Mr Rain: In Butterfly Effect” c’è tutta la mia energia

Mr Rain - Butterfly Effect

Mr Rain – Butterfly Effect

“Butterfly Effect” è il nuovo album pubblicato da Mr Rain. Ricordi, pensieri, momenti, storie del passato e del presente riempiono i capitoli di questo progetto che, ancora una volta, mette a fuoco la voglia e la capacità del rapper di mettersi in gioco .

Intervista.

Qual è l’urgenza espressiva che troviamo alla base di “Butterfly effect”?
Butterfly Effect è un diario personale. Ogni canzone racchiude una piccola parte di me, ho creato questo album per dare un quadro generale di me stesso.

Quali pensieri, desideri, prospettive hai voluto racchiudere in questo nuovo album?
In ogni mia canzone parlo di me, di quello che mi è successo in passato e di quello che sto vivendo nel presente, ho cercato di trattare tematiche leggermente diverse: dal suicidio alla solitudine, dal pezzo d’amore a quello autocelebrativo.

Il lavoro artigianale che c’è nelle tue canzoni sottrae in qualche modo della linfa a ciò che vivi giorno per giorno?
Gestire il mio lavoro a 360 gradi comporta a sacrificare molto tempo, la mia vita privata sicuramente ne risente, penso sempre a nuovi lavori, nuove idee e di conseguenza non ho mai un secondo libero. Fare tutto da soli significa sacrificare la propria vita, è un lavoro molto impegnativo, comporre le basi, i testi ed i video, mi sottraggono decisamente quasi tutto il tempo che ho a disposizione, è per questo che chi ama questo lavoro rimane solo, sacrifichi momenti, legami, persone a cui tieni per raggiungere il tuo obbiettivo.

Cosa significa, nel tuo modo di vedere, l’espressione self made rapper?

One man band sicuramente è il termine che mi si addice di più, sono sempre stato pignolo, ho sempre preferito fare tutto da solo per non rendere conto a nessuno e se sbagliavo dovevo prendermela solo con me stesso, è un ossessione ma quando riesci ad ottenere qualcosa con soltanto le tue forze sei davvero felice, è una sensazione indescrivibile.

Quali sono le rinunce che pesano di più e da cosa ti senti ripagato?
Non rimpiango nulla, tutte le scelte che ho fatto, gli errori, non cambierei proprio niente, sono le cose che mi hanno portato a diventare la persona che sono oggi.

Video: Ipernova

Che importanza hanno i messaggi che vengono veicolati attraverso le canzoni?
La musica è un mezzo di comunicazione importante, di conseguenza trovo giusto sfruttarla per lanciare messaggi, io personalmente ho fatto errori in passato, da ragazzino mi sono fatto condizionare da molti miei “idoli”, ora voglio dare un buon esempio alle persone che mi seguono, specialmente i più piccoli.

A chi ti ispiri quando scrivi?
Ho sempre ascoltato Eminem, ora mi ispiro molto anche a Macklemore, questi sicuramente sono i miei maestri, però ultimamente ascolto tanta musica, dal blues al pop, dal rock al rap.

Quanto ti rispecchi nei valori della vecchia scuola hip hop?
Sono sempre stato parallelo alla scena hip hop, ho sempre fatto ciò che mi piace di conseguenza non mi rispecchio molto nei valori della vecchia scuola.

Secondo te cosa cercano oggi i ragazzi nella musica?
I ragazzi cercano libertà d’espressione, un modo per evadere e scappare dai problemi.

Cosa ne pensi della nuova corrente di artisti rap e trap?
Come dicevo seguo molto la musica attuale, trovo che la nuova scena sia un po’ satura, ci sono troppi artisti molto simili fra di loro, bisognerebbe fare ciò che sentì di fare non ciò che va di moda.

Raffaella Sbrescia

Max Gazzè alza l’asticella con Alchemaya: “Lasciatevi affascinare dalle mie fiabe epiche”

Max-Gazzè

Max-Gazzè

La poetica, l’originalità, lo stile di Max Gazzè, noto al grande pubblico italiano come uno dei migliori cantautori del panorama musicale nazionale, ha riscosso un nuovo grande successo al Festival di Sanremo 2018. L’artista si è aggiudicato, infatti, il sesto posto in classifica e il premio per la migliore composizione musicale dedicato a “Giancarlo Bigazzi” per il brano “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”. La canzone, ispirata al famoso mito di Vieste, fa parte di un progetto più ampio, intitolato “Alchemaya”. Un’opera sintonica che ha preso vita sul palco del Teatro degli Arcimboldi di Milano e che rappresenta un importante momento di approfondimento e ricerca all’interno del variegato percorso artistico di Max Gazzè.

Intervista

“La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” ha incantato il pubblico ma anche e sopratutto i maestri dell’Orchestra di Sanremo. Da dove è nata la voglia di scrivere un brano così diverso e così aulico?

Io e mio fratello (Francesco) abbiamo voluto dare spazio a una storia capace di andare oltre il tempo. Ho recentemente saputo che anche Lucio Dalla era innamorato di questa leggenda. Ho cercato il modo per trasmettere un messaggio d’amore in una forma alta, ricercata, aulica.

Questo brano farà parte di “Alchemaya”, un’opera sintonica divisa in due atti: il primo incentrato su vicende ancestrali, il secondo che darà una nuova vita a tuoi brani già editi…

“Alchemaya” è un progetto nato perchè volevo portare in teatro l’orchestra sinfonica e una narrazione che avesse un’ambientazione teatrale. I primi appuntamenti di questo progetto si sono svolti al Teatro Arcimboldi di Milano con uno spettacolo strutturato intorno ad un’orchestra sinfonica. Avevo fatto tante prove prima, è stato un lavoro molto impegnativo però ero convinto di farlo e lo sono stato fin dall’inizio. Mi è venuta voglia di raccontare delle storie attraverso un linguaggio semplificato, direi fiabesco, che avesse allo stesso tempo la potenzialità di lanciare degli input a chi avesse voluto approfondire il discorso. Non volevo diventasse una cosa pesante. La vera sfida è stata la ricerca di una chiave di interpretazione che potesse rendere questi argomenti fruibili anche a chi non li conosce.
Argomenti che in realtà tu hai sempre portato avanti attraverso una ricerca personale che dura fin da quando eri giovanissimo e che ora hai portato alla luce visto il momento artistico che vivi.

L’ho fatto anche per avere uno stacco, per fare qualcosa di diverso che mi ha richiesto davvero tanto impegno. Ho composto lavorando direttamente con le composizioni orchestrali, con i violini, con i sintetizzatori, c’è stato un lavoro di composizione e di arrangiamento importante fatto insieme al maestro Clemente Ferrari che mi ha dato un’ importante mano anche nella rivisitazione delle mie canzoni già edite. Le composizioni del primo atto di Alchemaya nascono invece già pensate e strutturate con l’orchestra sinfonica, un lavoro grosso, imponente per rendere ogni brano unico.

Ogni brano è un’opera sinfonica?

Dire che ogni brano è un’aria operistica più progressive che sinfonica anche se io considero Puccini un grande cantautore. Se fosse stato vivo e avesse cantato “Che gelina manina” al Festival di Sanremo, avrebbe vinto a mani basse (ride ndr). Nel mio caso c’è un assetto sinfonico ma la struttura di questo primo atto è molto più simile ad un concept progressive.

