iDays 2018: Richard Ashcroft, Liam Gallagher, The Killers. L’estate è davvero iniziata

The Killers -iDays 2018

The Killers -iDays 2018

Al via gli iDays 2018. Quest’anno lo scenario è l’area dell’Ex Area Expo di Rho. Qualche chilometro a piedi per raggiungere il palco e poi c’è solo da divertirsi. La maratona rock inizia con il frontman dei Verve, protagonista di un set acustico in cui i brani della band si fondono con quelli del suo repertorio solista. Il risultato è simile a quello di un rito propiziatorio. Un solenne raccoglimento prima che sul palco compiaia Liam Gallagher, reduce dalla pubblicazione dell’album solista ”As You Were”. Il suo carisma è di quelli percettibili a pelle. Le temperature sono altissime ma lui, stoico, nel suo giubbotto giallo chiuso fino al collo, resiste impenitente nella sua posa da rocker dispettoso. Lui è una “Rock’n’Roll Star” e nulla pare poter intaccare la sua allure. Il set è ricco di inserti solisti: “For What It’s Worth, “Greedy Soul”, “Wall of Glass”, “Bold”, “I’ve All I Need” e “You Better Run”. Immancabili le pietre miliari della storia degli Oasis: Whatever”, “Supersonic”, “Some Might Say”, “Live Forever” e “Wonderwall”. Il set perfetto per il tramonto più lungo dell’anno.

Video: Liam Gallagher

La serata di incendia con gli headliners: The Killers. La band made in Los Angeles, con un appeal che richiama i fasti delle party band anni Ottanta, fa il suo ingresso tra orde di coriandoli. E’ il compleanno dello spumeggiante Brandon Flowers non mancano sorrisi a tutto spiano e saluti in italiano. Il set inizia con “The Man” e ingrana subito la quinta marcia con “Somebody Told Me” e “Spaceman”. Brandon è così carico da non riuscire a dosare voce e forze, un calo fisiologico macchia la parte centrale del concerto ma i conti vengono subito pareggiati nell’ultima parte dello show “Human”, “For Reasons Unknown”, “All These Things That I’ve Done”,“When You Were Young” e l’immancabile “Mr. Brightside” chiudono la prima serata che segna inderogabilmente l’inizio di un’estate tutta da costruire.

Video: The Killers

Raffaella Sbrescia

Set list – The Killers

The Man
Somebody Told Me
Spaceman
The Way It Was
Shot at the Night
Run for Cover
Smile Like You Mean It
For Reasons Unknown
Human
Tyson vs Dougla
A Dustland Fairytale
Runaways
Read My Mind
All These Things That I’ve Done

Encore:
The Calling
When You Were Young
Mr. Brightside

Calcutta: l’estetica decadente è l’arma vincente di “Evergreen”. La recensione

Calcutta-EVERGREEN

Calcutta-EVERGREEN

“Evergreen” è il titolo del nuovo lavoro di Edoardo D’Erme, in arte Calcutta. Un titolo che è già esemplicativo di una precisa intenzione. Il cantautore originario di Latina, fautore, si dice, dell’evoluzione della corrente indie in itPop, porta avanti il proprio personalissimo discorso con un capitolo che un nuovo importante paragrafo all’interno di una parabola artistica degna di nota. Quello che emerge nell’album è la chiara intenzione di declinare in maniera più dettagliata uno stile disegnato sui margini di distinzione tra l’assurdo e il geniale. Il disincanto, la sregolatezza, la ricerca melodica, la cura per la scelta degli arrangiamenti cesellano ritmiche e testi intrisi di malinconia, smarrimento, solitudine. I dilemmi sono i cardini su cui si muovono strofe e ritornelli cosparsi di ironia naïf. Calcutta è crudo ed è amaro, è vintage e innovativo, è melenso e destrutturato, è semplice ma efficace. Nelle sue canzoni descrive l’amore che non si può ammettere, la noia che smarrisce, l’annichilimento che toglie le aspettative, lo spunto di creatività, il barlume di speranza, la dolcezza dei momenti amarcord. La sua musica è italiana in ogni singolo aspetto, gli arrangiamenti sono curati nel dettaglio e lasciano trasparire in modo mai pesante tutta l’allure dell’artigianalità Made in Italy. Quando ci piace il sing along, del tipo “cosa ne potete sapere voi altri”. Quelle metriche che hanno già fatto scuola in pochi mesi rieccheggiano tra i sospiri di “Pesto”, nella visione notturna e ibrida di “Dateo”.
“Quello che voglio è farmi pungicare”, canta Calcutta, in “Kiwi” tra inquietudini e strette al cuore. Tra i picchi emotivi di “Paracetamolo” e l’isolamento spirituale di “Hubner”. Le canzoni di Calcutta sono agrodolci, a tratti distorte e fuorvianti. L’inadeguatezza cantata di “Rai” si trasforma in ipocondria nelle strofe di “Nuda nudissima”, per poi evolversi tra le memorabili ammissioni di intima rassegnazione in “Orgasmo” . La bellezza del repertorio di Calcutta sta forse nella sua estetica decadente, quasi post-apocalittica in cui si passeggia tra i ricordi e si finisce per cedere ad una irresItitibile scioglievolezza dei sensi.

