Yombe: l’evoluzione continua con “Goood”

 

Yombe

Yombe

“GOOOD” è  il nuovo album di YOMBE, la coppia di artisti che sta conquistando sempre più consensi grazie ad un suono pop contemporaneo. Tra i primi artisti italiani a essere stati inseriti in UK nella playlist di Spotify “New Music Friday”, gli YOMBE compiono un passo in avanti evolvendo la loro formula musicale con forti iniezioni di elettronica. Anche dal punto di vista testuale, i due dimostrano di essere sul pezzo concentrando i testi su temi assolutamente attuali. Il titolo dell’album, infatti, riprende il mantra del “to be good at something”, la rincorsa al primeggiare, al continuo innalzamento dell’asticella personale. L’invito è quello di godersi la propria dimensione personale senza guardarsi troppo indietro ma anche senza sentirsi ossessionati da traguardi che finiscono col privarci della gioia di godere del presente.

Raffaella Sbrescia

Video: Tonight

YOMBE presenteranno dal vivo il loro nuovo disco nel tour curato da Radar Concerti, assieme a quattro date  esclusive in apertura a Ghemon:

30/11 – Santeria Social Club - MILANO w/ Ghemon
01/12 Santeria Social Club - MILANO w/ Ghemon
02/12 – TPO - BOLOGNA w/ Ghemon

08/12 – Auditorium Flog - FIRENZE w/ Ghemon

9 dicembre / ROMA – Supersonic @ Largo Venue

14 dicembre / FORLÌ – Diagonal Loft Club

16 dicembre / TORINO – Astoria

& MORE TBA…

https://www.facebook.com/yombeband

https://www.instagram.com/yombeband/

https://twitter.com/YOMBE__band

https://www.youtube.com/user/YombeVEVO

I “Possibili scenari” di Cesare Cremonini: la nuova frontiera del pop Made in Italy

 

Cremonini possibili scenari

Cremonini possibili scenari

Che cosa vuol dire essere un cantautore nel 2017? Scrivere raccontandosi e raccontando gli altri può essere bellissimo quanto complesso e non sempre utile. Anzi, ultimamente quasi mai.

Impiegare due anni della propria vita, investendo tempo, energie e risorse  in un progetto discografico significa crederci per fare in modo che ci credano anche gli altri. Cesare Cremonini per “Possibili scenari”, il nuovo album in uscita domani, prodotto da Walter Mameli per Trecuori e Universal Music, registrato negli Studi Mille Galassie di Bologna, ha fatto esattamente questo. La sua concezione di pop è artigianale, elegante, curata e fuori dagli schemi. La struttura su cui si reggono le sue canzoni poggia su più livelli ed è proprio questo che, disco dopo disco, fa sì che l’artista riesca a fare la differenza portandosi su un gradino più in alto rispetto alla media. Cesare, come dicevamo, ragiona da artigiano libero, va per la sua strada e si diverte a portarci per mano tra guazzabugli letterari e sinfonie ora divertenti, ora strappalacrime. Avvalsosi della collaborazione di Davide Petrella in veste di co-autore durante la lunga fase di scrittura delle canzoni (fatta eccezione per “Nessuno vuole essere Robin”), Cremonini ci presenta un punto di vista curioso, attento e possibilista; sarà per questo che mai come in questo caso il titolo dell’album si presta molto bene allo scopo del progetto. Sia dal punto di vista testuale che musicale abbiamo molto di cui parlare. Si parte dal calore degli archi e dei fiati della title track, concepita per fare da apripista a concerti e ragionamenti. “Sentirsi bene senza un perché” è il mantra da perseguire per raggiungere lo stadio della contentezza, spauracchio di chi invece è ossessionato dalla felicità. Irresistibile il piglio energico di “Kashmir- Kashmir”, un brano ritmatissimo, tutto da ballare, nonostante un testo incentrato sulla storia di un ipotetico figlio di un estremista islamico. L’accostamento è tanto bislacco, quanto originale. Il protagonista della canzone vorrebbe vivere l’occidente a modo suo, all’insegna della leggerezza, eppure anche per lui non sarà facile vincere il pregiudizio.

Cesare Cremonini @ Giovanni Gastel

Cesare Cremonini @ Giovanni Gastel

Arriva il turno di “Poetica”, il singolo che ha conquistato consensi unanimi. Un brano raffinato, completo, necessario. “Anche quando poi saremo stanchi, troveremo il modo per navigare nel buio”, canta Cesare, incoraggiandoci ad affrontare il viaggio della vita al meglio delle nostre possibilità. L’angoscia della solitudine non può far paura di fronte alla bellezza dell’arte, pronta a risollevare l’anima.

Segue la dimensione interstellare e rarefatta di “Un uomo nuovo”: “Ma tu credi che per volare basti solo un grande salto”? La ritmica di un rullante permanente incoraggia il volo pindarico dell’immaginazione di un indovino che prova a ricordarci di affrontare l’amore a pieno viso, costi quel che costi.