Con l’invito a Rita Marcotulli e Roberto Gatto durante la serata dei duetti hai riportato alla conoscenza del grande pubblico due eccellenze musicali italiane

Sapevo che bisognava dare un’altra veste al brano. Abbiamo quindi avuto il coraggio di scarnificare tutto solo con basso piano e batteria. Abbiamo trasformato un brano lirico, aulico, poetico in un’ elegante ballata pop. Col senno di poi, mi rendo contro che la performance risultava abbastanza dispersiva, abbiamo chiesto una maggiore intimità ma per esigenze sceniche non è stato possibile. Le telecamere del bravo Duccio Forzano ci hanno aiutato per quanto possibile in questo nostro intento. In ogni caso sono stato fiero di rendere omaggio a due grandi maestri italiani.

Cosa vuol dire fare ricerca in questo contesto socio-culturale che gioca al ribasso?

Se si vuole fare ricerca bisogna essere seri, si deve andare oltre tutte quelle che sono le teorie complottistiche. Io ho cominciato a studiare questi argomenti prima ancora che esistesse Internet, ho fatto viaggi in Egitto, Israele e ho fatto ricerche serie che continuo a fare sempre allo stesso modo. Conosco ciò che è vero e ciò che non lo è. Poichè oggi si è molto vicini a svelare certi misteri apparentemente insondabili, c’è tanta confusione e tanto interesse a confondere le acque per evitare il raggiungimento della verità. Di buono c’è che la storia viene continuamente riscritta, prima o poi lo sarà in maniera corretta.

Che seguito avrà “Alchemaya”?

Con la partecipazione al festival di Sanremo e la pubblicazione del disco, il progetto vivrà un’ultima fase scandita da incontri con il pubblico e un tour estivo, durante il quale non escludo di poter richiamare Ricky Tognazzi che, già durante il tour teatrale di Alchemaya, aveva dato un valore aggiunto alla narrazione.

Raffaella Sbrescia

Video: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

https://youtu.be/WRgxeA3wAh8

“Le cose”. Il nuovo album di Zibba è all’insegna della qualità

Zibba

Zibba

Il cantautore ligure Zibba torna sulle scene musicali e lo fa in gran stile con “Le cose”, pubblicato lo scorso 2 febbraio 2018. Un disco fatto da chi ama la musica per chi la ama senza riserve. Suona vario e strutturato questo album ricco di ospiti ma sopratutto ricco di idee e di strumenti. Si sente il piacere di investire tempo, energie, pensieri e riflessioni in un progetto costruito per rimanere. In un tempo di musica usa e getta, diventa quindi un lusso ma forse più un’esigenza lasciarsi andare senza inseguire mode e tendenze che lasciano il tempo che trovano. Zibba è più ispirato che mai, la sua penna veleggia tra passato e presente, il focus è su “Quello che si sente”. Scandisce gli istanti, punta sull’essenza l’artista che mai come in questo album, lascia da parte il minimalismo per andare incontro a partiture che spaziano dal funk, al jazz, all’elettronica, al blues, al rock. Molto particolare il duetto con Elodie in “Quando stiamo bene”: la complicità delle voci sposa una congettura strumentale intrisa di elettronica che riveste di fascino urban un singolo interessante. Tra i brani da segnalare fa capolino anche “Dove si ferma il sole”, la struttura musicale richiama fortemente i Daft Punk, lo sfondo è quello caldo e familiare di un contesto familiare. Struggente e maturo il brano che vede la partecipazione di Erica Mou, tra l’altro autrice del brano. “Non c’è niente che riporti lo spirito indietro, che mi conforti, che mi riporti a te”, cantano lei e Zibba, tra fotogrammi di un grande amore ormai irrimediabilmente spento.

Video: Quando stiamo bene

Il duetto con Alex Britti in “Le cose inutili” è quanto di più sanguigno e autentico possa esserci. La mano veloce di Britti sulla chitarra, il suo inconfondibile tocco e la calda, rugosa voce di Zibba veleggiano tra incertezze e meccanismi arrugginiti che, intanto, non riusciranno mai a toglierci il desiderio di incanto e bellezza. “A volte meglio una domanda giusta che un milione di risposte”, cantano Zibba e Marco Masini in “Sesto piano”, una ballata intensa e oscura. La musica come dea salvifica, ecco la visione di Zibba che decide di metterla nero su bianco nella sua utopica “Un altro mondo” feat. Diego Esposito. “La traccia che finisce il disco” definisce ciò che è altro da noi, ovvero tutto il resto. La traccia più bella, quella da assaporare fino alla sua trasformazione in ghost track è “Un piccolo unico istante”: un brano che è in sè e per sè una opera d’arte: archi intensi e strutturati delineano un amore struggente e nichilista destinato a decomporsi in una distorsione strumentale inquietante e claustrofica, il fedele specchio di un tempo che sempre più spesso sottrae linfa vitale. Sarà meglio non perdersi l’ascolto di questo album, non fosse altro che per riuscire a godersi 12 tracce suonate e scritte con cognizione di causa.

Raffaella Sbrescia


Il primo marzo parte il tour dall’Alcatraz di Milano. Ecco le date:

1.03 Alcatraz – Milano
17.03 Monk – Roma
20.03 Teatro Cristallo – Bolzano
21.03 Latteria Molloy – Brescia
23.03 Teatro Socjale – Ravenna
31.03 Sound Music Club – Frattamaggiore (NA)
7.04 Bangarang – Genova

Sfera Ebbasta sull’Olimpo con “Rockstar”. Sì, ma che fine hanno fatto i palazzi?

Sfera Ebbasta - Rockstar

Sfera Ebbasta – Rockstar

“Vogliono toccarmi come se portassi fortuna. Sembra tutto in miniatura se lo guardo da quassù”. Dalla vetta delle classifiche musicali italiane parla, infatti, Sfera Ebbasta con il suo nuovo album intitolato “Rockstar”, pubblicato per Universal Music Italia. Con 11 brani in classifica, il suo ultimo lavoro è quello più venduto del momento ma c’è da chiedersi perchè e che tipo di riflessione c’è da fare a questo proposito. La trap è sicuramente il genere musicale più apprezzato dalle nuove generazioni: un suono annichilente, oscuro, a tratti ossessivo, spazza via il resto dei pensieri, sospende in aria la testa; ecco l’evasione. C’è poco da recriminare al 25enne rapper di Cinisello Balsamo, il suo connubio artistico con Charlie Charles funziona e bene. La formula è ancora fresca, urban, cittadina, popolare.
Quello che ci fa storcere il naso sono i testi, i messaggi, l’autorefenzialità e la superficialità che viene osannata a piè sospinto. I punti cardinali di chi scrive e chi ascolta sono distanti anni luce dai valori in cui siamo abituati a credere. I temi di testi autobiografici partono da un fertile contesto periferico finendo per allontanarsene. Povertà, sacrifici, sforzi vengono denigrati, i vincenti sono gli sfaticati che pensano al modo più facile e veloce per arricchirsi a discapito di tutto il resto.

