Mario Venuti presenta “Tropitalia”. Intervista

Ritratti Di Note ha incontrato il cantautore siciliano Mario Venuti per una breve intervista sul suo ultimo progetto “Tropitalia”, un disco di canzoni italiane rivisitate in maniera originale e in chiave “bossanova”…

OIF

Mario, prima di parlare dell’ultimo disco, torniamo agli inizi della tua carriera da solista. Che ricordi hai riascoltando l’album “Un po’ di febbre” e il tuo singolo d’esordio “Fortuna”?

Beh, quegli anni sono irripetibili, scoprivo il magico mondo del Brasile e con “Fortuna” in qualche modo rendevo omaggio a questa cultura straordinaria. La canzone è anche una dedica ad una persona cara che è stata un po’ il mio Guru e mi ha fatto conoscere questa cultura affascinante.

A partire dalla collaborazione con i Denovo, hai attraversato con la tua musica tanti decenni. Cosa tenere secondo te oggi degli Anni ’80?

E’ cambiato tutto, ma al di là delle caratteristiche del mercato corrente e dei mezzi di fruizione, che ci sia il vinile, il cd o lo streaming. Credo che alla fine, l’essenza della creazione, dell’urgenza comunicativa dell’artista, che poi è la cosa più importante, non sia cambiata, perchè alla fine, alla base, ci deve essere il tocco, la magia della creazione: deve essere genuina, deve avere qualcosa che tocca il pubblico, cose che non si sono mai potute racchiudere con una formula. Non c’è un ricettario per fare la canzone perfetta, di successo. E’ sempre qualcosa di misterioso, un miracolo che avviene all’improvviso…

“Tropitalia” è il tuo ultimo progetto discografico. Cosa ti ha guidato nella scelta delle canzoni da rivisitare?

Nella scelta delle canzoni ho cercato di coprire un arco temporale molto vasto. Sono tornato anche agli anni Trenta. Poi gli anni ’50 con “Nel Blu dipinto di blu di Modugno”, che ha un rifacimento in portoghese; una versione percussiva che ha stupito chi l’ha ascoltata; è totalmente diversa dall’originale.Gli anni ’60 sono molto presenti, un’epoca d’oro di cantanti e canzoni. Poi gli Anni ’70 ed ’80. La cosa più recente del disco risale al 2000. Il criterio di scelta delle canzoni non è stato razionale ma istintivo. C’era davvero da perdersi tra migliaia e migliaia di canzoni e quindi si è andati un po’ a cuore e istinto.  Tutto il lavoro di scelta l’ho fatto con il produttore Toni Canto, che è stato un complice perfetto in questa operazione. Siamo andati avanti finchè non abbiamo raccolto il numero sufficiente di canzoni che potesse convincerci, perchè il gioco doveva essere interessante, divertente, stimolante. Se non aggiungi alle cover qualcosa di originale, non vale la pena rifare le canzoni; se invece una reinterpretazione aggiunge elementi nuovi e spiazzanti, offre all’ascoltatore anche una chiave di lettura diversa. In questo caso il gioco vale la candela…

Veniamo da due anni difficili per il mondo della musica. In questo tempo, oltre alla musica, quale è stata la tua ancora di salvezza?

La Pandemia ha minato tantissimi capisaldi della nostra vita; è stato uno sconvolgimento radicale. Il primo lockdown è stata una dimensione che ricordo con un po’ di nostalgia. L’isolamento totale, le città deserte. Qualcosa di poetico lo riconosco a quel periodo. C’era un sentire comune, la voglia di lottare insieme contro questo mostro e quindi c’era anche qualcosa di eroico. Poi i lockdown che sono seguiti dopo, anche per la gestione vaccini e green pass, hanno reso tutto più noioso e burocratico. Ora siamo tutti un po’ esausti, speriamo che possa essere vicina la fine di tutto, e di poter ricostruire sulle ceneri…

In quest’album duetti con con due artisti con i quali hai già collaborato: Joe Barbieri e Patrizia Laquidara…

Questi due artisti sono prima di tutto amici con i quali ho una storia da raccontare, che parte nel passato, ed è per questo motivo che li ho chiamati a cantare nel disco. Con Joe Barbieri duetto in “Vita”, il successo di Dalla e Morandi, con Patrizia Laquidara in “Maledetta Primavera”. Loro due sono stati gli artisti più nelle corde di questo progetto, quindi non ho davvero dovuto spiegare loro nulla. Il disco è nato nel pieno del primo lockdown e, nonostante le distanze, tutti i musicisti che hanno collaborato sono stati eccezionali. Molti hanno suonato da remoto, ma la musica è un linguaggio che riesce ad esprimersi benissimo anche a distanza, anche se non si è presenti tutti insieme in uno studio.

Rivedremo Mario Venuti a Sanremo?

Perché no, spero ci sia l’occasione…

GIULIANA GALASSO

“Tropitalia” Tracklist

1) Ma che freddo fa

2) Figli delle stelle

3) Quella carezza della sera

4) Maledetta Primavera

5) Xdono

6) Non ho l’età (Per amarti)

7)  Voar (Nel blu dipinto di blu)

8) Vita

9) Vivere

10) Il cuore è uno zingaro

11) Una carezza in un pugno

Maldestro presenta “EgoSistema”. Intervista ad ego aperto.

Abbiamo  incontrato il cantautore napoletano Maldestro per una chiacchierata sull’ultimo album “EgoSistema” ma anche tanto altro. Un universo-uomo fatto di immagini, pensieri, personaggi che fluttuano voluttuosi tra i tanti progetti di un artista poledrico.
maldestro

Antonio, più che un’intervista a cuore aperto, la nostra è una chiacchierata ad “Ego” aperto sulle canzoni di questo nuovo progetto. Partiamo proprio dal cuore, disegnato anche sulla copertina del disco. Secondo te come se la gioca con l’ego?

Penso che cuore ed ego siano sempre e completamente in lotta. Ogni tanto vince l’ego, ogni tanto il cuore ha la meglio su tutto. La soluzione sarebbe trovare un equilibrio perfetto tra le due cose. L’ego è fondamentale per l’essere umano, ma non deve prevalere, “sforare”; in questo modo, finirebbe solo per fare danni. La cosa più giusta sarebbe costruire un ponte tra cuore ed ego…

So che “EgoSistema” è un album che, almeno dal punto di vista della scrittura, non ha avuto una gestazione lunghissima…

Sì, è vero, l’ho scritto in pochi mesi, da Novembre 2019 a Gennaio 2020. Rispetto agli album precedenti, è stato diverso il metodo, nel senso che prima tendevo solitamente a prendere la chitarra o il pianoforte e cominciavo a scrivere canzoni. Per questo disco, invece, ho cercato prima un suono diverso, ho creato prima gli arrangiamenti e poi ho cominciato a scrivere, quindi è stato partorito in maniera diversa. Mi sono divertito molto. Ho concluso le registrazioni a Milano a Marzo del 2020, qualche giorno prima del primo lockdown. Sono tornato a Napoli giusto in tempo…

Nel primo periodo di pandemia sei anche tornato al tuo primo grande amore, il Teatro, scrivendo molto anche per questo…

Sì, in quei mesi ho lasciato stare un po’ la musica e mi sono dedicato al teatro, riprendendo delle cose già scritte e scrivendo dei racconti nuovi per ultimare il mio primo romanzo. Gli ultimi due anni li ho trascorsi così…

Qualche mese fa hai anche portato in scena al Teatro Piccolo Bellini di Napoli lo spettacolo “Io non sono pacifista”…

Sì, è uno spettacolo ispirato alla storia di Gino Strada. Ho letto i suoi libri e mi hanno letteralmente aperto il cuore a metà, così ho pensato di farne una pièce teatrale. E’ stato un bellissimo viaggio. Io amo molto il teatro civile. Questo è stato uno spettacolo necessario, e anche doloroso. Persone come Gino Strada devono essere raccontate, perchè si tratta di uomini in grado di “spostare” il pensiero e cambiare la visione del mondo. Per me è stato un onore poterlo far rivivere in questo spettacolo e poterlo rappresentare in qualche modo…

Iniziamo ad entrare nelle canzoni di questo disco. Parto dalla title track “EgoSistema”. La frase “Io fingo di ascoltare tutti” quanto ti somiglia?…

Parecchio. Mi somiglia parecchio perchè è così, talvolta siamo così presi da noi stessi che quello che dicono gli altri ci interessa poco. Nonostante io sia un “ascoltatore seriale” e mi piaccia molto ascoltare, ogni tanto fallisco vergognosamente…

Alla fine della canzone ci sono delle bellissime parole. Mi hanno colpito in particolare queste, perchè raccontano una grande verità: “Ci sono persone scritte al contrario, puoi leggerle solo da dentro, e allora ci devi entrare”…

Sì, a declamare queste parole è Cinaski, Vincenzo Costantino, un bravo poeta milanese, anche se dire bravo è molto riduttivo. E’ un grande poeta con il quale ho collaborato; ci siamo ritrovati una sera a Milano in un locale, assieme a Manuel Agnelli, e per caso è nata anche la nostra amicizia. Lui ha scritto molti libri e ha lavorato anche con Vinicio Capossela. Le persone scritte al contrario sono in assoluto le migliori che abbia mai incontrato in vita mia, hanno un pensiero diverso dai soliti schemi abituali. Faccio sempre il tifo per questo tipo di persone…

Sì questo è un po’ il discorso che facevamo prima, dell’equilibrio tra cuore ed ego. Trovare un equilibrio col mondo esterno ti aiuta poi a guardarlo meglio il mondo, e per trovarlo, secondo me, bisogna prima cercare dentro di sè, cercare chi si è, in modo che poi gli altri si possano accordare, un po’ come le navi sull’oceano. Il mondo è fatto di individualità che devono poi creare una comunità, e quindi è fondamentale trovare questo equilibrio…

Una delle mie canzoni preferite di questo disco è “Anna se ne frega”, un pezzo delicato e intimo che racconta anche di quanto a volte sia liberatorio “sbagliare e fregarsene”…

Assolutamente. Sbagliare ci aiuta a correggere il tiro, a comprendere chi siamo. Chi non fallisce, non fa. Sono un grande fan dei fallimenti perchè su quelli si costruisce e si guarda avanti. Sbagliare è fondamentale…

Un’altra canzone fortemente autobiografica è “Pezzi di me”. Hai in qualche modo ricomposto i pezzi di questo Puzzle?

