(Dis) Amore è il nuovo album dei Perturbazione. Intervista a Tommaso Cerasuolo

(Dis) amore -cover album

Dopo una lunga attesa i Perturbazione tornano su pubblica piazza con (Dis) amore. Un concept album doppio, stratificato, variegato e ricco di spunti sia letterari che musicali. Il racconto racconta l’evoluzione di un rapporto a due servendosi di personaggi senza nome e senza sesso che attaversano la scoperta, l’innamoramento, la pienezza della condivisione, il consolidamento, il dubbio, le crepe, il silenzio, la distanza, l’assenza, il dolore, il disamoramento. Si tratta di persone che, nella loro unicità, ci lasciano lo spazio necessario per identificarci attraverso dettagli carnali e tangibili. Lo speciale diventa normale in disco che parla sottovoce ma con fermezza e che per questo è destinato a lasciare un segno.

Intervista a Tommaso Cerasuolo.

Ciao Tommaso, questo lavoro si prende il tempo necessario per raccontarci una storia dentro tante storie attraverso una stratificazione di sentimenti e immagini. Come vi è venuta questa idea?

In questo lavoro c’è forte corrispondenza tra musica e vita. Le nostre canzoni sono molto aperte, ognuno le abita a suo modo e anche i testi sono in grado di evolversi nel tempo lasciando dei. Non c’è un utilizzo metaforico delle immagini, la nostra scrittura può essere felicemente abitata da chi la fa sua. Il nido domestico dei protagonisti del disco ci ha dato il là per pensare ad un progetto raccontato in ordine cronologico.

La prima sensazione che balza alla mente è una forte corrispondenza filmica, come se ogni canzone fosse propedeutica all’altra in una susseguirsi di inquadrature traslabili nel reale.

Abbiamo effettuato un lavoro di stratificazione. All’inizio abbiamo valutato quanto materiale avessimo sull’innamoramento e disamoramento da un punto di vista non convenzionale. Quando poi abbiamo capito che volevamo sviluppare il lavoro in ordine cronologico, abbiamo cesellato la scrittura quasi come se ci stessimo muovendo con una cinepresa. Le voci dei due protagonisti non sono definite, ognuno le abita come vuole. A volte ci serviva l’esterno per raccontare in che modo potesse influire il contributo della società all’ interno dell’idillio domestico prima e della rottura poi. Amore e disamore hanno la stessa energia emotiva sia dentro casa che fuori. Abbiamo usato anche dei tagli di montaggio, a volte serviva l’inquadratura lunga, altre volte un bel primo piano con uno stacco breve senza essere ridondante. Abbiamo adottato un molto diverso di lavorare che ci ha regalato molta soddisfazione.

Ogni tassello è funzionale all’altro dunque.

Esatto. Abbiamo scritto in funzione della narrazione, questo è stato molto stimolante.

Da un punto di vista testuale, si evince un importante impegno narrativo. Da dove nascono queste suggestioni?

Prima di tutto dall’osservazione delle vite intorno a noi, siamo circondati da parenti e amici della nostra età che hanno vissuto montagne russe emotive ma ci siamo ispirati sicuramente anche a tanta letteratura. Una scrittrice molto importante è Natalia Ginzburg, la scintilla iniziale è nata nei primissimi pezzi. In particolare “Io mi domando se eravamo noi” è proprio una frase che la scrittura usa in un contesto abbastanza diverso da quello attuale ma comunque parla dello spaesamento. In particolare abbiamo attinto da spettacolo teatrale, rappresentato presso il Teatro Stabile di Torino alla fine del 2016, che si intitolava “Qualcuno che tace”, una trilogia tratta dai pezzi teatrali della Ginzburg. Rossano (ndr) è più letterario di me ma abbiamo questo collaudatissimo metodo di scrittura a 4 mani; lui scrive con una sua metrica sapendo che io poi ci metto mano e smonto i versi per cercare linee melodiche, siamo molto elastici. Ross dà sempre moltissimo materiale e in questo disco c’è moltissimo di suo. Ad esempio aveva letto delle pagine di Albinati per il tema dell’adulterio e del possesso, poi c’è l’influenza di John Cheever, e poi ancora Romagnoni, George Fontana, Buzzati, Parise, Domenico Starnone. Si tratta di letture che aveva interiorizzato e che è riuscito a mettere in luce con una predisposizione emotiva importante. Ci sono anche frasi afferrate dalla vita reale, come accade nel brano “Taxi Taxi”. Una sera Io Cris e Rossano eravamo a Milano per della promozione, il tassista parlava di storie di persone estranee in un turno di notte e abbiamo fatto nostro il suo racconto. Al fianco alla razionalità letteraria è bello imbattersi nella realtà per rendersi conto della reale vibrazione e sfumatura che stai cercando.