Sfera Ebbasta - Rockstar
Sfera parte dalla piazza con il culo sull’autobus, arriva a youtube e infine in vetta alla classifica FIMI. Dovrebbero farci caso i suoi tanti estimatori che cercano evasione, che si vogliono principalmente divertire e pensare il meno possibile a tutto un orizzonte problematico : nel mondo di Sfera ora ci sono belle donne, droghe, club e una valanga di soldi. Dove sono finiti i palazzi? Tra una rima e l’altra eccoli ricomparire per poi sparire nell’oscurità. Sfera si mangia la rabbia, sputa in faccia alla voglia di indagare e capire come una realtà sempre più difficile e deprimente. La sua indolenza però piace e strapiace, il suo posto nello star system è quindi insindacabile. Evviva l’autocelebrazione, l’individualismo, l’eccentrico egocentrismo, la sterile apparenza. Bando alle rime scomode, all’originalità. Ma d’altronde questo è il misero specchio dei tempi che viviamo.

TRACKLIST

1 Rockstar
2 Serpenti A Sonagli
3 Cupido Ft Quavo
4 Xnx
5 Ricchi X Sempre
6 Uber
7 Leggenda
8 Bancomat
9 Sciroppo Ft Drefgold
10 20 Collane
11 Tran Tran

 

Essere qui: Emma presenta il suo nuovo album rivelando la sua essenza più profonda.

Emma Marrone

Emma Marrone

“Essere qui” è il titolo del nuovo album di Emma Marrone, pubblicato oggi per Universal Music Italia. Visibilmente emozionata, la cantante dimostra di credere profondamente in questo progetto a cui ha alacremente lavorato per due anni tra Italia e New York: “Sono soddisfatta di questo disco in cui mi racconto nella modo più onesto e sincero che conosco. Questo album mi fa divertire, mi ci riconosco in ogni singolo aspetto. Sarà perchè ci ho lavorato in modo consistente per due anni, ho seguito i lavori dall’inizio alla fine. Ho visto cambiare questo album tante volte, più passava il tempo più maturavano le cose. A disco quasi chiuso, ho voluto ricantare alcuni brani perchè non è così scontato tirare fuori una canzone che resterà per sempre. In definitiva, ho cercato di far restare impressa la parte migliore di me, quella che ho accettato, che ho perdonato e che forse prima non conoscevo benissimo. Ho lasciato sedimentare la parte più fragile di me, quella più insicura. Poi ho conosciuto la pazienza. Io persona di pancia, ho imparato a respirare, mi sono letteralmente ripresa il mio respiro. Ho fatto questo disco non per dimostrare ma per mostrare. “Essere qui” è un punto di partenza, ogni traccia dice qualcosa di me e, anche se racconto storie di altri, non riesco a dissociarmi da ciò che interpreto. Ecco perchè scelgo sempre qualcosa che mi rappresenta”.

Ecco le appassionate parole con cui Emma introduce questo nuovo lavoro che rivela un nuovo equilibrio personale: “Sono molto più serena. Faccio scelte difficili, a volte azzardate, ma sono mie scelte, questo è quello che conta. Ogni cambiamento ha bisogno di essere digerito, capito e io sono solita prendermi il mio tempo per farlo. Non farei mai questo mestiere per accontentare o accontentarmi, ho tante domande a cui rispondere e io lo faccio attraverso la musica. Ho imparato ad ascoltarmi, ho voluto mettere un punto a certe lacune che avevo, per un po’ ho messo da parte quello che io sentivo di me stessa. Ero predisposta ad ascoltare sempre e solo i giudizi degli altri, a piccoli passi e con grandi sforzi mi sono lasciata un po’ andare, oggi sono molto più luminosa”. Tanta più luce, quindi, che si evince da un nuovo uso del linguaggio vocale: “C’è stata una ricerca più minuziosa nei testi, un uso diverso delle parole e un approccio diverso alle stesse. La prima persona che mi ha fatto notare che cantavo in modo diverso è stata mia madre, non l’ho scelto, è successo in modo naturale”.

Sul piano musicale, tanti generi commistionati tra loro e tanta musica suonata da grandi musicisti.Il disco vanta le collaborazioni musicali di Enrico “Ninja” Matta, Paul Turner, Adriano Viterbini, ed è stato mixato e registrato da Matt Howe alle Officine Meccaniche di Milano. ”L’Isola” è stato il brano che mi a spinto a lavorare in questo modo all’album, non ho voluto tradire quell’emozione, quel fascio di luce che mi ha squarciato. Più in generale ho dato precedenza a brani più giusti per questo momento specifico. Non mi sono approcciata all’album con un desiderio di rivalsa, bensì con un’attitudine da musicista. In studio sono rompiscatole e puntigliosa, mi ha dato soddisfazione il modo in cui mi hanno trattato i musicisti. Luca Mattioni in particolare si è messo ancora una volta a servizio della musica, ha realizzato 25 versioni di uno stesso brano solo per rendermi soddisfatta al cento per cento. Lui come tutti coloro che hanno lavorato a questo disco sono persone che amano la musica e che credono nella musica suonata dal vivo”.

Video: L’Isola

A proposito dei brani, la predisposizione è quella di dare spazio ad un bilancio esistenziale equilibrato. Al centro della tracklist il coraggio e la voglia di mostrarsi, di accettarsi, di raccontarsi. Su tutte, evidenziamo la canzone scritta da Amara, intitolata “Le cose che penso”: “Questo brano è il ritratto della mia anima e della mia voce, il frutto di una chiacchierata a cuore aperto tra donne” – racconta Emma che conclude: “Ho imparato a dire no alle cose che non mi piacciono e non mi rappresentano”. A 33 anni Emma sa chi è, cosa vuole, e cosa raccontarci. Che la sua forza faccia da ispirazione.

Raffaella Sbrescia

 
Questa la tracklist di “Essere qui”“L’isola”, “Le ragazze come me”, “Sottovoce”, “Mi parli piano”, “Effetto domino”, “Le cose che penso”, “Portami via da te”, “Luna e l’altra”, “Malelingue”, “Sorrido lo stesso”, “Coraggio”.
Video: Sorrido lo stesso live

Cosmotronic: la resurrezione del mondo clubber in un declinante universo pop.

Cosmo- Cosmotronic

Cosmo- Cosmotronic

Cosa si cerca quando si va in un club? Evasione, una porta verso un’altra dimensione, un momento in cui non pensare a nulla, perdersi e forse in fondo ritrovarsi a tu per tu con la propria coscienza più recondita. Quello che ha fatto Cosmo con “Cosmotronic”, l’album pubblicato il 12 gennaio per 42 Records, è aprire le porte di un club in cui limiti e tabù non sono neanche lontanamente contemplati. Cosmo osa: con i suoni e con le parole in un turbinio lessico-musicale stracolmo di spunti su cui riflettere o semplicemente farsi un viaggio mentale di primissimo ordine. Il primo sentore di questa missione era venuto fuori con “Turbo”, il cui videoclip girato da Iacopo Farina, è ambientato tra le spoglie de “L’ultimo Impero”, un ex-club torinese molto in voga negli anni ’90. Una realtà parallela bussa alla porta di Cosmo, un flashback che in realtà è una visione che racchiude i tratti culmine della scena club dell’ultimo ventennio.

