Cremonini 2C2C The Best of: il passato, il presente e il futuro di Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini è all’apice della sua carriera e si sente. Alla vigilia della pubblicazione di “Cremonini 2C2C The Best of”, l’artista appare fulgido e consapevolmente fiero del proprio percorso artistico. Un presente mai così a fuoco come adesso per il cantautore bolognese che offre su un piatto d’argento il fulcro del suo repertorio senza omissioni e con tanta carne al fuoco. Questo progetto esce in un periodo affollato ma non si tratta di una semplice raccolta discografica. Cremonini pubblica ben 6 inediti, di cui 5 sono brani cantati e uno è un capolavoro strumentale di caratura importante. Sono brani che rivelano un linguaggio trasparente e un’anima coerente. Un artista mai fermo al palo, Cremonini crede nella musica e nella relativa potenza sia semantica che immaginifica. Il suo obiettivo è guardare la realtà in controluce e, nel farlo, mette insieme pezzi inediti, le hits di una vita, i brani strumentali più ispirati, le interpretazioni per pianoforte e voce live più significative, demo originali mai pubblicati, le rarità dimenticate in un cassetto. Tutto prende forma nel percorso orizzontale di Cesare Cremonini che si è sempre imposto come finalità ultima quella di arrivare alla gente solo attraverso le canzoni. Il raccolto è florido, abbondante e di qualità ma non è una summa; Cesare è nel bel mezzo del cammino e, a ridosso dei 40 anni, ha ancora tante pagine da scrivere. A giudicare dalle premesse saranno pagine ricche, fitte e tempestose. Lo si percepisce dalla foga e dalla grinta con cui lo stesso artista si racconta alla stampa.

La struttura dei brani è variabile, la musica va ascoltata dall’inizio alla fine, mi fido di un pubblico che sa farsi accompagnare dalle canzoni, non seguo gli stereotipi della musica pop. Sono diventato sempre più severo con me stesso nel corso del tempo ma finalmente mi sono perso nella vita, mi sono finalmente reso conto che nessuna burrasca ti può uccidere. Questo è un ottimo buon momento per scrivere e canzoni. Ne ho pubblicate solo 6 perché era letteralmente scaduto il tempo utile che avevo a disposizione in occasione della pubblicazione di questo best of. Sono brani estremamente a fuoco su di me, tutti decisamente autobiografici e scritti con la necessità di raccontarmi in modo nitido e preciso. Sono al centro di un processo evolutivo, mi piacere scovare strade alternative, tenere in equilibrio il percorso compositivo con quello legato al mondo live. Il mio è un inchino al pubblico, alla mia vita passata, a quello che ho vissuto, ho trovato il modo di posizionare nella libreria quanto avevo fatto per andare avanti con leggerezza e perseguire la mia ossessione non omologarmi e vivere fino in fondo il brivido del rischio. Non sono un nostalgico, mi pongo in modo curioso verso il futuro e anche per quanto riguarda il tour che verrà sarò felice di mostrare il valore aggiunto dato dalla grande varietà di generi musicali che negli anni ho sperimentato. Sto cercando la strada migliore per offrire al pubblico qualcosa di nuovo, diverso, interessante. Non mi sento arrivato, continuo a inseguire la musica e il live sarà un ottimo motivo per sentirmi vivo, creativo, competitivo. Sono abituato a lottare e non vedo l’ora di rimettermi nella grande mischia della vita.

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Lo slancio emotivo, la freschezza, la voglia di ricerca e sperimentazione sono i cardini lungo i quali si muove la penna del cantautore che non smette mai di sottolineare quanto abbia contato per lui il ruolo di guida manageriale di Walter Mameli. Cesare Cremonini tira le fila del passato, traccia una riga sull’epoca dei Lunapop, ripercorre le tappe di una giovinezza vissuta a pieno titolo, ripercorre le scoperte musicali ed esistenziali, svela le difficoltà di un tempo con la casa discografica Warner Music, la tentazione di cedere a qualche collaborazione artistica, racconta il divertimento nel ruolo di attore ma soprattutto sottolinea la passione e il pathos del lavoro in studio. Quello spasmodico lavorìo cerebrale che ama vivere lontano da tutto e da tutti. Eppure ci sono delle eccezioni. C’è Ballo, l’amico e collega di una vita e poi c’è l’autore Davide Petrella, l’unico con cui Cesare Cremonini è riuscito a instaurare un rapporto e un metodo di lavoro prolifico e qualitativamente significativo.

A conclusione di questo discernimento, la morale è che Cremonini lavora alacremente con l’intento di alzare ogni volta l’asticella per tracciare un segno nel panorama musicale italiano. L’evoluzione della sua poetica lo dimostra in modo emotivamente importante mentre la controprova tangibile sono e resteranno le performances live di un animale da palco. Un uomo che vive il pubblico con anima e corpo, in modo viscerale e totalizzante. Sono questi gli elementi che formulano il glossario per un artista di spessore, uno che non ha avuto tutto subito, uno che ha costruito in modo artigianale ogni segmento della propria credibilità artistica. Questi i riferimenti per chi vorrà essere presente al vicino tour negli stadi in cui ci sarà da emozionarsi sì, ma anche da godere nel vero senso del termine; ça va sans dire.

Raffaella Sbrescia

Microchip Temporale: i Subsonica celebrano il disco più famoso in modo creativo.

subsonica-microchip-temporale

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I Subsonica sono fonte continua di ispirazione. Singolarmente o in gruppo, i magnifici 5 conoscono i segreti più reconditi del suono e da 20 anni a questa parte infiammano i palchi senza soluzione di continuità. In occasione del ventennale di Microchip emozionale, il gruppo torinese ha pensato bene di studiare una formula che potesse distanziarsi da qualunque operazione nostalgia. Ecco dunque Microchip temporale, un salto nella contemporaneità con dei testi che hanno segnato forse un paio di generazioni. Per farlo, i Subsonica hanno lavorato in studio insieme a una manciata di colleghi selezionati per coerenza generazionale e di percorso artistico, creando sinergie ad hoc e mini rivisitazioni lasciando fluire il progetto senza preconcetti e spesso affidando i brani letteralmente chiavi in mano ai colleghi.