Forse è  per questo che è destinato a fare la differenza?

Questo è un aspetto importante. Il problema della musica italiana è che c’è un abuso di parole astratte come mondo, universo, infinito, vita, amore, cuore, tutto è grande. A noi piace scendere nel dettaglio, afferrare la realtà con dettagli molto carnali, dare l’idea della concretezza nella scrittura, presentare un’immagine personale per farci capire da chi ci sta ascoltando. In questo modo dal particolare puoi aggiungere l’universale. Un po’ avviene con la siepe di Leopardi, senza la siepe non c’è l’infinito; in questo modo le cose vengono messe a fuoco e diventano tangibili.

 Un altro aspetto che dà completezza a questo lavoro è anche la varietà musicale che lo attraversa.

 I testi di Natalia Ginzburg erano ambientati negli anni ‘60 e ‘70 per cui ci siamo presi dei riferimenti di quelle atmosfere. La musica è come una pietra che rotola si un piano inclinato e tu ci finisci sopra (ride ndr).

La cosa bella di Cris che ha prodotto tutto il lavoro è che ha ampliato molto il suo bagaglio e lo spettro armonico perché ha lavorato a tanti altri progetti un po’ più sghembi, sotterranei di matrice blues. L’anno scorso Cris ha musicato un bel documentario su Anna Magnani, diretto da mio fratello e che è stato presentato anche a Cannes. Tutte queste cose sono finite nel suo bagaglio e io, che sono un cagnaccio che usa l’istinto per lavorare sulla parte metrica e melodica, mi sono reso conto di trovarmi su terreni nuovi. Abbiamo suonato tanto i pezzi in sala prove e abbiamo cercato di registrarli in modo da restituire fedelmente questo mood, tenendo anche i piccoli errori, senza mettere a posto i rullanti o quantizzare tutto. Adesso la musica è sempre tutta in briglia, molto artificiale, il gusto attuale ricorda il gluttammato: tutto è buono ma si assomiglia molto come sapore. Noi volevamo essere selvatici e meno sovraprodotti.

Coerenti in tutto nella forma e nella sostanza.

Il messaggio che danno questi personaggi è racchiuso nella capsula del tempo che contiene la nostra verità, fatta di entusiasmi ma anche di sbagli, di assenze. Senza le parentesi non verrà fuori la verità.

Il brano più prezioso è “Conta su di me”. Il concetto di fiducia è, ad oggi, quello più perseguibile da parte di tutti noi.

La fiducia arriva a due terzi del disco e non è un caso. I temi si compenetrano: pazienza, fiducia, sostegno reciproco sono racchiusi in una dichiarazione di coraggio e allo stesso tempo di resa. Questa è una canzone disarmata ma è anche una delle più belle del disco. Possiamo aver attraversato grandi paludi ma dentro una grande tempesta per un attimo di squarciano le nubi e quello che rimane è l’autenticità di un rapporto che unico che nessuno potrà toglierci.

 Raffaella Sbrescia

Video: Io mi domando se eravamo noi

 

