rapide, L’Eclissi, Grandine, Universo. Lo scienziato Boosta, l’ufficiale sommozzatore Vicio, l’ufficiale pilota Max e l’ingegnere elettronico Ninja fluttuano voluttuosi sul palco insieme al super frontman Samuel; poi tutti insieme accolgono il rapper Ensi, fedele compagno di questo tour, sulle note de Il Cielo su Torino. Subito dopo arriva anche un altro amico, si tratta di Willie Peyote con cui servono al pubblico Scoppia la bolla.

Ensi e Willie cantano insieme Numero uno, brano ricco di significato, scritto proprio da Ensi.

Molto significativo l’omaggio  a tre voci al genio di Neffa con il suo brano Aspettando il sole. “Stare sul palco con dei fratelli è impagabile e loro due sono nostri  fratelli sono da sempre”, dice grato ed emozionato Samuel. Molto intenso il  successivo momento di Giungla nord.

Il pubblico è ancora pronto a dare tutto, ecco quindi incedere il rush finale dello show: riappare in scaletta, dopo tempo immemore, Istrice. Max Casacci è protagonista di un importante monologo in cui chiarisce l’importanza e l’urgenza del senso di comunità come antidoto per questi tempi malati, ringrazia le realtà che ancora, non senza fatica, promuovono la musica dal basso, ricorda le stragi di morti nel Mediterraneo introducendo, a ragion veduta, il brano Nessuna colpa.

“Il fottuto pubblico dei Subsonica è ancora in forma”, evidenzia e sottolinea Samuel, ecco perché il quartetto: Diluvio, Lazzaro, L’odore, Tutti i miei sbagli si rivela incandescente. Cadono spontanee le lacrime di commozione sulla closing song Strade: “Grazie a ognuno di voi per aver preso ognuno la propria strada ed essere venuto qui stasera”, ringrazia ancora Samuel. Chiudendo al meglio il rituale tra gli applausi a scena aperta. Di lì a poco, mentre qualcuno va via, un nuovo flusso della notte arriva per l’aftershow, un’ ultima cerimonia notturna in cui i nostri cinque si avvicendano alla consolle in un flow di influenze, rimandi e spunti che, siamo certi, sarà ancora linfa vibrante per cose nuove che saremo ovviamente pronti a vivere e ascoltare.

Raffaella Sbrescia

Umbria Jazz: l’ultimo report del concerto di Djavan e un bilancio generale

E’ trascorso qualche giorno dalla conclusione della cinquantunesima edizione di Umbria Jazz, un’edizione che ha visto, come evento clou dell’ultima giornata, l’esibizione di Djavan, interprete cult della musica brasiliana, che ha scelto proprio Perugia per una delle sue due date italiane del D. Tour: l’altra al teatro Arcimboldi di Milano.
I brasiliani in Arena Santa Giuliana sono moltissimi, e brasilianamente accettano l’invito dell’artista ad avvicinarsi sottopalco, ed è subito festa.
Balli, canti, bandiere e tanto romanticismo per questo delicato portavoce di note dal Brasile che oramai ha consolidato una carriera ultracinquantennale, e che ha lasciato un’impronta indelebile nella scena musicale del suo paese e non solo.

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Originario di Maceió, membro di una famiglia poverissima, Djavan ha saputo combinare le radici musicali della sua terra d’origine con le influenze internazionali, creando uno stile molto personale e riconoscibile. Così al samba e al forrò si vanno a intrecciare le note proprie del rock, del pop, della musica africana creando a una miscela scoppiettante che lo ha reso uno degli artisti brasiliani più conosciuti e apprezzati al mondo.
Sin dagli esordi, dal 1976, quando pubblicò il suo primo album “A Voz, o Violao e a Arte del Djavan” si è imposto all’attenzione del pubblico con la famosa “Flor de Lis”: da allora sono stati tantissimi i riconoscimenti ricevuti, e molte le collaborazioni con artisti di fama internazionale. Tra loro i Manhattan Transfer, Zucchero, Fiorella Mannoia, Loredana Berté, Al Jarreau, e in patria Chico Barque, Caetano Veloso e Gal Costa.
Particolarità di questo artista è la descrizione del quotidiano, dell’amore, delle storie di tutti i giorni, della vita semplice, il tutto reso a pennellate delicate, a tratti carezzevoli. E in questo quadro di semplice intimità si incastona il concerto di Perugia, con un pubblico coinvolto, sognante, innamorato. Una coppia di amici, venuta appositamente da Napoli, mi ha confessato che è stato la colonna sonora del viaggio di nozze in Brasile: e come non commuoversi?

