Note di viaggio. Capitolo 1. Venite Avanti. A lezione di storia, di vita, di musica con Francesco Guccini e Mauro Pagani.

Francesco Guccini-Mauro Pagani

La canzone è una sorta di gibigianna, e cioè riflesso di luce su una superficie, non sta ferma, si allarga, viaggia, conquista territori e persone, con trame che sfuggono, attraverso passaggi che ignori…Perchè la canzone è magia, un fenomeno continuamente migrante”, scrive Francesco Guccini sulla quarta di copertina del primo capitolo di “Note di viaggio. Venite avanti”. Il progetto discografico nato da un’idea di BMG in collaborazione con Mauro Pagani con l’obiettivo di dare nuova veste e nuovo slancio alle più belle canzoni di Francesco Guccini. In prima battuta il maestro non si dichiarava particolarmente entusiasta del progetto, poi grazie al prezioso contributo di Pagani le cose si sono pian piano fatte più concrete fino ad ingaggiare 27 artisti con i relativi manager per un colossal musicale pensato per prendersi il suo tempo di ascolto e comprensione.

Il disco si apre con un’inaspettata sorpresa: un brano inedito scritto e cantato proprio da Guccini, intitolato “Natale a Pavana”. Un brano che, a partire dall’uso del dialetto pavanese, profuma di altri tempi, crea un’atmosfera sognante, nostalgica e genuina. Nato da una poesia, il brano narra di un Natale pavanese del dopoguerra, quella fase dove il cuore andava ricostruito pezzo per pezzo, così come si andava a costruire nuovi ricordi per seppellire vecchie tragedie. Ferrovie appenniniche, cumuli di neve, occhi curiosi, parenti importanti fanno capolino attraverso la voce imperiosa di Guccini che risuona forte e intensa come se niente fosse cambiato in questi anni.

Invece il Maestro è cambiato, eccome. Si è trasferito in Toscana, al confine con l’Emilia. Si dichiara scrittore convinto, risolto e soddisfatto. Canticchia ritornelli di canzoni raccattate nei meandri del bagaglio mentale di una vita, dichiara di aver messo le chitarre in un angolo e di non guardarle neanche più, eppure c’è un ma. Sì, il Maestro non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: a proposito delle 250 canzoni visionate da Mauro Pagani per questo progetto, Guccini ci tiene a sottolineare che tutti negli anni si sono fissati con “L’avvelenata”, “Dio è morto”, “La locomotiva” ma pochi si sono soffermati sulle sue numerose e lunghissime canzoni piene di contenuti, concetti, ricordi, personaggi da raccontare, amare e ricordare.

Ma torniamo a “Note di viaggio”: un ispirato Mauro Pagani racconta di come si sia sentito grato ed entusiasta nel mettersi a studiare il repertorio di Guccini, andando oltre le canzoni più famose, scegliendo e selezionando 4 brani per ogni artista coinvolto nel disco. Per molti di questi, Guccini è stato un elemento formativo sia dal punto di vista personale che artistico. Un modo per toccare con mano l’affetto, il rispetto e l’amore che il mondo della musica nutre nei confronti di un artista che ha fatto scuola.

Perseguendo l’obiettivo di mantenere intatta l’identità dei brani originali, Mauro Pagani ha lavorato per togliere il superfluo e fare in modo che l’urgenza comunicativa dei brani selezionati potesse arrivare al pubblico fino all’ultima sillaba del testo, il tutto cercando di fare in modo che ogni interprete potesse sentirsi a proprio agio e credibile allo stesso tempo.

Un lavoro difficile, certosino, di quelli che tanto piacciono a un artigiano della musica che, nel corso dei decenni, ha saputo fondere la propria pelle a quella di tanti artisti.

Francesco Guccini

Francesco Guccini

Tra le canzoni più importanti del disco c’è “Auschwitz”, cantata da Elisa. Il brano con cui è iniziata la carriera pubblica di Guccini ma anche la prima canzone che ha sancito il rapporto di Pagani con la musica del Maestro. Un giovanissimo Pagani, abituato al rock’n roll tutto forma e niente contenuto, si è imbattuto nella profondità di Guccini restandone profondamente colpito. Un’altra scelta coraggiosa, che ha sorpreso anche Guccini, è stata quella di inserire “Tango per due”, interpretato da Nina Zilli. Una rara occasione di ascolto originale e d’antan. Molto intensa anche Malika Ayane in “Canzone quasi d’amore”. Tutto emiliano il duetto di Luca Carboni e Samuele Bersani in “Canzone delle osterie fuori porta”. Particolarmente riuscita è l’interpretazione che Brunori Sas fa di “Vorrei”: forse il migliore di tutto il disco. Immancabile “L’avvelenata” che Pagani ha voluto cantare in prima persona in duetto con Manuel Agnelli.

In attesa del secondo capitolo, in cui magari ci sarà anche un rapper a cantare, Guccini ricorda con rammarico il brano “Van Loon”, ispirato a suo padre, perito elettromeccanico, innamorato degli studi classici. Una canzone rimasta nel cassetto dopo la morte del papà e che avrebbe voluto vedere rinascere in una nuova veste. Per concludere in bellezza, il Maestro ha voluto spendere qualche parola di solidarietà nei confronti della senatrice a vita Liliana Segre: “E’ una vergogna che una sopravvissuta all’Olocausto sia costretta a viaggiare con la scorta. Così come ho trovato vergognosa l’astensione in parlamento. Sono sicuro che con queste mie parole, mi attirerò una serie di invettive sui social ma per fortuna non li frequento, dicano pure quello che vogliono”. E, sempre a proposito di politica, Guccini si conferma un uomo di sinistra che crede nella sua terra e che confida nel futuro, nonostante tutto.

Raffaella Sbrescia

Gianna Nannini presenta l’album “La differenza”: il suo rock si fa black e valica i muri.

