George Ezra live al Fabrique di Milano: il sold out al naturale

George Ezra

George Ezra

Giovane, umile, competente, appassionato. George Ezra riempie il Fabrique di Milano senza orpelli e sovrastrutture. A pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del nuovo album “Staying At Tamara’s” in cui folk, soul, pop e cantautorato convivono felicemente, Ezra si muove anche sulla scia degli ottimi risultati ottenuti dal primo lavoro “Wanted On Voyage”. Con il suo piglio spontaneo, ironico e genuino, George Ezra parla spesso e volentieri con il pubblico. Con fare umile, il giovane con la voce di un crooner si destreggia con la sua band arricchita da una bella sezione di fiati. Il tema delle sue canzoni è il viaggio e tutto ciò che ne consegue. Il riferimento più importante è Barcellona, città spagnola cosmopolita e divertente, in cui George è rimasto per un mese intero. Subito dopo le note italiche de “La donna è mobile”, lo show, privo di scenografie, ha subito incontrato il favore del pubblico che solo in rari momenti ha lasciato spazio alla sola voce di Ezra, visibilmente toccato dall’affetto e dallo spontaneo coinvolgimento degli spettatori. ‘Don’t Matter Now’, ‘Get Away’, ‘Barcelona’, sono la triade di apertura. A seguire ‘Pretty Shining People’ nata dalle suggestioni vissute nel giardino del Montjuic. ‘Saviour’ e ‘Did You Hear The Rain?’ racchiudono il picco strumentale in termini di resa live. Sonorità ricche, curate e ben strutturate mettono in luce una crescente maturità musicale da parte dell’artista e lasciano ben sperare per il futuro.
Video: George Ezra @ Fabrique

L’orecchiabilità non è tutto, quello che rimane impresso all’ascolto è l’immaginario creato dalla lirica e dalla melodia, un esempio tangibile che conferma questo discorso possono essere sia il brano “Paradise” che Blame It On Me’. Il capitolo a parte lo merita ‘Budapest’, brano che lega l’epopea artistica di Ezra all’Italia, per stessa ammissione del diretto interessato. Una breve pausa per il pubblico internazionale all’ascolto, ed è tempo di concludere l’adrenalinico show con ‘Cassy O” e l’ultima hit ‘Shotgun’. Le prove tecniche sono superate, ora è già tempo di pensare a fare le cose in grande per il concerto alla venue dei Big: il Mediolanum Forum di Assago il prossimo 17 maggio.
Raffaella Sbrescia
La scaletta del concerto
Don’t Matter Now
Get Away
Barcelona
Pretty Shining People
Listen to the Man
Saviour
Did You Hear the Rain?
Paradise
Song 6
Hold My Girl
Sugarcoat
All My Love
Blame It on Me
Budapest
Cassy O’
Shotgun

David Garrett: Explosive live 2018. Montagne russe al Mediolanum Forum

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Che abbia venduto milioni di dischi o vinto innumerevoli premi prestigiosi è dato risaputo. David Garrett violinista di fama mondiale si è esibiito al Mediolanum Forum di Assago nell’ambito dell’Explosive Live 2018, il suo primo tour nei palazzetti italiani. Uno spettacolo pirotecnico, decisamente variegato, un percorso crossover tra generi e generazioni per due ore di show mai scontato o banale. La forza di Garrett sta nel dimostrare che lo strumentalismo e il virtuosismo sono gli stessi cardini su cui si muovono il rock’n’roll e la musica classica. Vibrazioni intense generate da arrangiamenti originali e appassionanti che Garrett, insieme a Franck van der Heijden (direttore musicale e chitarrista principale), John Haywood (tastiera/piano, co-produttore.), Marcus Wolf (chitarrista ritmico e cantante), Jeff Allen (basso), Jeff Lipstein (batteria), mette a punto in ottica divertente.

Video:

 Che si tratti di un brano dei Coldplay o di Pëtr Il’ič Čajkovskij, l’impeto e la tecnica di Garrett regalano la medesima di sensazione di piacere e distensione emotiva. Sicuramente i puristi avranno storto il naso ma l’obiettivo di Garrett è viaggiare molto lontano dagli elitarismi. Il suo manifesto musicale è all’insegna della condivisione, dell’integrazione tra generi musicali, dell’ispirazione dettata dalla sfida di donare nuova veste a pietre miliari del rock e del pop mondiale. Sulla sua montagna russa personale, ci fa salire nomi leggendari come Led Zeppelin, Prince, Vivaldi, Michael Jackson ma lascia posto anche alle icone contemporanee, da quelle del mondo EDM come David Guetta a Armin Van Buuren al davvero inaspettato rap di Eminen. Esercizio, etica del lavoro, tecnica, carisma e bellezza fanno del violinista tedesco l’emblema del possibilismo contemporaneo. Let’s play together.