No, non credo. O almeno, in quei tre minuti e mezzo di canzone, sì, perchè in quel breve tempo, canti, ti liberi, e in qualche modo ti rimetti a posto con l’universo. Poi subito dopo, i pezzi, e per fortuna direi, ritornano di nuovo sparsi, e quindi il lavoro che mi tocca fare ogni tanto è quello di raccoglierli e di metterli di nuovo insieme. Sono fatto di pezzi che si compongono e scompongono continuamente…

Probabilmente non basta una vita a raccogliere tutti i pezzi di sè

Ma forse nemmeno due…

“Il Panico dell’ansia”, L’ansia del Panico. Sono in qualche modo complementari o intercambiabili?

Sì, in base al livello di ubriacatura… (ride… n.d.r.)

Nel 2017 hai partecipato al Festival di Sanremo con “Canzone per Federica” (Secondo Posto tra le Nuove Proposte e  Premio Della Critica Mia Martini n.d.r.) che io considero una delle canzoni più belle mai scritte nella musica italiana. Rifaresti il Festival?

Sì lo rifarei. Sanremo è stata un’esperienza molto bella, divertente, appassionante. L’ho vissuta come se fosse veramente un gioco, cercando di non essere risucchiato dalle luci della ribalta. L’ho vissuta davvero come fosse una gita della scuola…

Quale canzone di questo disco avresti presentato a Sanremo?

Forse “Come Kim Ki-Duc”, uno dei pezzi che più mi rappresenta.

Hai citato il Regista “Kim Ki-Duc”, e in due pezzi dell’album citi Marilyn. Che rapporto hai con il Cinema?…

Con il cinema ho un rapporto straordinario. Sono un appassionato di film in bianco e nero, ma anche del cinema muto. Amo in particolare il cinema coreano che, secondo me, ha autori e registi fantastici, tra cui Kim Ki-Duc, Il cinema mi ha dato tanto, ed è una forma d’arte che, attraverso le immagini, la scrittura, il sonoro, esprime tantissimi sentimenti. E’ una forma d’arte completa…

C’è una frase che ripeto spesso nelle mie interviste con gli artisti, e che nel tuo caso, mi sembra particolarmente calzante: Ci sono “Dischi da leggere e Libri da ascoltare”. Tra i tanti, quali sono stati i libri che ti hanno cambiato e salvato la vita?

Uno dei libri che mi ha cambiato la vita è stato “La Fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani, uno di quegli autori che “sposta il pensiero” e ti fa guardare le cose e il mondo in maniera diversa., Questo è stato un libro che mi ha aperto davvero gli occhi su tante cose e situazioni, soprattutto interiori. Terzani, oltre ad essere un giornalista di grande valore, è stato anche un uomo che è sceso spesso dentro di sè. A me ha donato tanto, quindi è un autore che consiglio a tutti…

Un altro pezzo che amo di quest’ album è “Paranoie”, canzone che racconta delle nostre fragilità. Mi piace questa frase che recita un’altra grande verità: “Farsi amare senza amare” è un piccolo reato…

Sì lo è, anche se io sono del parere che si cambia nella vita, si cambia almeno ogni mezz’ora. A volte riascolto cose che ho scritto un paio di anni fa e mi dico ” Ma questo sono io… io non la penso così ora…”. Questa frase ha in sè una piccola verità anche se penso che poi tutto è amore, e anche quando non si ama ci sono sempre delle ragioni d’amore. Riascoltandola oggi probabilmente non la riscriverei…

Cose dette da altri con le quali Maldestro è d’accordo o meno…

“Date fiducia all’amore, il resto è niente” (Giorgio Gaber)
Beh sì, sono d’accordo. L’amore è la ragione per cui tutto è…

“La Globalizzazione è un sistema studiato per far respirare il denaro attraverso la pace” (Alessandro Baricco)

Trovo che la globalizzazione abbia i suoi pro e i suoi contro, io sono per l’Umanità. Per me è un fallimento che l’Italia si chiami Italia e la Polonia si chiami Polonia. Mettere una bandiera per varcare un confine è come mettere un muro, e questo spesso è causa di guerre, ma è anche vero che la globalizzazione ha portato ricchezza culturale; rispetto a cinquant’anni fa, oggi è molto più semplice potersi confrontare con qualcuno che vive in Finlandia, e questo confronto ci porta a crescere, conoscere e comprendere anche altre culture e umanità.

“Ogni cosa fatta in qualche modo la si paga in ansia, in insuccesso, e se tutto va bene, in nostalgia… (Fabrizio De Andrè)
Sì concordo… e con la morte concluderei io… Mi viene in mente una frase di un film d’animazione, quella della scena in cui Simba e il padre guardano l’orizzonte e Simba chiede al padre: A cosa serve l’orizzonte se noi ci avviciniamo e lui si allontana?… E il padre risponde: Per avanzare…
Anche se noi sappiamo che ad un certo punto c’è la fine, viviamo per avanzare, l’istinto umano ci porta ad andare sempre oltre. Sembra una follia ma la grandezza della vita è questa…

Ci saranno prossimamente appuntamenti live di concerti o teatrali?…

Sì, stiamo lavorando in questi giorni alla chiusura di alcuni concerti. Anche per il teatro è così. Ci saranno delle date estive ma non abbiamo ancora un calendario definito.

Nell’Egosistema di Maldestro come si vive?…

Una bomba… (ride n.d.r.)… Scherzi a parte, si vive tra terremoti e primavere…

“EgoSistema” Tracklist

1) Ma chi me lo fa fare
2) EgoSistema
3)Precario Equilibrio
4) Anna se ne frega
5) Pezzi di me
6) Il panico dell’ansia
7) Leggero
8) Segnali di fumo
9) Paranoie
10) Un’altra bella scena (porno)
11) Come Kim Ki-Duc

GIULIANA GALASSO

Francesco Dal Poz presenta l’album “Zero”. Intervista

Ritratti di Note ha incontrato il cantautore veneto Francesco Dal Poz, per una chiacchierata sul nuovo progetto “Zero”,  album dal quale sono già stati estratti i singoli “Cerco casa” “Tisana” ed “Estate Spaziale”.

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Francesco, “Zero” è un album che nel titolo ha tutto il sapore della partenza, o della ripartenza…

Sì, come dici tu, è proprio un album “di ripartenza”. Quando sono entrato in studio, nel Marzo 2019, ho avuto subito la sensazione che qualcosa stava cambiando. In quest’album ci ho messo dentro anche tutte le esperienze e le cose fatte precedentemente, la musica ascoltata da adolescente. Lo definisco una ripartenza, perchè c’è stata una piccola grande rivoluzione interiore che ha poi portato alla realizzazione del disco stesso.

Dal punto di vista dei suoni, nel disco hai anche partecipato agli arrangiamenti insieme al produttore Roberto Visentin.

E’ stato un bel lavoro di squadra e la partecipazione di Roberto nell’arrangiamento di alcuni pezzi è stata preziosa.

L’artwork della copertina, curato da Federico Ferè, è assolutamente originale. In copertina ci sono dodici elementi che richiamano le dodici canzoni del disco.

Devo ringraziare Federico Ferè che è stato bravissimo a cogliere la mia sfida, ovvero quella di inserire in copertina dodici elementi che ricordassero le dodici canzoni contenute nell’album. Stando un po’ attenti si riescono a scoprire tutti.

So che hai fatto anche un contest con il pubblico presente alla presentazione ufficiale del disco.

Sì ho lanciato questo simpatico gioco alle persone presenti: chi fosse riuscito per primo ad individuare tutti i dodici elementi della copertina, avrebbe vinto un cd. Il disco è stato assegnato dopo poco.

I testi delle canzoni parlano di quotidianità, vita vissuta, e attingono molto anche alla tua di vita. In questo momento, c’è una canzone che ti somiglia più delle altre?

Bella domanda, direi “Pancake”, una canzone che parla dell’importanza di dedicare il giusto tempo alle persone che amiamo. In questi ultimi tempi mi sono ritrovato sommerso dagli impegni, come nel periodo pre-covid, e ho dovuto spesso mettere il lavoro prima di ogni cosa, anche prima degli affetti. Ecco perchè questa è la canzone che sento più vicina a me in questo momento.

So che ami molto Napoli, una città che ti ha affascinato sin dalla prima volta in cui l’hai vista. 
Una delle canzoni di quest’album, “Un sorriso alla volta”, è stata ispirata proprio da un episodio di vita di una ragazza napoletana…

Sì, mi è successa una cosa molto particolare su Instagram. Una ragazza napoletana, sapendo che ero un cantautore, mi ha contattato, e ha voluto condividere con me un episodio doloroso della sua vita: aveva perso qualche mese prima il suo grande amore, un ragazzo della mia età, venuto a mancare il 2 Maggio 2018, una data per me molto importante, perchè proprio in quel giorno avevo pubblicato “Il Cerchio”, una canzone scritta per mia nonna quando è venuta a mancare. Una serie di coincidenze che hanno portato poi alla nascita di questa canzone. Ho scritto “Un sorriso alla volta” pensando proprio a quella ragazza…

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Ci sono appuntamenti live pianificati per il prossimo anno?

Sì, sto lavorando ad un mini tour che mi vedrà insieme alla Band un po’ in tutta Italia. Speriamo di riuscire a fare tutto così come l’abbiamo pensato…

A te che sei così bravo a descrivere la quotidianità nelle tue canzoni, chiedo cosa sia la felicità. Qualcosa che somiglia di più alla serenità, da cogliere nel quotidiano, o un guizzo improvviso che ti travolge e poi ti lascia?