Arriva poi il turno del potenziale nuovo singolo: “Nessuno vuole essere Robin”. Come dare torto a Cesare? Il brano, già a partire dal titolo, svela lo spirito di una delle canzoni più riuscite del disco. Presentata come l’erede di “Marmellata#25”, questa ballata è una fotografia dei nostri tempi, uno specchio delle contorte relazioni umane, il termometro della solitudine che scandisce i nostri giorni: “Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli, tutti col numero dieci sulla schiena e poi sbagliamo i rigori. In questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin”. L’ascolto continua intersecandosi tra i sentieri di “Silent Hill”: la collina dove gli incubi peggiori affiorano a galla e costringono lo stesso Cesare a cantare quasi urlando per liberarsi e liberarci al contempo. Eppure i ricordi sono linfa, sono una preziosa risorsa, oro colato. Lo sa bene Cremonini che ne “Il cielo era sereno” disegna a pennellate un film intimo ma non autoreferenziale. Una bella istantanea vintage che contrasta, e molto, con “La Isla”, il brano più debole del disco, forse perché incentrato sulla diffidenza per le atmosfere menzognere e fugaci  delle mete che spesso scegliamo per le nostre vacanze: “Questa follia non vedo l’ora che finisca”, canta Cesare, che stempera i toni con un ritmo fresco e scanzonato. Su questa lunga scia vive la trama de “Al tuo matrimonio”, brano ispirato al film “il Laureato” di Mike Nicholas, con Dustin Hoffman e Katharine Ross di stampo autenticamente cinematografico. La conclusione di “Possibili scenari” è malinconica. L’ultimo brano della tracklist è “La macchina del tempo”, una canzone che nel raccontare una storia d’amore al contrario, dalla fine all’inizio, squarcia la tristezza all’insegna della dolcezza con una lunga coda strumentale, scandita dai vocalizzi dello stesso Cesare, che chiude il disco con fare epico e maestoso. Pronto a spiccare il volo.

 Raffaella Sbrescia

Previsto per quest’anno anche l’ esordio negli stadi per il tour “Stadi 2018” (prodotto e organizzato da Live Nation Italia)

 Video: Poetica

Di seguito il calendario delle date:

15/06 LIGNANO – stadio G. Teghil

20/06 MILANO – Stadio San Siro

23/06 ROMA – Stadio Olimpico

26/06 BOLOGNA – Stadio Dall’Ara

 

I biglietti del tour sono disponibili su: https://www.livenation.it/artist/cesare-cremonini-tickets

Giuliano Palma presenta Happy Christmas: “Vi canto il Natale in versione ska”

Giuliano Palma - Happy Christmas

Giuliano Palma – Happy Christmas

Esce venerdì 24 novembre il nuovo album di Giuliano Palma “Happy Christmas”. Il progetto sigla l’ingresso del cantante in casa Sony ed esorcizza una festività che per Giuliano Palma ha sempre rappresentato un momento angosciante.

Rivolgendosi ad un pubblico ampio e lontano dai purismi, Palma si approccia al repertorio dei grandi classici natalizi con il suo ritmo reggae – ska che in tanti anni abbiamo imparato ad apprezzare e riconoscere.

All’interno di una presentazione stampa molto particolare, tenutasi a bordo di un Music Tram in centro a Milano, Giuliano Palma ha raccontato: «Con questo album ho voluto mettere l’accento sui ritmi in levare, sui fiati coinvolgenti, sulla batteria incalzante. Piccoli accorgimenti che rendono ballabile qualsiasi ballata natalizia, anche la più classica e malinconica».

Tra le cover più curiose c’è “All I want for Christmas is you”, a proposito della quale Giuliano rivela: «Farei un momento a chi ha composto e prodotto questo brano che, sebbene sia stato rifatto innumerevoli volte, solo nella versione di Mariah Carey ha fatto davvero la differenza. Personalmente mi sono divertito tantissimo a cantarla. In realtà in tutto questo disco sembro un po’ un matto, chi mi conosce sa che definirmi naif è dire poco. Sono curioso di sapere cosa ne penserà chi lo ascolterà».

E se gli si chiede perché ha scelto di cantare proprio “Jingle Bells”, Giuliano dice: «Un conto è cantare “Let it snow”, un altro è cantare un brano come questo in cui mi sono messo alla prova in modo più forte rispetto agli altri. Questo classico ha convinto intere generazioni, esistono splendide versioni: da quella di Sinatra a quella di Elvis Presley. La mia viaggia sulle tonalità dello ska perché, in sostanza, ho voluto creare il Natale che piace a me. Lo ska è uno status mentale.»

Un Natale personalizzato, dunque, un modo per scacciare via la malinconia: «Il Natale mi mette angoscia, non mi piace per niente, spesso l’ho superato stando su un palco a cantare, anche questo disco è concepito per non cedere alla malinconia».

Poi ancora una curiosità: «”White Christmas” l’ avevo registrata qualche anno fa ma non l’ho mai pubblicata. Sentivo di aver sprecato un’occasione quindi questo progetto prende il via proprio da quel momento lì».

A parte questo aneddoto, niente spazio per il passato per Giuliano Palma che a proposito della recentissima pubblicazione del cofanetto celebrativo per il 20esimo anniversario dei Casino Royale, dice: «Premettendo che non intendo rinnegare nulla del mio passato, non mi piace riesumare “cadaveri”. Sono andato semplicemente oltre. Ho fatto altre cose. Non ho partecipato in alcun modo a questo progetto e non mi interessa. Son felice di avere altro a cui pensare in questo momento».

Infine, l’immancabile quesito sulle sorti di questo album natalizio: «Si tratta di un’iniziativa estemporanea, legata ovviamente a questo periodo. Sicuramente ho in mente di suonare queste canzoni dal vivo per qualche concerto pensato apposta ma in questo momento non ho ancora ricevuto conferme in merito. Se nel frattempo volete pensare ad un regalo di Natale per me, sarei contento di ricevere una bella Aston Martin usata! (ride ndr)».

Raffaella Sbrescia

QUESTA LA TRACKLIST:

1.      Jingle Bell Rock

2.      White Christmas

3.      Let It Snow

4.      Santa Claus Is Coming to Town

5.      All I Want for Christmas Is You

6.      Rockin’ Around the Christmas Tree

7.      Happy Xmas (War Is Over)

8.      Jingle Bells

9.      Blue Christmas

10.  Merry Christmas Everybody

 

 

 

Big Christmas: Sergio Sylvestre mai così credibile come in questo progetto.