Raffaella Sbrescia

Video:

Scaletta

Dangerous - David Guetta
Superstition - Stevie Wonder
Viva la Vida Coldplay
Let It Go Idina Menzel
Kashmir Led Zeppelin
Ghostbusters Ray Parker Jr.
Piano Concerto No. 1 Pyotr Ilyich Tchaikovsky
Furious
Bitter Sweet Symphony The Verve
Adventure Island

Explosive

Purple Rain Prince

Concerto No. 2 in G minor, Op. 8, RV 315, “Summer” (L’estate) Antonio Vivaldi

Nah Neh Nah (Vaya Con Dios
Live and Let Die Wings
You’re the Inspiration Chicago
Lose Yourself Eminem

Midnight Waltz

Fix You Coldplay

Duel Guitar Vs. Violin
Born in the U.S.A. Bruce Springsteen
Killing in the Name Rage Against the Machine
They Don’t Care About Us Michael Jackson
One Moment in Time Whitney Houston

Ólafur Arnalds live a Milano: profumi d’Islanda e tecnologia ibrida per una notte d’incanto

Ólafur Arlands

Ólafur Arnalds

Poesia ibrida quella del polistrumentista, compositore e produttore islandese Ólafur Arnalds che, nell’ambito della rassegna Freak and Chic si è esibito in concerto all’Auditorium Cariplo di Milano per l’unica data italiana dell’All Strings Attached tour. A poco più di trent’anni, Ólafur rappresenta già un punto di riferimento per chi ama o per chi studia la possibilità di unire il sacro al profano, il classico all’ultra moderno, la strumentazione analogica dal fascino senza tempo alla più variegata sperimentazione digitale. Piano e synth convivono creativamente nel mondo di questo giovane che, in maglietta bianca e calzini ha saputo creare un atmosfera unica, coadiuvato ad un ensemble di archi di tutto rispetto e da un batterista. In scaletta gran parte dei brani tratti dal suo ultimo lavoro “Re:member”senza lasciare da parte le pietre miliari che hanno scandita la sua rapida ascesa nell’olimpo della musica internazionale. Ólafur Arnalds è, infatti, uno dei più promettenti compositori di colonne sonore cinematografiche, e a giudicare da quanto ascoltato, non potrebbe essere altrimenti. Il connubio e le influenze che vibrano tra tastiere e pianoforte innesca un fortunato meccanismo di corto circuito particolarmente efficace. La musica di Ólafur è una metafora della vita stessa. Delay e riverbero declinano in mille modi i cardini e i valori principali su cui si fonda il percorso individuale di ciascuno. Tenebrosità e intimismo riempiono i tasselli romantici e vigorosi degli archi. Incantevoli i vorticosi assoli di violino, disseminati in un avvolgente e voluttuoso susseguirsi di stimoli sonori e visivi. Il valore aggiunto del concerto è, difatti, una particolare cura dedicata alla regia e alle luci che, a tutti gli effetti hanno completato lo spettacolo, aggiungendo significato e suggestione ai brani propositi in scaletta. Litanie ossessive e vertiginosi voli pindarici in un concerto funzionale, variegato, travolgente ma troppo pesante ma soprattutto mai banale. Ólafur Arnalds apre le porte del suo mondo in modo molto graduale e, sebbene sia privo di sovrastrutture, lascia percepire particolare attenzione ai dettagli. L’obiettivo è fare la differenza, incantare il pubblico, sempre rispettoso e in rigoroso silenzio. L’impressione è quella di trovarsi in una dimensione sospesa, quasi ovattata, del tutto estranea alla celebrazione del superfluo che scandisce la quotidianità nel suo complesso. Slow living, slow music, slow emotions. Full life.

Raffaella Sbrescia

Riccardo Tesi & Banditaliana: all’ Auditorium di Roma una festa color “Argento” lunga 25 anni.

Riccardo Tesi  Banditaliana @ Roma ph JR

Riccardo Tesi Banditaliana @ Roma ph JR

E’ “Argento” il titolo del nuovo lavoro, cd e tour, che Banditaliana, “capitanata” da Riccardo Tesi ha partorito per festeggiare i 25 anni di carriera insieme. In genere i dischi “celebrativi” sono caratterizzati dall’arrangiamento in chiave rivisitata di brani già proposti. Banditaliana, invece, ne ha voluto creare uno completamente inedito, e supportato da numerose collaborazioni di grandi artisti del panorama musicale etnico e internazionale.
Riccardo Tesi, lo ricordiamo, è stato un pioniere della musica etnica in Italia. Compositore, fisarmonicista, ha svolto per anni un lavoro di ricerca il cui risultato è una raffinata contaminazione dei ritmi che caratterizzano tutta l’area sonora insediata lungo le coste del mediterraneo.
Non solo suoni nostrani, quindi, ma anche nordafricani, balcanici, spagnoli e francesi hanno irradiato l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Tutte le note musicali che questo bacino, culla di incontri, commerci, scambi, raccoglie e trasporta da millenni.
Lo strumento di Tesi è l’organetto diatonico, precursore della fisarmonica, e rappresenta il fulcro attorno al quale ruota tutto l’album.
Dalle prime e malinconiche note di “Puma”, che si fanno man mano sempre più serrate, fino a trasformarsi in un “tango mediterraneo”, si capisce che siamo di fronte ad un lavoro cui il quartetto ha dedicato la massima dedizione per arrivare a toccare le vette di una sonorità elegante e raffinata, pur rimanendo in un ambito etnico, ma non propriamente “popolare”.
Un album che, ripetiamo, si avvale di numerose e prestigiose collaborazioni: da Fresu a Mauro Pagani a Ginevra de Marco, Elena Ledda, Luisa Cottifogli, alla meravigliosa Lucilla Galeazzi e ai tamburi amplificati del virtuoso e bravissimo Andrea Piccioni, questi ultimi special guest della serata.