“Mentale strumentale”: il tesoro nascosto dei Subsonica. Recensione

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Mentale strumentale” nasce nel 2004 per sancire in modo netto, anticonvenzionale e definitivo la virata verso la libertà dei Subsonica. La rottura all’epoca fu drastica, radicale e soprattutto scomoda. Sedici anni dopo, quel lavoro ritrova la luce per offrirci un viaggio spaziale e artistico, culturale con una finalità nobile: le royalties dell’album andranno infatti a sostegno della Fondazione Caterina Farassino, impegnata con il progetto “Respira Torino”, nato per supportare le attività degli ospedali di Torino e Asti durante l’emergenza sanitaria in corso. La linea di continuità dal passato a oggi risulta evidente nelle intenzioni, in quel sano gusto per la jam session nel senso più autentico del termine. La tracklist non è semplice, così come non è di immediata fruizione. Suoni freddi, distopici, industriali cercano una via di ingresso all’interno del substrato cognitivo e si fanno via via strada in modo contorto e tortuoso. Si passa dal mood metallico di “Decollo a voce off” passando dagli strumenti acustici di “Detriti nello spazio” fino alle percussioni esotiche delle corde boliviane e di un bodhran indiano arrivando alle voci angeliche di Madame Mystere “A di addio”. L’attualità del progetto è tangibile grazie al saggio utilizzo di synth analogici mixati con strumenti a corde e le oniriche suggestioni delle voci trasfigurate di Samuel.Malinconia, oscurità, esoterismo hanno spesso accompagnato il percorso musicale dei Subsonica che, in questo senso, non si sono mai risparmiati. Inquietudini, angosce, speranze, desideri convivono in modo a tratti originale e curioso, a tratti perturbante e sinistro. Il flusso musicale è liquido, così come la fruizione di questo album non può che essere soggetta a diverse interpretazioni anche mutabili nel corso di diverse occasioni di ascolto. “Mentale Strumentale” richiede concentrazione, attenzione e analisi. Le tracce finali e in particolare “Rientro in atmosfera” appaiono come il preludio a una nuova parte di un racconto emozionale rimasto in sospeso, pronto per raggiungere nuovi mondi inesplorati.

Raffaella Sbrescia

  1. Decollo – Voce Off
  2. Cullati Dalla Tempesta
  3. Artide 3 A.M.
  4. A Nord Di Ogni Lontananza
  5. Detriti Nello Spazio
  6. A Di Addio
  7. Tempesta Solare
  8. Delitto Sulla Luna
  9. Strumentale
  10. Rientro In Atmosfera

Scritto nelle stelle: la recensione del nuovo album di Ghemon

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Scritto nelle stelle” è il nuovo album di Ghemon (Carosello Records). In queste nuove undici tracce, l’artista mette a fuoco una fotografia nitida, vivida, concreta di un rinnovato status quo. Coerente alla sua filosofia, Ghemon riesce ad affinare ancora una volta l’uso delle parole ma soprattutto lavora molto bene con il sound. Soul, r’n’b, hip hop, rap, jazz convivono in una miscela sonora che è un unicum raffinato, vivace e mai banale. Trasparente, onesto, per questo a tratti scomodo, Ghemon mette in risalto una personalità spigolosa, mai facile da accettare nella sua totalità ma sempre capace di mostrarsi attraente.

Si parte da “Questioni di principio”, all’interno del brano la disamina di Ghemon è ampia: analisi, giudizi, ridimensionamento, libertà sono i grandi temi che ruotano in questi 4 minuti intrisi di classe. Elettricità e chimica attraversano la trama di “In un certo qual modo”, in cui traspare purezza di intenti e di penna. I pensieri fuori tempo massimo di “Champagne” come Stappo una boccia di champagne per il pericolo scampato, chissà se non mi fossi fermato dove sarei a quest’ora sanciscono una sana presa di coscienza e la voglia di chiudere finalmente un cerchio. Le giornate incompiute raccontano di un periodo diverso da quello che viviamo ma riescono a incastrarsi stranamente benissimo con questa quarantena in lockdown: No, ma quale cena fuori, non provarci nemmeno / Hai ragione, che i miei amici non li vedo da un po’ / È un momento pieno zeppo di giornate incompiute / E di pessime battute nei gruppi WhatsApp / Di delivery che tanto mangio davanti al computer. Così canta Ghemon un po’old school, un po’ avanguardista. Molto intima è “Cosa resta di noi”: un’elaborazione del lutto, il racconto di un’evoluzione personale complessa e mai facile. Tu sei il coraggio che a volte mi manca, scrive Ghemon in “Inguaribile e romantico”. E ancora: faccio fatica in mezzo alle persone perché non so cosa ci si aspetti da me”. Il genio senza coraggio serve a poco. Quanta verità in “Buona stella”. Suggestivi i flashback fedelmente aderenti alla quotidianità tra scuse, assenze, silenzi, ritardi, prese di coscienza di “Io e te” e “Un vero miracolo”. Di grande impatto e promettenti sono le velleità da crooner mostrate nella perla del disco “Un’anima” piena di macchie e di zone d’ombra sì, ma anche fascinosa e raffinata. Il disco si chiude con “K.O”: una ritmica più dura ma funzionale a una dichiarazione d’intenti nitida e definita: mettere da parte l’aria da vittima e non mollare mai il colpo.