Gianna Nannini_Cover album La differenza

Gianna Nannini ritrova la sua America a Nashville. La cantautrice pubblica, infatti, un nuovo album “La differenza”  registrato proprio negli States dopo aver trascorso diverso tempo a scrivere in una stanza scelta ed affittata ad hoc a Gloucester Road, a Londra, per concentrarsi, comporre, evolvere la identità artistica. La cantante afferma di essere partire al buio, affidandosi al suo istinto, alla ricerca di un brivido per ogni nuova canzone che ha preso forma nel suo incantato MYFACEstudio circondata dai suoi fidati collaboratori Mauro Paoluzzi, Gino Pacifico, Fabio Pianigiani, Dave Stewart. Nella patria della western country music, Gianna Nannini ha ritrovato la vena black: blues e rock suonati in presa diretta per un risultato curato ma di impatto immediato con l’obiettivo di fare la differenza. Le canzoni, registrate al primo o secondo take al massimo, senza overdubs e con microfoni live l’hanno ispirata e fatta sentire a proprio agio per ritrovare il discorso lasciato in sospeso con l’album “California” e per mantenere quella famosa promessa fatta a Conny Plank: un disco soul in linea con la sua inconfondibile voce.

I testi sono incentrati sui conflitti d’amore, meccanismi tossici nati da differenze da accettare come naturali. Il monito del disco è dare la sveglia agli esseri umani, abbattere i pregiudizi seguendo una visione d’insieme al di là delle crepe. In studio una band da sogno capeggiata da Simon Phillips per un connubio artistico sensuale e fluido. L’unico duetto del disco è con Coez in “Motivo”. Il graffio di Gianna e la melodia del cantautore si sono trovati in un brano che mette in pista le velleità di entrambi per una collaborazione autentica e voluta.

Gianna Nannini Foto di Daniele Barraco

Le parole di Gianna nascono da riflessioni estemporanee, trovano subito la luce, non vivono artificiosamente su un pc e scivolano ora sinuose e pungenti, ora piene e travolgenti in un disco che riporta la Nannini alle sue radici dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione. Perseguendo la naturale attitudine a lasciarsi andare in contaminazioni di varia tipologia, la Nannini si mostra carica e determinata nel definire una nuova identità di se stessa dopo aver esaurito un certo tipo di discorso artistico. Questo rock acustico nasce pertanto con la forte volontà di valicare i muri mentali e le mode imperanti. Le basi ritmiche sono scelte e pensate per una performance artistica di fascinazione sessuale a dispetto di tutto e tutti. Sarebbe bello se Simon Phillips potesse suonare anche durante le tappe italiane del tour di Gianna, anche dopo il tour europeo e la data di Firenze. Per saperlo bisognerà attendere e sperare. Gianna intanto allo stadio Artemio Franchi il prossimo 30 maggio ci andrà da ghibellina, pronta a spaccare. Come suo solito.

 Raffaella Sbrescia

D.O.C. è il nuovo album di Zucchero “Sugar” Fornaciari. Nella tempesta, ecco lo spirito nel buio.

ZUCCHERO

A tre anni di distanza da “Black cat”, Zucchero Sugar Fornaciari torna in pista con “D.O.C”, un album con cui l’artista sceglie di raccontarsi in modo fedele, autentico e in linea con i tempi, sia dal punto di vista testuale che musicale.

Zucchero vive i tempi che corrono lasciando perdere i doppisensi ammiccanti. Non è più tempo della goliardia, è tempo della riflessione, della ricerca, forse della redenzione.

Il fulcro da cui prende vita tutto il lavoro rimangono le sue amate origini, presenti anche in copertina, che il cantante sceglie di fare proprie a tutto tondo. Dal blues, al soul, al R & B, al gospel, passando per un uso caldo dell’elettronica, D.O.C suona come un disco attuale sia nei suoni che neglI arrangiamenti. Al fianco di Zucchero, alcuni nomi storici: Max Marcolini, presente dal ‘98, il brother in blues Don Was. Subentrano poi diversi giovani produttori come Nicolas Rebscher, Joel Humlen, Steve Robson, Eg White per mettere a fuoco un percorso di ricerca che è andato avanti per circa un anno a seguito dell’ultimo tour di Zucchero.

Zucchero Robert Ascroft

Zucchero Robert Ascroft

Tempi sospettosi, tempi sospesi sono quelli di cui ci parla l’artista che, nel suo inconfondibile stile, disegna un quadro fedele di un mondo molto simile a una pentola in ebollizione. In ogni canzone viene fuori uno spirito, una luce, una speranza, quasi come se Zucchero stesse cominciando a intravvedere una forza superiore, un’entità mistica non ancora definita ma che in qualche modo esiste. Questo intimismo è stato fin da subito un aspetto evidente all’artista che, difatti, si definisce geloso di D.O.C proprio perché ha toccato punti delicati, richiamando antichi ricordi di infanzia. Tra i termini chiave dell’album c’è la parola “freedom”, libertà. Un termine inflazionato, di cui molti abusano senza pensare al fatto che ormai siamo del tutto condizionati nei comportamenti e nel modo di interpretare le cose. Zucchero ne rivendica l’autenticità professando uno stile di vita country, lontano dalle apparenze, circondato da pochi fidati amici e ben distante dalle velleità di chi non si mostra per quello che è davvero. Zucchero parla infatti anche delle cosiddette “vittime del cool”, recrimina un allontanamento globale dallo stile di vita autentico, genuino e onesto di un tempo. Prende a male parole quello che non è più il “Belpaese”. Denuncia intrighi, corruzioni, l’ involuzione socio-culturale, rimette in pista il dialetto, collabora a quattro mani con De Gregoriprima  e Van De Sfroos poi, duetta con l’astro nascente Frida Sundemo e si prende la liberà di condividere pensieri romantici e controcorrente. Scappa una lacrima da mezza lira in “Testa o croce” in cui riappare la terra natìa Roncocesi. Accompagnato dalla sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa, proprio come accadde tanti anni fa quando fu sradicato in Versilia, Zucchero abbraccia il mondo con un nuovo tour mondiale che, questa volta, prenderà il via dal Bluesfest Byron Bay in Australia il prossimo aprile. Saranno tanti i concerti che si susseguiranno subito dopo, tra i tanti anche un nuovo record di date consecutive all’Arena di Verona, ormai storico punto di riferimento per l’artista emiliano a cui piace essere stanziale, rilassato, concentrato e pronto a dare il meglio di sé, sempre accompagnato da musicisti che fanno invidia alle star mondiali. Sono tanti gli aneddoti di cui fa menzione Zucchero, così come sono tante le cose che dice attraverso le sue canzoni senza che debba esplicitarne il contenuto. La stoffa, la misura, la sostanza di artisti del suo calibro si misurano semplicemente con la potenza di parole che, tassativamente in italiano, arrivano ancora a toccare il cuore di migliaia di appassionati in tutto il mondo. Che D.O.C sia con noi e, a buon rendere!