Copovolgendo la prospettiva, i Subsonica si sono guardati dall’esterno, hanno cercato e trovato nuovi intrecci e spunti per la musica che verrà. Il progetto chiude il cerchio e dimostra che i Subsonica non sono puristi e non considerano la musica intoccabile, anzi. Questo progetto non poteva essere un tributo né un omaggio, vuole essere bensì un modo per avere accesso ad altre menti creative, esattamente così come avveniva negli anni ‘90. Stima, amicizia, mutuo scambio sono i cardini che hanno scandito le collaborazioni che attraversano questo progetto. Il valore aggiunto di Microchip temporale sta nel fatto che offre al pubblico e alla band stessa degli spiragli di futuro. Suoni contaminati, innesti urban, intrecci ritmici spezzati, complessità ritmiche che costruiscono un beat ipnotico e trasgressivo.

MICROCHIP TEMPORALE

Ai Subsonica piace scardinare le regole dei suoni mainstream, traducono gli stimoli, seguono le evoluzioni del suono da distanza ravvicinata e le fanno proprie donando loro identità e carattere.

Nel disco sono diversi i pezzi ben riusciti. Si va da Sonde in cui Willie Peyote attualizza il testo in modo efficace e incisivo senza strafare. La sua affinità con il mondo subsonico era già stata approvata in occasione della collaborazione nell’album Otto, qui il connubio è rodato e consolidato.

Tra i best performers annoveriamo senza dubbio Cosmo per Discoteca Labirinto. Dopo vari esperimenti, il suo è un risultato dal peso specifico importante e di sicuro successo. La scarnificazione di Tutti i miei sbagli a vantaggio dell’interpretazione di Motta è uno degli episodi più criptici e sinuosi dell’album mentre le scelte più deboli sono quelle di Elisa in Lasciati e de Lo Stato Sociale in Liberi tutti. Outsider di tutto rispetto sono i Fast Animals and the Slow Kids in Albe Meccaniche che diventa un pezzo di stampo industrial. Convincente aldilà delle aspettative anche M¥SS KETA in nell’iconica idiosincriosia di Depre.

Raffaella Sbrescia

Tiziano Ferro guerriero del pop in “Accetto miracoli”. Intervista

Tiziano Ferro

Esce il 22 novembre 2019, il nuovo album di inediti di Tiziano Ferro. Composto da 12 tracce, il disco mette in luce la nuova vena creativa da parte del cantautore che, per questo lavoro, ha ottenuto la produzione del guru del sound R&B americano Timbaland. Già dal primissimo ascolto appare evidente la forte volontà di mettersi in gioco, di raccontare l’intimità più dolorosa, più scomoda, più intima e personale. Fa impressione notare come dopo 18 anni di carriera, Tiziano Ferro scelga ancora di dare fondo alle emozioni senza timori. Lui, uomo pop per eccellenza, si conferma sempre più cantautore dell’umanità nel senso letterale del termine.

Qui le sue dichiarazioni in conferenza stampa.

Mi sembra di rivivere le stesse emozioni vissute nel giorno dell’uscita di 111. Era Milano e c’era un disco nuovo in uscita. Oggi rieccomi qui, non potrei essere più felice ed emozionato. A maggio 2018 è iniziato un percorso che ha cambiato completamente le carte in tavola. Questo album è testimone di un cambiamento totale, radicale, totalizzante. Tutto è diverso. Mi sono ritrovato a vivere in California senza sceglierla. Non amavo questo posto, ho imparato a scoprirlo e farmi abbracciare. Se tre anni fa mi avessero detto che mi sarei sposato e che avrei lavorato ad un disco con Timbaland, non ci avrei neanche lontanamente creduto. Vi racconterò per gradi com’è andata in entrambe i casi.

Mi sono trovato quasi per caso a prendere un caffè con Timbaland, uno dei miei idoli fin da quando ero un ragazzino. L’idea di andare a conoscerlo mi gasava, da quell’ incontro sono uscito non solo con un caffè ma anche con una canzone prodotta da lui e una sua proposta di collaborare insieme ad un progetto più completo. Questo passaggio ha significato uscire dalla mia comfort zone e dall’ abitudine di lavorare con le stesse persone da 18 anni. Mettersi in gioco a quasi 40 anni e farlo con un guru come Timbaland mi ha costretto a rimettermi in gioco da alunno con tutto da perdere. Avevo bisogno di questo processo per rinverdire la mia creatività. Lavorare con lui mi ha spinto a ripropormi da zero, Timbaland doveva capire come canto, chi sono, cosa voglio, cosa cerco e cosa desidero comunicare. In ogni caso abbiamo parlato poco, abbiamo fatto principalmente musica. Mi ha fatto sentire protetto e questa microcrisi iniziale si è trasformata in un’opportunità di crescita creativa. Per questo motivo vi dico molto schiettamente che sono molto soddisfatto di questo lavoro. Tra gli aneddoti che mi piace sottolineare è che c’è un gesto d’affetto che Timbaland ha fatto nei miei riguardi. Alla fine del disco, in “Accetto miracoli”, un brano che non ha niente a che vedere con il suo repertorio, ha usato una drum machine 808. Quel momento mi ha fatto capire che con la musica si può ancora giudicare anche dopo 20 anni di carriera. Dirlo oggi, mi vede chiaramente in una posizione di vantaggio ma per me è stata una bella lezione.

Sapere con un anno di anticipo che questo disco diventerà un tour, già molto atteso, che ha venduto tantissimo, mi riempie di felicità e di orgoglio. Ho il terrore di crollare nell’abitudine anche se sono molto lontano dal farlo. Ho iniziato l’attività live partendo dai piccoli club, mi sono esibito nei palazzetti al terzo disco. Arrivare agli stadi a 40 anni ha un sapore completamente diverso. Sapere di raddoppiare una data un anno prima, senza un disco fuori, è un atto di fiducia cieca da parte del pubblico. Il tour sarà la mia festa dei 40 anni e in scaletta ci saranno solo singoli. Farò ogni cosa con estrema cura.

Mi sento un privilegiato e, tra le varie cose, non vedo l’ora che arrivino le date europee. Sono grande fan dell’Europa, ritengo che sia il continente più figo del mondo, mi piace l’idea di poter viaggiare da un paese all’altro con solo un’ora e mezza di distanza. Mi diverte pensare che ogni paese mi dia modo di guardare le cose in modo diverso, da porte e finestre che regalano una prospettiva sempre nuova in una lingua completamente diversa.