Non si rinnega il passato, non si dimentica, lo sa bene Cosmo che fa del disagio esistenziale un varco per vivere il presente con un piglio nuovo, libero, avulso da preconcetti, pregiudizi, luoghi comuni.

Cosmo

Cosmo

In questo doppio album le sue anime prendono una stessa via, non sono facce diverse della stessa medaglia, sono come sostanze complementari di un’unica essenza creativa che gioca ad alternare ritmi, sequenze e synth in nome di una mission che non può far altro che coinvolgere chi ascolta a prescindere da fattori anagrafici o caratteriali. Generi, stili, parole, flashback, lampi di genio, depressioni, emozioni confluiscono nelle tracce che costituiscono il magma creativo di “Cosmotronic”. Il frullatore sonoro di Cosmo infonde coraggio e voglia di lasciarsi andare, un calderone di disperata evasione. La sua ricerca è antropologica, è ritmica, è testuale, è esistenziale. Avanguardia e sperimentalismo non voltano le spalle al passato, bensì lo reintegrano con le più innovative e sofisticate tecnologie. L’EDM va oltre i propri stessi limiti, niente strutture, né barriere. Un po’ come accade nel surrealismo di “Tristan Zarra”, il brano più audace e sperimentale dall’impianto testuale inesorabilmente demenziale. Il prossimo auspicabile singolo è, invece “L’amore”, un brano in cui i suoni liquidi dichiarano che “la libertà è quello che stai provando” ora e qui. Cosmo dà voce al nostro subconscio, gioca con il tempo, con le illusioni, in questo delirio in mezzo alla gente non capisco più niente, dice, il meglio di te, il meglio di me, come un sogno incredibile. Magari poi non è vero però adesso ci credo, sentenzia. Un pensiero che ti stende, che ti mette con le spalle al muro e che poi ti libera da te stesso. Un beat violento, percussioni vibranti arrecano piacere: il manifesto dell’estemporaneità. Subito dopo Cosmo ci catapulta a Ibiza con “Animali”: basta solo allargare le gambe, ecco, vai, corri a prenderti tutto. Uomo, donna comunque animale, ogni posto diventa eccitante, passa tutto attraverso la pelle, basta solo perdere l’identità per diventare una goccia dentro al mare.  Cosmo non è romantico, non è delicato, non è sdolcinato ma è geniale, riconoscibile, imprevedibile, godibile come pochi altri. Imperdibile l’after sonoro con “Ho vinto”: non sento più legami con la terra, mi piace sfottere il linguaggio spinto mi piace lottare contro me stesso e ho vinto. Usi e costumi vanno in frantumi, gioca con la civiltà in declino (a questo proposito meglio prestare attenzione all’esemplificativo booklet). Signori e signore ecco l’istantanea perfetta del nostro presente. La notte farà il resto, per dirla alla Cosmo.

Raffaella Sbrescia

Il tour prevede una serie di live organizzati da DNA Concerti, un party itinerante che portà Cosmo ad esibirsi nelle principali capitali europee e nei più importanti club italiani insieme a numerosi ospiti speciali. Il giro europeo sarà così strutturato: il 21 febbraio a Parigi (La Boule Noire), il 22 febbraio a Lussemburgo (Gudde Wellen), il 23 febbraio a Bruxelles (VK), il 25 febbraio a Londra (Birthdays), il 27 febbraio a Berlino (Berghain Kantine), il 1 marzo a Lugano (Studio Foce). I primi appuntamenti in Italia saranno: il 17 marzo a Bologna (Link), il 23 marzo a Firenze (Tenax), il 24 marzo a Milano (Fabrique), il 30 marzo a Torino (OGR), il 6 aprile a Roma (Atlantico), il 7 aprile a Napoli (Duel Beat), il 14 aprile a Marghera (Rivolta) e il 21 aprile a Bari (Demodè).

TRACKLIST

CD 1
01. Bentornato
02. Turbo
03. Sei la mia città
04. Tutto bene
05. Tristan Zarra
06. L’amore
07. Animali
08. Quando ho incontrato te
09. Ho vinto

CD 2
01. Ivrea Bangkok
02. Attraverso lo specchio
03. Barbara
04. La notte farà il resto
05. 5 antimeridiane
06. Tu non sei tu

 

2640: Francesca Michielin racconta il suo nuovo album. Intervista

Francesca Michielin

Francesca Michielin

Avere 22 anni e sentirsi a fuoco. Questa è Francesca Michielin che presenta il suo nuovo album “2640” (Sony Music) come un viaggio per imparare a incontrare e incontrarsi e a dire esattamente quello che si vuole comunicare. Con Michele Canova, nuovamente alla produzione, le sonorità si rifanno ad un mondo elettronico leggermente messo da parte a favore di momenti strumentali che regalano maggiore autenticità a tutto il lavoro. La capacità più evidente della Michielin è cercare di essere essenziale mettendo in primo piano argomenti che fanno parte della vita quotidiana di tutti, non ci sono concettualismi ermetici. Pezzi di vita fanno capolino tra flashback e istantanee che profumano di verità.

«Il disco ha tre anime», racconta Francesca Michielin, nel corso di un incontro stampa a cui hanno preso parte sia il presidente Sony Music Italia Andrea Rosi che il presidente di Live Nation Italia Roberto De Luca, a testimonianza del grande sostegno di cui gode la giovane cantautrice. «Nella copertina dell’album ho voluto inserire tre triangoli per simboleggiare tre elementi chiave che hanno ispirato questo disco, le energie che ho convogliato insieme: il triangolo azzurro rappresenta il mare e racchiude il concetto del sentire, inteso come percepire. Il verde è la montagna da cui provengo e dalla quale immagino il mare, il rosso è il vulcano, l’elemento che mi ha ispirato (dopo una cura termale vicino ai Colli Euganei) e che rappresenta l’esplosione; la voglia che ho di comunicare».

Comunicare, dunque, è l’obiettivo di Francesca Michielin che ha scritto 11 delle 13 canzoni che compongono la tracklist del disco mentre le altre vedono la collaborazione di Dario Faini, Calcutta, Tommaso Paradiso e Cosmo: «A questa età so cosa voglio dire anche se ovviamente non so ancora cosa voglio dalla vita. Le canzoni sono state scritte in modo viscerale e impulsivo, “Comunicare”, ad esempio, è nata in 40 minuti. Si è trattato di un processo vulcanico, una vera esplosione durata un annetto circa. Sono entrata in studio il 20 gennaio scorso, tutto è nato in modo organico. I brani scritti a quattro mani sono nati un po’ per amicizia e un po’ per divertimento, abbiamo lavorato in modo fluido» – ha spiegato Francesca che, in questo album mette in evidenza il tema caldo della fratellanza e dell’uguaglianza tra le razze. In particolar modo, nel brano intitolato “Tapioca”, la cantante ha voluto inserire un ritornello in lingua ghanese: «Si tratta del ritornello di una canzone popolare, di lode e ringraziamento per tutte le cose che sono in alto. “Io sono di qui ma non sono di qui” è la frase manifesto del disco, ho sempre inteso il concetto di famiglia come comunità, sono abituata ad interagire con persone che vengono da altre parti del mondo ed è sempre stato tutto molto normale. Mi sono interrogata sul senso di appartenenza e sull’essere contaminati».