Raffaella Sbrescia

Iodegradabile: il nuovo album di Willie Peyote testimonia che si può fare rap ad alti livelli

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 Uscirà il 25 ottobre “Iodegradabile”, il nuovo album di Willie Peyote. Il rapper e cantautore incide il quarto lavoro discografico per Virgin Record e si rilancia con piena linfa e rinnovato ardore sull’ottima scia dell’apprezzato singolo “La tua futura ex moglie”. La grande novità di questo lavoro è l’introduzione di un’ossatura strumentale che mette in piedi una ritmica armonica decisamente più matura con ampia evidenziazione del groove sempre caro al Peyote. Il disco è stato registrato a Torino con la partecipazione degli ALL DONE, band composta da Kavah, Danni Bronzini, Luca Romeo, Daio Panza, Marcello Picchioni. Le sonorità sono meno black e più rock di richiamo inglese.

Anche i testi del disco fanno capo alla nota vena ironica del torinese. In “Iodegradabile” Willie ritrae un fedele quadro sociale e antropologico complessivo della situazione attuale in Italia spaziando dalla politica alle relazioni interpersonali.

“Questo è un disco sul pezzo. Si parla di tempo: ne abbiamo sempre poco. Parlo quindi della fine della vita, della morte, dei social, del nostro essere costantemente in vendita o in cerca di approvazione. Funzioni se hai likes, visualizzazioni, condivisioni. Tutto deve funzionare subito, non ci diamo il tempo di capire le cose. Mi sento responsabile di ciò che scrivo e penso a tutti i lati da cui possa essere vista e interpretata la mia scrittura. Spero che con questo lavoro possa allargarsi la fetta di pubblico a cui parlo perché parlare solo con chi ti dà ragione non ha senso, vorrei parlare con chi finora non mi ha mai ascoltato. Non voglio fare l’errore che ha fatto la sinistra negli ultimi 30 anni. Se fai il comunicatore devi capire il linguaggio di chi c’è intorno a te. L’ho capito quando facevo il formatore in un call center.

Parlando dei testi vi dico che  “Mango”è il pezzo più rap, prendo spunto dal rap nuovo, la trap se fatta bene, spacca. In”Catalogo” dico: tutto bene quel che finisce. Il concept gira intorno all’idea che siamo tutti sia venditori che acquirenti di noi stessi. In “Mostro”, incentrato sul governo gialloverde quando era ancora in carica, parlo del dissidio tra contenuto di informazione e complottismo.

Per la prima volta in un disco dico “Ti amo”. L’ho fatto perché ero innamorato, forse lo sono ancora ma non sono il tipo da dichiararlo. Sono nichilista, cinico ma è anche vero che se per un giorno sono felice non vedo perché non possa dirlo solo per scontentare qualcuno. In questo caso ho provato a mettere in piedi anche un progetto di vita senza riuscirci per cui non escludo che nel prossimo album metterò questo fallimento nero su bianco (ride ndr).

Video: La tua futura ex-moglie

Tra i miei cardini di riferimento c’è un unico vero obiettivo: far muovere culo e cervello contemporaneamente. Ho sempre pensato che ai concerti ci si debba divertire e infatti ho scritto questo album pensando proprio al tipo di reazione che avrebbe avuto chi l’avrebbe ascoltato live. Spero che la gente abbia voglia di ballare oltre a cantare. Questa volta nei live ci sarà una band e anche se non siamo ancora settati, posso garantire che il groove non mancherà. La combo basso-batteria è imprescindibile. Sfatiamo il mito secondo cui il rap non può viaggiare di pari passo alla cultura. Si può fare rap a livelli alti, bisogna capire se e come cambiare il linguaggio per arrivare alla gente in modo efficace. La cultura non deve essere per forza pesante, a me per esempio diverte dire parolacce per stemperare la tensione. Non voglio essere così vecchio da non capire la musica dei miei coetanei. Nella musica cerco di far riflettere i ragazzi, nessuno è privo di un diritto, tutti vanno educati a usare lo stesso. In me ci saranno sempre gli artisti che mi hanno forgiato: da Giorgio Gaber, a Frankie Hi- NRG e Daniele Silvestri. In questo disco, ad esempio, c’è un chiaro e nitido riferimento a Pino Daniele. Poi ci sono tanti richiami ai libri che ho letto e ai comici che ho guardato.

Se ragiono più ad ampio raggio, ci sono giorni in cui mi sveglio e penso che la gente davvero non abbia speranza, non voglio però che questo sia l’unico pensiero. Smettere di sperare equivarrebbe a morire”.