Raffaella Sbrescia

TRACKLIST
01. Briciole
02. Paracetamolo
03. Pesto
04. Kiwi
05. Saliva
06. Dateo
07. Hübner
08. Nuda nudissima
09. Rai
10. Orgasmo

Pino è: solo Pino Daniele può cantare Pino Daniele. Allo Stadio San Paolo di Napoli i blasoni del pop italiano sfigurano mestamente

pino è

pino è

Partiamo da un assunto semplice: solo Pino Daniele può cantare Pino Daniele. Il concerto tributo “Pino è” allo Stadio San Paolo di Napoli nasce con l’intento di omaggiare la sua persona e la sua musica, ha una finalità benefica ma il pubblico di Rai 1 ha percepito tutt’altro e giustamente, direi. I cantanti coinvolti, mossi da un sincero spirito di amicizia e stima nei confronti di uno degli musicisti più grandi di sempre, hanno voluto esserci e esporsi cimentandosi in un repertorio assolutamente unico e inimitabile. Cantare Pino Daniele significa impregnarsi l’anima, sporcarsi la voce e inumidirsi gli occhi. La lingua, quel napoletano così ostico e così autentico, così ricco e così vivace, così pieno e così difficile da imitare diventa il limite più grande e più insormontabile per tanti, troppi di quegli artisti blasonati e quotatissimi. Il confronto è impietoso, in tanti sfigurano mestamente, su tutti Jovanotti, Ramazzotti, Gianna Nannini, Claudio Baglioni, Ornella Vanoni. Ad uno ad uno cadono di fronte all’incapacità di rendere anche solo alla lontana quella magia e quell’incanto che hanno stregato diverse generazioni. Straniscono gli interventi di comici chiamati a trovare collegamenti dove non ce ne sono. Particolarmente fuori luogo il monologo pietoso di Enrico Brignano, il più fischiato della serata.
Cosa possiamo dire ai tipi di Friends and Partner e a Fernando Salzano? Questo non era il saggio di fine anno, era l’occasione per mettere in mostra i gioielli più rari, di chiamare sul palco artisti e gente che Napoli la conoscono, la vivono sulla propria pelle, la sanno e la possono cantare proprio come amava fare Pino Daniele. Con le parole, con le note ma soprattutto con i silenzi. Dispiace constatare che questa serata è stata un’occasione sprecata, un momento di raccoglimento e aggregazione che ha fatto strabuzzare gli occhi a chi in questi trent’anni si è innamorato di Pino e lo porterà sempre nel proprio cuore. Se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno, l’azzardato paragone ha messo in risalto l’inarrivabilità di musiche e testi nati dalla penna e dalla voce di un uomo e poeta che ha scritto pagine eterne di musica vera e non di plastica. Bando alla retorica, con le emozioni non si scherza. Ai più giovani consiglio di ascoltare i dischi di Pino e, nel caso, di guardare il docu-film “Il tempo resterà”.

Raffaella Sbrescia

Motta in concerto all’Alcatraz: quante cose possono cambiare in un anno.

Motta

Motta

“La voglia di non dimenticare e il coraggio di lasciarsi andare” sintetizzano il fulcro della nuova fase artistica di Francesco Motta. A un anno esatto di distanza da quel nervosissimo 31 maggio 2017, Motta torna sul palco dell’Alcatraz di Milano con un nuovo album sulle spalle e tanta esperienza di vita in più. La transizione tra “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” è stata scandita da una maturazione personale e artistica che trasuda dallo sguardo fiero dell’artista. Ruvido fuori e assolutamente romantico all’interno dei suoi testi, Motta seziona i suoi brani, ne mette solo 17 in scaletta e li arricchisce di vibranti innesti strumentali in un concerto vivo, concreto, suonato, sentito. Il biglietto da visita parla subito chiaro: “Ed è quasi come essere felice”, introdotto da una lunga e psichedelica premessa. L’aspetto di Motta è di quelli che trasmettono inquietudine ma la sua voce e il suo sguardo catalizzano l’attenzione verso parole cercate, studiate, riposte, riprese, scelte, volute, tramandate. Il viaggio di Motta è un andirivieni tra il presente e il passato, è un gioco di tasselli che convergono in una scarica adrenalinica che non può essere arginata. Va ascoltato tutto d’un fiato Motta, Prima o Poi Ci Passerà a Sei Bella Davvero, La Fine Dei Vent’Anni, Abbiamo Vinto Un’Altra Guerra, Roma Stasera, Del Tempo Che Passa La Felicità, La Nostra Ultima Canzone, l’inaspettata “Fango”, testimoninanza degli anni con i Criminal Jokers e quella struggente “Mi parli di te”, che rivela in tutto il suo splendore la sensibilità di un rocker non più maledetto.