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Sul palco una band di tutto rispetto, composta da Paulo Calasans e Renato Fonseca alle tastiere, Luis Felipe Alves alla batteria, Joao Castillo Neto alla chitarra, Marcelo Mariano al basso, Jesse Sadoc alla tromba e Marcelo Martins al Sax, ne accompagna le evoluzioni vocali, a parte la parentesi a solo durante la quale si crea un momento di grande empatia col pubblico: pubblico con cui è evidente che Djavan ci tiene a entrare in intimo contatto. E il pubblico lo ricambia con commozione ed affetto, creando una sorta di atmosfera dalle tinte oro e rosa, per un concerto che va a pizzicare le corde dei sentimenti più delicati e positivi.
A seguire, la Pacific Mambo orchestra, dalla California, conclude letteralmente le danze di un’edizione che ci ha appassionato assai.
Lenny Kravitz, Nile Rodgers, Carl Potter e il suo quartetto di numeri primi, Hiromi, Chucho Valdés, Roberto Fonseca, la divina Raye, Rita Marcotulli, Capossela, Galliano…

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Un’edizione ricca, serrata, di qualità assoluta. A nostro avviso, entusiasmante, come entusiasmanti sono stata i numeri relativi alle presenze: 250 eventi, 12 location, 600 musicisti, 42.000 biglietti venduti.
L’organizzazione, come sempre, perfetta, e non ci resta che augurarci che Umbria Jazz ci accolga con affetto anche per la prossima edizione. Noi di Ritratti di Note, rinnovando una consuetudine che va avanti da tempo, saremo felici di esserci.
Grazie Perugia, Grazie Umbria Jazz.
Roberta Gioberti

Umbria Jazz: a Perugia si balla con gli Chic di Nile Rodgers

E’ sabato sera, e su Perugia aleggia un’aria febbricitante. No, non sono le poche gocce di pioggia, inattese e inefficaci tanto a rinfrescare l’aria, quanto a disturbare gli eventi all’aperto, la causa. La causa è Nile Rodgers. La causa sono gli Chic.
Si balla questa sera a Perugia, e si balla in pedana. Nile Rodgers, newyorkese classe 1952, rappresenta l’eccellenza per quello che riguarda il mondo della produzione discografica pop. Ed è anche a lui che dobbiamo la colonna sonora di momenti indimenticabili della nostra vita.
Chitarrista di buon livello, Rodgers cominciò il suo percorso artistico suonando come turnista presso l’Apollo Theater di Harlem, insieme a star affermate del mondo del soul, del jazz e del rock and roll, ma ben presto sentì l’esigenza di ampliare i suoi orizzonti e creare qualcosa di suo, complice anche il desiderio di riscatto verso un contesto fortemente discriminatorio nei confronti della gente di colore, causa per cui si spese partecipando attivamente alle iniziative delle Pantere Nere a New York.
Dopo alcuni tentativi di irrilevante successo, nel 1977 insieme al bassista Bernard Edwars e al batterista Tony Thompson formò la band degli Chic, e il trionfo interplanetario non tardò ad arrivare. Una band di disco music, gli Chic, ma sicuramente di altissima qualità, che ricordiamo per via di un paio di tormentoni da cui però era bello farsi tormentare: Le Freak e Everybody dance.
Disco, ma sicuramente molto ricca e tutta suonata, senza supporti elettronici di alcun tipo: una disco piena zeppa di hip hop e di funky.