 Raffaella Sbrescia

Video: Buona stella

TRACKLIST 

01. Questioni di principio
02. In Un Certo Qual Modo
03. Champagne
04. Due Settimane
05. Cosa Resta Di Noi
06. Inguaribile e Romantico
07. Buona Stella
08. Io e Te
09. Un Vero Miracolo
10. Un’Anima

Settebello: la recensione del nuovo album di Galeffi

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SETTEBELLO” (Maciste Dischi/Polydor/Universal Music) è il titolo del secondo album del cantautore romano GALEFFI pubblicato lo scorso 20 marzo 2020. Prodotto dai Mamakass, duo composto da Fabiò Dalè e Carlo Frigerio, l’album si contraddistingue all’interno di un mare magnum di proposte grazie ad un tipo di approccio alla musica decisamente vivo, frenetico, creativo. Galeffi, all’anagrafe Marco Cantagalli, fa tesoro del felice connubio con i produttori che insieme a lui fanno parte della squadra autorale della Warner Chapell e, senza la frenesia di voler sfornare tormentoni, si prende la sacrosanta libertà di sperimentare mettendo in piedi una tracklist di tutto rispetto. “Settebello” strizza l’occhio al passato in maniera intelligente e dinamica, i testi nascono da suggestioni contemporanee e da rapporti difficili da mantenere ma si accompagnano a reminiscenze jazz, a giri di basso caldi e sinuosi, a echi funky e ad affondi blues. “Ho un cruciverba nella testa, ma quasi mai la soluzione”, canta e scrive Galeffi, a tratti molto vicino allo stile e alle intenzioni di Cesare Cremonini. Inquieto, incerto, appassionato, sguaiato, violento, crudo, nudo, Galeffi mette in campo la sua voce lasciandone scorgere diverse sfumature, vive e attraversa le note rendendole vive, significanti, intense. Cantautorato, itpop, rock, jazz funky, blues, surf garage convivono felicemente senza stancare mai. Il brano più controverso del disco è “Cercasi amore”: nata come una canzone elettronica, successivamente diventata un pezzo per chitarra e voce, poi una ballad ed infine una canzone rock. La gemma della tracklist è invece “America”, il colpo di scena, l’asso dal cilindro, il frutto della volontà dell’artista di prendersi il lusso di mostrarsi per quello che è e intanto “Butto la pasta quel tanto che basta per non sentire il vuoto che c’è”. Vibrano i richiami allo stile di Ghemon in “Grattacielo”, ormai immancabile il divertissement strumentale, stavolta intitolato “Quasi quasi”. Il disco si chiude con “Bacio illimitato”,quasi a sigillare l’epopea sentimentale fallimentare che attraversa un’emotività incerta e in cerca di una nuova consapevolezza che l’esperienza sicuramente saprà dare ad un cantautore dall’ottimo potenziale.

Raffaella Sbrescia

Video: America

Tracklist:
1. Settebello
2. Monolocale
3. America
4. Dove Non Batte Il Sole
5. Grattacielo
6. Quasi Quasi
7. Tre Metri Sotto Terra
8. Cercasi Amore
9. Gas
10. Bacio Illimitato