Mi piace distinguere tra serenità e felicità. In generale mi ritengo una persona mediamente serena; ho una sorta di pace interiore che è abbastanza costante, talvolta con alti e bassi; e poi ci sono momenti in cui la felicità esplode, guizza, per poi ritornare ad appiattirsi. La vita stessa, le cose quotidiane, il fatto di essere una persona normale, alla quale piace scrivere canzoni.
Ognuno trova il proprio modo di esprimersi. La musica è il mio. E mi sta regalando grandi soddisfazioni…

Parliamo degli artisti che hanno collaborato in quest’album.

Luca Donazzan dei “Lost”, band Meravigliosa, che ha suonato una parte di basso in “Tisana”; Reinaldo Anastacio, compositore brasiliano, che ha scritto una parte e ha cantato una parte in “Rio, e Riccardo Rossi di un’altra fantastica Band, “The Sun”, che invece ha fatto la parte ritmica in “Adesso è qui”

Piccolo spoiler: Ci sono canzoni nuove?

Sì, in realtà ho già iniziato prima dell’estate a lavorare con il mio team a un album nuovo. Tra qualche settimana torno in studio…

Giuliana Galasso

Tracklist di “Zero”

1) Tisana
2) Cerco Casa
3) Pancake
4) Vivere d’istanti
5) Banale
6) Un sorriso alla volta
7) Rio
8) Novantanove
9) Estate Spaziale
10) Adesso è qui
11) Bonsai
12) Non ho più nulla

Intervista a Caffellatte: scrivere è libertà

Abbiamo incontrato Caffellatte, nome d’arte di Giorgia Groccia, cantautrice, scrittrice e speaker di origini pugliesi, classe ’94, per parlare del nuovo singolo “Sottovuoto” e di tutti i nuovi progetti.

Caffellatte

Caffellatte

Giorgia, quando inizia il progetto Caffellatte?

In realtà questo nome ce l’ho da sempre, e quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni e a pubblicare ufficialmente i primi singoli, ho voluto tenerlo.
Ho iniziato nel 2015 a scrivere canzoni, poi il resto è stato un divenire, una ricerca, soprattutto a livello di suoni, per capire quale sound mi piacesse di più. Con gli ultimi brani usciti, “Endorfine”, “Valium”, “Alcol Test” e “Carta Stagnola”, sono riuscita a trovare il mio vestito sonoro ideale. E’ stata davvero una evoluzione naturale.

Essendo anche una scrittrice, nasci in qualche modo dalle parole. Nel 2018 hai pubblicato il romanzo Blue Frammenti, in cui racconti, anche in modo crudo, il rapporto tra generazioni. Quanto è autobiografica quest’opera?

Il libro non è autobiografico. Racconto una storia totalmente inventata, ma essendo scritta in prima persona, mi sono immedesimata nel personaggio principale; ci sono degli spazi in cui ho utilizzato il “mio personaggio” per esprimere pensieri miei, ma la storia del romanzo, in cui si parla anche di violenza, di dinamiche familiari complesse e non belle, non è la mia. Il libro nasce comunque dall’esigenza di voler inventare qualcosa e di volermi raccontare in maniera allegorica. Scriverlo è stato divertente, e anche molto toccante ed emotivo…

Il singolo attualmente in promozione è “Sottovuoto”, canzone che racconta della sensazione di soffocamento provocato dall’essere tra la folla e al contempo della tristezza nel doverla rifuggire. Farà parte di un album?

Certo, “Sottovuoto” fa parte di un album che uscirà prossimamente. Ho iniziato a scrivere anche nuove canzoni, ma questa è una esigenza personale. Quando un’idea mi illumina e si accende “la lampadina”, io scrivo. La scrittura è una cosa libera; per fortuna in questo ultimo anno sono stata molto presa dalla scrittura, anche in maniera spontanea e naturale. Vedremo cosa salverò e cosa scarterò delle cose scritte in questi mesi, ma già solo il fatto di scrivere è una cosa positiva.

Tu sei anche una speaker radiofonica. In che modo la radio entra, se entra, nel tuo mondo musicale e nel processo di scrittura delle canzoni?

La radio e la scrittura non sono vasi comunicanti. La radio fa parte del mio essere versatile. Io amo in generale comunicare; per me, parlare al microfono, è una cosa bella. Ci sono persone che non riuscirebbero mai a stare davanti ad un microfono; io invece mi sento molto a mio agio.
Sono a mio agio sia nel parlare ad un interlocutore immaginario, non presente fisicamente, come accade in radio, sia quando devo parlare davanti ad un pubblico vasto. E’ una cosa che mi piace, che fa parte del mio lavoro di comunicazione. E’ una dimensione mia, che non interferisce, né in maniera positiva, né in maniera negativa con la scrittura dei brani…

Quali sono gli artisti che ti hanno formato umanamente e musicalmente?

Il primo è Franco Battiato, l’unico artista per il quale ho pianto quando è scomparso. Fa parte davvero della mia vita e del mio passato. Mio padre me lo faceva ascoltare sempre quando viaggiavamo in macchina. Insieme a Fabio Concato è davvero un pezzo del mio cuore.
Per il resto, essendo una persona curiosa, ho sempre ascoltato di tutto, anche generi musicali molto diversi tra loro. Una costante è stata sicuramente l’ascolto del Rap, italiano ed internazionale, sin da quando ero ragazzina. Ho amato Fabri Fibra, il Fedez degli inizi, Mecna, Guè Pequeno, Ghemon, Dargen D’Amico. Ho una lunga lista di artisti che mi hanno influenzato musicalmente.

Da speaker radiofonica e fruitrice di musica invece, cosa trovi di interessante attualmente nella musica italiana?

Mahmood e Blanco. Sono molto attratta dal sound e dalla metrica di Mahmood. Blanco invece sarà secondo me uno dei prossimi Big della musica italiana destinati a durare nel tempo. Ti dico senza ombra di dubbio loro due…

Quando Giorgia si sente “sottovuoto”, quale mezzo di “decompressione” utilizza oltre la scrittura?

Ultimamente una cosa che mi rilassa è il rumore bianco della Tv o dei Film. Anche se non sto seguendo un film su Netflix o in televisione, averlo in sottofondo mi calma tantissimo. Ti confesso che non riesco a dormire senza il rumore della Tv accesa. Anche correre mi piace, ed è un’abitudine che ho acquisito da pochi mesi. Spero che rimanga perche fa bene sia al corpo che alla mente.

Un sogno/progetto che speri di realizzare al più presto…

Beh, se devo sognare in grande, ti dico un concerto a Roma, all’Atlantico o al Palalottomatica. Non so se si realizzerà mai, ma sarebbe bellissimo. Una cosa più probabile invece sarà, dopo l’uscita dell’album, un Tour in diverse città d’Italia. Intanto incrocio le dita…

Un posto, oltre la città in cui vivi, che ti fa sentire a casa…

Sono romana d’adozione e considero Roma la mia città, ma un altro posto in cui mi sento a casa è Acri, in provincia di Cosenza, il paese di origine di mio padre. Lì ci sono tanti ricordi della mia vita, belli e brutti…

Giuliana Galasso

Amici 20. Intervista a Aka7even: “Vi aspetto in tour per cantare insieme a me!”

Per lo Speciale “Amici20″, abbiamo incontrato Aka7even, il ventenne cantautore napoletano, reduce dall’esperienza del Talent. Dopo aver presentato all’interno della trasmissione canzoni quali “Yellow”, “Mi manchi”, “Mille Parole”, Aka7even, (All’anagrafe Luca Marzano n.d.r. )è attualmente in promozione con il nuovo singolo “Loca”, tratto dall’album d’esordio “Aka7even”.

aka7even

aka7even ph Fabrizio Cestari

Intervista
Luca come stai?

Bene. Viaggio ogni giorno, lavoro ogni giorno, ed è tutto bello…

Prima di parlare di “Amici”, facciamo un passo indietro. Quando e come è nata in te la passione per la musica e per il canto?

La passione per il canto è nata quando avevo l’età di quattro anni circa. A casa tendevo sempre a cantare, ma nessuno all’inizio percepì questa dote, finchè non hanno deciso di portarmi a scuola di canto, e da lì si è capito che avrei fatto questo, per molto tempo. All’inizio in modo amatoriale, ma è stata l’occasione per cominciare…

Cosa ti ha lasciato l’esperienza di “Amici”?

L’esperienza di “Amici” mi ha lasciato sicuramente una maturità maggiore rispetto a quella che avevo prima, sia a livello artistico, di palcoscenico, che a livello personale. Mi sento molto maturato…

E’ cambiato qualcosa nel tuo approccio alla musica?

Sì, l’approccio è molto più professionale, sia in quello che viene buttato giù a livello testuale, che a livello di produzioni e di suoni.

Sei stato citato simpaticamente durante l’intervista fatta ad Alessandro Cavallo (Ballerino n.d.r.) perchè lui ci ha raccontato che qualche volta è stato vittima dei tuoi scherzi, e di quelli di Deddy…

Sì vero… (ride n.dr.)

Che rapporti hai stretto con i ragazzi in Casetta?

Ho avuto un buon rapporto con tutti, ma si è creato un legame profondo proprio con lo stesso Alessandro, con Deddy e Tancredi. Con loro ho stretto tantissimo. Condividevamo tutto ogni giorno, se c’era un po’ di tempo libero stavamo sempre insieme. Qualche giorno fa ci siamo visti, quindi ci frequentiamo tutt’ora. C’è un rapporto bellissimo tra noi…

Aka7even Autore, Aka7even interprete. Come convivono queste due dimensioni?

Convivono bene. Io in realtà nasco come interprete, poi, in un secondo momento ho cominciato anche a scrivere. Le due cose per me sono abbastanza connesse. Nel momento in cui interpreto un pezzo, cerco di scrivere un sottotesto all’interno che mi rappresenti, quindi è come se ciò che canto lo avessi scritto io.