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Nel 1980 Rodgers inizia il suo percorso nella produzione, facendosi carico, insieme all’amico Edwars di sostenere il disco di Diana Ross che porta il suo stesso nome, Diana, e che contiene grandissimi successi, basti pensare a Upside Down. Nel 1983 sostenne l’amato Duca nella produzione di Let’s Dance, album che segnò una svolta nella storia di David Bowie, e che, a oggi, rappresenta il suo maggior successo commerciale.
La carriera di produttore prese il via, e vanta collaborazioni con nomi della musica che hanno fatto epoca: Madonna, i Duran Duran, Grace Jones, Michael Jackson fino ad arrivare, nel 1996, a fargli ottenere il riconoscimento di Primo produttore del Mondo, da parte del Billboard Magazine.
E i successi di quelle produzioni Rodgers in questa afosa serata umbra ce li ripropone tutti. Sul palco una coreografia ipersgargiante, una sezione di fiati molto attenta e partecipativa, due voci femminili nere di indiscutibile spessore, uno spettacolo dai ritmi serrati, ricco di aneddotica, e decisamente coinvolgente. L’incipit lo affida ai due brani che gli sono valsi la fama con gli Chic, e poi da Modern Love a Like a Virgin, da Notorius a We are family, da I’m comin out al sopra citato Upside down è un susseguirsi incalzante di pezzi iconici, musica che, volenti o nolenti (e ai tempi parecchi erano i nolenti, ma tant’è), ci ha fatto da colonna sonora, mettendo freschi accenti su momenti della nostra adolescenza che ci sono rimasti nel cuore.
Vestito di bianco sgargiante e in vena di chiacchiere, Rodgers ci fa ripercorrere 50 anni di storia di un genere che ha sbancato i botteghini, incassato milioni di dollari, fatto ballare cinque generazioni.
Good times e good feeling, quello di ieri sera. Il pubblico è decisamente su con gli anni, ma balla come se ne avesse diciotto. Coppie mature si abbracciano, ricercando la spontaneità dei primi approcci, magari proprio in discoteca, magari proprio con quel brano lì e, quello che più entusiasma, è che la trovano.

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L’Arena è sold out e festosa, la musica arriva potente, e sul finale l’esecuzione di Last Dance ci fa inumidire gli occhi. A omaggio dell’amato Bowie, sullo schermo, compare a lungo, il fulmine bicolore, e trattenere le lacrime non è facile.
Sul palco una presenza importante, il bassista Jerry Barnes che spadroneggia interfacciandosi spesso in prima persona col pubblico e contribuendo a mantenere alti i ritmi, anche se non ce n’è bisogno. Il pubblico, caricato a molla, va avanti ad oltranza di suo, fino al comparire, sul maxischermo, della scritta “Grazie Umbria Jazz”, commiato sincero da parte di una band che ci ha fatto davvero divertire.

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Ognuno ringrazia come sa, Nile Rodgers sa farlo bene, e noi speriamo di riuscire a restituirgli la gratitudine che merita, perché senza di lui certi momenti della nostra vita sarebbero stati diversi, e invece ci sono piaciuti così.
Grazie Nile.

Roberta Gioberti

Umbria Jazz: quattro spettacoli all’insegna del jazz etnico, con sconfinamenti nel tribal e nel repertorio latinoamericano più ricercato.

I concerti del 18 e del 19 luglio all’Arena Santa Giuliana hanno avuto un carattere monotematico e geografico: Africa il 18 e Cuba il 19: quattro spettacoli all’insegna del jazz etnico, con sconfinamenti nel tribal e nel repertorio latinoamericano più ricercato.
E tre di loro sono stati veramente eccezionali.

La prima menzione è per Somi, che ha sostituito Laufey, e che con la sua caratterizzazione vocale crea un raccordo tra il le sonorità jazz più pure e raffinate, il soul e le radici musicali africane. Somi, statunitense dell’Illinois, si ispira alla figura di Miriam Makeba, cantante gigantesca, attivista per i diritti civili in sudafrica per cui ha composto anche un musical: “Dreaming Zenzile the reimagination of Miriam Makeba”, in celebrazione di quello che avrebbe dovuto essere il suo novantesimo compleanno. Un lavoro è stato premiato con il Jazz Music Award per l’interpretazione vocale. E la voce sicuramente non manca a questa statuaria artista, che propone sul palco della Santa Giuliana un’ ora abbondante di performace vocale nella miglior tradizione jazzistica, con vocalizzi che riportano alla mente le evoluzioni di Nina Simone e Dianne Reeves cui viene spesso paragonata, e anche Joni Mitchell. Già presente in rassegna lo scorso anno, con movenze di danza quasi tribali, nonostante la raffinata mise scenica, e con una vocalità articolata e plasmabile molto espressiva e spontanea porta una nota diversa rispetto a ciò che andremo a vedere in seconda serata e nella giornata del 19.