Colgo l’occasione per specificare che vivere in California significa vivere in una bolla in cui succedono cose che al di fuori non esistono proprio. La vita ha scelto per me, mi ci sono trovato senza volerlo e mi fa strano dire che adesso la mia famiglia è lì. Io posso viaggiare, mio marito no. Se non dovessi farlo, non so se vivrei lì. Mi sento italiano al 100%, rimango con la radio sintonizzata. In quel posto ho trovato l’amore da 4 anni a questa parte ma non mi sentirò mai a stelle e strisce. L’Europa è casa mia, rido e piango per la Brexit, spero nell’evoluzione della civiltà nei confronti della carità e verso chi ha bisogno di aiuto. Mi piace quando mostriamo di voler essere persone che accolgono con la voglia di integrare”.

Tornando al disco: “Se mi chiedete perché scrivo – Sono solo ed è sempre stato così- vi rispondo che questo è il tema più complesso non solo del disco ma della mia vita. Mi sono sempre sentito un outsider, un fuori concorso. Da piccolo ero grasso, mi piace studiare, sognavo di lavorare alla radio e metto i dischi con il mio mixer mentre gli altri andavano alle feste. Quella linea fissa sia emotiva che sentimentale mi devastava, la musica mi ha permesso di trovare un tunnel alla cui fine c’era la luce anche se però questo modo di sentirmi non è mai veramente cambiato quasi come se fare il cantante non mi bastasse. Questa mia caratteristica caratteriale mi ha portato la voglia di migliorarmi ma è diventata anche molto complessa da gestire. Oggi faccio quello che ho sentito dire a Meryl Streep: “Fai arte del tuo cuore spezzato”. C’è sempre un’ombra che mi fa pensare che questo elemento sia parte di un copione. Ho imparato a rispondere alle offese, ho imparato a scrivere le canzoni, ogni tanto faccio cazzate ma le ho accettate quasi come se fossero un super potere. Non c’è niente più forte della verità.

Tiziano Ferro

In mezzo a questo inverno è la mia canzone preferita del disco, nonché il prossimo singolo in uscita. Si parla della separazione da una persona importante, in questo caso mia nonna Margherita. Non so perché ma ho voluto declinarla al maschile, ho lasciato che il brano volasse per conto suo. Con lei ho capito cosa volesse dire perdere una persona chiave nella propria vita. Faccio persino fatica ad ascoltare il brano.

Il valore catartico delle canzoni è innegabile per me. Le ho sempre usate per dire quello che non riuscivo a dire faccia a faccia, poi sono diventate qualcos’altro. La canzone è di vitale importanza, l’autore pop si sobbarca di questa responsabilità di parlare di cose normali, semplici, vere, cose che cambiano l’animo delle persone. Ho sempre suggerito alle persone di abbracciare le proprie ferite e di scoprire cosa potesse esserci dietro. Sono uno scrittore pop con lo scopo di cambiare gli animi, in questo senso quindi guerriero. In un mondo in cui pare che nessuno riesce a sopportare l’altro, ci riscopriamo più uniti che mai cantando a squarciagola in uno stadio. Questo mi fa pensare che il pop abbia un potere reale anche se noi artisti abbiamo una credibilità diversa, sicuramente minore delle istituzioni che potrebbero fare qualcosa di concreto. Io mi limito a dire: votate se potete. Non vi lamentate se poi non votate. Non ho risposta su chi e amo e chi odio, sono confuso così come dimostrano di esserlo i politici stessi. Mi fa male constatare che c’è più mancanza di civiltà tra le istituzioni che tra le persone. In ogni caso rimango un fiero uomo pop, il caposquadra degli uomini pop. Il pop arriva dove non arrivano i filosofi.

Ecco perché il disco prende forma dalla voglia di vivere anche se nasce dal testo di “Accetto miracoli”, scritto nel 2016. MI fa strano pensare che stavo andando via da Los Angeles e che solo tre giorni prima avevo incontrato quello che oggi è mio marito. Ero fermo agli ostacoli, ho accolto i cambiamenti anche se li capivo e ho scritto il disco. Nel frattempo ho tentato di vivere la mia relazione in modo personale, innamorarsi in maniera diversa a 40 anni ha un valore che non conoscevo. Il mondo dentro di me stava cambiando, ho protetto questo sentimento anche da amici e famiglia, mi facevo paranoie. Mi sembrava tutto troppo giusto in un contesto così lontano da me. Dopo due anni e mezzo, questa relazione è diventata una verità nella mia vita e ho ritenuto giusto celebrare questa unione, così come si è sempre fatto nella storia dell’uomo.

Uno degli episodi più felici è stato il duetto con Jovanotti in “Balla per me”. Lui è stato il mio primo idolo, la sua musica e la sua scrittura hanno scandito la mia vita. L’ho conosciuto nel 2005 ma ho sempre mantenuto una certa venerazione nei suoi riguardi. In questa canzone, che non è solo un featuring, sembra che cantiamo insieme da 15 anni. Solo che io canto lui dall’88 e lui no (ride ndr).

Ai miei fan dico di imparare a vincere come persone, di lasciar perdere le polemiche, di aspettare un lungo ma fondamentale minuto prima di reagire alle offese. Il bullismo non è ma finito ma le persone che parlano a caso ci saranno sempre. Ho imparato ad essere ironico tranne quando la presa in giro è legata alla sessualità. Mi spiace che non ci sia una legge contro l’odio. Le parole sono importanti, con le parole siamo diventati grandi nel mondo, sento il bisogno che si impari a dire le cose con intelligenza emotiva con dei tempi, dei modi e dei toni che possano portare rispetto e fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

Note di viaggio. Capitolo 1. Venite Avanti. A lezione di storia, di vita, di musica con Francesco Guccini e Mauro Pagani.

Francesco Guccini-Mauro Pagani

La canzone è una sorta di gibigianna, e cioè riflesso di luce su una superficie, non sta ferma, si allarga, viaggia, conquista territori e persone, con trame che sfuggono, attraverso passaggi che ignori…Perchè la canzone è magia, un fenomeno continuamente migrante”, scrive Francesco Guccini sulla quarta di copertina del primo capitolo di “Note di viaggio. Venite avanti”. Il progetto discografico nato da un’idea di BMG in collaborazione con Mauro Pagani con l’obiettivo di dare nuova veste e nuovo slancio alle più belle canzoni di Francesco Guccini. In prima battuta il maestro non si dichiarava particolarmente entusiasta del progetto, poi grazie al prezioso contributo di Pagani le cose si sono pian piano fatte più concrete fino ad ingaggiare 27 artisti con i relativi manager per un colossal musicale pensato per prendersi il suo tempo di ascolto e comprensione.