Riccardo Tesi  Banditaliana @ Roma ph JR

Riccardo Tesi Banditaliana @ Roma ph JR

Nella biografia di Tesi, tra i suoi amori, ci sono anche il Rock ed il Jazz. E sicuramente le composizioni ne risentono positivamente. Compagni di questo affascinante viaggio sono Maurizio Geri, Claudio Carboni e Gigi Biolcati, rispettivamente Voce e chitarra, virtuoso ed eclettico sax e percussioni e batteria.
E proprio di Maurizio Geri è la paternità del brano “Napoli”, porto del mediterraneo, evocato attraverso sonorità che partono dai ritmi tipici della tammurriata e fluiscono senza soluzione di continuità in una melodia dolce e malinconica, come un tramonto sul tirreno.
Un altro bellissimo brano che tesse le lodi di Geri è “Bianco”, un omaggio al clown Bianco, che è sul punto di abbandonare tutto ma poi, alla fine, quel circo che si accende e ruota e schiamazza e coinvolge, non riesce a lasciarlo. Metafora della vita, delle sue difficoltà che alle volte sembrano insormontabili, ma che alla fine ti ributta dentro il suo vortice e ti invita a continuare la sua sacrosanta rappresentazione.

Riccardo Tesi  Banditaliana @ Roma ph JR

Riccardo Tesi Banditaliana @ Roma ph JR

Nel lavoro vengono omaggiati Gian Maria Testa, con la rilettura di “Polvere di Gesso”, e il cantautore occitano Jean Marie Carlotti, di cui la band propone l’arrangiamento di “Anar Pasar”: testo quasi incomprensibile e di complessa pronuncia, affidato al Piemontese Biolcati.
Sempre splendida e di grande potenza la presenza fisica e sonora di Lucilla Galeazzi in “S. Antonio”, la band conclude con due brani, rispettivamente “Marock” ( omaggiando Jan Anderson) e “Contadini”, canto di protesta tradizionale, tributo a Caterina Bueno, che ha accompagnato l’esordio di Tesi negli anni 60, e di moltissimi altri illustri personaggi del folk italiano.
Un lavoro, ribadiamo, raffinato, che vale la pena sicuramente gustare tanto in tour quanto in cd, per prolungarne la piacevolezza.

Riccardo Tesi  Banditaliana @ Roma ph JR

Riccardo Tesi Banditaliana @ Roma ph JR

JR

Diego De Silva & Il Trio Malinconico: piacere sine die all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

Cos’è la malinconia? La malinconia non è tristezza. Non è nemmeno rimpianto, e nemmeno propriamente depressione. La malinconia è una tristezza poetica, che sa di rimpianto, però un rimpianto attualizzato al presente. Quello che avrebbe potuto essere e non è stato, ma oramai vissuto attraverso la rassegnazione di ciò che è stato.
Malinconico il nome del Trio, e Malinconico il cognome del solo personaggio seriale dei romanzi di Diego de Silva: un avvocato non propriamente “inserito”, non propriamente “rampante”, un po’ sfigato, anche, e un poco fuori contesto. Un avvocato d’insuccesso, ama definirlo il suo creatore, un uomo a metà, sospeso, esattamente come la malinconia. Per metà disoccupato, per metà divorziato, come quel sentimento a metà che ti prende nel momento in cui pensi a quello che avrebbe potuto essere o non essere, ma non è stato oppure è stato. Lì in quell’attimo, e poi via.
Il racconto di Diego De Silva comincia con un diario. Il Diario di un uomo di “un tempo”, sposato con una moglie di “un tempo”, avvolto in un menage di “un tempo”. Un uomo per anni amato, servito, riverito da una donna che probabilmente ha amato, ma poi, nel rapporto coniugale ha indossato la veste della moglie confezionata ad arte. La compagna che accudisce, che riverisce, che serve, che aiuta……e che un giorno sparisce. Una donna tradita, consapevole di esserlo, eppure lì, ferma in quella dimensione di menage che dà tutto per scontato, anche il tradimento. Perché quella è la dimensione in cui il suo compagno la inquadra. Piagnone, fedifrago, spergiuro e opportunista, dopo averla impacchettata nel ruolo di badante rassegnata, si meraviglia, un giorno, di arrivare a casa e non trovarla più.
Un Alberto Sordi alla maniera vintage, ma che, a guardare bene, non si discosta poi troppo da tanti attuali “compagni di vita” semplicemente rinnovati nel look ma non nello spirito.