Big Christmas - Sergio Sylvestre

Big Christmas – Sergio Sylvestre

Il Natale è alle porte e con esso ecco in arrivo i primi album a tema. Il primo è “Big Christmas”, il nuovo progetto di Sergio Sylvestre, vede il giovane cantante alle prese con il repertorio natalizio affrontato con autentico trasporto.

Mai come in questo album, prodotto da Diego Calvetti su etichetta Sony Music, Sergio, nato e vissuto a Los Angeles (California) ma italiano d’adozione, è riuscito a mettere a punto una serie di interpretazioni calde, intense ed emotivamente cariche.

Forte dell’esperienza sanremese dello scorso anno e di una serie di collaborazioni, Sergio ha ha voluto mettersi in gioco per dare il proprio tocco alla colonna sonora che accompagnerà le nostre festività.

Big Christmas - Sergio Sylvestre

Big Christmas – Sergio Sylvestre

Finalmente a proprio agio con degli arrangiamenti curati e realizzati su misura, Sylvestre si è mostrato nella sua veste canora migliore. Preciso, pulito e coinvolgente, con il suo trasporto interpretativo, Sergio rende convincente il progetto che raccoglie classici natalizi come “Let It Snow”, “White Christmas”, “Santa Claus Is Coming To Town”, “Have Yourself a Merry Little Christmas”.  Il progetto si apre con “Little Drummer Boy”, un brano della tradizione popolare americana che ha segnato l’infanzia del cantante. Tra i momenti più riusciti del disco segnaliamo l’energico medley di “Jingle Bells” e “Jingle Bell Rock”. Da non perdere le graffianti versioni gospel di “I Will Follow Him”, la versione di Bill Crosby di “White Christmas” e l’’inaspettata “Hallelujah” che sancisce in modo inderogabile la migliore vestibilità della voce di Sergio che, in inglese, ha tutto un altro fascino. Il colpo di coda per la carriera di questo giovane cantante, dotato di forte emotività, sarà dato dai concerti dal vivo che gli daranno modo di sviluppare il potenziale e mettere da parte i punti deboli.

 Raffaella Sbrescia

Tracklist:

1) Let It Snow

2) The Christmas Song

3) Jingle Bells/Jingle Bell Rock

4) White Christmas

5) I Will Follow Him

6) Over the Rainbow

7) Santa Claus Is Coming to Town

8) Little Drummer Boy

9) Oh Happy Day

10) Hallelujah

11) Have Yourself a Merry Little Christmas

d’amore d’autore: Gianni Morandi sempre più artista intergenerazionale

Gianni Morandi - d'amore d'autore

Gianni Morandi – d’amore d’autore

 

Cantare d’amore è un’arte tanto inflazionata quanto necessaria. A questo proposito diventa interessante capire come, un grande interprete come Gianni Morandi abbia coraggiosamente deciso di incidere il quarantesimo album in carriera affidandosi alla penna dei cantautori più in voga in Italia. Pubblicato lo scorso 17 novembre su etichetta Sony Music, “d’amore d’autore” si presenta come un progetto figlio di menti fresche cantate da una voce storica che rimanda ai ricordi e ai pensieri di ieri. Elisa, Ivano Fossati, Levante, Luciano Ligabue, Ermal Meta, Tommaso Paradiso, Giuliano Sangiorgi , Paolo Simoni hanno offerto il loro personale contributo al racconto dell’amore: quello appassionato e fresco, quello solido e maturo, quello acerbo e incoerente, quello incerto e intermittente. Partito in sordina con “Dobbiamo fare luce”, il brano scritto da Luciano Ligabue da cui ha preso il via tutto il progetto, l’album trova il connubio più riuscito tra voce, testo e musica in “Ultraleggero” di Fossati, “Lettera” di Paolo Simoni e “Un solo abbraccio” di Ermal Meta. Spiazzanti, invece, gli arrangiamenti realizzati da Dario Faini per “Una vita che ti sogno” di Tommaso Paradiso e “Mediterraneo” di Levante: sonorità elettroniche e ritmate cozzano con le tonalità vocali di Morandi. Molto simpatica, invece, la nuova versione di “Onda su onda”, il brano di Paolo Conte in cui Morandi duetta a sorpresa con Fiorella Mannoia.

Video: Dobbiamo fare luce

Per fare un bilancio conclusivo, Gianni Morandi persegue la linea dell’artista intergenerazionale aggiungendo al proprio bagaglio musicale una serie di tasselli tanto intelligenti quanto poco coraggiosi. Questa deduzione nasce dal seguente concetto: una volta affidatosi ad autori giovani, Morandi avrebbe potuto scegliere di alzare il tiro, di affrontare magari anche lo stesso tema ma secondo una prospettiva diversa, allora sì che il suo quarantesimo album avrebbe potuto fare davvero la differenza all’interno di una carriera illustre come la sua. Ad ogni modo, queste nuove canzoni daranno nuova linfa al repertorio dell’artista che dal prossimo 24 febbraio 2018 sarà in tour nei più importanti palasport italiani.

Raffaella Sbrescia

Morandi tour 2018 “d’amore d’autore”

22/02 JESOLO (VE) Pala Arrex – DATA ZERO 24/02 RIMINI RDS Stadium 26/02 MONTICHIARI (BS) Pala George 28/02 CONEGLIANO (TV) Zoppas Arena 02/03 GENOVA RDS Stadium 03/03 TORINO Pala Alpitour 05/03 FIRENZE Mandela Forum 07/03 LIVORNO Modigliani Forum 9 /03 PERUGIA Pala Evangelisti 10/03 ROMA Pala Lottomatica 12/03 EBOLI (SA) Pala Sele 13/03 NAPOLI Pala Partenope 15/03 REGGIO CALABRIA Palasport 17/03 ACIREALE (CT) Pal’Art Hotel 19/03 BARI Pala Florio 21/03 ANCONA Pala Prometeo 22/03 PADOVA Kioene Arena 24/03 BOLOGNA Unipol Arena 28/03 MILANO Mediolanum Forum

Illegacy è impegno, ricerca, emotività. Intervista a Roberta Di Mario

Roberta Di Mario

Roberta Di Mario

Illegacy” è il titolo del nuovo lavoro della pianista e compositrice Roberta Di Mario, (Warner Music Italy – Publishing: Red&Blue/Abiudico/ I Mean)

Il disco si compone di 10 brani dotati di grande potere evocativo. La ricercatezza, l’inquietudine creativa e l’elegante femminilità di Roberta Di Mario sono le chiavi di accesso ad un mondo onirico variegato ed appagante. La superficie, in ogni caso, di un iceberg emotivo sommerso.