Il disco si apre con un’inaspettata sorpresa: un brano inedito scritto e cantato proprio da Guccini, intitolato “Natale a Pavana”. Un brano che, a partire dall’uso del dialetto pavanese, profuma di altri tempi, crea un’atmosfera sognante, nostalgica e genuina. Nato da una poesia, il brano narra di un Natale pavanese del dopoguerra, quella fase dove il cuore andava ricostruito pezzo per pezzo, così come si andava a costruire nuovi ricordi per seppellire vecchie tragedie. Ferrovie appenniniche, cumuli di neve, occhi curiosi, parenti importanti fanno capolino attraverso la voce imperiosa di Guccini che risuona forte e intensa come se niente fosse cambiato in questi anni.

Invece il Maestro è cambiato, eccome. Si è trasferito in Toscana, al confine con l’Emilia. Si dichiara scrittore convinto, risolto e soddisfatto. Canticchia ritornelli di canzoni raccattate nei meandri del bagaglio mentale di una vita, dichiara di aver messo le chitarre in un angolo e di non guardarle neanche più, eppure c’è un ma. Sì, il Maestro non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: a proposito delle 250 canzoni visionate da Mauro Pagani per questo progetto, Guccini ci tiene a sottolineare che tutti negli anni si sono fissati con “L’avvelenata”, “Dio è morto”, “La locomotiva” ma pochi si sono soffermati sulle sue numerose e lunghissime canzoni piene di contenuti, concetti, ricordi, personaggi da raccontare, amare e ricordare.

Ma torniamo a “Note di viaggio”: un ispirato Mauro Pagani racconta di come si sia sentito grato ed entusiasta nel mettersi a studiare il repertorio di Guccini, andando oltre le canzoni più famose, scegliendo e selezionando 4 brani per ogni artista coinvolto nel disco. Per molti di questi, Guccini è stato un elemento formativo sia dal punto di vista personale che artistico. Un modo per toccare con mano l’affetto, il rispetto e l’amore che il mondo della musica nutre nei confronti di un artista che ha fatto scuola.

Perseguendo l’obiettivo di mantenere intatta l’identità dei brani originali, Mauro Pagani ha lavorato per togliere il superfluo e fare in modo che l’urgenza comunicativa dei brani selezionati potesse arrivare al pubblico fino all’ultima sillaba del testo, il tutto cercando di fare in modo che ogni interprete potesse sentirsi a proprio agio e credibile allo stesso tempo.

Un lavoro difficile, certosino, di quelli che tanto piacciono a un artigiano della musica che, nel corso dei decenni, ha saputo fondere la propria pelle a quella di tanti artisti.

Francesco Guccini

Francesco Guccini

Tra le canzoni più importanti del disco c’è “Auschwitz”, cantata da Elisa. Il brano con cui è iniziata la carriera pubblica di Guccini ma anche la prima canzone che ha sancito il rapporto di Pagani con la musica del Maestro. Un giovanissimo Pagani, abituato al rock’n roll tutto forma e niente contenuto, si è imbattuto nella profondità di Guccini restandone profondamente colpito. Un’altra scelta coraggiosa, che ha sorpreso anche Guccini, è stata quella di inserire “Tango per due”, interpretato da Nina Zilli. Una rara occasione di ascolto originale e d’antan. Molto intensa anche Malika Ayane in “Canzone quasi d’amore”. Tutto emiliano il duetto di Luca Carboni e Samuele Bersani in “Canzone delle osterie fuori porta”. Particolarmente riuscita è l’interpretazione che Brunori Sas fa di “Vorrei”: forse il migliore di tutto il disco. Immancabile “L’avvelenata” che Pagani ha voluto cantare in prima persona in duetto con Manuel Agnelli.

In attesa del secondo capitolo, in cui magari ci sarà anche un rapper a cantare, Guccini ricorda con rammarico il brano “Van Loon”, ispirato a suo padre, perito elettromeccanico, innamorato degli studi classici. Una canzone rimasta nel cassetto dopo la morte del papà e che avrebbe voluto vedere rinascere in una nuova veste. Per concludere in bellezza, il Maestro ha voluto spendere qualche parola di solidarietà nei confronti della senatrice a vita Liliana Segre: “E’ una vergogna che una sopravvissuta all’Olocausto sia costretta a viaggiare con la scorta. Così come ho trovato vergognosa l’astensione in parlamento. Sono sicuro che con queste mie parole, mi attirerò una serie di invettive sui social ma per fortuna non li frequento, dicano pure quello che vogliono”. E, sempre a proposito di politica, Guccini si conferma un uomo di sinistra che crede nella sua terra e che confida nel futuro, nonostante tutto.

Raffaella Sbrescia

Gianna Nannini presenta l’album “La differenza”: il suo rock si fa black e valica i muri.

Gianna Nannini_Cover album La differenza

Gianna Nannini ritrova la sua America a Nashville. La cantautrice pubblica, infatti, un nuovo album “La differenza”  registrato proprio negli States dopo aver trascorso diverso tempo a scrivere in una stanza scelta ed affittata ad hoc a Gloucester Road, a Londra, per concentrarsi, comporre, evolvere la identità artistica. La cantante afferma di essere partire al buio, affidandosi al suo istinto, alla ricerca di un brivido per ogni nuova canzone che ha preso forma nel suo incantato MYFACEstudio circondata dai suoi fidati collaboratori Mauro Paoluzzi, Gino Pacifico, Fabio Pianigiani, Dave Stewart. Nella patria della western country music, Gianna Nannini ha ritrovato la vena black: blues e rock suonati in presa diretta per un risultato curato ma di impatto immediato con l’obiettivo di fare la differenza. Le canzoni, registrate al primo o secondo take al massimo, senza overdubs e con microfoni live l’hanno ispirata e fatta sentire a proprio agio per ritrovare il discorso lasciato in sospeso con l’album “California” e per mantenere quella famosa promessa fatta a Conny Plank: un disco soul in linea con la sua inconfondibile voce.

I testi sono incentrati sui conflitti d’amore, meccanismi tossici nati da differenze da accettare come naturali. Il monito del disco è dare la sveglia agli esseri umani, abbattere i pregiudizi seguendo una visione d’insieme al di là delle crepe. In studio una band da sogno capeggiata da Simon Phillips per un connubio artistico sensuale e fluido. L’unico duetto del disco è con Coez in “Motivo”. Il graffio di Gianna e la melodia del cantautore si sono trovati in un brano che mette in pista le velleità di entrambi per una collaborazione autentica e voluta.