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

E così ha inizio lo show del trio Malinconico, percorrendo le storie scritte e lette dall’autore, nel rispetto della punteggiatura, attraverso sottolineature musicali essenziali e pulite al punto tale da rasentare il virtuosismo, senza ostentazione.
Accompagnato dal contrabbasso di Aldo Vigorito, e dal sax di Stefano Giuliano, due musicisti “invecchiati con il loro strumento”, fino a padroneggiarlo in funzione delle loro esigenze fisiche e anagrafiche, De Silva intreccia una serie di racconti che si integrano perfettamente con la struttura dei tempi musicali. Sì, perché gli scrittori, ogni scrittore, ha una sua musicalità, che è data dalla composizione del testo. I lunghi fraseggi di Javier Marias, che si avvicinano al “senso” a cerchi concentrici, o la musicalità tutta particolare di Philip Roth, individuabile tra mille.
I racconti hanno tutti una vena ironica, ma allo stesso tempo rimangono sospesi in quella tensione malinconica, che non è tristezza, ma è un qualcosa che ti piglia in gola.
L’incontro con il vecchio professore di lettere, oggi tassista, la divertente analisi sui testi delle canzoni sentimentali e sul loro ruolo nella educazione, o, a ben vedere, la diseducazione sentimentale (alla faccia dei tanto vilipesi Backmasking, spesso tirati per i capelli, del Rock), il cliché dell’amico collega che corteggia e finisce per “guzzarti” la moglie, ma non in maniera cafona, no…..la lusinga e la fa innamorare, perché quello cerca, la conquista attraverso la lusinga, non il rapporto extraconiugale, e lo fa seguendo una tattica ben precisa, tutta riversata nei di lei pensieri, per concludere con un classico, e con la sua definizione.
Un Classico è qualcosa senza tempo senza spazio senza timore di concorrenza. Un classico semplicemente è. E sarà sine die. E il classico è l’amore che finisce, due persone che si lasciano, ma che non si lasciano mai di comune accordo, anche se lo sostengono. Ce n’è sempre uno che soffre, che resterà convinto delle sue intenzioni, che rivendicherà il diritto ad esprimersi, che gli è stato negato.

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

Diego De Silva & Il Trio Malinconico @ Auditorium Parco della Musica di Roma

In fondo è l’altro che ha lasciato, o l’altra, non certamente lui, che non se ne convince.
E continua nel tempo a considerare l’oggetto del desiderio come presente, attuale, imprescindibile.
Every Breath You Take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take
I’ll be watching you.

E’ così che l’ultima canzone dei Police, oggi, suonerebbe come un attentato alla privacy, un’azione di stalking. Mentre è e resterà per sempre una meravigliosa canzone d’amore.

Musica (composizioni originali di Vigorito e Giuliano, ad eccezione di Every Break You Take) e parole in “accordo” , per uno spettacolo elegantemente divertente, intenso, assolutamente da non perdere.

JR

50 anni di Claudio Baglioni: i festeggiamenti cominciano all’Arena di Verona con un concerto kolossal