Intervista

 Da dove arriva il flusso emotivo che ha ispirato “Illegacy”’

Arriva dalla vita, dal mio “sentire”, da ciò che guardo e ascolto non solo con occhi e orecchie, ma con chili di cuore e anima. Dall’urgenza di condividere, dalla musica che ho ascoltato, dalla musica che sento nelle dita ancor prima di suonare e scrivere.

Come si trasforma un mondo in “bianco e nero” (quello dei tasti del pianoforte) in un universo visionario?

Non c’è un come, non c’è un perché. Succede, naturalmente e con tanta passione. Arrivano visioni, arrivano immagini, l’immagine supporta la musica e viceversa.

In “Illegal song” come superi i concetti di dolore e oblio?

Illegal song e tutta la musica in genere ha il potere, almeno per me, di purificare il mio animo inquinato dai pensieri storti, dalla sofferenza e dal dolore. Così come ha il potere di accelerarmi il battito e portarmi verso le emozioni più forti ed autentiche.

Come si vive la musica in qualità di esperienza totalizzante?

Il pianoforte e la musica sono esperienze totalizzanti e catartiche. Mi sento una privilegiata nell’ aver scelto di vivere della mia più grande passione e trovare nel pianoforte,  questa  straordinaria macchina, un vettore che mi porta verso mete inaspettate.

In che modo il tuo percorso pregresso ti ha portato alla tua identità attuale?

Attraverso l’esperienza e la curiosità. Ho sempre amato sperimentare, uscire dalle regole anche se non in modo drastico, perdermi per ritrovarmi in nuovi mondi sonori. Finalmente ho trovato Roberta, centrata nel suo progetto artistico che la rappresenta completamente e profondamente.

Come riesci a trasformare questa emotività così spiccata, e a tratti violenta, in arte?

Succede anche qui, senza sforzo. Per “senza sforzo” intendo una naturalità del processo creativo, a cui segue però tanto impegno, tanta ricerca, tante ore di studio e mestiere. Sono certa di avere una emotività ed una sensibilità molto forti, non può che seguire tanta musica.

In che percentuale l’inquietudine e il tormento influiscono sulla creatività?

In altissima percentuale, almeno nel mio caso. L’inquietudine ed il tormento hanno contraddistinto la mia esistenza fino ad oggi, anche se non sono mancati momenti di gioia e serenità. L’inquietudine però è il segreto ed il prezzo da pagare per una vena creativa in continuo movimento, per non fermarsi mai, per tendere sempre a qualcosa di nuovo e soprattutto migliore.

Come si esprime la sensualità in musica?

Nella semplicità, ma quella semplicità pregna, elegante e non così banalmente dichiarata. La semplicità è davvero molto esigente e sono ogni giorno a perseguirla, così come la sensualità e la femminilità, che fanno la differenza nell’universo femminile.

Come definiresti il concetto di intimità?

La più profonda condivisione, capirsi nel profondo, nel più intimo. Darsi senza paura, completamente e senza filtri.

“Epilogue” chiude l’album o anche una parte del tuo percorso artistico?

Chiude solo l’album e le 10 storie visual che accompagnano i 10 brani del disco. Illegacy è un nuovo inizio, non potrebbe essere una fine.

Quali sono gli altri progetti che stai portando avanti?

Nuovi brani per il nuovo album, riecco l’inquietudine di cui si parlava prima, tanti concerti in italia e all’estero e tanto altro che comprende sempre la musica e la creatività! Ho fondato un brand di t-shirt che racconta di musica…Lalala #musictowear! Bianche e nere, ispirate ai tasti del piano…

Che tipo di feeddback hai ricevuto da parte delle persone che ti seguono?

Tantissimo entusiasmo. Illegacy piace tantissimo, colpisce e ruba l’anima. Quindi missione compiuta!

Quali sono i prossimi passi che vorresti compiere?

Lavorare per il cinema, scrivere con assiduità soundtrack e collaborare con registi che considerino la musica l’altra metà del cinema!

Raffaella Sbrescia

Video: Indefinitely

“Amore che torni” è il nostro nuovo inizio. Intervista ai Negramaro

Negramaro

Metti sei anime, una cantina e una manciata di sogni. Ecco i Negramaro che, alla vigilia dell’arrivo del nuovo album di inediti “Amore che torni”, ci portano per mano nel cuore del cosmo per un indimenticabile viaggio interstellare. Una storia pulita, semplice, lineare che ha unito sei ragazzi, oggi giovani uomini maturi, nel segno dell’amore per la musica. Pianeti, galassie, costellazioni e stelle cadenti hanno cadenzato l’ascolto di canzoni fluide, appassionate e intrise di emozione. Ad assemblare la tracklist un tappeto elettronico morbido, caldo e avvolgente. Un marchio di fabbrica che, ad oggi, si rinnova con influenze d’oltreoceano e venature black.

E allora bentornati Negramaro, in attesa della grande festa negli stadi italiani, ecco quanto ci hanno raccontato in occasione della presentazione alla stampa.