Raffaella Sbrescia

Polvere e Asfalto: la recensione dell’album di esordio di Vins

Polvere e Asfalto

Polvere e Asfalto

Che cosa vuol dire far musica sentendosi parte di una dimensione parallela, fuori dal tempo, dallo spazio e dalle necessità dettate dalle incombenze del vivere quotidiano? Prova a spiegarcelo Vincenzo Pennacchio, in arte Vins, con il suo album d’esordio “Polvere e asfalto”. Musicista e cantautore napoletano, Vins usa la penna e le corde per mettere a fuoco una serie di riflessioni ora estemporanee, ora più stratificate attraverso un modo di esprimersi autentico e privo di artifizi.

Il viaggio di Vins inizia con “Come si fa?”, un brano che inneggia a vivere e muoversi controtempo e controcorrente per non rischiare di restare mummificati dalla polvere e dall’asfalto che ogni giorno siamo corretti a schivare pur muovendoci esattamente al loro interno.

Le vibrazioni sonore che scandiscono parole ed emozioni sono figlie di ascolti standard. Tra blues e rock che hanno marchiato a fuoco intere generazioni, nella musica di Vins rimane questo flusso di continuità che è sinonimo di qualità.

C’è un tempo per odiare, un tempo per amare, canta Vins in “Domani”, una canzone per definire la propria identità. Lontano da stereotipi e mode, il cantautore mira alla sostanza delle cose, questo è ciò che avviene tra le righe di “Curami” in cui la musica nuda è la cura perfetta per evolversi dalla contingenze quotidiane e muoversi su strade nuove.

La cruda amarezza e il feroce disincanto vibrano ne “Il vento”: un po’ bisogna cedere e farsi il culo in tre, sporca è l’anima della rabbia che sento dentro, le certezze sono bandiere stuprate dal vento, non mi va di essere usato per pagare i vostri conti, il mio disprezzo è il mezzo di comunicazione. Più onesti, diretti e trasparenti di così davvero non si può essere.

La riflessione si fa urlo definitivo in “Io non sono qui”: il varco per uscire completamente fuori, allo scoperto, privati da vincoli e definizioni. Vins evade e in questa fuga attraversa “Polvere e asfalto”, percorrendo chilometri a piedi nudi, barcamenandosi tra bestie feroci fino a divenire entità astratta. Rimane una vibrazione strumentale, prima cruenta, poi dolce e struggente.

La trasIfgurazione è solo metaforica, la consistenza di Vins è ancora vivida e scomoda, esattamente come appare ne “Il mondo è qua”: benvenuto a euro-zona, tu sei zero, non sei persona, il codice a barre è la tua identità, scrive Vincenzo senza fare sconti. Ecco perché è il caso di individuare un “Punto di fuga”, come lui fa attraverso parole e canzoni.

Assurdo pensare che il rock’n’roll sia “Solo uno show” quando assurge a una tale potenzialità espressiva eppure questa consapevolezza piomba con forza ineludibile anche tra i sogni di Vins. A chiudere l’album è “Immobile”, una ballad amara ma avvolgente. Un monito a non crogiolarsi nel dolore e a credere che ci sia sempre e comunque un buon motivo per saltare nel buio.

Raffaella Sbrescia

 

 

 

Intervista a Giuseppina Torre: in “Life book” vi racconto il mio inno alla vita

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Anticipato dalle composizioni “Never look back” e “Gocce di veleno, dal 21 giugno è disponibile nei negozi di dischi, in digital download e sulle piattaforme streaming LIFE BOOK”, il nuovo album di composizioni inedite di GIUSEPPINA TORRE, pubblicato da DECCA RECORDS e distribuito da Universal Music Italia (UMI.lnk.to/LifeBook_G_TorreWe).

Prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio, “Life Book” esce sulla scia del grande successo ottenuto dalla pianista con il concerto nel Cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco, nell’ambito di Piano City Milano 2019. Le 10 composizioni del disco, con musiche composte ed eseguite da Giuseppina Torre, raccontano le suggestioni, i pensieri e il vissuto dell’artista negli ultimi anni, come un vero e proprio “racconto di vita” in musica.

 Intervista

Ciao Giuseppina, siamo felici di conoscerti. L’occasione è particolarmente propizia visto che è appena uscito il tuo nuovo album di inediti “LIFE BOOK”. Non possiamo esimerci dal chiederti come nasce questo progetto, il relativo titolo e lo spirito con cui il disco si presenta al pubblico.

- Questo progetto nasce dall’esigenza di raccontare la mia rinascita attraverso il Pianoforte e attraverso la mia musica. Sono “appunti di vita“ degli ultimi anni , racconto ciò che il mio cuore ha provato in questi anni, il percorso di rinascita attraverso il dolore laddove le avversità sono diventate opportunità  Si presenta al pubblico, traccia dopo traccia, come un inno alla vita, inducendo l’ ascoltatore a diversi punti di riflessione.

Il brano che ha anticipato la pubblicazione è quantomai esplicativo già a partire dal titolo:Never look back”. Quanto c’è di autobiografico in questa composizione e nel disco?

- In “Never look back”, come in tutte le composizioni del disco, c’è tutta la Giuseppina donna e artista poiché i due ruoli si fondono e si confondono. In questa traccia esprimo la volontà di chiudere definitivamente la porta del passato gettando tutti i sassi che appesantivano il mio cuore per intraprendere, con passi più sereni , il cammino della Vita.

A questo proposito le avversità che hai affrontato sono diventate forse la tua più grande risorsa. Cosa desideri raccontarci a riguardo?

- Le avversità mi hanno fatto comprendere quanta forza avessi. E’ stato un percorso lungo e laborioso, con tantissimi momenti di scoraggiamento ma quando ti trovi a un bivio dove devi scegliere se soccombere alle difficoltà o reagire, io ho preferito aggrapparmi alla vita con tutte le mie forze. Questo percorso di guarigione è stato possibile grazie alla vicinanza di mio figlio Emanuele, il mio faro, della mia famiglia, degli amici più cari e soprattutto all’ incontro di due persone che sono state fondamentali per la mia rinascita artistica: Riccardo Vitanza e Fatima Dell’Andro. Senza loro non saremmo qui a parlare di “Life Book “che è pubblicato dalla prestigiosa etichetta Decca Records e distribuito da Universal Music Italia .