Claudio Baglioni - Arena di Verona ©_ANGELO_TRANI

Claudio Baglioni – Arena di Verona ©_ANGELO_TRANI

Lo show era stato annunciato come totale è così “Al Centro” è stato. L’ingresso di Claudio Baglioni è trionfale e preannuncia subito la ferma intenzione di lasciare un segno nitido e duraturo nel cuore dei 17.000 che hanno riempito ogni singolo ordine di posto all’Arena di Verona. Baglioni, elegantissimo, incentra il file rouge del suo romanzo musicale sul tema del viaggio. Un viaggio cronologico sì, che lo portato ad attraversare 50 anni di storia italiana, mezzo secolo di musica che ha sempre attinto a piene mani dalla tradizione, dai valori e dal modo di concepire la vita e l’amore in Italia. Emozioni vere, autentiche, genuine che nel corso dei decenni si sono insinuate tra solchi di cuori ora pieni d’amore, ora affranti, ora nostalgici. Il fascino di Baglioni non sta nel passatismo bensì in una cifra stilistica precisa, di qualità, dai confini ben delimitati. “Benvenuti nel mercato delle emozioni, delle chimere, delle sorprese, delle canzoni”, saluta Claudio, mentre uno dopo l’altro i suoi indimenticabili evergreen scivolano via che è un piacere. Impossibile non cantare a tutto fiato i ritornelli che hanno scandito la nostra giovinezza, che ci ricordano un’Italia completamente diversa da com’è adesso. Baglioni è al centro dell’anfiteatro di Verona intorno a lui i suggestivi quadri del celebre coreografo Giuliano Peparini, 21 musicisti eccelsi e 5 coriste. Il tocco del coreografo regala attualità allo show, si ispira agli spettacoli monster dei divi pop internazionali, i suoi bravissimi ballerini sono coloro che rendono i brani vivi, mettendo in scena attimi che dall’immaginario collettivo prendono vita. Energia e vividezza rendono il concerto scorrevole, Claudio Baglioni è attivo, presente, coinvolge il pubblico, non si risparmia e, sinceramente, fa un certo effetto vederlo così fresco dopo tanti anni. Incuriosisce vederlo a proprio agio tra coreografie non sempre in linea con la sua inscalfibile sobrietà. Canta al massimo della potenza vocale ma non rinuncia a godersi i karaoke da 17.000 persone su “Amore Bello”, “Io me ne andrei”, “E tu”, “Sabato pomeriggio”. Irrinunciabili pietre miliari che segnano un tempo lontano ma fondamentale. Un tempo da difendere, da preservare, da tramandare, da valorizzare per comprendere chi siamo e in che direzione stiamo andando. Respirare l’aria di ricordi perduti, un’aria che già mentre respiri cambia, diventa altro, lascia una nota dolce amara sulla faccia, nella gola e nel cuore.

Claudio Baglioni - Arena di Verona ©_ANGELO_TRANI

Claudio Baglioni – Arena di Verona ©_ANGELO_TRANI

Lo show si accende sulle note rock di “Via”. Eccellente sul fronte musicale la struttura dello show, arricchita dal contributo del maestro Walter Savelli. Fuori luogo i ballerini a petto nudo, in puro stile finalissima di Amici di Maria De Filippi. Toccante l’assolo al piano con il ricordo della strage di Genova fatto da un gruppo di fan presenti tra il pubblico.

Video: E tu

Il concerto ritrova la retta via sulle note di “Strada facendo”, “Avrai” canzoni scritte con lo sguardo puntato ai volti di domani, brani che scavallano i tempi e i cambi generazionali. Claudio scava tra i sogni, alla ricerca di infiltrazioni sonore ed emotive in “Notte di note, note di Notte”, ogni odore è un ricordo in una mini Venezia luminescente sul palco. Poi l’attenzione si sposta tutta su un giovane acrobata che veleggia su vibranti corde tese. In effetti, non sono pochi i momenti in cui l’attenzione cala e si perde tra rappresentazioni spesso troppo affollate, chiassose, non in linea con il contenuto delle canzoni, in sintesi: off topic. Viene spontaneo domandarsi come possa percepire il pubblico della tv questo tipo di scelte artistiche così distanti da quelle a cui ci aveva abituati Claudio Baglioni. La sua visione sarà davvero in linea con quello che abbiamo visto? Sicuramente sì ma la sensazione che less sia sempre more resta.

Raffaella Sbrescia

Milano Rocks chiude con i Thirty Seconds to Mars: Jared Leto splende ma ci sono diverse cose da rivedere.

Jared Leto - Milano Rocks - ph Francesco Prandoni

Jared Leto – Milano Rocks – ph Francesco Prandoni

Milano Rocks. DAY 3. Il sipario è ormai calato da qualche ora ma il nuovo festival meneghino ha lasciato un’ottima impressione, non ultima quella impattante dello scorso 8 settembre in occasione dei concerti di Mike Shinoda (Linkin Park) e dei Thirty Seconds to Mars dei fratelli Leto. Cosa dire di Shinoda? Un uomo e artista che ha avuto il coraggio, la volontà e la forza di non cedere ai sensi di colpa, di riprendere in mano la propria vita e di pensare a una carriera senza Chester Bennington al suo fianco. Il suo album solista “Post Traumatic” è un passaggio chiave in questo senso e la sua performance ha segnato un momento catartico di forte impatto emotivo.

Tutt’altro registro quello adottato dai 30 Seconds to Mars. Jared Leto, in gran forma, si è mostrato al meglio: star splendente e rigogliosa, vestita Gucci, che ha voluto mostrarsi umana a tutti i costi coinvolgendo numerose volte il pubblico, spendendo parole di affetto, ammirazione e gratitudine per la fanbase italiana. Dal primo show all’Alcatraz di Milano alla Expo Experience ne è passata di acqua sotto i ponti per i fratelli Leto che, ad onor del vero, senza chitarrista offrono un concerto bello sì, ma decidamente monco. La scaletta prende a piene mani dagli ultimi grandi successi tratti dall’Album “America”: Walk On Water, Dangerous Night, Rescue Me, Monolith. I fan più eccentrici vengono invitati da Jared a raggiungerlo sul palco per diversi momenti di puro intrattenimento che sottraggono spazio, bellezza e contenuto allo show. Una volta è divertente, farlo ogni tre canzoni non lo è più.