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Qui il Jazz è dominante, la coniugazione con la tradizione sudafricana avviene più in termini di contenuti che di espressione sonora, l’ascolto è impegnativo, e non ce ne sentiamo all’altezza: quando il jazz si fa puro, purtroppo, i nostri padiglioni auricolari non hanno la capacità di sostenerlo in tutta la sua integrità, ma è un limite nostro. La donna che è sul palco merita un profondo inchino e un prolungato applauso per i suoi vocalizzi di assoluta qualità, per la sua performance artistica, per la sua formazione, per lo spessore umano, e per l’impegno in ambito politico e sociale. E si esibisce il giorno del Mandela Day, non crediamo sia una coincidenza, ma se lo è, è una coincidenza assai significativa.

E’ poi la volta dell’attesissima, colorata, esplosiva Fatoumata Diawara, e la musica cambia completamente. Qui siamo nella dimensione afrotribale più convinta, e, va detto, assistiamo a qualcosa di davvero entusiasmante. Nata in Costa d’Avorio ma genitori provenienti dal Mali, in Mali torna all’età di 12 anni, e poco dopo, comincia la sua carriera artistica come attrice. Ha lineamenti bellissimi e particolari, Fatoumata, già solo i primi sorrisi che rivolge a noi fotografi nel pit, ci annunciano una serata all’insegna del “feeling good“, standard inserito nella performance e proposto anche a Propaganda Live che l’ha voluta nei suoi studi proprio di recente. Ha chiesto di non occupare la parte centrale del PIT: le foto si (e ci caveremo la voglia, per la tanta bellezza che c’è da ritrarre), ma nel rispetto del pubblico.

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Ora, apriamo una parentesi: i fotografi sono molesti, soprattutto quando sono tanti. Spesso non hanno rispetto per il pubblico pagante che ha il sacrosanto diritto di godersi il concerto in santa pace. Ne siamo consapevoli, noi fotografi. Forse non tutti, ma sicuramente chi sta sotto un palco da decenni sa come ci si deve muovere. Non sempre accade, quindi bel venga, almeno per quanto ci riguarda, la decisione presa a tutela del pubblico.
Ma torniamo a lei: Fatoumata si ispira al canto wassoulou, con incursioni nel jazz e nel blues. Ha avuto modo a inizio carriera di collaborare con Herbie Hancock, e diventa in breve tempo una delle rappresentanti più significative della musica contemporanea africana. Colore, danze, musica pirotecnica, scenografie variopinte e raffinate, in cui si mostra, anche attraverso i filmati che scorrono alle sue spalle, in tutta la sua bellezza: messaggi incondizionati di amore, pace e serenità. Un invito continuo ad aprire la mente, a lasciarsi andare, a partecipare. Chiama il pubblico sottopalco, e il pubblico non se lo fa dire due volte.
Fatoumata Diawara è quasi profetica nel suo raccontare l’Africa e il potenziale espressivo del continente nero, nell’immaginario che lo unisce all’Europa, crea una dimensione in cui è possibile impadronirsi del proprio futuro, e si, chi l’ha definita “Afrofuturista”, non ha sbagliato.
Ci lascia con un’esibizione, in un bis più volte reiterato, di impatto squisitamente tribale. Maschera tradizionale e una grande energia, che riscatta la difficoltà di ascolto del concerto precedente. E le auguriamo un futuro coronato da meritati successi e grande visibilità. Il mondo della musica ha bisogno di lei.
Nella giornata del 19 luglio, invece la protagonista è la Isla grande, Cuba: la patria della musica per eccellenza.
A Cuba suonano tutti. Abbiamo avuto l’opportunità di soggiornarvi a lungo, e abbiamo visto fare musica con tutto. Cuba si sveglia a passo di danza e va a dormire a passo di danza, quando va dormire: non esiste nulla di tanto coinvolgente al mondo come l’energia positiva che arriva dai ritmi cubani, che sono qualcosa di profondamente diverso e raffinato rispetto ai ritmi latinoamericani più ortodossi.
E questo ci racconta l’ultra ottuagenario Chucho Valdès, in un’ora e mezza di concerto che ne vale dieci. Probabilmente il più famoso musicista cubano di Jazz, dopo un’entrata divertente e divertita (oddio, questa sera i cubani ci hanno fatto impazzire di gioia e divertimento) questo potente figlio d’arte comincia subito con Mozart, e che Mozart: scoppiettante e allegro sui tasti del pianoforte il musicista austriaco viene reinterpetrato in chiave jazz con una fluidità che sente l’influenza del sudamerica, e in particolare di Cuba, dove con la musica si può tutto. Entra in scena a pugno chiuso, e con tanto di bandiera cubana e italiana al seguito, eppure negli Stati Uniti è stimatissimo: cittadino onorario di Los Angeles, San Francisco, New Orleans e Madison, premiato con i grammy awards, gli states lo amano, lui non disprezza, ma cuore e anima sono a Cuba. Ha ridisegnato i tratti della musica cubana , ha diretto molte band e questa sera celebra Ikarere, e il suo cinquantennale. Si muove, scherza, dirige, suona…quanta energia positiva questa cariatide del Jazz, nella festa in onore di quella che ha rappresentato una vera e propria linea di demarcazione per quanto riguarda la musica della Isla Major. Esiste un prima e un dopo il progetto Ikarere, e Valdes ne è la mente raffinata, che ha fatto della contaminazione ad ampio spettro quasi una missione. Musica popolare, afrocuba, fusion, jazz, rock, musica classica: quante cose ci mette Valdès sui tasti del pianoforte. Tante da mandare in visibilio e lasciare letteralmente a bocca aperta.