Il disco è prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio. Come hai lavorata con loro e come siete riusciti a trovare la sintonia ideale?

- Ho avuto la fortuna di poter lavorare con un team composto da persone dove ognuna è un’ eccellenza nel proprio ambito lavorativo. Il team è stato creato da Riccardo Vitanza che mi presentò Lucia Maggi , assistente alla produzione, e Davide Ferrario . Conoscevo Davide di fama poiché ha lavorato per tantissimi anni con Franco Battiato. Con lui è scattato subito un feeling musicale ed è nata subito una sintonia artistica. Pino “ Pinaxa “ Pischetola è il massimo che si potesse desiderare al missaggio e alla masterizzazione, il mago del suono! Il disco è stato registrato nella Sala di Griffa & Figli su uno Stainway meraviglioso, il loro top di gamma, stupendo. Quando hai la fortuna di lavorare con un team composto da eccellenze non può non venir fuori un vero “gioiello”!

Ci piacerebbe che ci raccontassi i pensieri, le suggestioni e il messaggio che ci sono dietro brani come “Rosa tra le rose”, “Gocce di veleno”, “Un mare di mani”. Una triade particolarmente rappresentativa.

- “Rosa tra le rose “è la traccia che apre l’album ed è dedicata alla mia mamma che è venuta a mancare due anni fa . Lei si chiamava Rosa e i suoi fiori preferiti erano le rose. Tutto l’album è dedicato a lei . “Gocce di veleno “porta il titolo dell’omonimo libro di Valeria Benatti, scrittrice e voce di R.T.L. . Tratta il tema attualissimo della violenza sulle donne, infatti il libro narra la storia di un amore malato e della violenza fisica e psicologica che è molto subdola. Traendo ispirazione dalla lettura del libro e passando attraverso la mia esperienza personale è nata “Gocce di veleno”. “Un mare di mani “tratta un altro tema attuale quello degli sbarchi dei clandestini. Abito vicino a Pozzallo, meta di sbarchi, e ho visto dei filmanti originali di salvataggio. Sono stata malissimo nel vedere il mare di mani di questi esseri umani che cercano altre mani che li salvino dall’ annegamento. Sono scene forti e crudeli. Si dovrebbe riflettere molto a riguardo …

Quali sono invece le differenze tra questo album e “Il silenzio delle stelle”?

- Quello che si avverte subito nell’ ascoltare “Life Book “è l’ assenza di tormento che vi era ne “Il silenzio delle stelle”. Si respira, anche nelle composizioni più malinconiche, la voglia di pace e serenità interiore, pace e serenità che sono riuscita ad acquisire in questi anni non poco travagliati .

Come hai vissuto il fatto che il tuo nome è stato recentemente inserito all’interno del “Dizionario dei compositori di Sicilia”, opera del poeta e scrittore triestino Giovanni Tavčar?

- L’ essere inserita in questo dizionario la cui memoria storica va dal periodo dei greci fino ai tempi nostri mi onora immensamente e con orgoglio penso che lascerà una traccia di me ai posteri.

Dove suonerai dal vivo prossimamente?

- Dopo la presentazione ufficiale del disco avvenuta il 24 Giugno a Milano presso la Rizzoli Galleria , si stanno organizzando altre date che toccheranno le principali città italiane da nord a sud . E’ tutto work in progress.

Quali sono obiettivi a breve termine che poni davanti a te?

- Mi pongo di vivere sempre con e per la musica e di vivere in armonia con essa e con tutto ciò che mi circonda.

A che punto del tuo cammino artistico senti di essere in questo momento?

- Ho raggiunto obiettivi importanti, ho vissuto esperienze che sono andate oltre ciò che potevo sognare, ho avuto riconoscimenti internazionali importanti ma per mio carattere non mi sento “ arrivata “ e non mi adagio sugli allori . Tutto ciò che ho raggiunto con sacrificio e sudore sono solo l’inizio di un cammino appena intrapreso e di tanta gavetta ancora da fare.

Quali sono quei lati e quegli interessi personali che ad oggi sono rimasti nascosti?

- Mi affascina il mondo della medicina soprattutto il settore della ricerca e leggo riviste del settore. Sarei diventata una ricercatrice nel campo medico se il pianoforte non mi avesse “rapito “. Amo anche il cinema e la letteratura e quando voglio staccare coltivo queste mie due passioni.

Come porti avanti la tua ricerca artistica?

– Ascolto tantissima musica non solo classica ma tutti i generi dal pop al rock al jazz all’ elettronica. Allargare i propri orizzonti musicali sono motivo di arricchimento e crescita artistica.