Gianna Nannini Foto di Daniele Barraco

Le parole di Gianna nascono da riflessioni estemporanee, trovano subito la luce, non vivono artificiosamente su un pc e scivolano ora sinuose e pungenti, ora piene e travolgenti in un disco che riporta la Nannini alle sue radici dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione. Perseguendo la naturale attitudine a lasciarsi andare in contaminazioni di varia tipologia, la Nannini si mostra carica e determinata nel definire una nuova identità di se stessa dopo aver esaurito un certo tipo di discorso artistico. Questo rock acustico nasce pertanto con la forte volontà di valicare i muri mentali e le mode imperanti. Le basi ritmiche sono scelte e pensate per una performance artistica di fascinazione sessuale a dispetto di tutto e tutti. Sarebbe bello se Simon Phillips potesse suonare anche durante le tappe italiane del tour di Gianna, anche dopo il tour europeo e la data di Firenze. Per saperlo bisognerà attendere e sperare. Gianna intanto allo stadio Artemio Franchi il prossimo 30 maggio ci andrà da ghibellina, pronta a spaccare. Come suo solito.

 Raffaella Sbrescia

D.O.C. è il nuovo album di Zucchero “Sugar” Fornaciari. Nella tempesta, ecco lo spirito nel buio.

ZUCCHERO

A tre anni di distanza da “Black cat”, Zucchero Sugar Fornaciari torna in pista con “D.O.C”, un album con cui l’artista sceglie di raccontarsi in modo fedele, autentico e in linea con i tempi, sia dal punto di vista testuale che musicale.

Zucchero vive i tempi che corrono lasciando perdere i doppisensi ammiccanti. Non è più tempo della goliardia, è tempo della riflessione, della ricerca, forse della redenzione.

Il fulcro da cui prende vita tutto il lavoro rimangono le sue amate origini, presenti anche in copertina, che il cantante sceglie di fare proprie a tutto tondo. Dal blues, al soul, al R & B, al gospel, passando per un uso caldo dell’elettronica, D.O.C suona come un disco attuale sia nei suoni che neglI arrangiamenti. Al fianco di Zucchero, alcuni nomi storici: Max Marcolini, presente dal ‘98, il brother in blues Don Was. Subentrano poi diversi giovani produttori come Nicolas Rebscher, Joel Humlen, Steve Robson, Eg White per mettere a fuoco un percorso di ricerca che è andato avanti per circa un anno a seguito dell’ultimo tour di Zucchero.

Zucchero Robert Ascroft

Zucchero Robert Ascroft

Tempi sospettosi, tempi sospesi sono quelli di cui ci parla l’artista che, nel suo inconfondibile stile, disegna un quadro fedele di un mondo molto simile a una pentola in ebollizione. In ogni canzone viene fuori uno spirito, una luce, una speranza, quasi come se Zucchero stesse cominciando a intravvedere una forza superiore, un’entità mistica non ancora definita ma che in qualche modo esiste. Questo intimismo è stato fin da subito un aspetto evidente all’artista che, difatti, si definisce geloso di D.O.C proprio perché ha toccato punti delicati, richiamando antichi ricordi di infanzia. Tra i termini chiave dell’album c’è la parola “freedom”, libertà. Un termine inflazionato, di cui molti abusano senza pensare al fatto che ormai siamo del tutto condizionati nei comportamenti e nel modo di interpretare le cose. Zucchero ne rivendica l’autenticità professando uno stile di vita country, lontano dalle apparenze, circondato da pochi fidati amici e ben distante dalle velleità di chi non si mostra per quello che è davvero. Zucchero parla infatti anche delle cosiddette “vittime del cool”, recrimina un allontanamento globale dallo stile di vita autentico, genuino e onesto di un tempo. Prende a male parole quello che non è più il “Belpaese”. Denuncia intrighi, corruzioni, l’ involuzione socio-culturale, rimette in pista il dialetto, collabora a quattro mani con De Gregoriprima  e Van De Sfroos poi, duetta con l’astro nascente Frida Sundemo e si prende la liberà di condividere pensieri romantici e controcorrente. Scappa una lacrima da mezza lira in “Testa o croce” in cui riappare la terra natìa Roncocesi. Accompagnato dalla sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa, proprio come accadde tanti anni fa quando fu sradicato in Versilia, Zucchero abbraccia il mondo con un nuovo tour mondiale che, questa volta, prenderà il via dal Bluesfest Byron Bay in Australia il prossimo aprile. Saranno tanti i concerti che si susseguiranno subito dopo, tra i tanti anche un nuovo record di date consecutive all’Arena di Verona, ormai storico punto di riferimento per l’artista emiliano a cui piace essere stanziale, rilassato, concentrato e pronto a dare il meglio di sé, sempre accompagnato da musicisti che fanno invidia alle star mondiali. Sono tanti gli aneddoti di cui fa menzione Zucchero, così come sono tante le cose che dice attraverso le sue canzoni senza che debba esplicitarne il contenuto. La stoffa, la misura, la sostanza di artisti del suo calibro si misurano semplicemente con la potenza di parole che, tassativamente in italiano, arrivano ancora a toccare il cuore di migliaia di appassionati in tutto il mondo. Che D.O.C sia con noi e, a buon rendere!

Raffaella Sbrescia

Iodegradabile: il nuovo album di Willie Peyote testimonia che si può fare rap ad alti livelli

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 Uscirà il 25 ottobre “Iodegradabile”, il nuovo album di Willie Peyote. Il rapper e cantautore incide il quarto lavoro discografico per Virgin Record e si rilancia con piena linfa e rinnovato ardore sull’ottima scia dell’apprezzato singolo “La tua futura ex moglie”. La grande novità di questo lavoro è l’introduzione di un’ossatura strumentale che mette in piedi una ritmica armonica decisamente più matura con ampia evidenziazione del groove sempre caro al Peyote. Il disco è stato registrato a Torino con la partecipazione degli ALL DONE, band composta da Kavah, Danni Bronzini, Luca Romeo, Daio Panza, Marcello Picchioni. Le sonorità sono meno black e più rock di richiamo inglese.

Anche i testi del disco fanno capo alla nota vena ironica del torinese. In “Iodegradabile” Willie ritrae un fedele quadro sociale e antropologico complessivo della situazione attuale in Italia spaziando dalla politica alle relazioni interpersonali.