Una domanda dei tuoi Fans. Quando hai scritto il pezzo “Black”, l’ispirazione per scriverlo da dove è nata?

L’ispirazione per comporre questo pezzo è nata da uno stato d’animo molto cupo, in un periodo in cui mi trovavo in difficoltà all’interno della Casetta, e l’unico sfogo era scrivere o conversare con qualcuno. Nel momento in cui ho iniziato a scrivere, è nata “Black”

Quali sono gli Artisti che hai ascoltato fin da piccolo e ti hanno formato umanamente e artisticamente?

Alex Baroni, Pino Daniele, Michael Jackson, Justin Bieber…

Il primo grande sogno che vuoi realizzare adesso, dopo “Amici”?

Sicuramente iniziare i Live, partire in Tour. Uno dei miei sogni è stato sempre quello di avere un palco a disposizione, e sotto i miei Fans che cantano assieme a me le mie canzoni. Da Gennaio ci sarà la possibilità di fare tutto questo…

Uno dei miei pezzi preferiti è “Yellow”. Come è nata questa canzone?

“Yellow” è nata con una Pop Line già pronta, che avevo creato io. Mi trovavo in un B&B con uno dei miei pre-produttori, avevo un mal di pancia forte, e in napoletano, quando hai mal di pancia e sei un po’ opaco in viso, si dice “Stai tutt’ ingialliat”. Io ho trasformato questo essere “Ingialliato” in “Yellow”…

Tre aggettivi per descriverti…

Esuberante, creativo e… il contrario di monotono

 

Ci racconti se e quanto sia autobiografica la canzone “Luna”?

“Luna” è una canzone “semi”autobiografica, soprattutto perchè è stata scritta con Tancredi, quindi nel pezzo c’è parte di me e parte di lui.
Nasce in un momento di divertimento totale; mi mancava il secondo pezzo ad “Amici”, e ho detto a Tancredi “Dai, iniziamo a scrivere qualcosa se ti fa piacere”. Ho deciso di finirla nell’album perchè poi è nata la canzone “Mille parole”…

Il consiglio più prezioso che ti ha dato la tua Coach, Anna Pettinelli?

Di sicuro quello di “Non mollare” nel momento in cui ero in difficoltà nel programma; ero in caduta libera e stavo male psicologicamente. Lei mi ha sempre sostenuto e mi hai detto “Tu hai una dote grandissima, non puoi mollare proprio adesso, quindi alzati e riprenditi, perchè non sai neanche fuori cosa ti aspetta”…

 

Un pensiero per le Pagine Dedicate a te e per tutti i Fans che ogni giorno ti seguono con grandissimo affetto…

Ringrazio tutti per il grandissimo sostegno che mi ritrovo ogni giorno sui Social e in qualsiasi altro contesto. Un messaggio che mi piacerebbe lanciare è quello di non mollare mai, di inseguire sempre un sogno. Sognare non costa nulla. Nel momento in cui c’è qualcuno che blocca il sogno di qualcun altro, bisogna andare dritti alla meta e non ascoltare altro; sentire solo il proprio istinto, seguirlo e andare avanti…

Luca nel salutarti facciamo una menzione speciale per “Loca”, il tuo nuovo singolo, già molto amato e ascoltatissimo in radio e su tutte le piattaforme digitali. Sarà una delle Hit di questa estate.

Grazie mille davvero!

Giuliana Galasso

Paradossalmente, il cantautore jazz “barisiliano” DARIO SKÈPISI si racconta. Intervista

È uscito il 13 maggio, “PARADOSSALMENTE” (Label: Papa Musìque / Distribuzione: Believe Digital), il nuovo album del cantautore jazz “barisiliano” DARIO SKÈPISIIl disco è inserito all’interno della “Programmazione Puglia Sounds Record 2020/2021 – REGIONE PUGLIA FSC 2014/2020 Patto per la Puglia – Investiamo nel vostro futuro”.

Puglia e Brasile si incontrano nell’arte di Dario Skèpisi. Le dieci tracce del disco, che vedono la partecipazione di nomi d’eccezione del panorama jazz nazionale e internazionale, quali Gaetano Partipilo, Giuseppe Bassi, Agostino Marangolo, Mirko Signorile, Nando di Modugno, Pierluigi Balducci, Gianni Iorio, per citarne solo alcuni, porta a compimento un ciclo artistico che è riuscito a fondere perfettamente suoni e sonorità brasiliani alla lingua e alle storie baresi.

Dario Skèpisi

Dario Skèpisi

 

Intervista

Vorremmo subito entrare nel vivo del tuo nuovo album “Paradossalmente” per chiederti di raccontarci l’anima, la genesi e lo sviluppo di questo progetto.

I paradossi non seguono un percorso logico e “paradossalmente” mi è sembrato il titolo azzeccato per le diverse scelte letterarie, musicali e di produzione esecutiva che ho sempre ritenuto di inseguire in questo lavoro. Un esempio su tutti? Provate a girare l’immagine della copertina, vi ritroverete una foto, che, vista al contrario, paradossalmente, sembra un dipinto. E anche questo, paradossalmente, mi ha emozionato.

La tua arte si è sempre fregiata di importanti collaborazioni con musicisti di importante caratura. Anche stavolta il livello è alto e i nomi sono altisonanti. Ti va di raccontarci il lavoro in studio e gli incontri artistici che segnano gli arrangiamenti di questo lavoro?

Ci sarebbe tanto da raccontare, ogni collaborazione ha impreziosito il mio lavoro, e trovandomi in piena empatia con ognuno di questi grandi musicisti, con i quali ho condiviso anche diversi live, questo ha dato luogo a “soluzioni” armoniche su una pre-produzione da me creata con l’ausilio di un programma software (LOGIC PRO) che utilizzo da anni e mi permette di offrire arrangiamenti, scelte ritmiche e armoniche che nascono, ovviamente, da un’idea con la mia chitarra e la mia voce. Mi piace raccontare, per esempio, che sul brano Amambarà nel finale, ho messo in loop una frase del solo del tenorista Carrabba che mi aveva colpito molto.

Parliamo di lingue e di utilizzo del dialetto. Da dove nasce l’esigenza di scrivere e cantare in barese e come cambia secondo te, la veicolazione dei messaggi delle tue canzoni esprimendoti in dialetto?

È nata davvero per caso e quindi è un altro paradosso. Le parole tronche del barese lo rendono ritmico “e con un gioco di parole” come recita il testo di Barisiliano, il mio dialetto può sembrare, come il portoghese, in perfetta sintonia con le sonorità brasiliane. Questo mi ha permesso di “raccontare” in maniera più autentica la mia terra.

Raccontaci come affronti il processo di scrittura dei tuoi testi e quali sono tematiche che ti stanno più a cuore.

I miei testi nascono da stati d’animo o dalla voglia di conoscere e far conoscere storie interessanti. Soprattutto con i testi in dialetto ho avuto l’opportunità di riscoprire storie vere e incredibilmente sconosciute, come in U monde russe, brano che parla della scomparsa di un isolotto prima che un fenomeno di bradisismo lo facesse “inghiottire” dal mare e con lui tutte le meravigliose storie che racconto in questo testo.

Video: Paradossalmente

Come si è evoluto il tuo rapporto con il Brasile e la musica brasiliana nel tempo?

È stata un’evoluzione cadenzata da importanti incontri con artisti brasiliani e con musicisti e professionisti italiani legati all’universo musicale e culturale brasiliano. Uno su tutti il mio amico Max De Tomassi conduttore della mitica trasmissione Brasil di Rai Radio Uno, ora Stereonotte/Brasil, che ha sempre sostenuto con interesse la mia sperimentazione di contaminazione tra testi in dialetto e sonorità brasiliane. Diverse collaborazioni con musicisti brasiliani e il coinvolgimento a promozioni e connessioni dirette con radio, televisioni e manifestazioni in Brasile grazie alla preziosissima amica giornalista Sandra Bandeira, ha fatto il resto. Ma, paradossalmente, non sono mai stato in Brasile e il desiderio di andarci rientra, sicuramente, nei miei prossimi progetti live.

Quali sono i tuoi progetti paralleli in corso?

Ad ottobre, per il Festival Time Zones, porterò in scena “Caro Endrigo”, un omaggio al grande cantautore Sergio Endrigo che ci ha regalato brani meravigliosi. Ci sto lavorando in questi mesi e la considero una sfida non facile, per il rispetto che nutro verso di lui, la sua poetica e straordinaria musicalità. Arrangiare i suoi capolavori e ricercare contenuti letterari con il supporto narrativo dell’attore di Totò Onnis, non è impresa facile!

Cosa pensi dello scenario jazz italiano in questo momento e come pensi che si possa ripartire al meglio dopo lo stop dovuto alla pandemia?

Secondo me il Jazz italiano gode di ottima salute, i punti fermi della storia del Jazz d’oltre oceano rimangono riferimenti imprescindibili, ma trovano nuova linfa negli straordinari talenti che nascono in ogni parte del mondo. Ritengo che le “contaminazioni”, che fanno storcere il naso ai cosiddetti puristi, arricchiscono il linguaggio tradizionale Jazz, del quale bagaglio di ascolto e di conoscenza però non si può prescindere, poi il talento e il cuore di ogni musicista lo farà integrare nel proprio mood. Si deve ripartire dai live, dalle produzioni di qualità e dalle “offerte” musicali di ogni territorio. La Puglia, ad esempio, può offrire molto, e proprio con quel pensiero meridiano, di cui parlava il Sociologo Franco Cassano, si può realizzare l’opportunità di mettere al centro la nostra storia culturale e musicale rendendola protagonista grazie alla presenza di un collettivo di musicisti, artisti, professionisti della cultura e dello spettacolo pugliesi di straordinario talento.

Parlaci del brano “Cape Uastate”: come nasce, che messaggio racchiude e in che modo si colloca all’interno del disco?