Raffaella Sbrescia

Mario Venuti presenta il nuovo album “Soyuz 10″. Intervista

Mario Venuti

Mario Venuti

Mario Venuti pubblica il decimo album di inediti “Soyuz 10” in 30 anni di carriera e lo fa con classe, sapienza e maestria. La sua è una scrittura senza tempo, elegante e corposa. Un preciso tratto distintivo di un artista che da sempre ama creare e vivere in modo autentico e lontano da sovrastrutture.
A raccontare il nuovo album è lui stesso con queste parole:
“Ho intitolato il disco in questo modo per cercare di andare oltre l’automatismo che in genere scandisce questo tipo di operazione. In questo caso ho lasciato che una sessione di registrazioni mi coinvolgesse al punto da mettermi al centro di una visione. Il protagonista di questo momento è stato un microfono Soyuz, particolarmente adatto alla mia voce. Ho quindi immaginato che proprio quel microfono potesse trasfigurarsi in una sorta di razzo che traghettasse la mia voce in altre dimensioni. Per concludere il tema dell’incontro e del relazionarsi tra le persone mi ha incoraggiato a scegliere il titolo”.
Il mood che scandisce questi brani è distensione e positività. Questo tipo di vibrazioni sono frutto della maturità e della prorompenza dell’esperienza. Ci sono molte canzoni d’amore incentrate sul concetto che gli umani hanno un bisogno disperato della componente emozionale, benchè oggi tutto sia fortemente condizionato dalla mente e dalla razionalità.
“Il mio rapporto con la musica è sempre stato naturale anche se con il tempo sono diventato più istintivo. Prima scrivevo da solo ed era un lavoro di sedimentazione, ora invece annoto piccole frasi, veri e propri frammenti su dei taccuini, ho delle basi armoniche e sono fanatico della melodia. Poi mi vedo con Pippo (Kaballà ndr) e tutto prende una forma più compiuta. Il plot diventa netto e la mia felice consuetudine raggiunge il lieto fine. Per spiegare questo processo in modo più concreto, l’ultima trilogia di album rappresenta l’esempio perfetto: il “Tramonto dell’occidente’ del 2014 era il disco della ragione (abbiamo volutamente messo da parte la componente emozionale per raccontare la società e la crisi). ‘Motore di vita’ del 2017 era un disco fisico in cui azione e ballo s’incentravano sulla riscoperta del corpo. Questo è chiaramente un disco del cuore, nato in posti di mare di fronte a grandi orizzonti marini tra Sicilia e Liguria con grande istintività e senza pc”.
“La mia vita personale è di basso profilo. Vivo in un quartiere misto di Catania e ho sempre preferito i contesti off limits. Mi piace il mio paradiso bohemien, faccio una vita tranquilla e mantengo intatto il legame con la mia terra e con la dimensione affettiva. Lì vivo e scrivo, Kaballà ormai è una certezza costante, è sempre bello condividere idee e pensieri con lui. Con Bianconi invece mi diverto molto, la sua presenza è diventata un rito scaramantico. Voglio che in ogni mio disco ci sia una canzone scritta da lui, una persona colta che stimo moltissimo”.
“I confini tra l’autobiografismo e la fiction sono sempre molto labili, trovo che sia giusto che sia tutto molto sfumato. Allo stesso tempo la mia nostalgia del futuro sta nel cercare di rapportare tutto all’oggi, offrire letture e punti di vista da prospettive diverse lasciando anche qualcosa di non detto. La tecnologia ci sovrasta ma l’unico antidoto possibile è instaurare un legame con elementi naturali, ritagliarsi spazi di disintossicazione. Ogni eccesso ha le sue controindicazioni.
Il mio linguaggio sta in bilico tra passato e presente, oggi si tende allo svacco, il mio è molto più raffinato. Vorrei istituire la giornata mondiale dell’immodestia, un giorno all’anno in cui ci si spoglia della finta umiltà. Vorrei semplicemente dire che un disco così, oggi, è veramente raro per eleganza, raffinatezza, ricerca musicale, armonica, testuale. Questo album è molto più suonato rispetto a “Motore di vita”. Qui c’è un’importante componente umana, ci sono musicisti veri, archi, fiati, ma sfido chiunque a produrre, oggi, un disco senza Pro-Tools e computer. Mi fregio di dire che è un album molto vario e pieno di riferimenti, sono portato a fare dischi variegati dal punto di vista stilistico, ho rinunciato all’idea di stare dentro uno spazio ristretto di azione, mi piacciono i dischi vari e infatti il mio preferito dei Beatles è ‘Revolver’, che contiene di tutto un po’.
Non mi preoccupo delle tendenze, i social sono un’appendice, una sovrastruttura. Il nocciolo rimangono le canzoni, domani resteranno solo quelle a prescindere dal resto che rimane del materiale che si consuma in giornata.
Se penso ai nuovi cantautori, sinceramente non penso a una rottura con il passato, anzi. Sono convinto che l’attuale scena pop sia la naturale prosecuzione di quanto abbiano insegnato i primi maestri del cantautorato italiano. Lo stesso Tommaso Paradiso si rifà apertamente a Carboni, Venditti, il primo Vasco. Poi penso a Brunori, ovvero la summa del cantautorato classico italiano: Gaetano, Battisti, Dalla, De Gregori ben miscelati e serviti. C’è un filo che lega le canzoni di oggi a quelle di ieri e questi artisti ne sono la prova dimostrata”.
Raffaella Sbrescia