Francesca Michielin

Francesca Michielin

La poliedricità di Francesca Michielin si è riversata anche in altro tema che è lo sport: «Tutto il disco ruota intorno al concetto dello sport» – ha raccontato l’artista – «C’è San Siro, la curva nord, il calcio, la Formula 1. In particolare il brano “La Serie B” prende ispirazione dalla retrocessione del Vicenza in serie B, ora tra l’altro in Lega Pro. Quella è stata la prima grande delusione della mia vita, in casa piangevamo tutti. Ho vissuto una sensazione di retrocessione esistenziale quindi ho voluto rendere omaggio a tutte quelle persone che vivono in serie B ma lottano a testa alta come fossero in serie A. Per quanto riguarda il brano “Alonso” mi sono lasciata coinvolgere dall’irrazionalità ispirandomi all’attitudine vera e sanguigna di un atleta bravo come Alonso che non si lascia mai scalfire dalle difficoltà».

In attesa del tour che, a questo giro, avrà molta carne al fuoco, il brano più interessante di “2640”  è “Lava: « Si tratta di un brano violento e senza filtri, ispirato a “Tahiti” di Bat For Lashes, artista che amo molto, e a un suo brano in cui la donna è vista come massaia. Io ho voluto buttare lava su questo concetto, dico basta alla Franceschina dolce e cucciolina. Le donne non devono essere serie B, a casa mia tra l’altro hanno sempre comandato le donne. Non c’è altro da aggiungere».

Raffaella Sbrescia

Nel 2018 Francesca inizierà anche una nuova importante avventura live nei principali club di tutta Italia. Dopo l’anteprima di Parma il 16 marzo, il tour prodotto e distribuito da Live Nation partirà da Milano il 17 marzo, e toccherà poi Torino, Brescia, Bologna, Trento, Roncade (TV), Catania, Perugia, Maglie (LE), Modugno (BA), Roma, Napoli e Firenze.

I biglietti per le date sono in vendita su Ticketmaster.it, Ticketone.it e tutti i punti vendita autorizzati.

Video: Vulcano – Showcase

LA TRACKLIST

 

COMUNICARE (Michielin)

BOLIVIA (Michielin)

NOLEGGIAMI ANCORA UN FILM (Michielin, Faini)

IO NON ABITO AL MARE (Michielin, Calcutta)

TROPICALE (Calcutta, Faini)

E SE C’ERA…. (Paradiso, Faini)

SCUSA SE NON HO GLI OCCHI AZZURRI (Michielin)

VULCANO (Michielin, Faini)

DUE GALASSIE (Michielin)

LA SERIE B (Michielin, Calcutta)

TAPIOCA (Michielin, Cosmo, Calcutta)

LAVA (Michielin, Faini)

ALONSO (Michielin)

Elio e le Storie Tese: addio sì ma con calma. Prima c’è il tour, poi Sanremo e un nuovo album

Elio e le Storie Tese

Elio e le Storie Tese

Sì, lo sappiamo. Nessuno crede veramente al fatto che gli Elio e le Storie Tese si scioglieranno per davvero. Saranno almeno due anni che annunciano un concerto d’addio ma stavolta pare proprio che sia così. D’altronde, attenzione, sciogliersi non vuol dire smettere di esistere e in questo i Pooh insegnano (eccome).

Alla vigilia del concerto al Mediolanum Forum di Milano, previsto per domani 19 dicembre, (sold out in prevendita), gli Elii hanno indetto una conferenza stampa per mettere le cose in chiaro e delineare in maniera più nitida i loro prossimi mesi.

«Lo scorso marzo 2017, da un palco di un teatro di Londra, abbiamo annunciato il nostro scioglimento per vari scazzi occorsi durante il tour. Nessuno ci ha filato mesi, poi la notizia è stata ripresa da Le Iene e siamo improvvisamente stati inondati dall’affetto di chiunque. A dispetto di quanto annunciato, dunque, quando F&P, nella persona di Ferdinando Salzano, ci ha proposto di suonare per altre date, abbiamo accettato di buon grado. Giacchè ci siam sempre contraddistinti per un grande rispetto nei riguardi dei nostri fan, specifichiamo che per tutti coloro che hanno acquistato un biglietto per la data del Forum, potranno riutilizzarlo (gratuitamente) per venirci a sentire anche nella rispettiva città in cui saremo in tour prossimamente».

Rispondono piccati e per le rime gli Elii a chi insinua che questo annuncio sia un fake. D’altronde è plausibile che un caso tanto unico quanto originale come il loro giunga ad una sorta di capolinea per fare spazio a nuove idee. In ogni caso il percorso di commiato di Elio e soci non sarà affatto breve. Oltre ai concerti (da consumarsi entro e non oltre il 30 giugno 2018), la band parteciperà al prossimo Festival di Sanremo con il brano intitolato “Arrivedorci”: «La chiamata è arrivata direttamente da Claudio Baglioni che ci ha chiesto di presentare una canzone pochissimi giorni fa. Abbiamo preparato il pezzo davvero in poco tempo. Ci piace l’idea di salutare il pubblico da un palco importante come quello di Sanremo a cui siamo molto affezionati. La nostra è una storia molto originale, sicuramente strana ma altrettanto unica. Volevamo evidenziare questi aspetti davanti ad un grande pubblico, anche quello che non ci segue. Non siamo in credito con il festival, arrivare al secondo posto per 2 volte è stato un errore del pubblico, noi andiamo lì per fare cose strane, ci piace stare su quel palco, questa qui è una bella occasione per scrivere fine a una bellissima storia, magari potrà non piacervi, ma è sicuramente unica».  Questo è quanto spiegano gli Elii che sottolineano: «La band è in grande forma, abbiamo una forte potenza comunicativa, vorremmo lasciare intatta la fotografia di artisti e musicisti ancora in grado di tenere il palco al massimo della forma». E proprio a questo proposito, in merito alla mancanza di eredi, dichiarano: «Il fatto di suonare sul palco cose difficili è roba in estinzione, inventarsi cose complicate solo per il gusto di farlo non è un fatto frequente. Ci sarebbe da lavorare nelle scuole per aggiustare il tiro. Sembra un discorso da vecchi ma è la pura verità».

Non solo Sanremo in programma, in ogni caso, gl Elii hanno in cantiere anche un album: «Non siamo mai stati organizzanti tanto da pensare cosa sarebbe arrivato poi. Stiamo incidendo da un po’ di tempo una serie di cose che ci piacciono. Faremo le cose nel nostro stile ma non vi anticipiamo nulla per non rovinarvi la sorpresa». A proposito di effetto wow c’è da aspettarsi grandi cose per il concerto di domani sera: «Il concerto sarà veramente lungo, chi verrà a sentirci farà il pieno di note, il piatto musicale sarà completo di caffè e ammazza caffè».

Se tutto andrà bene, non c’è da escludere il finalone allo Stadio San Siro: «Ci piacerebbe fare una data molto speciale, grazie del suggerimento!».