“Questo è un disco sul pezzo. Si parla di tempo: ne abbiamo sempre poco. Parlo quindi della fine della vita, della morte, dei social, del nostro essere costantemente in vendita o in cerca di approvazione. Funzioni se hai likes, visualizzazioni, condivisioni. Tutto deve funzionare subito, non ci diamo il tempo di capire le cose. Mi sento responsabile di ciò che scrivo e penso a tutti i lati da cui possa essere vista e interpretata la mia scrittura. Spero che con questo lavoro possa allargarsi la fetta di pubblico a cui parlo perché parlare solo con chi ti dà ragione non ha senso, vorrei parlare con chi finora non mi ha mai ascoltato. Non voglio fare l’errore che ha fatto la sinistra negli ultimi 30 anni. Se fai il comunicatore devi capire il linguaggio di chi c’è intorno a te. L’ho capito quando facevo il formatore in un call center.

Parlando dei testi vi dico che  “Mango”è il pezzo più rap, prendo spunto dal rap nuovo, la trap se fatta bene, spacca. In”Catalogo” dico: tutto bene quel che finisce. Il concept gira intorno all’idea che siamo tutti sia venditori che acquirenti di noi stessi. In “Mostro”, incentrato sul governo gialloverde quando era ancora in carica, parlo del dissidio tra contenuto di informazione e complottismo.

Per la prima volta in un disco dico “Ti amo”. L’ho fatto perché ero innamorato, forse lo sono ancora ma non sono il tipo da dichiararlo. Sono nichilista, cinico ma è anche vero che se per un giorno sono felice non vedo perché non possa dirlo solo per scontentare qualcuno. In questo caso ho provato a mettere in piedi anche un progetto di vita senza riuscirci per cui non escludo che nel prossimo album metterò questo fallimento nero su bianco (ride ndr).

Video: La tua futura ex-moglie

Tra i miei cardini di riferimento c’è un unico vero obiettivo: far muovere culo e cervello contemporaneamente. Ho sempre pensato che ai concerti ci si debba divertire e infatti ho scritto questo album pensando proprio al tipo di reazione che avrebbe avuto chi l’avrebbe ascoltato live. Spero che la gente abbia voglia di ballare oltre a cantare. Questa volta nei live ci sarà una band e anche se non siamo ancora settati, posso garantire che il groove non mancherà. La combo basso-batteria è imprescindibile. Sfatiamo il mito secondo cui il rap non può viaggiare di pari passo alla cultura. Si può fare rap a livelli alti, bisogna capire se e come cambiare il linguaggio per arrivare alla gente in modo efficace. La cultura non deve essere per forza pesante, a me per esempio diverte dire parolacce per stemperare la tensione. Non voglio essere così vecchio da non capire la musica dei miei coetanei. Nella musica cerco di far riflettere i ragazzi, nessuno è privo di un diritto, tutti vanno educati a usare lo stesso. In me ci saranno sempre gli artisti che mi hanno forgiato: da Giorgio Gaber, a Frankie Hi- NRG e Daniele Silvestri. In questo disco, ad esempio, c’è un chiaro e nitido riferimento a Pino Daniele. Poi ci sono tanti richiami ai libri che ho letto e ai comici che ho guardato.

Se ragiono più ad ampio raggio, ci sono giorni in cui mi sveglio e penso che la gente davvero non abbia speranza, non voglio però che questo sia l’unico pensiero. Smettere di sperare equivarrebbe a morire”.

Raffaella Sbrescia

Polvere e Asfalto: la recensione dell’album di esordio di Vins

Polvere e Asfalto

Polvere e Asfalto

Che cosa vuol dire far musica sentendosi parte di una dimensione parallela, fuori dal tempo, dallo spazio e dalle necessità dettate dalle incombenze del vivere quotidiano? Prova a spiegarcelo Vincenzo Pennacchio, in arte Vins, con il suo album d’esordio “Polvere e asfalto”. Musicista e cantautore napoletano, Vins usa la penna e le corde per mettere a fuoco una serie di riflessioni ora estemporanee, ora più stratificate attraverso un modo di esprimersi autentico e privo di artifizi.

Il viaggio di Vins inizia con “Come si fa?”, un brano che inneggia a vivere e muoversi controtempo e controcorrente per non rischiare di restare mummificati dalla polvere e dall’asfalto che ogni giorno siamo corretti a schivare pur muovendoci esattamente al loro interno.

Le vibrazioni sonore che scandiscono parole ed emozioni sono figlie di ascolti standard. Tra blues e rock che hanno marchiato a fuoco intere generazioni, nella musica di Vins rimane questo flusso di continuità che è sinonimo di qualità.

C’è un tempo per odiare, un tempo per amare, canta Vins in “Domani”, una canzone per definire la propria identità. Lontano da stereotipi e mode, il cantautore mira alla sostanza delle cose, questo è ciò che avviene tra le righe di “Curami” in cui la musica nuda è la cura perfetta per evolversi dalla contingenze quotidiane e muoversi su strade nuove.

La cruda amarezza e il feroce disincanto vibrano ne “Il vento”: un po’ bisogna cedere e farsi il culo in tre, sporca è l’anima della rabbia che sento dentro, le certezze sono bandiere stuprate dal vento, non mi va di essere usato per pagare i vostri conti, il mio disprezzo è il mezzo di comunicazione. Più onesti, diretti e trasparenti di così davvero non si può essere.

La riflessione si fa urlo definitivo in “Io non sono qui”: il varco per uscire completamente fuori, allo scoperto, privati da vincoli e definizioni. Vins evade e in questa fuga attraversa “Polvere e asfalto”, percorrendo chilometri a piedi nudi, barcamenandosi tra bestie feroci fino a divenire entità astratta. Rimane una vibrazione strumentale, prima cruenta, poi dolce e struggente.

La trasIfgurazione è solo metaforica, la consistenza di Vins è ancora vivida e scomoda, esattamente come appare ne “Il mondo è qua”: benvenuto a euro-zona, tu sei zero, non sei persona, il codice a barre è la tua identità, scrive Vincenzo senza fare sconti. Ecco perché è il caso di individuare un “Punto di fuga”, come lui fa attraverso parole e canzoni.

Assurdo pensare che il rock’n’roll sia “Solo uno show” quando assurge a una tale potenzialità espressiva eppure questa consapevolezza piomba con forza ineludibile anche tra i sogni di Vins. A chiudere l’album è “Immobile”, una ballad amara ma avvolgente. Un monito a non crogiolarsi nel dolore e a credere che ci sia sempre e comunque un buon motivo per saltare nel buio.