Ballate per uomini e bestie: la mastodontica opera d’arte di Vinicio Capossela

Poesia, filosofia e denunzia confluiscono in “Ballate per uomini e bestie”, il nuovo album del cantautore, ri-trovatore e immaginatore Vinicio Capossela. In questo undicesimo lavoro in studio l’artista studia, analizza e metabolizza la realtà in un modo del tutto inusuale, complesso, ricco e potente. In questi 14 brani Vinicio si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia. L’Arte a tutto tondo prende il volo in queste ballate potenti e maestose, impreziosite da arrangiamenti strutturati, originali, spesso ispirati a medioevo, rinascimento e barocco. Un excursus antropologico di una portata tanto imponente quanto ben al di soprà delle possibilità cognitive di chi andrà ad ascoltarlo.
Nel presentare il disco, Vinicio Capossela racconta: “Questo lavoro parla della scomparsa dei vincoli sociali, si mette in luce l’aspetto anarchico del sé. All’interno del contesto in cui avviene questa autoanalisi c’è la peste. Il filo discorsivo sviscera la propagazione virale della stessa. I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi. Il disco offre tante letture e porta a termine una serie di studi, approfondimenti, spunti, idee che ho portato avanti per 7 anni. La forma della ballata mi permette di raccontare delle storie attraverso un linguaggio erudito, edotto. Mi piace l’idea di fornire spunti, richiami, analogie e confondere l’immaginario di chi ascolta. In questo disco mi sono cimentato anche con nuove sonorità, su tutte quelle date dagli archi ipnotici di Teho Tehardo, si tratta di un mondo che ho scoperto da poco e che mi ha affascinato”. Il lavoro è stato scritto, composto e prodotto da Capossela mentre è stato registrato nell’arco di due anni tra Milano, Montecanto (Irpinia) e Sofia (Bulgaria) da Taketo Gohara e Niccolò Fornabaio. I compagni di viaggio di Vinicio sono stati: Alessandro “Asso” Stefana, Raffaele Tiseo, Stefano Nanni, Massimo Zamboni, Teho Teardo, Marc Ribot, Daniele Sepe, Jim White, Georgos Xylouris e l’Orchestra Nazionale della Radio Bulgara”.
In un’epoca in cui il mondo occidentale sembra affrontare un nuovo medioevo inteso come sfiducia nella cultura e nel sapere e smarrimento del senso del sacro, Capossela mette in mostra le similitudini e il senso di attualità che lo legano profondamente alle cronache dell’oggi prestando particolare attenzione al suono e al significato della parola scritta. All’interno di questi racconti c’è spazio per la contemplazione e la denuncia. Antico e moderno, rurale e urbano, forme primitive ed evoluzioni contemporanee convivono dando forma a inquietudini e pulsazioni, coadiuvandosi con riferimenti musicali storici e immaginifici. I movimenti dei suoni si allineano con quelli delle parole. Il contrasto tra sacro e profano racconta ed esorcizza il presente. In questo medioevo altro e tecnologicamente evoluto, fatto di nuove crociate, rinnovate guerre di religione, oscurantismo, lavoro industriale sulla paura, diffusione virale di pestilenze, dietro di noi o nella nostra mente inconscia ci sono gli animali: le bestie rappresentano pertanto l’ irrisolto punto di accesso al mistero della natura umana.
La narrazione prende il via con “Uro”, un animale estinto capace di incarnare la forza e il mistero di un unico buio primordiale. Fin dall’inizio l’accesso al sacro, al mistero, ha per l’uomo il volto dell’animale. Il viaggio prosegue con “Il povero Cristo”, ispirato alle vicende narrate dal Vangelo e che ci ricorda la grande croce di ciascuno di noi: Amare la vita e vivere sapendo di morire. Cristo non è riuscito ad insegnare agli uomini a salvarsi con il precetto più semplice che è quello in cui è racchiusa tutta la buona novella, il lieto annunzio: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
La ballata più viva, ricca, furente è “La peste”: scorrono a cadaveri parole nel respiro della rete a mucchi interi. La meravigliosa peste virale che tutti ci fa liberi, che tutti ci fa uguali , la meravigliosa peste che libera il bubbone tutti in polluzione. Selfie, servie, selfie, servie. I nuovi crociati, un nuovo medioevo, il vecchio fascio nero.
Ci troviamo in una fase primitiva, una zona ibrida che non ha un’ etica, una normativa, in cui vale tutto, soprattutto i contenuti intimi della persona. Il brano è dedicato a Tiziana Cantone e vede Vinicio Capossela cimentarsi con l’autotune e un certo uso della tecnologia particolarmente ben riuscito.
L’uso della paura si fa strumentale in “Danza Macabra”, un brano ispirato all’immaginario universo di Tim Burton e di grande suggestione grazie ad un arrangiamento superbo. La danza della morte fa ballare tutti al suo ordine. Vince la maledizione eterna: ad mortem festinamus! Oggi a me domani a te”.
Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover

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Ricchezza di parole e metafore si possono godere ne “La ballata del porco”: il maiale, animale totemico della cività contadina, mette in luce il tema del sacrificio: dopo una vita d’ingrasso, la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi fa testamento. Ed è il testamento dell’uomo che ha voluto vivere con tutto il suo corpo che è appunto anagramma di porco.
Ne “La ballata del carcere di Reading”, Oscar Wilde, grande cultore della bellezza e dell’artificio scopre nella caduta il sentimento della com-passione e lo restituisce in questa ballata. “Ma ogni uomo uccide quello che ama”.
Un punk tribale, vivo e vibrante scandisce le “Le nuove tentazioni di Sant’Antonio”: un aggiornamento nel mondo contemporaneo delle tentazioni del celebre Abate che, come Prometeo, si calò all’inferno per rubare il fuoco. Famose sono le sue tentazioni che, in questa narrazione, si adeguano al mondo moderno: fare merce dell’attrazione, artificiare l’immaginazione, fare selfie in masturbazione, fare sesso in digigrafia, avvelenare la natura, bloccare il mondo con la paura. Fare un inferno di questa terra in nome del Paradiso, fare un deserto e riempirlo di niente.
Un pezzo preraffaelita viene definito “La belle dame sans merci”, ispirata alla poesia di John Keats per provare a spiegare in altri termini lo spinoso tema della solitudine.
Ancora una visione ispirata ad antichi temi per “Perfetta Letizia”, direttamente figlia dei fioretti di Francesco d’Assisi per provare a spogliarsi di tutto e andare oltre noi stessi e sostenere la pena della vita con leggerezza.
L’asino e poi il cane, il gatto e il gallo sono i protagonisti de “I musicanti di Brema”. Animali che impersonificano esseri umani destinati a morte da esaurimento nel ciclo produttivo e si uniscono per fare finalmente una cosa magnificamente inutile.
Giunge poi il western notturno di “Le loup Garou”: la metafora dell’uomo che in fase elettorale mette in piena luce la voglia di carne cruda. Il mannaro è l’infrazione della barriera tra uomo e animale. Un’altra corsa senza lieto fine è quella de “La giraffa di Imola”: nella corsa di questa giovane giraffa ci sono tutti i recinti e i fili spinati e il mare-sepolcro che circondano la “fortezza Occidentale”. L’amore non colto e l’esilio a vita, nella vita sta tra le righe del brano “Di città in città”. Da estraneo sono venuto, da estraneo me ne vado. Portando l’orso.
Chiude questo lavoro antologico “La lumaca”: una poesia per ricondurre il mondo all’umile e piccolo. Fuori dal tempo dell’Utile e del Lavoro. Il Sacro è lento e immanente. Capossela celebra la sacralità della lentezza, unica forma di eternità possibile: portarsi il cosmo sulle spalle e godersi la scia, esattamente come metaforicamente fa la lumaca.