Per alcuni ragazzi, cape uastate, la strada è stata cattiva maestra e ogni reato commesso è il risultato di una vita spesso condotta nel degrado socio culturale delle periferie e nell’abbandono. La società civile deve prendersi carico di queste realtà per “trovare una ragione vera per ricostruire”, con la musica ad esempio. Mi piace citare, a tal proposito, “El sistema” di José Antonio Abreu attuato in Venezuela che ha contribuito al recupero di migliaia di ragazzi attraverso un programma di didattica musicale pubblica. Il brano funk che ricorda volutamente il mood del grande Pino Daniele (con Agostino Marangolo alla batteria) rientra nel paradosso di un disco pensato ad avere più anime e diverse influenze che hanno accompagnato il mio percorso che non è solo rivolto alle sonorità carioca. E, paradossalmente, il brano è già in finale nel contest Nazionale “Je so pazz” edizione 2021 dedicato a Pino Daniele, che si terranno a fine Luglio.

Il tuo estro creativo regala una nuova veste a “Padrone mio”. Raccontaci di più di questa idea…

Si tratta di un omaggio al cantautore pugliese Matteo Salvatore. Questa è la sua versione, nel dialetto di Cerignola (Foggia), di un canto popolare di un anonimo siciliano che racconta la condizione di sfruttamento dei contadini nel sud Italia. Mi è sembrato giusto fare richiami corali afro e dare una veste nuova “progressive” a questo canto “popolare” che racconta di uno sfruttamento che ancora oggi è perpetrato nelle nostre campagne, e che, paradossalmente, ci vede come i nuovi carnefici di altri esseri umani.

Infine arriviamo a “Soli” brano strumentale che fa parte del lavoro teatrale, monologo musicato, “Binari Paralleli” tratto dal racconto di Italo Calvino “L’avventura di un soldato” portato in scena da te e dall’attore Maurizio De Vivo. Parlaci di questo progetto e di eventuali nuovi sviluppi in tal senso.

Ho voluto concludere con uno dei brani composti appositamente per musicare uno splendido testo di Calvino. Con la sua ineguagliabile capacità descrittiva lo scrittore italiano in questo racconto narra delle vicende che accadono nello scompartimento di un treno tra un giovane soldato di fanteria ed una misteriosa ed attraente vedova. Tutto ciò ha stimolato la mia creatività nel riportare quelle emozioni in musica. Di questo Monologo Musicato è stato da me realizzato un audio-racconto e spero possa avere al più presto la possibilità di essere pubblicato.

Lo spettacolo teatrale, come per tutti, ha avuto un fermo covid, ma presto rientrerà sicuramente in scena quanto prima, reduce da un responso positivo di pubblico e di critica già riscontrato nelle prime date.

Raffaella Sbrescia

Bingo: la ribelle Margherita Vicario presenta il suo nuovo album

Esce oggi Bingo (Island Records), il nuovo album di Margherita Vicario: 14 tracce che fotografano il variegato mondo di questa giovane artista a compendio di un percorso compositivo durato due anni.

Margherita Vicario cover album

Margherita Vicario cover album

Scritto tra Roma e Torino dalla stessa cantautrice, Bingo è un un progetto che scruta e legge il presente in maniera audace e mai banale, anche quando vuole esserlo. Alla produzione dell’intero progetto troviamo Davide ‘Dade’ Pavanello, “il padre stilistico di questo nuovo disco, che ha voluto trovare per me un suono che fosse riconoscibile e mio, senza incasellarmi in un solo genere ma permettendomi di sperimentare liberamente” racconta Margherita.

Il nome Bingo è nato quasi per caso.” - racconta Margherita - “Due anni fa Dade mi chiese di raccogliere tutti gli spunti per la mia nuova musica in una cartella del computer. Senza pensarci troppo, la rinominai proprio Bingo e quasi subito capimmo che quello poteva già essere il titolo del mio nuovo lavoro. Il bingo è un luogo multiculturale” prosegue “mi piace pensare che persone di luoghi e tradizioni completamente diverse si ritrovino in uno stesso posto, uniti a divertirsi e tentare la fortuna. Bingo però è anche un’esclamazione che si ricollega solitamente a tutti quegli accadimenti totalmente casuali, di pura fortuna, quelli che non sai mai come va a finire: per me il progetto è stato invece la concreta realizzazione di un lavoro minuzioso, costante e attento in cui io e Dade abbiamo creduto fin dal primo giorno. E’ stato il frutto di una sana lotta gioiosa, che sono contenta di poter condividere ora con tutti i miei fan”.

 Un viaggio quindi, quello di Bingo, attraverso mille atmosfere, sonorità e temi completamente diversi, legati dallo sguardo curioso e audace di un’artista che non si tira mai indietro.

A fianco di Margherita in questo nuovo lavoro anche cinque artisti legati a lei da un forte rapporto di stima, amicizia e da una comune visione della musica: Elodie e Davide Petrella, con cui Margherita ha rispettivamente cantato e composto XY, i rapper Izi e Speranza, a fianco di Margherita nelle già conosciute e apprezzatissime Romeo e PIÑA COLADA e Dardust, producer multiplatino, autore e compositore, che lavora alla produzione di Giubbottino insieme a Dade.

Durante l’estate Margherita sarà impegnata su due fronti: da una parte il tour di Bingo con la sua band, organizzato da Vivo Concerti (tutti i dettagli a breve su www.vivoconcerti.com), e dall’altra sarà ospite dell’Orchestra Multietnica di Arezzo per ii nuovo spettacolo ”Storie della buonanotte per bambine ribelli”, di cui abbiamo visto un assaggio al Concerto del Primo Maggio di Roma.

Video: Come va

Ciò che colpisce di Margherita Vicario è la predisposizione a mettersi in gioco sempre con grande energia e voglia di ricerca e sperimentazione. In questo percorso durato due anni e mezzo, la Vicario fotografa 14 mondi diversi e insieme a Dade ha dato vita e forma a idee, input, esperimenti, esperienze di vita.

“Per questo disco ho fatto proprio le cose per bene”- spiega Margherita in conferenza stampa- “Io e Dade siamo stati chiusi in studio, faccia a faccia e con i nostri esperimenti ma con mezzi diversi. Con l’ingresso in Island Records, dopo i primi tre singoli con Inri, ho avuto la possibilità di proseguire il mio modus operandi senza limitazioni di alcun tipo. Ci tenevamo a lavorare ad ogni traccia con grande cura, sono riuscita anche ad inserire tutta la parte visual con i video e questo ha fatto molto bene al progetto. Da donna, parlo dell’universo femminile basandomi sulla mia esperienza vissuta in prima persona. Il femminismo è un tema talmente gigante e scivoloso che il mio approccio non può essere ideologico bensì empirico. È tutta una questione di statistica, di dati e di specchio della società.

Parlo anche di soldi, proprio quelli che la mia generazione cerca sentendo molto da vicino il tema della precarietà e della mancanza di garanzie. Nelle mie canzoni si parla anche di religione ma senza toccare la spiritualità intima di ciascuno. Semplicemente ritengo che in uno stato laico non dovrebbero esserci ingerenze religiose e giudizi morali.

Prima di essere una cantautrice, sono cittadina di questo paese e partecipo attivamente alla vita sociale. Nel brano “Orango Tango”è come se il fumetto che è nella mia testa abbia preso vita in modo onirico. La politica è diventata pop, nel senso che i politici sono spesso associati a dei meme sui social network e la cosa grottesca è che certi messaggi violentissimi riescono addirittura a far ridere. Tutto questo mi lascia particolarmente perplessa ma sono terrorizzata dal peso dei grandi temi, detesto i detentori della verità, per questo parto sempre da esperienze personali e uso l’ironia caustica, questo è l’unico modo che conosco per affrontare cose di una certa rilevanza.

Di fronte al pregiudizio di alcuni che possono non guardare di buon occhio il fatto che io sia attrice oltre che cantautrice, rispondo che diversamente dal mondo anglosassone che ha un’altra concezione dell’intrattenimento, il vecchio continente è impostato sull’idea che chi fa tante cose insieme possa farle male. Dal mio canto, ho appena terminato una serie per Rai 1, lavoro per compartimenti stagni e do il massimo in ogni nuovo progetto. Se dal 2011 avessi fatto solo musica, magari adesso sarei in altro punto ma se non facessi anche l’attrice, non scriverei come scrivo. Per il futuro spero d collaborare con artisti stranieri, ascolto tanta musica francese e vorrei collaborare con qualcuno di loro. Non escludo di poterlo fare molto presto, intanto mi sono concentrata su “Bingo”, guardando la scena musicale da vicino, ho cercato un modo di evolvermi ma anche di semplificarmi e di essere divertente; la mia penna è rimasta la stessa ma con un po’ più di struttura e occhio verso l’esterno”.

Raffaella Sbrescia

Vasco Brondi presenta Paesaggio dopo la battaglia: “Siamo qui per rivelarci, non per nasconderci”

Vasco Brondi cover album

Vasco Brondi cover album

Dal 7 maggio sarà disponibile PAESAGGIO DOPO LA BATTAGLIA, il primo album di Vasco Brondi dopo la conclusione del progetto artistico Le Luci Della Centrale Elettrica. Il disco è autoprodotto da Cara Catastrofe e distribuito da Sony Music. 10 tracce, scritte e prodotte tra Ferrara, Milano e New York, raccontano la nuova visione del cantautore tra battaglie intime e universali, battaglie di crescita e di ricerca, battaglie di perdite e di conquiste. Paesaggio dopo la battaglia è composto da racconti per voce e cori, per orchestra e sintetizzatori. In ogni canzone c’è qualcuno che ricerca fiduciosamente anche in tempi difficili, tra le leggi della città e quelle dell’universo. Dopo la battaglia c’è una pace incerta, piena di ferite o piena di sollievo. C’è qualcuno che chiama un nome tra le macerie, qualcuno che risponde. Nel suo nuovo lavoro Vasco Brondi rivela il suo modo di vedere le cose, la sua sensibilità e la profondità con cui analizza il mondo che lo circonda attraverso un cortocircuito tra atmosfere diverse, e un insieme di battaglie, intime e universali, tenute insieme da una voce narrante accompagnata da strumenti fantasma: un’orchestra di fiati, un pianoforte, un coro gospel e vari sintetizzatori. La cover del disco è una foto inedita di Luigi Ghirri, omaggio alla figura e all’opera del grande artista italiano, filosofo del silenzio.