Raffaella Sbrescia

Dal 20 aprile saranno in tour in tutta Italia con il Tour d’Addio, per raggiungere tutti i fan che non sono riusciti a partecipare al Concerto d’Addio.

Queste le date: 20 aprile al Pala George di Montichiari (BS), 21 aprile alla Kioene Arena di Padova, 3 maggio al Pala Alpitour di Torino, 5 maggio al Nelson Mandela Forum di Firenze, 8 maggio all’RDS Stadium di Genova, 10 maggio all’Unipol Arena di Bologna, 12 maggio al Pala Lottomatica di Roma, 14 maggio al Palapartenope di Napoli, 17 maggio al Pal’Art Hotel di Acireale (CT), 19 maggio al Pala Florio di Bari e 23 maggio all’RDS Stadium di Rimini

 

I biglietti in prevendita saranno disponibili online su Ticketone.it da mercoledì 20 dicembre dalle ore 16.00 e nelle prevendite abituali da venerdì 22 dicembre dalle ore 16.00.

Lorenzo Jovanotti presenta “Oh, vita”: “L’album in cui mi sono messo a nudo”

Jovanotti e Rick Rubin ph Michele Lugaresi

Jovanotti e Rick Rubin ph Michele Lugaresi

Cosa può spingere un artista a ricominciare da zero, uscire dalla propria comfort zone, reinventarsi e mettersi in gioco? Sono tante le variabili da tenere in considerazione: la fame di vita, la curiosità, la voglia di accrescere la propria esperienza, più semplicemente l’esigenza di esprimersi. Quello appena citato è il caso di Lorenzo Cherubini Jovanotti che con il nuovo album di inediti intitolato “Oh, vita!” dimostra ancora una volta di non riuscire a stare fermo.

La grande avventura questa volta è stata farsi produrre il disco da Rick Rubin, uno dei produttori più famosi in America e nel mondo, un risultato che ha completamente assorbito Lorenzo  stravolgendo i suoi punti di riferimento consuetudinari.

«Questa è stata l’esperienza più forte da quando pubblico dei dischi. Rubin in studio è veramente un artista, la sua capacità di concentrazione è molto alta. La sua missione è stata quella di portare le canzoni alla loro essenza estrema. Questo album ha avuto un lungo tempo di preparazione anche se la realizzazione ha richiesto dei tempi molto brevi. Così come nel rock’n’roll la tensione si libera in una performance, allo stesso modo Rick Rubin concepisce la lavorazione di un disco non come un’architettura ma come un gesto. Per quanto mi riguarda, mi sono sentito come quando 30 anni fa entrai nello studio di Claudio Cecchetto a Milano: volevo essere all’altezza della situazione».

Queste le parole appassionate con cui Jovanotti racconta la genesi di un album che, tra le mura del temporary store Jova pop shop in Piazza Gae Aulenti a Milano, acquisisce le vesti di happening trasversale; in sintesi un aggregatore culturale. Il party letterario è confluito anche in Sbam! Un volume ricco di contenuti prodotti da grandi esponenti della cultura, un’occasione per integrare all’ascolto del disco, un dettagliato racconto di viaggio, nonché una serie di approfondimenti correlati a tematiche più ampie.

Tornando al disco, tutto è cominciato dal singolo “Oh, vita!”: «Questo pezzo l’ho realizzato tutto in una notte. Avevo a due disposizione due campionamenti con ritmiche che avevano un suono, seppur piccolo. Nelle mani di Rubin, l’ho visto diventare altro nel giro di due secondi. In quel momento ero ancora un suo fan, sentivo dentro di me la voglia assoluta di essere alla sua altezza, lui che ha dato una struttura all’hip hop di massa, che ha creato una forma canzone per qualcosa che prima era solo improvvisazione. Per me è stata una grande esperienza di vita e di formazione professionale» – spiega Jovanotti.

Jovanotti ph Michele Lugaresi

Jovanotti ph Michele Lugaresi

«Queste 14 canzone sono state scritte, vissute, volute, sognate con tutto il cuore. Un anno fa, dopo aver visto i miei numeri, Rubin mi disse che non avrebbe potuto aggiungere una sola copia al mio venduto sul mercato ma che il suo interesse primario era mettere in atto uno scambio di esperienze artistichea. Questo era era esattamente quello che volevo: perdere il controllo della mia leadership in studio, volevo essere un cantate prodotto da Rubin, mi sono affidato completamente a lui che non ha voluto le traduzioni dei testi sostenendo che le canzoni dovevavano arrivargli senza capire nemmeno una parola. Inutile ribadire quando sia stata incredibile questa esperienza. Mi sento di dire che sono felice di aver fatto questo disco, qualcuno si stupirà, qualcun’altro resterà deluso ma siamo nell’ambito dei gusti. Questo è il pezzo di vita di un essere umano e la vita non è discutibile, si tratta di un fatto importante, aldilà di quanto sia bello o brutto».

Il disco ha due anime opposte in qualche modo: l’ anima da cantautore incontra quella da beat maker, i primi pezzi in effetti sono ruvidi e asciutti, poi qualcosa cambia, il guizzo tipico dell’irrequietudine che caratterizza Jovanotti prende piega ed è che l’album diventa vario: «Rubin ha capito come sono fatto e ha assecondato la mia inclinazione naturale. Alla fine della produzione mi ha detto che questo è il disco più vario mai prodotto in vita sua e ne è stato felice».

Viene naturale chiedersi come tutto questo finirà sul palco nel corso dell’imminente tour: «Abbiamo già fatto due settimane di prove con la band, in un paio di giorni mi sono reso conto che c’era bisogno di intervenire anche nei pezzi vecchi. Questo disco getta una luce positiva anche sul mio passato, costringendomi piacevolmente a vivere i primi brani in modo più scarno e informale. Abbiamo asciugato i pezzi, quasi rivivendo i consigli di Rubin, la parola d’ordine è: less. Questo non implica una forma di minimalismo, si tratta di fare spazio per far funzionare meglio le cose. Per ora abbiamo provato 7 pezzi del disco nuovo, non so se li farò tutti e sette, il mio pubblico viene ai concerti con l’idea di partecipare a una mega festa, ho il problema di dover fare dei tagli ed eliminare molte cose a cui tengo, il grosso comunque si baserà sui pezzi storici».

Un progetto diverso da sempre, quindi. Figlio, tra l’altro, di un lungo periodo in cui Jovanotti ha vissuto negli Stati Uniti: «Partirei da una citazione: se vai a vivere per un po’ in America, all’America non cambia niente ma a te cambiano un sacco di cose. L’America è un paese vivo e pulsante, un paese selvatico, un paese in cui ti svegli e devi sopravvivere contro tutto e tutti. A New York sei da solo in una giungla, non ho mai pensato di sconfinare in America con la mia musica, so di sapermi mettere in comunicazione con qualunque pubblico ma non ho mai avuto un progetto americano e non c’è neanche in questo caso».

Video: Oh, vita!