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Musica e alchimia, diremmo, in una performance difficile da dimenticare e, sì, commovente.
Ci commuove Cuba, ci commuove la sua generosità: come non ricordare la sorridente equipe medica sbarcata con i vaccini (a prescindere da come la si pensi, un gesto di generosità assoluta), in un paese che, forse con meno convinzione di altri, va detto, ma è pur sempre complice di quella politica di embargo che da più di sessant’anni ne determina le condizioni di vita, decisamente poco agevoli. Eppure i cubani non perdono il sorriso, l’energia e le note.
Non lo fa Roberto Fonseca, incredibile protagonista del concerto successivo. L’aria già frizzante, si riempie di un perlage di bollicine che scoppiettano su per il naso, di energia densa e quasi materica.
Con all’attivo collaborazioni con i mitici Buena Vista Social Club e Ibrahim Ferrer, anche per Fonseca la contaminazione è fondamentale criterio di espressione.

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Siamo di fronte a un pianista che abbraccia il pianoforte, fisicamente, che fa vibrare i bicipiti mentre “pista” elegantemente sui tasti, che accompagna la musica con espressioni del volto estremamente accattivanti. E che suona con una band da paura.
Nel progetto che abbiamo apprezzato in maniera totale, e che prende il nome di La Gran Diversion, Fonseca si stacca dal suo genere consolidato e si butta a volo d’angelo nelle sonorità più espressive della madre patria. Dediche a Buena Vista (los Mejores), un viaggio nella Cuba degli anni 20, del favoloso Perez Prado, quella del mambo, un invito a ballare fin quando ce n’è, qualche ammiccamento elegante al tribal cubano, che è un tribal raffinato, molta coreografia, musicisti bellissimi, entusiasmanti sorridenti, che escono e rientrano sul palco tre volte, e ogni volta si abbracciano tutti. Lo fanno con convinzione, si cercano, ci cercano: di fronte a tanto disinvolto calore, che culmina in un momento di altissima commozione nel brano dedicato alla Madre, Mercedes, mentre scorrono le slide delle foto dell’album di famiglia, e della Cuba meravigliosa che non smetteremo mai di amare, balliamo, ma con gli occhi umidi per la commozione, e ci allontaniamo a ritmo di danza da un’arena che stenta a spegnersi.
Grazie Cuba e grazie Umbria Jazz.
Roberta Gioberti

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