Perchè “Amore che torni”? Cosa sta ad indicare la scelta di questo titolo?

«“Amore che torni” è il frutto di una crisi che abbiamo vissuto lo scorso anno. Considerando che oggi viviamo un periodo quanto mai felice, trovo che sia giusto raccontarvi che solo fino allo scorso dicembre non esisteva nulla di tutto questo. Ad un certo punto, dopo il grande impegno dello scorso tour, ci siamo accorti che era necessario rimanere non vicini. Dopo uno dei frequenti screzi che avevamo in quel periodo, ho deciso di andarmene a New York – ha raccontato Giuliano. Ho voluto provare una solitudine mai provata prima, una solitudine di cui ho avuto paura e che mi ha dato finalmente modo di capire fino in fondo cosa ha sentito mia madre con la scomparsa di mio padre. Con questa crisi abbiamo voluto crescere per capirci meglio, per tornare a noi stessi sia individualmente che come gruppi. Era giusto allontanarci, quel periodo ci ha aiutato a capire tante cose ma soprattutto a ritrovare un’energia strepitosa».

Cosa sentite di voler dire oggi?

«Siamo felici di essere ancora insieme alla Sugar ma con modalità diverse, Casa 69 è diventata una casa editrice e include anche i miei fratelli – ha raccontato Giuliano Sangiorgi. All’epoca della crisi chiudevamo un contratto pluriennale, vivevamo un cambiamento forte, era normale cercare di scappare così come lo è tornare da un gruppo di amici come questo. Non finirà mai quello che è vero, questa è la storia di noi 6 ed è la storia più bella del mondo. Non ci importa delle views, degli streaming, dei record, a noi interessa parlare della nostra storia ai tanti giovani che percepiscono la tv come la nostra cantina. Dobbiamo raccontare un passato che non è da dinosauri ma che è necessario tener presente per poter guardare al futuro». «Capire quello che avevamo da dire in questo momento è stata la cosa più difficile da affrontare, eravamo spaventati da noi stessi ma è bastato poco per riaccendere il fuoco che c’era tra noi e ritrovare le modalità di lavoro di sempre – ha aggiunto Andrea Mariano – Avere tutta questa energia e lucidità mi ha sconvolto, personalmente sento di avere le energie per affrontare altri 20 anni».

C’è un brano in cui si parla del momento più cupo?

«Sì, il brano che chiude il disco “Ci sto pensando da un po’” rappresenta quel momento in cui c’è stato il culmine della crisi. Di questo brano non c’è traccia, l’ho eliminato subito, non volevo vederlo, ero troppo spaventato. Le parole che poi recita mia nipote Mariasole vengono dopo, le ho inserite per dare la sensazione di riappacificamento con me stesso e con i ragazzi. Da lì in poi le canzoni le abbiamo scritte e scelte insieme, in questo disco c’è tutto quello che ci è sempre piaciuto raccontare fin da quando eravamo piccoli. Ci sono tutte le cose che avremmo voluto dire».

Cosa racchiude “New York e nocciola”?

In quel periodo ascoltavo Chet Baker, mi sono sentito devastato, ero solo in una città stupenda, in quei giorni c’era tutta la tensione tra Trump e gli immigrati in America. Mi sono sentito fuori luogo, fuori tempo e fuori spazio. Sulla pelle sentivo tutte le sensazioni di chi muore e affoga in mare. Chiedevo ai Negramaro di riaprirci a noi stessi.

Come avete ritrovato la sintonia sul piano produttivo?

La crisi si è ricucita da sola. All’inizio avevamo una percezione del tempo un po’ sfasata rispetto alla routine di produzione. Abbiamo messo in piedi uno staff che vive e che lavora insieme a noi, 24 ore su 24. Con Irene, la moglie di Ermanno e Lavinia e moglie di Andro, abbiamo creato qualcosa di semplice, stiloso e profondo per ovviare a quella sensazione sgradevole di non riconoscerci. Abbiamo lavorato in studio a più fasi, prima io e Andro, poi io e Lele al mare, poi con Danilo, Ermanno e Pupillo e infine abbiamo chiuso tutto in studio a Milano in modo molto veloce. Abbiamo lavorato come dei trattori, sentivamo la necessità di ascoltarci».

Negramaro

Negramaro

Visto che avete lavorato alla produzione in momenti diversi, come avete raggiunto la formula sonora finale?

«Non siamo iper tecnici, non siamo dei virtuosi però abbiamo la giusta esperienza per fare un disco che arriva a chi ci ascolta. Abbiamo lavorato a questo disco pensando: o la va, o la spacca. Abbiamo affrontato la pre-produzione cercando un concept sonoro. Ci è piaciuto ritrovare la partecipazione di tutti. Ci capiamo, sappiamo come interagire,  il suono è la conseguenza di una connessione tra noi, non potrebbe accadere diversamente.

Video: Fino all’imbrunire

“Torneranno i vecchi tempi con le loro camicie fiammanti”…

 «I ragazzi nati nel 2000 hanno visto la musica nascere in tv, noi vogliamo raccontare questa storia altrimenti i ragazzi non avrebbero modo di conoscere questa realtà e potrebbero pensare che non porti a nulla. Non abbiamo paura di invecchiare, crediamo nelle nuove generazioni. Dobbiamo superare il buco nero e le ansie di non sentirci abbastanza contemporanei».

E l’omaggio a “Le nuvole” di De Andrè”?

«All’epoca ero fissato con i Doors ma De Andrè mi ha infilato una spada nel cuore, mi ha detto “Il rock sono io”, quell’emozione mi ha messo a posto con me stesso e con il mondo. Cantare opere come quella per me è autorigenerante, un modo per restare incollato all’emozione che mi ha fatto cominciare questo cammino. L’obiettivo era trovare una chiave semplice per portare avanti contenuti profondissimi. Ecco, i ragazzi devono sentirsi dire cose grosse con parole semplici. Non mi riconosco mai quando mi definiscono poeta, non ho soluzioni tecniche vorrei semplicemente che si portino avanti dei discorsi umani».