Immensità: la recensione della suite di Andrea Laszlo De Simone

Immensità - Andrea Laszlo De Simone

Immensità – Andrea Laszlo De Simone

Immensità è il titolo dell’ultimo lavoro discografico del cantautore torinese Andrea Laszlo De Simone, pubblicato lo corso 8 novembre per 42 Records. L’opera è una suite della durata di 25 minuti: nove tracce suddivise in 4 capitoli, con un brano cantato per ogni capitolo. Preludi, interludi, conclusioni si susseguono all’interno di una vorticosa spirale emotiva senza fine. Andrea Laszlo De Simone è un artigiano della musica, la sua visione è il frutto di una ricerca artistica immaginata, concepita, lavorata, veicolata in solitudine. Nella costruzione dei suoi arrangiamenti, l’artista osa, mescola, mette a nudo influenze, idee, suggestioni con calma, tranquillità, lasciandosi cullare dal tempo. Navigando lo spettro delle illusioni Andrea Laszlo De Simone mette a punto un immaginifico percorso di accettazione della realtà attraverso il naturale scorrere del tempo. La musica avanza con prepotenza per raccontarci che siamo in grado di rivoluzionarci completamente molte volte all’interno di una sola vita: ogni volta si ricomincia con dei presupposti nuovi sempre basati sulle stesse dinamiche: c’è una fase di entusiasmo possibilista (il sogno), seguita da un fisiologico ridimensionamento (la realtà), giunge immancabile  lo smarrimento (lo spazio) fino all’accettazione o alla rinascita (il tempo). L’atmosfera ovattata, avvolgente, onirica de “Il sogno” viene incalzata dagli archi e le percussioni de “La nostra fine”. La vita che racconta l’artista è un piano inclinato in cui il domani scivola via. “Così è successo lo sai, la nostra vita sceglie per noi”, canta Andrea mentre prendono vita le suggestioni, gli arpeggi e i violini del brano più ibrido:“Mistero”, incluso nel capitolo “Lo spazio”. Suoni del passato e del presente si incrociano come in una sorta di contrasto biblico, precursore di una svolta empirica. L’ultimo capitolo è il “Il tempo”, raccontato dal brano “Conchiglie”: Ti sei un po’ spaventato / proprio come pensavo / vedrai non serve a niente rintanarti in te stesso / siamo solo conchiglie sparse sulla sabbia / niente potrà tornare a quando il mare era calmo. Ed è tutto chiaro, limpido, nitido e devastante. Il cerchio si conclude e l’opera può finalmente ritenersi pienamente riuscita nell’intento di regalarci un bel mucchio di emozioni. Per chi desidera godere appieno di ogni singolo frame di questo lavoro, da non perdere il mediometraggio con soggetto e musiche dello stesso Andrea Laszlo De Simone.

Raffaella Sbrescia

Mediometraggio: Immensità

TRACKLIST

01. Preludio: Il sogno

02. Capitolo I: Immensità

03. Interludio primo: La realtà

04. Capitolo II: La nostra fine

05. Interludio secondo: Lo spazio

06. Capitolo III: Mistero

07. Interludio terzo: Il tempo

08. Capitolo IV: Conchiglie

09. Conclusione

Dente: la recensione del nuovo album

Dente

Dente

Dente” è il titolo del disco omonimo che Giuseppe Peveri, in arte Dente, ha pubblicato a tre anni di distanza dal suo precedente lavoro discografico. Consapevolezza, coraggio e testi maturi caratterizzano questa nuova prova del cantautore fidentino che per questa volta ha scelto di avvalersi della collaborazione di Federico Laini e Matteo Cantaluppi. Il percorso di lavorazione del disco è stato tortuoso, complesso, a tratti doloroso. Dente mette al setaccio la sua poetica e le certezze acquisite con i precedenti lavori, rimette mano alla narrativa che da lo sempre lo contraddistingue per dare credito a una cifra pop semplice ma allo stesso tempo articolata e ricca di sfumature sonore. E’ proprio in questo fondamentale passaggio che risiede la chiave di interpretazione di questo disco in cui l’autore mette la faccia per testimoniare una chiara intenzione: tirare fuori parti di sé, ora chiare e definite, ora rimaste oscure e in via di definizione. Dente lascia per un attimo la chitarra e scrive al pianoforte, esattamente come accade per accompagnare l’ineludibile testo di “Anche se non voglio”. Liberatoria è anche “Adieu”, una canzone scritta di getto per mettere in chiaro cosa può restare e cosa no. Perturbano gli interrogativi di “Tra 100 anni” e le ipotesi di “Sarà la musica”. Intense, autentiche, immaginifiche le suggestioni di “Trasparente” e “Paura di niente”. Inaspettata la vena romantica e accasata de “L’ago della bussola”. Preziosi i ricordi e le consapevolezze raccontate in “Non te lo dico” ma soprattutto ne “La mia vita precedente” e nel brano di chiusura “Cose dell’altro mondo”. Osso duro di provincia con anima cosmopolita, Dente trova il giusto bilanciamento tra presente e passato, tra giovinezza e maturità, tra punti fissi e nuove prospettive aprendosi e lasciandosi ascoltare senza filtri. Con buona pace dei puristi.