Video: Dangerous Night Live

Gli aspetti più importanti da evidenziare riguardano la rinnovata voglia di mettersi in gioco come cantante da parte di Jared Leto, la sua allure da star è difficile da scalfire ma di fatto l’attore e regista ieri sera ha cantato e bene. Plauso anche al fratello Shannon, reo di un’esibizione alla batteria vigorosa. Tra i pezzi meno recenti da evidenziare ci sono Kings and Queens, This is War e Hurricane. Tantissimi i sing along con cui Jared ha cercato di coinvolgere il pubblico, forse troppi. Intrattenere è carico e simpatico, a tratti divertente. Incantare però è un’altra cosa. Riprovateci Thirty Seconds to Mars, sicuramente ci sarà margine per fare di più e meglio.

Raffaella Sbrescia

Scaletta

Monolith

Upin the Air

Kings and Queens

This Is War

Dangerous Night

From Yesterday

Do or Die

Love Is Madness

Hail to the Victor

City of Angels

Rescue Me

Hurricane

Remedy

Live Like a Dream

The Kill (Bury Me)

Walk on Water

Closer to the Edge

Milano Rocks: concerto epico per gli Imagine Dragons all’ Ex Area Expo

Imagine Dragons - Milano Rocks ph Francesco Prandoni

Imagine Dragons – Milano Rocks ph Francesco Prandoni

Milano Rocks. Nel senso letterale del termine. A parlare sono i numeri, 60000 spettatori paganti, ma non solo. A parlare sono i volti di migliaia di persone incuranti di un violento acquazzone e un paio di chilometri da percorrere tutti a piedi per accorrere sotto il palco  dell’Area Experience di Expo per il concerto degli Imagine Dragons, rei di essersi donati anima e corpo in un concerto pieno, ricco e totalmente appagante. L’epicità dell’evento potrebbe essere racchiusa nella poetica immagine di Dan Reynolds in pantaloncini neri carico come non mai e incurante della pioggia scrosciante sul viso. A dispetto del loro percorso giovane, gli Imagine Dragons hanno trovato uno stile perfetto, l’eureka di una miscela pop-rock praticamente infallibile. Potenza, impatto, poetica e bellezza si fondono in un modo di intendere la musica assolutamente libero, vivo e pulsante. Ogni canzone in scaletta ha trovato una strada, scavando un solco netto, il coro del pubblico così caldo e potente da emozionare il frontman che, visibilmente colpito, confessa che questo concerto a ridosso della fine dell’Evolve tour resterà impresso nella loro mente. Sebbene il concerto abbia un piglio dalle sembianze leggere e divertenti, in realtà non è mai stato privo di importanti messaggi incentrati sul concetto di diversità e valorizzazione della propria personalità. Tra ritmi incalzanti, assoli di chitarra e percussioni irresistibili, Reynold infila strategicamente le parole giuste al posto giusto. Non si nasconde dietro l’hype del glamour, anzi, non perde occasione di riportare alla luce i demoni del passato, il bisogno di esternare la propria oscurità interiore incitando gli altri a fare esattamente lo stesso. Perchè “your life is always worth living”.

Raffaella Sbrescia

Video: Next to me @ Milano Rocks

Scaletta

Radioactive
It’s Time
Whatever It Takes
Yesterday
Natural
Walking the Wire
Next to Me
Shots
Every Breath You Take / I’ll Make It Up to You
Start Over
Rise Up
I Don’t Know Why
Mouth of the River
Demons
Thunder
On Top of the World
Believer

Alchemaya: lo spettacolo raffinato ed elitario di Max Gazzè a Caracalla

Gazzè - Caracalla - Roma

Suggestiva l’ambientazione ed ambizioso il progetto: la Bohemian Symphony Orchestra, diretta dal maestro Clemente Ferrari, 60 elementi perfettamente posizionati, le letture di Ricky Tognazzi, per narrare l’origine e l’evoluzione dell’uomo attraverso i manoscritti delle Tavole Smeraldine, la Bibbia, i testi di Qumran, le ricerche sugli Esseni, i saggi esoterici. Caracalla, con la sua tridimensionalità scenica, sicuramente si presta ad uno spettacolo di grande effetto, e luci e proiezioni immaginifiche a tinte forti, sicuramente dicono la loro in questa prima parte del concerto di Max Gazzé, che porta sul millenario proscenio, ambientazione quasi naturale, trattandosi comunque di genesi, una narrazione perfettamente equilibrata, che immediatamente fa pensare a Battiato. Ma, in alcuni tratti, ci troviamo anche l’ironica amarezza di Gaber, almeno in alcune flessioni di voce e di musica, che richiamano alla memoria un’altra “genesi”, quella del Signor “G”.