Come finirà tutto questo nel tour?

«Siamo felici di cantare negli stadi. Con La rivoluzione sta arrivando tour abbiamo voluto stare insieme alla gente, ritrovarla palazzetto per palazzetto. Adesso vorremmo espandere questo sharing e rivolgerci a tutta Italia in questo nuovo modo. Vi aspettiamo tutti»!

 Raffaella Sbrescia

CALENDARIO “AMORE CHE TORNI TOUR STADI 2018”:

 

24 GIUGNO – LIGNANO SABBIADORO – STADIO G. TEGHIL

27 GIUGNO – MILANO – STADIO SAN SIRO

30 GIUGNO – ROMA – STADIO OLIMPICO

5 LUGLIO – PESCARA – STADIO ADRIATICO

8 LUGLIO – MESSINA – STADIO SAN FILIPPO

13 LUGLIO – LECCE – STADIO VIA DEL MARE

Per maggiori informazioni: www.negramaro.com – www.livenation.it Infoline 02 53006501 – info@livenation.it

Duets: tutti possono entrare nel magico mondo di Cristina D’Avena. Intervista

Cristina D'Avena

Cristina D’Avena

L’oasi della leggerezza, il varco per tornare a sentirsi bambini almeno per lo spazio di una canzone, magari quella di un cartone animato che ha segnato i nostri momenti più felici. Un desiderio di molti, anche degli stessi cantanti che in “Duets”, il nuovo progetto discografico nato dalla collaborazione tra Crioma e Warner Music, cantano Cristina D’Avena con Cristina. Il punto forte di questo album è, in primis, la costruzione cronologica della tracklist, in secondo luogo la varietà degli artisti presenti nel disco e, least but not last, la cura degli arrangiamenti che regalano una nuova e godibilissima veste ai brani che noi tutti abbiamo imparato ad amare fin da bambini.

L’incanto, la gioia, la squisità bonta di Cristina si mettono al servizio del pop Made In Italy e il risultato convince e diverte. Tra i nostri brani preferiti: “Piccoli problemi di cuore” ft. Ermal Meta (specialista nella cura dei dettagli), l’iconica “Occhi di gatto” ft. l’indomabile Loredana Berte e “E’ quasi magia Johnny”, nuovo auspicabile singolo ft. La Rua.

Intervista

La tua carriera è costellata di grandi soddisfazioni. Cosa rappresenta questo progetto in questo tuo momento esistenziale?

 Vivo l’uscita di “Duets” in modo sereno e avvolgente. Sono stata me stessa dall’inizio alla fine, credo di aver dato ai miei colleghi la giusta positività e la giusta spinta per cantare queste canzoni togliendosi i panni della loro discografia. Mi sono divertita da matti, mi sono che adeguata allo spirito del pezzo, è stato bello condividere questi momenti di confronto. Per me questo disco vuole essere un mezzo di aggregazione che genera gioia così come lo è stato per tutti noi. Ognuno ha lasciato trasparire la propria personalità dando valore aggiunto ad un progetto davvero magico.

Come sei arrivata alla realizzazione di “Duets”?

Avevo questo sogno in testa già da un po’, mi balenava spesso l’idea di poter cantare o far cantare le mie sigle ai miei colleghi. Poi con la partecipazione a Sanremo c’è stata la svolta: tutti gli artisti che partecipavano al Festival cantavano le mie canzoni, ero stata invitata da Carlo Conti come super ospite, dietro le quinte accadeva di tutto, tutti cantavano le mie canzoni, c’era una sorta di toto sigla quindi quell’anno ho toccato con mano qualcosa che poteva diventare realtà. Successivamente tornammo a Bologna, parlammo un po’ del progetto, finchè un giorno abbiamo cominciato a buttar giù una tracklist, ho scelto e ho fatti i nomi di artisti che conosco e che ascolto principalmente. A me piace la musica in generale, ne ascolto tanta, non mi piace ascoltare un artista in particolare, ho messo già un po’ di nomi, a qualcuno sono arrivata a qualcun’altro no. Su tutti Jovanotti: non ce l’ho fatta ho avuto troppi muri, troppi ostacoli, vediamo se magari posso farcela nel volume due.

L’apertura è subito di grande effetto con “Pollon” e J-Ax

Il brano l’ha scelto direttamente lui, gli è sempre piaciuto, si è ricordato anche del programma Bim Bum Bam e mi ha preparato due barre con un arrangiamento ad hoc. Gli sono molto grata.

E l’incontro generazionale con Francesca Michielin?

Francesca è stata adorabile, all’inizio molto timida ed emozionata. Lei in realtà voleva cantare “Magica Doremì” però in questo primo volume la canzone in questione era troppo recente. Abbiamo preferito creare un bel nuovo vestitino per “Creamy”.

Poi c’è Loredana Bertè

Con “Occhi di gatto” Loredana è impazzita letteralmente di gioia. Mi ha raccontato che cantando questo pezzo si è liberata, ha sorriso, ha liberato il cuore. Questo è ciò che conta di più per me. L’ho adorata.

Molto particolare il duetto con Arisa.

L’incontro con Arisa è onirico. Anche in questo caso il brano l’ha scelto lei, quando ha cominciato a cantarla, mi sono incantata, mi ha trasportato in un mondo che non c’è. Mi sono emozionata con lei, una bella fusone di mondi e di voci.

A sentirti parlare con così tanto trasporto viene voglia di ascoltarvi tutti insieme dal vivo, magari in un bel concerto…

Un progetto live lo faremo, ci stiamo pensando!