Raffaella Sbrescia

Video: Adieu


Inizia da
0:12

Tracklist

1) ANCHE SE NON VOGLIO

2) ADIEU

3) TRA 100 ANNI

4) COSE DELL’ALTRO MONDO

5) SARÀ LA MUSICA

6) TRASPARENTE

7) L’AGO DELLA BUSSOLA

8) NON TE LO DICO

9) PAURA DI NIENTE

10) LA MIA VITA PRECEDENTE

11) NON CAMBIO MAI

Piramidi: la recensione del nuovo album di Germanò

Piramidi- Germanò

Il titolo è evocativo: “Piramidi“. Il secondo disco di Germanò per Bomba Dischi si compone di 10 tracce e risponde a un cambio di prospettiva, al rovescio dei pensieri freddi, alla coerenza del descrivere il qui e l’ora senza perdere una ritmica accattivante, quasi illusoria di una leggerezza che in realtà non c’è. Germanò rielabora la percezione dei rapporti, gli innesti umani in contesti vari eppure legati da un filo conduuttore impercettibile ma massicciamente presente: la solitudine. “Piramidi” è stato scritto e arrangiato in solitaria, sono poche ma tangili le variazioni strumentali con cui Germanò prova a innescare un cambiamento nella propria linea melodica costellandola di synth e richiami  alla disco music. Germanò scrive in terza persona senza mai scindere la propria anima dalle vicende narrate, sceglie di ispirarsi alla narrativa di Lou Reed senza rinunciare all’immancabile richiamo alla poesia del cantautore Enzo Carella, all’universo di Battiato, alle ritmiche di Riccardo Sinigallia. Il cantautore si affida all’istinto, alla perentorietà dell’esperienza empirica, attiva la percezione dei sensi e ne condensa il senso attraverso frame di immagini definite. Spiccano nella tracklist “Friends Forever”, “Dov’è che mi fa male”, “Stasera esco” e la titletrack “Piramidi”. Tutto e l’opposto di tutto convivono in canzoni che sfidano l’incertezza della vita, dei rapporti, delle prospettive ma che dimostrano sete di cose nuove e fame di vita vera.

Raffaella Sbrescia

Video:

Tracklist

1

Che vita meravigliosa: intervista a Diodato e recensione dell’album

Diodato

Esce oggi “CHE VITA MERAVIGLIOSA” il nuovo album di DIODATO, vincitore del 70° Festival di Sanremo con il brano “Fai Rumore”. In questo lavoro l’artista mette in luce anime diverse e allo stesso tempo complementari. La scrittura cinematografica di Diodato offre l’opportunità di vivere frame di vita vissuta ma anche di immergersi in riflessioni sociologiche di un certo spessore.

A due anni di distanza da “Cosa siamo diventati”, Diodato si mostra particolarmente lucido, ispirato e coinvolgente. In queste nuove 11 canzoni, ci sono passioni e fragilità, amori, solitudini, cadute e rinascite senza mai perdere di vista i rapporti tra esseri umani e le relative barriere invisibili che contraddistinguono un’epoca quanto mai controversa come quella che stiamo vivendo.