Gazzè - Caracalla - Roma

Gazzè – Caracalla – Roma

Alchemaya arriva a Caracalla già abbondantemente sperimentata, e con un ottimo riscontro tanto di pubblico quanto di critica, e, superando la logica tematica dell’uniformità, fa seguire, alla prima parte, di sicuro impegno acustico e tematico, un alleggerimento nella seconda, durante la quale scorrono, magnificamente riorchestrati, alcuni tra i brani più noti della produzione di Gazzé. Così “Una musica può” arricchirsi di timpani e violini, la “Leggenda Di Cristalda E Pizzomunno” si carica di pathos, “Cara Valentina” prende prima la forma di un leggero valzer, e poi si trasforma in una marcia enfatica, “Se soltanto” ti fa venire le lacrime agli occhi, con la sezione d’archi struggente, “La vita com’è” mantiene i suoi toni balcanici, ma arricchiti e arrotondati, fino ad arrivare ad un’uscita di scena molto teatrale, sottolineata dalla sezione fiati e timpani. Nella seconda parte sicuramente il timbro vocale di Gazzé si trova più a suo agio che non nella prima. Il risultato è uno spettacolo lungo, intenso, partecipato, divertente ed elegante. Qualcosa che si stacca dalla consuetudine pop del cantautore siciliano, e ne rende al pubblico una veste inedita, ma estremamente accattivante. Piccolo e prezioso gioiello, l’apporto della pianista coreana Sun Hee, che con grande delicatezza fisica dà vita ad un potente assolo per pianoforte, che manda il pubblico in estasi. Uno spettacolo che merita indiscutibilmente tutto il consenso sinora ricevuto.

JR

Joan Baez a Caracalla: una notte per tirare le fila della beat generation

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Erano gli anni ’60 e qualcosa cambiava nel panorama musicale internazionale; voci diverse arrivavano dagli States.
Voci di rivolta, di protesta. Erano gli anni delle guerre. Beh, ogni epoca storica ha la sua guerra da ricordare. Ma quelli erano gli anni in cui, per la prima volta, il sistema mediatico entrava a far parte in diretta dei meccanismi di guerra. Erano gli anni delle guerre ideologiche (la guerra fredda), e di quelle fisiche. Una su tutte, il Vietnam. Erano gli anni in cui si ruppero gli schemi: Freedom and Peace, gioia e voglia di vivere, opposizione, scontro, rottura, rivoluzione culturale, rivoluzione sessuale.
Sono stati gli anni durante i quali gli Stati Uniti d’America hanno dato il meglio che potevano dare. E lo hanno dato attraverso la musica e le arti figurative.
Cominciò un certo Elvis, con un provocatorio movimento pelvico che mandava in delirio il pubblico, tanto maschile che femminile, e, dietro lui, ne vennero molti altri. Ma, a latere del Rock, e della trasgressione di carattere squisitamente culturale e musicale di cui si faceva portavoce, ci fu l’impegno politico.

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Trovò la sua forma comunicativa questo impegno, quasi provocatoriamente, nell’ortodossia statunitense più radicata, quella del country, ed utilizzò il mezzo espressivo della ballata, o racconto, per denunciare i grandi temi di giustizia sociale, temi che una parte della Nazione Americana, in quel momento in cui partivano ragazzi sani e tornavano relitti, (quando tornavano), trasformò in una filosofia di vita.
Era la Beat Generation.
Ne divenne testimone un certo Robert Allen Zimmerman, in arte Bob, Dylan per gli amici. Fu lui a diventare l’emblema di quella generazione, fu lui il primo a proporsi come personaggio chiave del “movement”, e ad andare controcorrente e controcultura.
Vicino a lui, una ragazza. Bellissima, lunghi capelli neri, fisico filiforme, look disinvolto, sorriso incantevole, e doti canore ineguagliabili, oltre ad una marcata personalità espressiva che la rendeva inconfondibile: Joan Baez. 
Quello che la Baez ha rappresentato nel panorama musicale mondiale, e in quello della generazione beat e di quelle subito successive, oramai è storia. Soprattutto, ha rappresentato la possibilità di riuscire ad ascoltare quei bei testi e quelle belle ballate di Dylan, cantate bene. E non è poco.

Ai tempi era un’icona. Volevamo vestirci come lei, pettinarci come lei, suonare la chitarra come faceva lei, cantare le cose che cantava lei. E crederci, come ci ha creduto lei.
Portavoce della protesta, portavoce della ribellione, portavoce del riconoscimento di quei diritti alle donne troppo spesso negati, protagonista nei Sit In, nelle manifestazioni, nelle rivendicazioni di piazza, nei grandi raduni musicali, divenne il simbolo, al femminile, di un processo irreversibile, che trasformò radicalmente l’America, il suo modo di fare musica, cinema, letteratura, cultura. Milioni di persone iniziarono a dubitare del mito dell’americano buono, l’onesto difensore della legalità, degli ideali della libertà e della democrazia a prezzo della vita.
Fu una rivoluzione culturale, pacifica, che sfociò nella decisione, da parte del governo statunitense, di porre termine alla guerra in Vietnam, ma soprattutto segnò un cambiamento radicale nelle coscienze degli americani e nel loro rapporto con le istituzioni.
Musicalmente incolta, proveniente da un Midwest povero e sottosviluppato dal quale era uscita con grandi sacrifici, ha avuto il pregio di raccontare quelle giornate in musica come nessuno fino a quel momento era mai riuscito. Con note e parole che, come diceva Dylan, si «volavano nel vento».