Il disco, la cui produzione artistica è curata da Taketo Gohara, Vasco Brondi e Federico Dragogna, si arricchisce della partecipazione e la collaborazione di numerosi musicisti di importanza internazionale: da Mauro Refosco (Red Hot Chili Peppers, David Byrne) a Paul Frazier (David Byrne), fino ad arrivare ad Enrico Gabrielli e Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela, Mike Patton).

Nella prima tiratura limitata, disponibile al link https://bit.ly/pdlbvb, il CD è accompagnato dal libro Note a margine e macerie, un diario on the road in una nazione deserta, racconto dei tragitti tra uno studio di registrazione e l’altro, di notti silenziosissime tra Milano, Ferrara e i ricordi di un viaggio in India, di un inverno a Lampedusa e dei paesi disabitati dell’Italia interna. È in queste pagine che Vasco ha voluto annotare tutto ciò che esonda dalle canzoni, che per natura, invece, richiedono una certa sintesi. Le sensazioni e i pensieri che l’hanno accompagnato nelle fasi di scrittura sono parte integrante di questo grande progetto. Gli eventi incontrollabili, l’evolversi del mondo, la storia e le circostanze del momento hanno fatto il resto.

L’ascolto si apre con 26000 giorni, un brano dalle liriche alte e dalle atmosfere sognanti, un canto libero che vuole ricordarci che siamo qui per rivelarci, non per nasconderci. 26000 giorni è l’età media mondiale degli esseri umani, settantun anni, che in termini di giorni suona diversa, rivela fragilità e diventa quasi un’emergenza: avere i giorni contati dà più valore a ogni cosa. A seguire troviamo Ci abbracciamo, brano dal titolo più evocativo del momento, che prende vita l’idea delle canzoni come richiami per gli esseri umani, forti grida alla libertà e all’amore in tutte le sue forme. Amate e fate quello che volete, uno dei versi chiave di questa poesia in musica, richiama il proposito di Sant’Agostino. Città aperta è una dichiarazione, ci sarò sempre per te attraverso le ere cosmiche da una vita all’altra infrangendo leggi fisiche. La title track si presenta, invece, come una fotografia attualissima ed estremamente chiara della nostra attuale situazione. Al suo interno si mischia l’Italia di varie epoche quella dei partigiani descritti da Fenoglio che corrono tra gli spari giù dalla montagna senza divisa e quella dei rider che corrono in bicicletta tra le macchine in missione per una multinazionale. All’interno di questo Paesaggio dopo la battaglia, Mezza nuda è il capitolo emotivo e ha il compito di ridare la giusta proporzione agli esseri umani. Questo brano è un romanzo di formazione che rivive una storia d’amore dai sedili di un treno interregionale per Milano e va a sfidare le dinamiche e lo stile di vita di una grande e caotica città, che sa offrire opportunità come nessun’altra ma anche mettere a dura prova legami e rapporti. Due animali in una stanza è un grande e ininterrotto sospiro. Due animali in una stanza è una canzone d’amore anomala perché è pieno di canzoni che parlano dell’inizio di un amore o della sua fine ma questa ci racconta della sua durata, tutta la parte in mezzo che di solito non viene cantata. Adriatico è un’ode all’omonimo mare visto come spazio poetico, un inno alla bassa marea e alle acque torbide, dove si può camminare centinaia di metri con l’acqua alle caviglie senza scorgere il fondo, un canto popolare per i lidi anni Sessanta, con i bar sulle spiagge e le distese di ombrelloni. Le sonorità sono quelle tipiche della banda di paese, fiati e percussioni in chiave tradizionale danno un’impronta eroica e leggendaria al brano. I cori e il clarinetto degli Extraliscio, tra cui Moreno il Biondo arrangiatore e capo banda da sempre dell’Orchestra di Casadei, si aprono maestosamente nel finale del pezzo rendendolo un inno profondo e liberatorio. Il protagonista di Luna crescente è partito per cercare qualcosa che non sa se troverà, qualcosa che risale a un passato che non smette di ardere, ha semplicemente fiducia nell’universo e gli va incontro. Chitarra nera è il primo estratto dal disco ed è un brano importante, un flusso di pensiero sereno e allo stesso tempo lancinante, che non rispetta nessuna regola musicale o di metrica, scritto senza pensare alla forma che dovrebbero avere le canzoni. L’ascolto si chiude con Il sentiero degli dei, l’ultima traccia del disco e l’unica in cui Vasco decide di suonare la chitarra acustica, pura e grezza, non addolcita. Il brano prende per mano l’ascoltatore e con l’ultimo verso ricorda la provvisorietà dell’uomo rispetto all’universo: siamo solo due forme di vita nel terzo pianeta del sistema solare.

Ecco cosa ci ha raccontato Vasco Brondi in occasione della presentazione del disco: Parlare di questo mio nuovo lavoro mi ha permesso di capire meglio e a posteriori tante decisioni che ho preso rispetto alle canzoni che ho scritto. Paesaggio dopo la battaglia è un buon contenitore per tutti gli altri brani e racchiude battaglie intime, collettive e universali. La foto di copertina rappresenta la capacità umana di risorgere nel momento in cui ci si mette d’impegno ed è anche la metafora dell’Italia, capace di uscire dall’apocalisse scollandosi la giacca e tirando dritta. Mi sono reso conto che la copertina fosse importante perché mi riportava al punto di partenza: il primo brano Chitarra Nera è uscito fuori dopo due anni che non scrivevo più niente. Sono tornato per raccontare il cerchio e continuarlo, non è una chiusura.

Video: Chitarra Nera

Mi sono accorto che la mia battaglia è stata proprio quella di scrivere il disco: un percorso fatto di allontanamento e inversione sfociato in una illuminazione: siamo qui per rivelarci e non per nasconderci. Questo è il mantra del disco. Chitarra nera segue un filo di verità che mi è servito per esprimermi e liberarmi. Questo è un disco in cui esco con il mio nome per la prima volta e ho reagito circondandomi di persone. Tra tutti mi sono confrontato con Mauro Refosco ed è stata un’esperienza forte, importante, travolgente. Mi sono accorto che fosse indispensabile seguire la mia direzione, senza sentirmi in obbligo di subire. Ho seguito la possibile di essere autentico, ho iniziato a scrivere un po’ prima del lockdown, poi la scrittura ha preso una eco importante durante la pandemia. Il tema del disco è rimettere gli esseri umani nella giusta proporzione rispetto al resto; da dominatori dell’universo, la pandemia ci ha ridimensionato e non poco.

Il processo di scrittura non è mai stato forzato, ho atteso che uscisse fuori la necessità di farlo, ho rispettato il tempo del silenzio e della riflessione, sì ci ho messo 4 anni, un tempo fuori luogo e controproducente ma questo era l’unico modo possibile per esprimermi. Ci vuole una certa fede per mettersi in cerca, guardarsi dentro e attorno e cercare di evolversi.

Chitarra nera mi ha fatto iniziare a scrivere il disco. Negli ultimi tre anni mi sono ripreso la musica e la scrittura come mio intimo strumento, questo mi metteva in soggezione rispetto al pensiero che questa musica sarebbe stata condivisa proprio perché si tratta di uno strumento di conoscenza di me stesso ma anche di conoscenza dell’esterno. L’ambizione espansionistica non mi corrisponde, la musica è il mio anticorpo, rafforza il sistema immunitario dell’anima. In base a questo presupposto ho iniziato a concepire la musica in modo verticale, ne ho studiata tanta, principalmente quella che non è fatta per essere venduta, bensì pensata per altri momenti della vita umana. Questo mi ha fatto capire di non sottovalutare il mistero che c’è dentro le canzoni e mi ha fatto riacquisire fiducia attraverso un meccanismo che non riesco a tradurre razionalmente. Per me è importante che nelle canzoni ci sia il soffio della vita, le canzoni sono fatte di dettagli che si contraddicono, questo è quello che siamo tutti noi: dei grandi cortocircuiti. Siamo governati dalle stesse leggi che governano la natura, non siamo macchine.

Vasco Brondi

Vasco Brondi

Nell’uscire dalla città, ho ritrovato la necessità di scrivere, ho un file da centinaia di pagine in cui mi sono ripromesso che qualunque cosa uscirà, resterà per me. Mi autoproduco da sempre, faccio questo lavoro a contatto diretto, ci sono cose che non sono accettate come la timidezza, il distacco e la riservatezza, questi sono temi di riflessione costante per me. Non ho il controllo totale delle canzoni, temevo di scrivere per l’attualità ma non potevo ignorare qualcosa che ci toccava da vicino. Le canzoni non devono essere documenti storici ma lirici, credo che in ogni canzone ci sia la scintilla dell’eternità, la possibilità di trascendere e di andare nel profondo, di togliere la polvere ai giorni. Uso questo mezzo per custodire il fuoco, per aprirmo e non difendermi dagli altri, questa battaglia mi dà coraggio e tranquillità e fa passare la paura di esporsi. Quest’estate sarà rocambolesca, ci ritroveremo in luoghi intimi e cercerò di sfruttarli per guardare le persone negli occhi, sarà tutto in itinere ma spero di arrivare un po’ ovunque con un concerto minimale che ci permetterà di ritrovarci tutto nello stesso momento e nello stesso luogo.