Videointervista a Diodato:

Il fatto che Diodato abbia vinto non solo il Festival di Sanremo ma anche il Premio della Critica “Mia Martini”, il Premio della Sala Stampa Radio, Tv e Web “Lucio Dalla” e il Premio Lunezia per il valore musical-letterario di “Fai Rumore”, rappresenta la tangibile testimonianza di un riconoscimento artistico unanime. Antonio Diodato si contraddistingue per aver liberamente scelto di essere un perenne viaggiatore, un navigante felicemente disperso ma mai così a fuoco come adesso. La sua ricerca di verità nascosta nelle persone e nelle cose si rivela in tutta la sua luminosa bellezza all’interno dei suoi testi. Se a questo aggiungiamo il prezioso e fertile contributo musciale del noto produttore discografico Tommaso Colliva per la realizzazione dei nuovi arrangiamenti, tanto ricchi, quanto variopinti e strutturati, capiamo perché possiamo definire “Che vita meravigliosa” come l’affresco estemporaneo dell’essenziale invisibile agli occhi ma percepibile dal cuore. La fragilità, la caduta, il fallimento, la riflessione, la rinascita, l’indagine e la riflessione sono gli assi nella manica di un artista apparentemente malinconico ma estremamente innamorato della vita. L’impegno di Diodato è quello che ci serve per reagire, per riaccendere l’emotività, per cedere all’input evocativo di una voce forte, nitida, avvolgente. Che siano baci o altissime e fragorose onde, ascoltando Diodato non possiamo far altro che abbandonarci felicemente a questo flusso di coscienza vorticoso e sì, meraviglioso.

Raffaella Sbrescia

Nel 2020 Diodato sarà live per la prima volta all’Alcatraz di Milano (22 aprile 2020) e all’Atlantico di Roma (29 aprile 2020) e il 16 maggio rappresenterà il nostro Paese all’Eurovision Song Contest nella città di Rotterdam.

Cosa faremo da grandi? La recensione del nuovo album di Lucio Corsi

Lucio Corsi

Lucio Corsi

“Cosa faremo da grandi?” è il titolo del nuovo lavoro discografico del cantautore Lucio Corsi. L’immaginario di questo giovane artista di Castiglione della Pescaia si destreggia tra allegoriche visioni e metaforiche trasfigurazioni di suoni, immagini, ricordi, concetti, personaggi rappresentati in modo originale e fiabesco. Le 9 ballate che compongono l’erede di “Bestiario musicale” si snodano tra sonorità figlie del glam rock anni ‘70 con il prestigioso contributo di Antonio “Cooper” Cupertino alla co-produzione e di Francesco Bianconi, sempre più magister user di mellotron, prophet, moog, cori, acme siren. Da cantastorie a cantore del surreale, Lucio Corsi si distacca dalla contingenza e dalle tendenze che scorrono frenetiche per mettere in evidenzia un modo di esprimersi e raccontare tutto personale. Le canzoni prendono vita da spunti autobiografici per poi evolversi in riflessioni profonde mascherate da liete novelle. La prospettiva di ascolto è una visuale molto ampia, e lo diventa sempre di più se chi si trova ad ascoltare questo disco è un sognatore, uno ricco di spirito. Si parte dalla title track, concepita tra le rive di Castiglione della Pescaia, per descrivere uno stile di vita peculiare in cui si festeggiano più le partenze che i traguardi, in cui si può smontare tutto ciò che si è fatto per ripartire serenamente verso altre avventure. Il viaggio continua passando tra le evoluzioni sonore di “Freccia bianca” in cui fanno capolino gli echi delle chitarre elettriche tipici del glam rock anni 70 e ispirati a Brian Eno, ai Roxy Music, ai T. Rex. Suggestivi anche i cambi di prospettiva di “Trieste”: l’effetto del vento cambia a seconda di dove si va: se giriamo le spalle e cambiamo direzione, il vento diventa spinta e non è più un freno. E così andare, la narrazione del disco diventa un cortometraggio a colori e si arriva alla figlia del surrealismo puro “Big buca”. La canzone è la messinscena di un’impresa in cui il bambino, protagonista del brano, non lascia nulla al caso: si porta l’aria se non c’è, l’acqua se manca, calcola la forza del vento, tutto per attuare l’agognato piano di arrivare in Cina, dall’altro lato della Terra, e scoprire se il cielo sia un tetto o meno. Magici e commoventi i versi e gli arpeggi di “Amico vola via”. Il racconto armonico si chiude con l’immaginifica “La ragazza trasparente”, una canzone d’amore aulica dedicata a una donna partorita dalla mente di un giovane uomo pronto a sorprendersi e a regalare sogni, quale è Lucio Corsi.