Cristina D'Avena

Cristina D’Avena

Tornando ai duetti…c’è l’inconfondibile teatralità di Elio in “Siamo fatti così”.

Lui è veramente eccezionale, l’arrangiamento è raffinato e lui l’ha interpretato alla sua maniera. L’incontro con lui è stato particolare, Elio ha un cuore grandissimo, ci siamo conosciuti ad un mio concerto a cui era venuto con i suoi bimbi, non ci eravamo mai parlati più di tanto, mi ha fatto un bel regalo.

La scommessa del disco è anche quella più promettente. Mi riferisco al brano con i La Rua.

Sì, sono ragazzi abbastanza giovani ma proprio per questo li ho chiamati. Sono stati bravissimi, Johnny inizia in un modo e finisce in un altro. Hanno centrato l’arrangiamento perfetto, e pensare che quasi non ci credevano quando li ho invitati a cantare con me!

Una parentesi a parte per Ermal Meta specialista di incantesimi e magie.

Ermal ha cantato davvero a ruota libera. Gli ho soltanto detto: non ti preoccupare di nulla, canta, canta, canta…è stato semplicemente bravissimo, lui fa la differenza.

Se lo chiedono tutti, te lo chiedo anche io. Questo disco potrebbe essere da preludio ad un cambio di rotta nel tuo repertorio?

Non credo al cambiamento in questo senso. Vorrei fare un disco di cover, magari cantare “A te” di Jovanotti, visto che la canto sempre. Ecco, mi piacerebbe reinterpretare le canzoni che hanno scandito la mia vita. Per il resto non cambierò genere, amo talmente tanto il mio mondo, quello chè stato, quello che è, quello che sarà; questo disco rappresenta presente e futuro quindi mi basta.

 Raffaella Sbrescia

Questa la track list:

1. Pollon, Pollon combinaguai (feat. J-Ax)

2. Nanà Supergirl (feat. Giusy Ferreri)

3. L’incantevole Creamy (feat. Francesca Michielin)

4. Occhi di gatto (feat. Loredana Bertè)

5. Kiss me Licia (feat. Baby K)

6. Magica, magica Emi (feat. Arisa)

7. Mila e Shiro due cuori nella pallavolo (feat. Annalisa)

8. Jem (feat. Emma)

9. I Puffi sanno (feat. Michele Bravi)

10. Siamo fatti così (feat. Elio)

11. E’ quasi magia, Johnny! (feat. La Rua)

12. Una spada per Lady Oscar (feat. Noemi)

13. Che campioni Holly e Benji (feat. Benji & Fede)

14. Sailor Moon (feat. Chiara)

15. Piccoli problemi di cuore (feat. Ermal Meta)

16. All’arrembaggio! (feat. Alessio Bernabei)

Le Furie raccontano che “Il futuro è nella testa”. Intervista

Le Furie - Il futuro è nella testa

Le Furie – Il futuro è nella testa

Trovare l’intenzione, la voglia, il modo e il tempo di esserci, per formarsi, per dire qualcosa in cui credere per primi. Questo è l’obiettivo de Le Furie e del loro album “Il futuro è nella testa”. Canzoni caratterizzate da concetti precisi, idee chiare e una concezione della vita all’insegna della semplicità e dell’eccezionalità, due parametri imprescindibili l’uno dall’altro. Il percorso artistico della band fiorentina de Le Furie ricomincia dunque da qui con la produzione di Davide Autelitano (cantante de I Ministri) e Taketo Gohara, un lavoro artigianale che sposa appieno l’energia del gruppo. A parlarcene nel dettaglio è EDO.

Intervista.

Passate da “Andrà tutto bene” a “Il futuro è nella testa”. C’è una linea di continuità dietro questi lavori

Sì, il messaggio di oggi riprende le nostre prime linee guida anche se in questo caso il nostro è un invito a scegliere il futuro, quello che più ci appartiene. Vogliamo dedicare attenzione a quello che scegliamo per noi stessi.

Quello che scrivete lascia trasparire una chiarezza di idee molto marcata.

Abbiamo aspettato quattro anni e mezzo per far uscire questo disco. Abbiamo aspettato che le canzoni non fossero più annebbiate, che fossero mature e pronte per far sì che potessero realmente rappresentare quello che avevamo intenzione di dire. Autocritica e autoironia sono le armi che usiamo nella nostra battaglia esistenziale.

Secondo te perché la gente ama prendersi tanto sul serio, questo è uno dei punti chiave che toccate nel disco, tra l’altro.

La cosa più divertente e avvilente allo stesso tempo è che ci prendiamo sul serio per cose banali e poi ci sono cose che necessitano davvero di attenzione ma non riusciamo a prenderle in considerazione. Nell’ambito musicale, la serietà sta nell’autocritica e nel saper capire quando è il momento di esporsi e quando, invece, è ancora il momento di lavorare. Il lavoro del musicista deve essere veramente artigianale, c’è bisogno di sperimentazione e di esercizio, sia tecnico che spirituale per raggiungere l’effetto sperato. Un buon artigiano, in ogni caso, non si prende mai sul serio, fa soltanto il suo lavoro e lo fa per bene. La scelta deve essere dettata dalla dedizione.

A proposito di esercizio quotidiano, come avete lavorato alla produzione di questo lavoro visto che siete abituati a collaborare con produttori top di gamma?

La fortuna aiuta gli audaci. Noi l’abbiamo avuta nel lavorare con Taketo Gohara, nostro padre guida. Questo disco è stato prodotto da Davide Autelitano, cantante de I Ministri, ovvero la persona giusta per portarci in studio in maniera armonica.

Diverte e avvilisce al contempo la definizione di “Artisti da fast food”.