Parlando dei testi, diventa importante soffermarsi sulle parole: tante quelle sentite in questo album. Si parte dal concetto di libertà: «La libertà sta al centro del disco. Ogni generazione ha il compito di ridare significato ad alcune parole importanti nel nostro vocabolario. Anima, giustizia, amore sono parole che ogni volta perdono senso, vengono sfilacciate, il nostro compito è cercare di ridargli vita soffiandoci dentro lo spirito. Dal mio punto di vista di cantante è bello cantarla, posso pronunciarla senza troppa pesantezza, sono diventato grande quando i movienti politici erano finiti, per me la rivoluzione è soprattutto interiore» – racconta Jovanotti. «Più in generale – aggiunge – lavoro tantissimo ai testi ma non seguo mai una regola. Alcuni dei miei pezzi più famosi sono nati in pochissimo tempo. “Piove”, ad esempio, è nato in 45 minuti mentre per “L’ombelico del mondo” ci sono voluti 4 anni. L’aneddoto relativo a questo nuovo album è relativo al singolo “Oh, vita!”: ho scritto il testo recitandolo sul telefonino come un free style ma mi ci sono impegnato così tanto che non ho cambiato neanche una virgola. Non riuscivo ad uscire da quel tipo di leggerezza, poi l’ho fatto ascoltare un giorno in macchina alla mia famiglia e il commento di mia figlia mi ha convinto definitivamente. Per il resto il disco è tutto scarno dal mio punto di vista, mi sono sentito nudo dentro questi testi, continuamente a confronto con i miei limiti da interprete. Con Canova ho realizzato 10 dischi e siamo in ottimi rapporti. L’approccio con lui era molto diverso, la voce era trattata con le macchine, con Rubin invece è l’opposto, non ci sono correzioni, non avevo mai lavorato in questo modo. Mi sento ancora elettrizzato».

Jovanotti cover Sbam

Jovanotti cover Sbam

A corredare “Oh, vita!” ci saranno un docufilm e un almanacco letterario intitolato Sbam”. Ecco come li presenta Jovanotti: «Michele Lugaresi, film maker e web master lavora con me dal 1997 e ha seguito tutte le mie attività web fin dall’inizio. Quando lo stesso Rubin mi ha scritto che se volevo, potevo portare qualcuno per riprendere il making del disco, ho colto subito l’occasione e ho invitato Michele a venire con me. Ci siamo esaltati, il film è molto crudo, ripreso con una sola telecamera, non ci sono luci artificiali. L’aspetto più interessante è che nel film non si sente il disco, ho scelto della musica d’ambiente, si sentono solo dei frammenti delle canzoni, il senso è seguire la genesi del disco che prende forma. Potrete vederlo gratuitamente il 10/12/2017 in tutti gli UCI cinemas. Sarà un film per appassionati di musica. A proposito di cose che mi gasano, non dimenticatevi di “Sbam”: ho voluto invitare alcuni degli esponenti letterari che mi stanno più a cuore, ho giocato a fare il direttore e mi sono divertito anche a scrivere un diario di viaggio di questa mia nuova avventura. Mi piacerebbe che questo progetto diventasse un periodico, non è un libro nì una rivista, è semplicemente “Sbam”!».

 Raffaella Sbrescia

 Jovanotti in concerto nel 2018:

Febbraio

  • 12, 13, 15, 16, 18, 19, 21, 22, 24, 25 Mediolanum Forum, Milano

Marzo

  • 3, 4 Rds Stadium, Rimini
  • 10, 11, 13, 14, 16, 17, 19, 20 Nelson Mandela Forum, Firenze

 Aprile

  • 3, 4, 6, 7 Pala Alpitour , Torino
  • 13, 14 Unipol Arena, Bologna
  • 19, 20, 22, 23, 25, 26, 28, 29 Palalottomatica, Roma

 Maggio

  • 8, 9 Pala Art Hotel Acireale
  • 15, 16, 18, 19, 21, 22 Arena di Verona
  • 25, 26 Palasele, Eboli

 Giugno

  • 1,2 Pala Prometeo, Ancona
  • 16 Porsche Arena Stoccarda
  • 19 Stadthalle, Vienna
  • 21 Hallenstadion, Zurigo
  • 23 Forest National, Bruxelles
  • 30 Pala Resega, Lugano

 

Intervista a Fabrizio Cammarata: inseguo il potere sciamanico della musica”

Fabrizio Cammarata

Fabrizio Cammarata

 

 

“Of Shadows” è il nuovo album del cantautore siciliano Fabrizio Cammarata. Pubblicato per 800A Records e distribuito in tutto il mondo da Kartel Music Group e da Haldern Pop Recordings in Germania, Austria e Svizzera, l’album è stato prodotto dallo spagnolo Dani Castelar (produttore di Paolo Nutini e engineer in passato di Editors, REM, Michael Jackson, Snow Patrol) e registrato a Palermo negli studi di Indigo al Palazzo Lanza Tomasi di Lampedusa, un luogo che col tempo si è trasformato nel cuore pulsante della scena musicale dell’intera isola siciliana.

Undici tracce in inglese che delineano i chiaroscuri dell’anima, sonorità folk senza geografie univoche ma con lo sguardo contemporaneo e gli arrangiamenti elettronici. Tutto guidato dalla straordinaria voce di Fabrizio – al tempo stesso malinconica e rabbiosa, dolce e disperata ma sempre profondamente penetrante. Canzoni scritte durante gli innumerevoli viaggi che lo hanno portato dalla sua nativa Palermo in giro per il mondo e che intrecciano ricordi del passato e sentimenti vivi del presente.

Intervista

Il tema dell’ombra è piuttosto scomodo. Come mai l’hai scelto come cardine di questo tuo nuovo progetto?

Perché nel momento in cui ho “scoperto” che stava nascendo il disco ho capito che queste canzoni non erano state altro che una continua ricerca nelle zone più nascoste e scomode della mia anima. Così come durante le eclissi un’ombra riesce a darci la consapevolezza della natura di astri e pianeti, così ho capito che stavo assistendo a un’eclissi totale dell’anima, e ho colto l’attimo godendomi l’oscurità e attendendo con emozione che tornasse la luce, osservando e annotando tutto come un astronomo del ’600.

Cosa rappresentano per te l’ombra e l’oscurità, più in generale?

Sono un appassionato di fotografia e amo il mondo della pellicola e del bianco e nero. Quando sono nella mia camera oscura faccio sempre quel lavoro di sperimentazione e studio su come governare luce e ombre e farle parlare. Cerco le ombre nei ricordi, nel disco invece guardo ai lati oscuri dell’amore.

Dove, con chi e come hai lavorato alla produzione del disco?

Si è verificata una simbiosi magica, inaspettata e imprevedibile, con Dani Castelar, il produttore artistico. Oltre a essere uno che ha lavorato con i più grandi (come produttore con Paolo Nutini, e in studio con R.E.M., Editors e Michael Jackson), è una persona di estrema umiltà, che ha voluto entrare a capofitto nel mio mondo più interiore, voleva capire da dove nascessero queste canzoni e ha accresciuto come nessun altro avrebbe saputo fare il potenziale espressivo di questi undici brani. Infatti siamo diventati grandi amici, per me è uno dei regali più belli di quest’anno meraviglioso. Ho registrato però nella mia Palermo, avevo bisogno di farlo, e per questo mi sono avvalso degli amici di Indigo, uno studio che sta al piano nobiliare di Palazzo Tomasi di Lampedusa, in pieno centro storico.