Raffaella Sbrescia

 

 

 

Intervista a Giuseppina Torre: in “Life book” vi racconto il mio inno alla vita

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Anticipato dalle composizioni “Never look back” e “Gocce di veleno, dal 21 giugno è disponibile nei negozi di dischi, in digital download e sulle piattaforme streaming LIFE BOOK”, il nuovo album di composizioni inedite di GIUSEPPINA TORRE, pubblicato da DECCA RECORDS e distribuito da Universal Music Italia (UMI.lnk.to/LifeBook_G_TorreWe).

Prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio, “Life Book” esce sulla scia del grande successo ottenuto dalla pianista con il concerto nel Cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco, nell’ambito di Piano City Milano 2019. Le 10 composizioni del disco, con musiche composte ed eseguite da Giuseppina Torre, raccontano le suggestioni, i pensieri e il vissuto dell’artista negli ultimi anni, come un vero e proprio “racconto di vita” in musica.

 Intervista

Ciao Giuseppina, siamo felici di conoscerti. L’occasione è particolarmente propizia visto che è appena uscito il tuo nuovo album di inediti “LIFE BOOK”. Non possiamo esimerci dal chiederti come nasce questo progetto, il relativo titolo e lo spirito con cui il disco si presenta al pubblico.

- Questo progetto nasce dall’esigenza di raccontare la mia rinascita attraverso il Pianoforte e attraverso la mia musica. Sono “appunti di vita“ degli ultimi anni , racconto ciò che il mio cuore ha provato in questi anni, il percorso di rinascita attraverso il dolore laddove le avversità sono diventate opportunità  Si presenta al pubblico, traccia dopo traccia, come un inno alla vita, inducendo l’ ascoltatore a diversi punti di riflessione.

Il brano che ha anticipato la pubblicazione è quantomai esplicativo già a partire dal titolo:Never look back”. Quanto c’è di autobiografico in questa composizione e nel disco?

- In “Never look back”, come in tutte le composizioni del disco, c’è tutta la Giuseppina donna e artista poiché i due ruoli si fondono e si confondono. In questa traccia esprimo la volontà di chiudere definitivamente la porta del passato gettando tutti i sassi che appesantivano il mio cuore per intraprendere, con passi più sereni , il cammino della Vita.

A questo proposito le avversità che hai affrontato sono diventate forse la tua più grande risorsa. Cosa desideri raccontarci a riguardo?

- Le avversità mi hanno fatto comprendere quanta forza avessi. E’ stato un percorso lungo e laborioso, con tantissimi momenti di scoraggiamento ma quando ti trovi a un bivio dove devi scegliere se soccombere alle difficoltà o reagire, io ho preferito aggrapparmi alla vita con tutte le mie forze. Questo percorso di guarigione è stato possibile grazie alla vicinanza di mio figlio Emanuele, il mio faro, della mia famiglia, degli amici più cari e soprattutto all’ incontro di due persone che sono state fondamentali per la mia rinascita artistica: Riccardo Vitanza e Fatima Dell’Andro. Senza loro non saremmo qui a parlare di “Life Book “che è pubblicato dalla prestigiosa etichetta Decca Records e distribuito da Universal Music Italia .

Il disco è prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio. Come hai lavorata con loro e come siete riusciti a trovare la sintonia ideale?

- Ho avuto la fortuna di poter lavorare con un team composto da persone dove ognuna è un’ eccellenza nel proprio ambito lavorativo. Il team è stato creato da Riccardo Vitanza che mi presentò Lucia Maggi , assistente alla produzione, e Davide Ferrario . Conoscevo Davide di fama poiché ha lavorato per tantissimi anni con Franco Battiato. Con lui è scattato subito un feeling musicale ed è nata subito una sintonia artistica. Pino “ Pinaxa “ Pischetola è il massimo che si potesse desiderare al missaggio e alla masterizzazione, il mago del suono! Il disco è stato registrato nella Sala di Griffa & Figli su uno Stainway meraviglioso, il loro top di gamma, stupendo. Quando hai la fortuna di lavorare con un team composto da eccellenze non può non venir fuori un vero “gioiello”!

Ci piacerebbe che ci raccontassi i pensieri, le suggestioni e il messaggio che ci sono dietro brani come “Rosa tra le rose”, “Gocce di veleno”, “Un mare di mani”. Una triade particolarmente rappresentativa.

- “Rosa tra le rose “è la traccia che apre l’album ed è dedicata alla mia mamma che è venuta a mancare due anni fa . Lei si chiamava Rosa e i suoi fiori preferiti erano le rose. Tutto l’album è dedicato a lei . “Gocce di veleno “porta il titolo dell’omonimo libro di Valeria Benatti, scrittrice e voce di R.T.L. . Tratta il tema attualissimo della violenza sulle donne, infatti il libro narra la storia di un amore malato e della violenza fisica e psicologica che è molto subdola. Traendo ispirazione dalla lettura del libro e passando attraverso la mia esperienza personale è nata “Gocce di veleno”. “Un mare di mani “tratta un altro tema attuale quello degli sbarchi dei clandestini. Abito vicino a Pozzallo, meta di sbarchi, e ho visto dei filmanti originali di salvataggio. Sono stata malissimo nel vedere il mare di mani di questi esseri umani che cercano altre mani che li salvino dall’ annegamento. Sono scene forti e crudeli. Si dovrebbe riflettere molto a riguardo …

Quali sono invece le differenze tra questo album e “Il silenzio delle stelle”?

- Quello che si avverte subito nell’ ascoltare “Life Book “è l’ assenza di tormento che vi era ne “Il silenzio delle stelle”. Si respira, anche nelle composizioni più malinconiche, la voglia di pace e serenità interiore, pace e serenità che sono riuscita ad acquisire in questi anni non poco travagliati .

Come hai vissuto il fatto che il tuo nome è stato recentemente inserito all’interno del “Dizionario dei compositori di Sicilia”, opera del poeta e scrittore triestino Giovanni Tavčar?

- L’ essere inserita in questo dizionario la cui memoria storica va dal periodo dei greci fino ai tempi nostri mi onora immensamente e con orgoglio penso che lascerà una traccia di me ai posteri.

Dove suonerai dal vivo prossimamente?

- Dopo la presentazione ufficiale del disco avvenuta il 24 Giugno a Milano presso la Rizzoli Galleria , si stanno organizzando altre date che toccheranno le principali città italiane da nord a sud . E’ tutto work in progress.

Quali sono obiettivi a breve termine che poni davanti a te?

- Mi pongo di vivere sempre con e per la musica e di vivere in armonia con essa e con tutto ciò che mi circonda.

A che punto del tuo cammino artistico senti di essere in questo momento?