 Raffaella Sbrescia

Video: Ci Abbracciamo

È per il suo interesse per il mondo e per gli esseri umani e la sua profonda sensibilità, che Vasco, cantautore, musicista e scrittore, sarà protagonista di una serie di prestigiosi incontri organizzati presso alcuni importanti Atenei italiani con antropologi, filosofi, filologi, psicologi e scrittori. Questi dialoghi saranno anche occasione per presentare il suo nuovo progetto PAESAGGIO DOPO LA BATTAGLIA e svelarne retroscena e processi compositivi, aprendosi al confronto con docenti e nuove generazioni.

I primi cinque incontri di questa serie di appuntamenti, che continuerà fino alla fine dell’anno, sono:

10.05 – Università Statale di Milano Dipartimento di Filosofia dialogo con il Prof. Andrea Borghini 11.05 – Università degli Studi di Napoli Federico II Dipartimento di Studi Umanistici dialogo con la Prof.ssa Fortuna Procentese

14.05 – Università di Siena Dipartimento di Filologia e Critica delle letterature antiche e moderne dialogo con il Prof. Claudio Lagomarsini

18.05 – Università degli Studi di Trento Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dialogo con il Prof. Nicola De Pisapia

25.05 – Università di Bologna Dipartimento di Filosofia e Comunicazione e Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dialogo con i Prof. Stefano Marino e Lucio Spaziante

Il NUOVO TOUR, organizzato da IMARTS International Music & Arts in collaborazione con Gibilterra Management, vedrà Vasco esibirsi in alcuni degli scenari più suggestivi e incantevoli d’Italia.

Queste le prime date annunciate, info e biglietti a breve vascobrondi.it:

28 GIUGNO – ESTATE SFORZESCA 2021 CASTELLO SFORZESCO, MILANO (MI)

30 GIUGNO – ESTATE FIESOLANA TEATRO ROMANO, FIESOLE (FI)

13 LUGLIO – SEQUOIE MUSIC PARK PARCO CASERME ROSSE, BOLOGNA (BO)

16 LUGLIO – FLOWERS FESTIVAL COLLEGNO (TO)

18 LUGLIO – FESTIVAL ESTATE AL CASTELLO VILLAFRANCA NON SI ARRENDE 2021 CASTELLO SCALIGERO, VILLAFRANCA DI VERONA (VE)

21 LUGLIO – VILLA OLMO FESTIVAL COMO (CO)

30 LUGLIO – TENER-A-MENTE FESTIVAL sezione “INDIECATIVAMENTE” VITTORIALE DEGLI ITALIANI, GARDONE RIVIERA (BS)

Semplice: l’epifania di Motta e il punto di approdo nel terzo disco del cantautore

Esce su etichetta Sugar, “Semplice”, il nuovo album di  Motta. Un disco che fin dalla traccia di apertura palesa l’ urgenza di Motta di crescere sia come persona, sia come artista, semplicemente accettandosi e riappacificandosi con le proprie contraddizioni attraverso un processo di semplificazione e di ritorno alle cose semplici. Per il suo nuovo disco Motta riparte dall’attenzione nei confronti delle piccole cose, dall’importanza di ogni attimo vissuto, dalla quotidianità in quanto dimensione che sfugge, ma sempre presente e fondamentale per quel che sarà. Il suo volto non compare in copertina: siamo a una sintesi che è in sé una nuova fase in cui l’autore compie un passo indietro per lasciare che a parlare siano le canzoni, parole e musica che cogliendo stati d’animo, emozioni, immagini fugaci, più che raccontare una storia tratteggiano un’interiorità che dialoga con se stessa e riflette sulle proprie incongruenze per accoglierle in un abbraccio.

Motta ph Claudia Pajewski

Motta ph Claudia Pajewski

Musicalmente “Semplice”, prodotto dallo stesso Motta, nel suo studio di Roma, insieme a Taketo Gohara, è un disco suonato, energico e potente dietro al quale c’è stato un grande lavoro di produzione volto ad ottenere un suono stratificato, pieno e di respiro internazionale, con una grande cura per i dettagli e un modo originale di arrangiare attraverso gli archi curati da Carmine Iuvone.. Una produzione articolata nella quale emerge chiara, semplice ed in primo piano, la voce e che, rispetto ai due lavori precedenti, rispecchia la volontà di avvicinare sound e arrangiamenti alla dimensione live intesa come fondante. Tra i musicisti coinvolti, molto presenti nella registrazione, il percussionista brasiliano Mauro Refosco (David Byrne , Red Hot Chili Peppers, Atom For Peace,…) e il bassista Bobby Wooten (David Byrne) che han lavorato con Motta da remoto da New York.

Ecco cosa ci ha raccontato Motta in occasione della presentazione del disco:

“Semplice” è un lavoro iniziato a partire da 3 anni fa. Ci sono alcune canzoni che ho scritto mentre stavo scrivendo “Dov’è l’Italia”. Per la prima volta ho avuto tanto tempo per stare dietro a queste canzoni. Ci sono brani nati prima della pandemia che non hanno proprio retto il colpo. “Qualcosa di normale”, invece, pur essendo nata prima della pandemia, ha acquisito importanza con le vicende che sono successe dopo. Altre canzoni non ce l’hanno fatta non perché non fossero legate alla realtà ma perché c’è stato un acceleratore che mi ha portato a vedere e a scremare gli errori.

A gennaio 2020 sono andato a New York a vedere un concerto di David Byrne, l’ultimo suo progetto è stato una cosa incredibile. L’ ho reincontrato Mauro Refosco con cui avevo lavorato in “Vivere o morire”. Mi ero ripromesso di fare una jam session in studio con lui e Bobby Wooten.

Questo non è successo ma ha portato a un’organizzazione del disco di cui sono particolarmente contento. Con Mauro alla fine ho lavorato a distanza ma su tutte le canzoni, ci sono produzioni di elettronica e abbiamo avuto tempo di lavorare con il violoncellista Carmine Iuvone. Una delle prima cose che avevo in mente era proprio trovare un modo di concepire gli archi in un modo diverso da quanto fatto prima. Nel live del tour con Les Filles de Illighadad ci siamo trovati a fare rock con il violoncello, per questo abbiamo creato un modo di interagire che in questo disco ho voluto sviluppare con tutto il quartetto. Sugli arrangiamenti c’è stato tantissimo tempo dedicato, l’anno scorso ho sentito la mancanza delle persone e quindi, mentre su “Vivere o morire” mi sono sforzato per creare una situazione di vertigine, l’anno scorso la vertigine era dovuta non solo a quello che stava succedendo ma nel mio mettermi in gioco. Il lavoro in studio con la band è stato un punto focale rispetto al lavoro precedente. In questo lavoro le canzoni dal vivo e su disco si avvicinano molto ma non è un risultato facile da ottenere.

Sulla scrittura dell’album mi ha dato una mano Gino Pacifico. Per la prima volta ho continuato a lavorare con delle persone con cui avevo già lavorato, come è successo anche con Taketo Gohara. Questo ha creato una sensazione di divertimento nel fare musica da parte mia. Guardami intorno, a sto giro, non potevo davvero lamentarmi. Mi sono reso conto che sono fortunato a fare questo mestiere, a prescindere dalle pacche sulle spalle e dai live che per me sono dei festeggiamenti.

La verità è che ho fatto questo disco per me. Cito volentieri Colle Der Fomento: “Io faccio il mio e non lo faccio ne pe loro ne pe l’oro. Lo faccio solamente perché sinno me moro”. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono chiesto perché faccio questo mestiere, ho vissuto per qualche mese in campagna e caitava che passavo davanti alla mia chitarra e a volte mi dava pure noia. Ho lavorato su me stesso, c’è stata una fase in cui non riuscivo più a stare in città perché stava diventando lo specchio di quello che non potevo fare. Io e mia moglie Carolina abbiamo vissuto dei mesi in campagna e mi sono fatto questo grande regalo di fare un percorso personale che sicuramente mi servirà. L’anno scorso ho sentito l’urgenza di far sì che ci fossero dei bei ricordi e non è stato facile. Ascoltavo poca musica nuova in quanto dal momento in cui ascolti una canzone, quella ti creerà un ricordo che ti poterai dietro. Ho quindi ascoltato musica fino al’75, a parte di il nuovo di Paul Mc Cartney, il disco di Bianconi. Per questi artisti è stato faticoso far uscire queste canzoni. L’ascoltatore era impaurito dal creare un ricordo. Per questo ho cercato queste cose altrove, solo piano piano sono tornato a riprendere il disco e a tornare con lucidità a concluderlo in un nuovo modo

Ecco perché in questo disco c’è un racconto a prescindere dal fatto che l’ascolteranno in quattro, per me è importante che ci sia un racconto. Un po’ come quando metti insieme la scaletta dei concerti: è fondamentale come inizia e come finisce. La conclusione del disco è molto nera, quello tribale è un mondo che sto esplorando e mi piace pensare che il prossimo disco ripartirà da lì. Sono veramente convinto che una traccia strumentale possa avere un racconto. “Quando guardiamo una rosa” l’ho scritta insieme a Dario Brunori con cui mi sono trovato benissimo. Siamo amici ma non avevamo mai lavorato insieme. Avevo il sogno di trovare un altro punto di vista. Dal mio canto sentivo l’urgenza di raccontare un periodo nero collettivo. Ho pensato che forse non c’erano le parole giuste per raccontarlo, perciò ho preferito il suono prendendo come esempio il Bolero di Ravel.

“Semplice” è nato come un cercare di arrivare all’essenziale ma non è minimale,anzi è molto corposo. La cosa più difficile da fare è stata andare ad eliminare il superfluo, cercare di concentrarsi sulle cose importanti. Questo lavoro alla fine mi ha fatto sentire contento del risultato ottenuto. Ci sono tante canzoni in cui accetto di dire che va tutto bene e non me ne vergogno. Sono molto attaccato alla cose che mi fanno stare bene, non sono tantissime ma ho finalmente capito quali sono.

Nel brano “Qualcosa di normale” canto con mia sorella Alice. Volevo che ci fosse accanto a me una persona scelta nel profondo. Questa cosa implica che a seconda di come e con chi canti, i significanti cambiano significato. La canzone ha cambiato volto e significato cantandola con lei.