Canti in inglese ma la tua anima è siciliana, come riesci a conciliare questi due aspetti tanto importanti quanto paralleli e in che modo traspaiono nelle tue canzoni?

È la cosa più difficile da vedere, benché per me sia ovvia. Mi sento siciliano ma mi sento molto più “mediterraneo”, sento di appartenere a questo mare che ha trasformato guerre e dominazioni in atti di d’amore, unione e tolleranza. Trovare il centro in mezzo al mare è impossibile, e questo decentramento è una delle caratteristiche che sento più mie in ogni aspetto di me. Mi sento a casa in un luogo inesistente in cui si canta in inglese, si parla in italiano, si piange come Chavela Vargas e ci si dispera come Rosa Balistreri, si guarda il tramonto dalle saline che diventano rosa e si beve il tè del Sahara.

Malinconia, rabbia, disperazione fanno leva sull’impatto emotivo. Quali sono i tuoi punti di riferimento in tal senso e cosa vorresti che le persone percepissero ascoltando i tuoi testi?

Nel mio ultimo concerto a Parigi, a fine serata, si è avvicinata una ragazza mentre smontavo la mia roba e mi ha detto «hai smosso qualcosa dentro di me, di molto profondo». Aveva gli occhi lucidi ed era sincera, voleva regalarmi quel momento di comunione in cui anche se a cantare sono io, sto dando voce anche a qualcun altro. E non penso sia qualcosa che riguardi solo i testi, infatti parlava anche un inglese stentato… Ecco, sogno che sia sempre così, chiamala catarsi se vuoi, ma io preferisco parlare di “effetto sciamanico” della mia musica. Cerco sempre di far diventare ogni concerto un rituale in cui mi faccio carico delle ombre di chi decide di entrare nel mio mondo. All’ultimo applauso, ci sentiamo tutti più liberi.

Sei abituato a muoverti e a viaggiare molto spesso. Cosa ti lascia ogni viaggio che fai?

Una valigia piena di cose che poi diventeranno canzoni. È bellissimo scandire la propria vita in questo modo.

Ne hai fatto qualcuno particolarmente significativo di recente?

Ogni viaggio ha un fascino a sé. Ultimamente mi capita di tornare in luoghi che ormai conosco bene, come Parigi, Londra, Berlino, Amburgo. Ma una sorpresa c’è sempre, e io non dimentico mai la mi macchina fotografica, perché ciò che non può diventare canzone diventa una fotografia. L’ultima fotografia che ha avuto un significato forte per me l’ho scattata a Montreal, in Canada, dove ho suonato per un festival. Non ho ancora sviluppato la pellicola e non so cosa è venuto fuori, ma dentro di me quella foto esiste già da quel momento, in un angolo di “memoria creativa”.

 fabrizio cammarata of shadows

fabrizio cammarata of shadows

Colgo l’occasione per chiederti anche del prezioso progetto di recupero culturale che hai messo in piedi con Dimartino con l’album “Un mondo raro”, in cui omaggiate Chavela Vargas. Come vi è venuta la voglia di lavorarci, con quale spirito e con quali prospettive?

Ero in Messico con un amico regista, Luca Lucchesi, per un road movie su La Llorona a cui lavoriamo dal 2012. Antonio mi raggiunse lì dopo uno dei suoi tour e, su un bus sgangherato in mezzo alo stato di Morelos, si toglie l’auricolare e mi fa «Ma perché non proviamo a tradurre queste canzoni?». Da lì è nato tutto, dopo tre giorni eravamo in studio a Città del Messico a registrare con i chitarristi di Chavela, una serie di casualità ci ha portato a venire a contatto con tutta la gente che le era stata più vicina… Insomma, abbiamo collezionato tante di quelle storie, alcune mai raccontate neanche da lei, che a quel punto il disco ci stava stretto, ed è nato il romanzo. Una “fiaba biografica” l’hanno definita, e mi piace molto pensarla così.

Nella tua bio si parla della tua passione per la musica berbera e tuareg. Ti va di approfondire questo argomento?

Per me nel 2017 il vero blues è quello dei Tuareg. Di chi ieri imbracciava un fucile e poi ha capito che con la chitarra ci poteva combattere meglio. Musicalmente è il genere più rivoluzionario degli ultimi decenni, e io ogni giorno sto lì a cercare di capire il segreto dietro a quelle scale così desertiche e così aperte. Le loro canzoni, con eleganza e compostezza, parlano di acqua che è il tesoro del deserto, di emarginazione e di una pace cercata.

Che rapporto hai con le arti visive e il cinema?

Molto stretto, da appassionato e spettatore. Per il mio disco ho coinvolto un artista che in Europa ha fatto cose meravigliose, palermitano come me, che si chiama Ignazio Mortellaro. Insieme abbiamo costruito il concept dell’album, le eclissi e tutte le immagini a corredo, tratte da antichissimi libri di astronomia, che è una passione che io e Ignazio condividiamo, e che lui indaga nelle sue opere con la grazia dell’alchimista.

Quali sono, secondo te, gli elementi che contraddistinguono un folk fatto a regola d’arte?

Intanto definiamo “folk”. Se intendiamo il cantautore che imbraccia la chitarra e scrive di sé, senza dubbio la cosa che io cerco sempre nei miei ascolti è la sincerità. Più ancora dell’originalità, ho bisogno di sentire la forza del messaggio, che può non essere ecumenico, non occorre che tutti vi si riconoscano. Ma mi piace vedere l’anima dell’artista che si spoglia senza vergogna.

Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?

La gente che ha sempre e solo seguito se stessa: Bob Marley, Nina Simone, Chavela Vargas, Bob Dylan, Nick Drake, i Tinariwen, Beck, Nick Cave.

Quali sono i traguardi che senti di aver raggiunto e quali invece appaiono ancora lontani?

Inseguo da anni quel potere sciamanico che la musica può avere, e che ho sentito in alcuni artisti come Chavela Vargas e Nick Cave. Impossibile arrivare a quei livelli, in cui tutti escono dalla sala concerti in lacrime, ma ho bisogno di tenere quell’obiettivo per tendervi, asintoticamente. Però a volte succede che arrivo negli angoli più profondi di qualcuno, che poi viene a ringraziarmi, e questa è una delle emozioni più belle, per me. Da una dozzina di anni costruisco tutto a poco a poco, una casa che non sarà enorme ma sicuramente salda. Se vuoi sapere un mio desiderio… un mio sogno ricorrente è bere un whiskey con Bob Dylan, passare mezz’ora seduto accanto a lui, anche senza parlare.

Cosa provi quando sei sul palco e come varia il tuo stato d’animo a seconda del posto in cui ti esibisci?

Cambio in toto. Da persona timida e riservata divento qualcosa che ha bisogno di esplodere, prendo tutto il palco come se fosse la mia stanza, in maniera anche prepotente, insolente forse. Ma fa parte di quel processo in cui decido di denudarmi (in maniera figurata) davanti al pubblico. Dopo l’ultima canzone, tutto cambia, e anche ricevere i complimenti mi confonde un po’.

Raffaella Sbrescia

Video: Long Shadows

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