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Era il talking blues, il blues parlato. Queste canzoni di grande impatto emotivo, ascoltate e ripetute da una intera generazione di giovani, sono diventate non solo un simbolo, un manifesto, ma hanno fatto qualcosa di più. Ci hanno cresciuti.
Ieri metà di quel manifesto era sul palco di Caracalla, per una delle ultime tappe musicali della sua carriera.
77 anni, ancora bellissima, con la sua chitarra acustica, entra sobriamente e al buio sul palco, e subito riecheggiano, pulite, le note di “Don’t Think twice it’s alright”, e “Farewell Angelina”. E il pubblico si scalda.
Tre brani “unplugged”, pochi sorrisi ed un poco di tensione per i fotografi sottopalco, e dopo fanno il loro ingresso il polistrumentista Dirk Powell e il figlio della Baez, Gabriel Harris, alle percussioni.
Due virtuosi che l’accompagnano per un’ora e mezza, attraverso un percorso musicale che proietta la platea cinquant’anni indietro. I più fortunati, quelli che “c’erano” (e non sempre la vecchiaia è una brutta cosa), con le lacrime agli occhi, ricordano pantaloni a zampa di elefante, folte chiome color Henné, qualche “digressione” sulle droghe leggere, e l’idea che avevano di cambiare il mondo, e quanto ci hanno creduto, che questo mondo sarebbe cambiato in meglio.
La voce della Baez tiene benissimo, però, certo, non si può pretendere che abbia quelle incursioni sulle alte note che aveva cinquant’anni fa. E così, a darle sostegno, arriva Grace Stumberg, vocalist dotata di un timbro acuto e squillante.
“God Is God”, “Whistle Down the Wind”,” It’s All Over Now, Baby Blue”, “Another World”, l’omaggio a Janis Joplin con “Me and Bobby McGee”, e “Gracias a la vida”, in onore di Violeta Parra, già eseguita in passato in coppia con Mercedes Sosa, che della cantautrice cilena è la naturale erede, e ogni nota è una stilettata in pieno petto.
E questo è un dono che solo i grandi interpreti possiedono.
In scaletta ci sono anche “C’era un ragazzo”, e “Un mondo d’amore”, ma c’è una sorpresa.

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Morandi, presente tra il pubblico, sale sul palco e le cantano insieme. Morandi nasconde dietro la sua disinvolta postura una grandissima emozione che esplode in un : “Voi non potete capire cosa voglia dire per me eseguirle dal vivo con Lei (che ai tempi le inserì nel suo repertorio), dopo 50 anni: Ho aspettato 50 anni e questa è l’ultima occasione.”
Noi, che con quelle canzoni siamo cresciuti, lo capiamo, ci commuoviamo e le cantiamo insieme a loro, e per un momento torniamo ai falò sulle spiagge della nostra gioventù, a quella voglia di stare insieme, di condividere valori positivi, di confrontarci, di dire NO.
Morandi invita il pubblico, che non se lo fa ripetere, ad intonare un “Roma nun fa la stupida stasera”, per Joan, sorridente ma triste allo stesso momento. E’ il suo tour di addio.
“Io vado via, ma la combattente resta”. E Dio sa di combattenti quanto ce ne sia bisogno al giorno d’oggi.
Dopo un’intensa interpretazione di “Imagine”, il pubblico canta, con lei che suona la chitarra, come se fossimo tutti sulla stessa spiaggia, o nella grande platea di Woodstock, “The boxer”. Un accompagnamento d’eccezione alle nostre voci, che riecheggia a lungo, nella commozione serrata in gola, in questo elegante, signorile ed intenso commiato; e nella frase del Maestro Zaccheo, chitarrista di spicco della scena musicale capitolina, accompagnatore, tra gli altri, di Giulia Anania nel progetto “Bella Gabriella”, che la serata non se l’è voluta perdere, e mi ha fatto l’onore della sua compagnia: “JR, …….te rendi conto che è tutto finito?”
Io me ne rendo conto, ma al momento prevale la commozione.
Molti giovani tra il pubblico: se chi è più grande di loro avrà la capacità di raccontare cosa ha rappresentato la Beat Generation nel mondo, forse è tutto finito: ma penso che non tutto sia perduto.
Joan, lasci le scene, ma sai che hai eretto un monumento più perenne del bronzo.

JR

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