MOTTA_ph claudia pajewski

MOTTA_ph claudia pajewski

Al titolo del disco, invece, sono arrivato alla fine. Mi sono accorto che la semplicità era il focus. Mi sono letto le lezioni di Calvino sulla leggerezza e ho capito che quello che ho sempre cercato di dire è che la leggerezza è una conquista, non un punto di partenza. Rispetto alle altre volte, sono partito concentrandomi sugli arrangiamenti e sulla musica. I testi sono stati faticosi come al solito ma mi sono sentito più libero nel processo. Prima avevo molta paura di fermarmi, nei due lavori precedenti c’era paura del tempo, ero legato al passato e mi giudicavo molto. Non capivo perché esistevano tante contraddizioni nelle cose che avevo fatto, adesso invece per la prima volta le accetto. Nel momento in cui rimani fermo a pensare, riesci a realizzare come stai, durante questo processo mi sono preso un momento per immaginarmi un futuro, per capire dove volessi andare, per accettare di essere presente in una città. Prima mettevo sempre la provincia nelle canzoni, mi sono accorto che Trastevere ha tante cose in comune con Pisa e finalmente ho preso coscienza del fatto che Roma sia la mia città. Prima c’era la sensazione di essere stato adottato, ad un certo punto, dopo dieci anni, mi sono resto conto che questa è la mia città. Non sono molto attaccato alla Toscana, anche nel brano “Qualcosa di normale” mai avrei pensato di usare la parola sanpietrini. In questo ha inciso avere uno studio di registrazione a Trastevere. In Via Ettore Giovenale avevo uno studio molto piccolo e tante percussioni, poi c’è stato il passaggio a Torpignattara. Ora questo studio mi ha permesso di dividere meglio la vita personale da quella artistica e riesco a far pesare di meno al mondo che mi circonda il fatto che io stia scrivendo un disco. Da questo punto di vista sono migliorato, più sopportabile e credo che anche musicalmente si senta molto che ci sia un luogo esterno che è diventato il mio centro focale.

Video: E poi finisco per amarti

Pensando al discorso dei live, egoisticamente dico che tutto ripartirà da noi, mi guarderò a destra e a sinistra, vedrò la mia band e tutto partirà da un sorriso. Questo non significa che ci si debba nascondere per forza dietro a un sorriso, penserò tanto alle persone che hanno lavorato con me e non avranno la fortuna di salire sul palco perché fanno un altro mestiere. Mi sento fortunato perciò farò un sorriso a metà, è tanto tempo che non vedo la gente, deve partire tutto da un grande senso di responsabilità. Le condizioni sono quelle che sono, ci saranno posti limitati ma ho deciso che andrò a presentare il disco con la band a prescindere. Non è stato facile mettere insieme il tour con tutta una produzione, magari non ci saranno tante luci ma era importante andare in giro con i musicisti. Avere iniziato a 18 anni e non avere posti per suonare, suonando per strada e cercare di avere sempre un modo di fare questo mestiere a ogni costo, mi ha aiutato. Non sarà facile ma senza il palco, muoio; quindi ci sarò.

Raffaella Sbrescia

Motta tornerà questa estate dal vivo con un tour estivo a supporto del nuovo lavoro discografico. I primi due concerti, annunciati oggi, faranno parte del tour estivo e saranno il 21 luglio a MILANO al CARROPONTE e il 10 settembre a ROMA all’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA. Organizzato da Locusta Booking, i biglietti per i concerti sono disponibili in prevendita da oggi su www.mottasonoio.com.

Questa la tracklist del disco:

A te

E poi finisco per amarti

Via della Luce

Qualcosa di Normale

Quello che non so di te

Semplice

Le regole del gioco

L’estate d’autunno

Dall’altra parte del tempo

Quando guardiamo una rosa

Achille Lauro presenta “Lauro”: Il mio disco è spontaneo, irriverente e tormentato

Achille Lauro pubblica LAURO il sesto album di inediti in uscita oggi per Elektra Records/Warner Music Italy. Questo suo lavoro parla al mondo degli irrisolti, dei fuori rotta, dei falliti e fagocita vite, storie d’amore, riflessioni sul bene, sul male e ciò che sta nel mezzo. Ogni lettera del suo nome identifica un genere musicale mentre i testi danno voce a un vorticoso tormento interiore. L’immaginario estetico dipinge i tratti di una generazione fuori controllo, che non trova risposte nella violenza bensì nel desiderio di voler essere di più, di volersi superare, di raggiungere l’obiettivo velocemente e bene.

Achille Lauro

Achille Lauro

“Lauro”, title track dell’album, ripercorre le fasi della carriera dell’artista, citando alcuni dei momenti topici della sua storia. Specchietto del suo percorso accelerato, la traccia racconta come, nonostante tutti i cambiamenti che la musica ha comportato, Lauro sia rimasto legato alle sue origini e al suo vecchio mondo. “Noi siamo la nuova Generazione X. Non crediamo nella chiesa, nei genitori, nell’arte. Figli dei fiori del male, artisti del niente. Cristo ha smesso di porgerci la guancia. Ma a noi, esattamente come chi era venuto prima, sta bene così”, spiega Lauro nella scheda album, “Generazione X è un pezzo punk, fuori da qualsiasi schema discografico e legge di mercato. Si rifà al mondo degli irrisolti, dei fuori rotta, dei falliti. Siamo noi la nuova religione, la religione dell’irriverenza”.

Intervista:

“Sono una persona che scrive tanto. Quando ho qualcosa da dire, la dico e quando ho qualcosa da dare la do. Mi sono ritrovato con un centinaio di brani scritti scritti in maniera spontanea. Non scrivo solo canzoni, molte frasi le trovate anche nel libro uscito a inizio 2020. Sono riflessioni su di me, ogni sensazione fa parte di un tutto. Guardo al passato con malinconia, guardo al futuro da sognatore, sono spinto a scrivere e a immaginare quello che non c’è. Vi chiedo di avere cura di queste undici facce di me. Non mi interessa che le persone si rispecchino in ciò che scrivo ma voglio che sia preso per quello che è e che se ne abbia rispetto. Mi sono chiesto se il mio personaggio possa sovrastare il mio fare musica ma in quel caso sarei rimasto nella mia comfort zone, non avrei cambiato genere e non avrei sfruttato Sanremo per fare uno show nello show, non avrei pubblicato dischi side. Io porto avanti dei progetti artistici, dovrei quindi fare successo eliminando chi sono? Io sono questo e continuo a fare questo. Le persone che lavorano con me mi danno fiducia, le ho selezionate negli anni in base alla passione mostrata per il proprio lavoro. Non mi piace chiamare arte ciò che facciamo, siamo artigiani e lavoriamo concependo il fallimento come una possibilità. Quelli che hanno criticato le mie performance a Sanremo dicendo che eravamo sul palco a caso dovrebbero trascorrere sette giorni con me e il mio staff per capire quanto lavoro c’è dietro.

Quando scrivo non è mai nulla a caso, è difficile far capire i sottostrati di quello che c’è sotto ma sono felice di sapere che un po’ per volta sto riuscendo a farlo capire a un po’ più di persone. Anche il disco si divide in due macro aree: una parte più introspettiva che descrive le tempeste dentro di noi, e nello specifico la mia, che vivo in uno stato di tormento perenne. Sono figlio di gente onesta, mio padre ha fatto il professore universitario tutta la vita e non c’era appoggio economico. Forse la mia voglia di arrivare viene dal un lato caratteriale tipico di un sognatore punk rock grunge che ha investito in tutto quello che aveva a disposizione.

In “Generazione X” fotografo la mia generazione, non ho fatto un percorso scolastico ordinario. Amo sapere, amo conoscere e mi sono accorto che la mia generazione sia molto simile a quella del ‘60 e dell’80: non si crede nella Chiesa, nel matrimonio, in se stessi. Non sanno chi vorrebbero essere, vivono oggi e basta e non capiscono né chi vogliono essere né lavorarci su. In “Femmina” mi dissocio dal maschio che si nasconde pericolosamente dietro la virilità, che fa finta di niente e che vuole essere uomo ad ogni costo. Nella periferia da dove vengo, le persone non sono istruite al rispetto della figura femminile. Sono allergico a quel mondo lì, ho avuto la fortuna di capire presto chi volessi diventare e chi non volevo essere. Non rinnego nulla di chi sono stato e di dove sono cresciuto. A volte a Roma la gente vive un senso di abbandono, questa città decadente regala tanto e fa sì che tanti artisti riescano a veicolare queste emozioni nei loro brani. Ringrazio la periferia e la mia città, senza non sarei chi sono oggi. Rifarei tutto e non scambierei nulla con nient’altro.

Video: Marilù

Mi sento molto vicino alla difesa dei diritti umani in generale. Se vogliamo immaginare un futuro, è doveroso operare un cambiamento, siamo in un momento di transizione e imprigionare le persone dentro dei recinti, significa privarci della novità, di un futuro nuovo. Se non partiamo dai diritti umani, da dove vogliamo partire? Siamo figli di stereotipi pericolosi, se questi sono i presupposti non abbiamo imparato un bel niente.
Nel mio piccolo, faccio parte di una generazione in continua ricerca. Il tormento interiore si attenua quando finisco una canzone che, l’attimo dopo diventa già vecchia. Questa continua ossessione per quel qualcosa in più permane, vivo cercando di costruire qualcosa di immaginato e in funzione di quello che voglio sia il mio futuro. Di momenti per me ce ne sono pochi, niente nasce dal niente, io sono il frullato di quello che sono stato. Le canzoni mi fanno tornare esattamente al momento in cui sono state scritte, fanno parte di miei momenti molto personali ed è forse per questo che definisco questo come il mio ultimo disco; ho bisogno di vivere. Nonostante io abbia già 30/40 pezzi molto a fuoco, voglio prima vivere e poi ritornare su quello che faccio per dare veramente me stesso”.

Raffaella Sbrescia

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