 Raffaella Sbrescia

Animali Notturni: la recensione del nuovo album di Fast Animals and Slow Kids

animali-notturni-fask

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Con il quinto album “Animali Notturni” i Fast Animals and Slow Kids approdano in Warner Music e si affidano alla produzione artistica di Matteo Cantaluppi. Sulla carta tutto questo suona come un totale stravolgimento per la band capitanata da Aimone Romizi. Nella pratica invece si evince un dato di fatto: il gruppo perugino si è semplicemente evoluto. La passione viscerale è intatta, quello che è vivo è lo scambio di idee, una fusione di concetti, intenti e influenze che è sconfinata in un lavoro di non facile impatto. C’è bisogno di ascoltarlo diverse volte per coglierne i messaggi e le sfumature.

Nelle undici tracce di “Animali Notturni”, i FASK escono in avanscoperta cercando e, quindi trovando, una nuova direzione di un percorso creativo mai stantìo. Si sceglie di dare fiducia a questa band per la coerente intenzione di volersi emozionare suonando e di piacere innanzitutto a se stessa. Non si parla di autocompiacimento bensì di onestà artistica.

All’interno di questo discorso, la figura di Matteo Cantaluppi riveste un ruolo centrale in quanto il suo contributo ha lasciato migrare la centralità del lavoro della band dal testo all’arrangiamento, configurando concetti e pensieri in un modo diverso dai precedenti lavori; un approdo inaspettato, nuovo e forse ancora da metabolizzare per gli stessi FASK, il cui fuoco artistico è vivo brucia insieme a noi esattamente come si evince proprio nella omonima title track del disco. Vibranti, intense, appassionate sono le immagini di stampo evocativo presenti in “Cinema”. Coraggioso, onesto, libero e disperato è il testo de “L’urlo”. Si racconta di pene sentimentali ma da un punto di vista maturo e razionale in “Non potrei mai”, si riconoscono errori, paure e paranoie tra le righe di “Dritto al cuore”. Si insegue la felicità, la diversità, l’apertura dello spirito in “Canzoni tristi”. Arrivano poi i brani oscuri, scomodi e fascinosamente interessanti come “Un’altra ancora “ e “Demoni”: ammissione di colpa, ragionamenti fastidiosamente veri, autentici, viscerali che fanno male al cuore ma che al tempo stesso lo rendono puro e splendente.

I FASK parlano, suonano e scrivono di tutto quello che gli va, in questo ampio range semantico c’è spazio anche per affrontare lo spinoso tema del compromesso artistico in “Radio radio”: la voce di Romizi è incazzata, le parole pure. Il discorso prende una piega più introspettiva in “Chiediti di te” per capire se e come ci si possa sentire inadatti all’interno di un contesto sociale allo sbando. Ed è qui che si finisce al tema del cambiamento in “Novecento”: nuovi orizzonti sono quelli che vorremmo davanti a noi, grandi incertezze sono invece quelle con cui conviviamo ogni giorno senza trovare risposta. Il finale di “Animali Notturni” è più aperto che mai, starà a ciascuno di noi, scegliere come sarà il proprio.

Raffaella Sbrescia

 

Tarantelle: la ripartenza di Clementino. La recensione del disco

Clementino by @Chilldays

Clementino by @Chilldays

Tarantelle” è il nuovo album di Clementino. Un lavoro variegato, ricco di contenuti autobiografici, spesso complessi e scomodi, figlio di un periodo difficile in cui il rapper originario  di Cimitile si è trovato faccia a faccia con se stesso e con un periodo trascorso in comunità.

Forte del tempo, del talento, della volontà, “Tarantelle”riporta Clementino all’attenzione del pubblico attraverso un viaggio musicale che parte dal rap classico passando per ballate d’amore, velocissimi freestyle, dialetto napoletano e tante verità inserite strategicamente nella tracklist. Le 14 tracce che compongono il disco sono frutto di una selezione di 70 brani totali.

Selezionatissimi sono anche i featuring: Gemitaiz, Caparezza, Nayt e Fabri Fibra sono i compagni di viaggio di Clementino in “Tarantelle”, un disco senza freni inibitori, pungente, critico e ricco di giochi di parole. I pezzi più ficcanti sono quelli che ricalcano l’idea di uno stream of consciousness che guardano al passato che rimettono al loro posto le linee guida personali e artistiche di Clementino. L’artista salta da temi seri a quelli leggeri senza soluzione di continuità. Tra i brani più interessanti, evidenzio “Versi di te”; una traccia seria e importante. Al suo fianco piazzo “Babylon” feat. Caparezza ma soprattutto “La mia Follia”, il pezzo più personale e più realistico di Clementino. Il rapper scrive “Ragazzo devi stare attento che la vita fa promesse che non avrai mai” e “[…] scava dentro la propria psiche, prende di petto i problemi affrontati e scende dal trono del rapper tutto ganja e denaro. La degna chiusura del disco arriva con “Diario di Bordo”: Clementino si mette il passato alle spalle con consapevolezza e gratitudine, il suo flow è veloce, intenso, ricco. Da ascoltare e riascoltare per percepire le citazioni, le influenze, i riferimenti culturali ed esistenziali che vanno a rappresentare il significato tangibile di un disco che segna una ripartenza tanto attesa quanto intrisa di fiducia verso il futuro.

Raffaella Sbrescia

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