Al giorno d’oggi gli idoli dei giovanissimi vengono spesso osannati e poi vomitati poco dopo il loro esordio artistico. La figura dell’artista deve essere totalizzante; si è persa la dedizione, la consapevolezza del dover soffrire, pochi lo fanno, serve la gavetta, il lavoro autentico, altrimenti si verrà fagocitati dal sistema un po’ come quando si va al Mc Donald’s o da Burger King.

Interessante il mea culpa generazionale di “Camerieri”.

Siamo gli artifici delle nostre miserabilità, la colpa è sempre nostra. Lo stesso vale anche sul piano artistico: se scegli di fare un disco di canzoni brutte, lo scegli tu e ne paghi le conseguenze. Anche io ho fatto il cameriere, proprio per produrre e stampare questo album, a volte è capitato che spendessi quei soldi per pagarmi da bere, a quel punto il rischio è scegliere un lavoro in grado di autoalimentare il proprio disagio e non ci si può più lamentare.

In che modo concepite i concetti di semplicità e di eccezionalità?

Le cose che contano sono come le lettere a e b, le altre sono tutte superflue. Stiamo perdendo la semplicità di vivere, apprezzare e condividere le cose in modo diretto ed essenziale. D’altro canto ognuno di noi dovrebbe cercare dentro se stesso la propria peculiarità. Sarebbe bello se ciascuno scegliesse di puntare sulla propria voce invece di mettersi in fila per far parte di una massa. L’essere umano deve essere rivalutato come individuo pensante. L’obiettivo quindi sarebbe quello di cercare di costruirsi un futuro con queste prerogative. Si tratta di concetti che trascendono dalle ideologie, sono scelte da fare innanzitutto per se stessi.

E poi c’è l’impatto emotivo di “Confido in te”.

Questo è un brano tecnicamente difficile. Un tempo in 5/4 che ha reso complesso l’inserimento delle parole per il testo e che ha richiesto molto lavoro. Il brano è incentrato sul tema dell’amore per un’altra persona, inteso come risorsa a cui fare riferimento in ogni momento. Aggrapparsi all’altro diventa quindi un modo salvifico per affrontare le difficoltà e le proprie miserabilità.

Come vive il vostro pubblico questo modo di pensare così controcorrente?

Ci interesserebbe sapere cosa pensano ma in realtà non dobbiamo neanche preoccuparcene troppo. D’altronde nemmeno io vorrei mai conoscere davvero i miei idoli musicali. Quello che ci auguriamo è di vivere la dimensione umana come facciamo adesso e di dare un senso sempre migliore a quella artistica. Del resto i più grandi artisti ci hanno insegnato che bisogna sempre considerare fino a un certo punto quello che viene richiesto, il senso dell’arte sta nel cercare di dire, comunicare ed emozionare attraverso le proprie emozioni. Questo è quello che vogliamo imparare a fare.

 Raffaella Sbrescia

Video: Artisti da Fast Food

Three Letters from Sarajevo: Goran Bregovic racconta la frontiera.

Goran Bregovic

Goran Bregovic

Il suono che unisce le frontiere, che intende coniugare gli animi esiste? Un mistero che non ha ancora una risposta ma che sopravvive, fiammante ed energico, nel cuore di Goran Bregovic. Emblema dello spirito gitano, il musicista giramondo rompe il silenzio discografico durato cinque anni con “Three Letters from Sarajevo”: un album simbolico con cui Bregovic rompe il tabù della guerra e mette in primo piano il tema della convivenza tra religioni diverse. Il suo intento è nobile, il modo per veicolare il messaggio è sublime. L’incedere voluttuoso degli arrangiamenti corposi, ricchi e maestosi si accompagna a testi che trasudano pathos e sofferenza, tentativi di conciliazione e altrettanti furiosi fallimenti. Quasi dieci anni di guerra nei Balcani, l’assedio di Sarajevo dal 1992 al 1996, gli accordi di Dayton, la fine delle ostilità, il lento ritorno alla normalità.

Un uomo di frontiera che la racconta come nessun altro e che attraverso la musica e la poesia si trasforma in un demiurgo di bellezza. Come? Ideando un concerto per tre violini solisti, orchestra sinfonica e la Goran Bregovic Wedding and Funeral Orchestra. L’idea delle tre lettere prende simbolicamente vita grazie a tre assoli di violino suonati rispettivamente da Mirjana Neskovic (Serbia), Zied Zouari (Tunisia), Gershon Leizerson (Israele).

La vera curiosità di questo disco è che in realtà esso rappresenta il primo capitolo di un doppio album, di cui la seconda parte vedrà la luce nel 2018: la connotazione pop di questo progetto sarà completata da quella propriamente orchestrale concepita per orchestra sinfonica.

Ad arricchire ulteriormente i contenuti di “Three Letters from Sarajevo” sono gli ospiti: l’israeliano Asaf Avidan, l’algerino Rachid Taha, la spagnola Bebe. Le storie da loro raccontate esulano dal tema centrale ma a loro modo completano la panoramica secondo cui dovremmo riuscire a mettere insieme gli elementi necessari per convivere pacificamente.

 Le contraddizioni, le imperfezioni, la volatilità dei sentimenti e dei pensieri, l’instabilità dell’equilibrio umano sono modellate da voci e suoni trascinanti. L’irresistibile fascino di una festa tragica rapisce l’inconscio, capace, a sua volta, di trarre forza dalle cose più infime e terribili.

Atmosfere scure, neoromantiche e sanguinarie cedono il passo alla richiesta urgente di vita, di cultura, di compartecipazione. Quasi un invito a buttarsi verso il futuro come degli scavezzacollo. Il marchio di fabbrica è sancito da “Made in Bosnia”: la vita gipsy è tutta qui; a noi le istruzioni per l’uso.

Raffaella Sbrescia

Video: Three Letters From Sarajevo

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