- Ho raggiunto obiettivi importanti, ho vissuto esperienze che sono andate oltre ciò che potevo sognare, ho avuto riconoscimenti internazionali importanti ma per mio carattere non mi sento “ arrivata “ e non mi adagio sugli allori . Tutto ciò che ho raggiunto con sacrificio e sudore sono solo l’inizio di un cammino appena intrapreso e di tanta gavetta ancora da fare.

Quali sono quei lati e quegli interessi personali che ad oggi sono rimasti nascosti?

- Mi affascina il mondo della medicina soprattutto il settore della ricerca e leggo riviste del settore. Sarei diventata una ricercatrice nel campo medico se il pianoforte non mi avesse “rapito “. Amo anche il cinema e la letteratura e quando voglio staccare coltivo queste mie due passioni.

Come porti avanti la tua ricerca artistica?

– Ascolto tantissima musica non solo classica ma tutti i generi dal pop al rock al jazz all’ elettronica. Allargare i propri orizzonti musicali sono motivo di arricchimento e crescita artistica.

Raffaella Sbrescia

Mario Venuti presenta il nuovo album “Soyuz 10″. Intervista

Mario Venuti

Mario Venuti

Mario Venuti pubblica il decimo album di inediti “Soyuz 10” in 30 anni di carriera e lo fa con classe, sapienza e maestria. La sua è una scrittura senza tempo, elegante e corposa. Un preciso tratto distintivo di un artista che da sempre ama creare e vivere in modo autentico e lontano da sovrastrutture.
A raccontare il nuovo album è lui stesso con queste parole:
“Ho intitolato il disco in questo modo per cercare di andare oltre l’automatismo che in genere scandisce questo tipo di operazione. In questo caso ho lasciato che una sessione di registrazioni mi coinvolgesse al punto da mettermi al centro di una visione. Il protagonista di questo momento è stato un microfono Soyuz, particolarmente adatto alla mia voce. Ho quindi immaginato che proprio quel microfono potesse trasfigurarsi in una sorta di razzo che traghettasse la mia voce in altre dimensioni. Per concludere il tema dell’incontro e del relazionarsi tra le persone mi ha incoraggiato a scegliere il titolo”.
Il mood che scandisce questi brani è distensione e positività. Questo tipo di vibrazioni sono frutto della maturità e della prorompenza dell’esperienza. Ci sono molte canzoni d’amore incentrate sul concetto che gli umani hanno un bisogno disperato della componente emozionale, benchè oggi tutto sia fortemente condizionato dalla mente e dalla razionalità.
“Il mio rapporto con la musica è sempre stato naturale anche se con il tempo sono diventato più istintivo. Prima scrivevo da solo ed era un lavoro di sedimentazione, ora invece annoto piccole frasi, veri e propri frammenti su dei taccuini, ho delle basi armoniche e sono fanatico della melodia. Poi mi vedo con Pippo (Kaballà ndr) e tutto prende una forma più compiuta. Il plot diventa netto e la mia felice consuetudine raggiunge il lieto fine. Per spiegare questo processo in modo più concreto, l’ultima trilogia di album rappresenta l’esempio perfetto: il “Tramonto dell’occidente’ del 2014 era il disco della ragione (abbiamo volutamente messo da parte la componente emozionale per raccontare la società e la crisi). ‘Motore di vita’ del 2017 era un disco fisico in cui azione e ballo s’incentravano sulla riscoperta del corpo. Questo è chiaramente un disco del cuore, nato in posti di mare di fronte a grandi orizzonti marini tra Sicilia e Liguria con grande istintività e senza pc”.
“La mia vita personale è di basso profilo. Vivo in un quartiere misto di Catania e ho sempre preferito i contesti off limits. Mi piace il mio paradiso bohemien, faccio una vita tranquilla e mantengo intatto il legame con la mia terra e con la dimensione affettiva. Lì vivo e scrivo, Kaballà ormai è una certezza costante, è sempre bello condividere idee e pensieri con lui. Con Bianconi invece mi diverto molto, la sua presenza è diventata un rito scaramantico. Voglio che in ogni mio disco ci sia una canzone scritta da lui, una persona colta che stimo moltissimo”.
“I confini tra l’autobiografismo e la fiction sono sempre molto labili, trovo che sia giusto che sia tutto molto sfumato. Allo stesso tempo la mia nostalgia del futuro sta nel cercare di rapportare tutto all’oggi, offrire letture e punti di vista da prospettive diverse lasciando anche qualcosa di non detto. La tecnologia ci sovrasta ma l’unico antidoto possibile è instaurare un legame con elementi naturali, ritagliarsi spazi di disintossicazione. Ogni eccesso ha le sue controindicazioni.
Il mio linguaggio sta in bilico tra passato e presente, oggi si tende allo svacco, il mio è molto più raffinato. Vorrei istituire la giornata mondiale dell’immodestia, un giorno all’anno in cui ci si spoglia della finta umiltà. Vorrei semplicemente dire che un disco così, oggi, è veramente raro per eleganza, raffinatezza, ricerca musicale, armonica, testuale. Questo album è molto più suonato rispetto a “Motore di vita”. Qui c’è un’importante componente umana, ci sono musicisti veri, archi, fiati, ma sfido chiunque a produrre, oggi, un disco senza Pro-Tools e computer. Mi fregio di dire che è un album molto vario e pieno di riferimenti, sono portato a fare dischi variegati dal punto di vista stilistico, ho rinunciato all’idea di stare dentro uno spazio ristretto di azione, mi piacciono i dischi vari e infatti il mio preferito dei Beatles è ‘Revolver’, che contiene di tutto un po’.
Non mi preoccupo delle tendenze, i social sono un’appendice, una sovrastruttura. Il nocciolo rimangono le canzoni, domani resteranno solo quelle a prescindere dal resto che rimane del materiale che si consuma in giornata.
Se penso ai nuovi cantautori, sinceramente non penso a una rottura con il passato, anzi. Sono convinto che l’attuale scena pop sia la naturale prosecuzione di quanto abbiano insegnato i primi maestri del cantautorato italiano. Lo stesso Tommaso Paradiso si rifà apertamente a Carboni, Venditti, il primo Vasco. Poi penso a Brunori, ovvero la summa del cantautorato classico italiano: Gaetano, Battisti, Dalla, De Gregori ben miscelati e serviti. C’è un filo che lega le canzoni di oggi a quelle di ieri e questi artisti ne sono la prova dimostrata”.
Raffaella Sbrescia

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