Raffaella Sbrescia

Storm and drugs: Dardust chiude la trilogia ispirandosi all’estetica del sublime. Intervista

dardust

Esce oggi S.A.D. “Storm and drugs” il nuovo album nonché ultimo capitolo della trilogia discografica di Dario Faini, in arte Dardust. Muovendosi sul filone nord europeo lungo l’asse Berlino-Reykjavik-Edimburgo, il pianista, autore e produttore mette in campo tutta la sua poliedricità dando libero sfogo a turbe personali, influenze filosofico culturali, ispirazioni strumentali all’interno di uno scenario musicale apocalittico che non conosce limiti e mezze misure.

Tempeste emozionali attraversano questo progetto strumentale che prende spunto dalla corrente tedesca di fine ottocento denominata “Sturm und Drang”. Come nei quadri di Friedrich, l’ascoltatore diventa parte integrante dell’ascolto attraverso scenari e sonorità improvvise e inaspettate. Dardust affronta la tempesta dall’interno in modo ambizioso, complesso, ricco, vorace. Il risultato finale è la catarsi, altresì interpretata come riscatto, rinascita. La paura e l’estasi si sublimano in un vortice perturbante, così come viene elucubrato all’interno della critica del giudizio di Kant.

Le tante esperienze dal vivo e gli scambi artistici che ho avuto modo di intraprendere dall’uscita di “Birth” nel 2016 ad oggi, mi hanno reso una persona diversa. Ho affrontato un processo di maturazione molto veloce, ho attraversato periodi complessi e difficili ai quali ho reagito affidandomi alla musica, lasciando che le mie percezioni si muovessero senza pressioni e senza particolari prospettive. Il messaggio di questo lavoro è proprio quello di abbattere le barriere, affidarsi all’inconscio e lavorare con passione. Ogni volta che riascolto l’album si riaccendono in me le stesse emozioni con cui l’ho concepito, questo accade perché ho lavorato con onestà creativa, senza deviazioni o compromessi mantenendo il controllo del lavoro seguendo ogni singolo dettaglio personalmente.

Tra tutti i brani del disco, STURM II è il più emblematico e il più ambizioso. Ci sono tante modulazioni, riferimenti alle colonne sonore che ho amato:da John Carpenter a John Williams, i compositori preferiti da Liszt a Beethoven, influenze sudamericane, percussioni, beats improvvisati. Il brano è un crossover molto particolare nato in modo spontaneo, parte in modo oscuro per raggiungere una catarsi finale che considero liberatoria. La mia drug è la creatività, la musica ha tirato fuori in maniera colorata quello che avevo dentro e lo ha fatto in maniera veloce guarendomi. In “Beatiful solitude” raggiungo la pace che segue la tempesta. Ora pian piano ricomincio a cercare nuove energie e a voler scoprire qualcosa di nuovo. Sono in fase di totale rinascita e, al netto di questo piccolo bilancio, sono sempre più convinto che bisogna fare le cose di cui ci si appassiona senza pensare forsennatamente al risultato. Mi piace pensare che se c’è qualcosa che viene fatto con onestà e passione, quella emozionalità intrinseca dovrà per forza di cose arrivare a qualcuno. Quando lavoro ai progetti pop sono un compagno di viaggio, quando lavoro da solo mi assumo i miei rischi e mi lancio nei miei studi captando energie.

I concerti che si terranno a breve, saranno un upgrade dello spettacolo live che ho ideato. Il concerto resterà diviso in due atti ma ci saranno dei colpi di scena con cui mi presenterò al pubblico europeo per sorprenderlo. La formula della dualità rappresenta la mia doppia anima per cui la parte acustica e quella elettronica sono destinate a convivere.

Nel frattempo ci sarà il mio zampino anche al Festival di Sanremo: i brani di Elodie e Rancore a cui ho lavorato mi hanno stupito entrambi per motivi diversi. Non si tratta di canzoni facili, hanno bisogno di diversi ascolti per sedimentarsi senza mai annoiare chi li ascolterà. D’altronde questa è la mia sfida: i brani che durano di più sono destinare a rimanere”.

Raffaella Sbrescia

La tracklist del disco:

Sublime

Prisma

Storm and Drugs

Without You

Ruckenfigur

S.A.D.

Sturm I – Fear

Sturm II – Ecstasy

Beautiful Solitude

 

 

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