 Raffaella Sbrescia

Scaletta:

Ed è quasi come essere felice
La fine dei vent’anni
Quello che siamo diventati
Vivere o morire
Chissà dove sarai
La prima volta
Per amore e basta
Prima o poi ci passerà
Del tempo che passa la felicità
E poi ci pensi un po’
Prenditi quello che vuoi
Roma stasera
Encore:
Se continuiamo a correre
Abbiamo vinto un’altra guerra
Sei bella davvero
La nostra ultima canzone
Fango (Criminal Jokers)
Mi parli di te

J-Ax e Fedez: la coppia di platino riempie San Siro per “La Finale”. Il racconto della serata

Foto-concerto-jax-fedez-prandoni

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Una storia di amicizia in musica. Un connubio di platino quello tra J-AX e Fedez che sigillano il loro successo portando 79500 persone allo stadio San Siro di Milano per “La Finale”. Da un’idea nata con la doppia data a Taormina, un po’ per gioco e un po’ per bulleria goliardica, il concerto ha pian piano preso vita e lo ha fatto senza badare a spese sotto la guida del giovane e intraprendente figlio d’arte Clemente Zard e sotto l’egida del patron di Rtl 102.5 Lorenzo Suraci. Con un palco centrale, aperto alla visione del pubblico a 360 gradi, l’evento si propone tra i più spettacolari del momento. A darsi man forte l’uno con l’altro J-Ax e Fedez ottimizzano sentimentalismo e cinico da business men creando una sorta di corto circuito che funziona e che, bene o male, li ha portati nelle case di tutti gli italiani. Meriti e celebrazioni non sono troppo a fuoco per i due, che quasi inconsapevolmente macinano traguardi da record, ponendo a più riprese l’attenzione su quello che accadrà da domani.

Foto-concerto-jax-fedez-prandoni

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Quel che è certo è che J-Ax ha intenzione di ritirarsi per un po’ a fare il papà a tempo pieno (anche se ha in serbo la pubblicazione di un best of “Il bello di essere J-AX”), Fedez invece si mantiene sul pezzo, dichiarandosi nel pieno dei lavori per il nuovo album da solista. A chi pensava ad una super collaborazione con Diplo, il sedicente non rapper risponde che sono solo amici d’America ma, conoscendo il soggetto, mai dire mai. Sul palco con i due, tanti amici in veste di ospiti: Levante, Malika Ayane, Noemi, Nina Zilli, Guè Pequeno, Grido, ll Cile, Sergio Sylvestre, Stash e la sorpresa Cris Brave.
Ad aprire lo show la discussa Dark Polo Gang, poi un susseguirsi di sali scendi tra i più grandi successi della discografia di J -Ax e Fedez che hanno scelto di alternare fluidamente momenti singoli e di coppia. L’Italia non perdona il successo, si sa, ma bisogna dare merito a questi due che, venendo dal basso, hanno saputo creare non solo un’alchimia tra loro ma anche una realtà indipendente come Newtopia che, in termini di numeri, rappresenta in maniera tangibile la validità del loro metodo di lavoro.

Video: J-AX e Fedez @ San Siro

Tornando alla festa, due ore e mezza di concerto, il massimo consentito dalle regole vigenti, trasmesso in radiovisione, hanno messo in evidenza le personalità di ciascuno: J-Ax più idealista e hardcore, si è preso la sua rivincita, ha invitato suo fratello Grido sul palco, ha dimostrato che le sue vecchie rime profumano di verità, ha ritrovato l’ambizione sì, ma resta sempre Alessandro Aleotti, il fantozzi di serie A; come si è scherzosamente definito sul palco. Dall’altro lato troviamo Fedez, il più giovane artista ad esibirsi a San Siro. Paranoico, perfezionista, cinico e vanitoso, sceglie di cambiare abito e camicia quasi a ogni canzone, resta spesso a petto nudo ma alla fine si scioglie nel presentare il suo amico Cris Brave, un ragazzo nato con problemi respiratori post-parto che, seppur costretto sulla sedia a rotelle, ha cantato live “La panchina”; un testo carico di significato e di realismo.
Sarà anche solo musica del cazzo ma questo pop-rap fresco, spesso basa le sue rime nazional-popolari su fatti, usi e costumi che appartengono alla nuova attitudine esistenziale degli italiani. Probabilmente da soli non riusciranno a rifare questi stessi numeri ma la sostanza di questi anni trascorsi in coppia, dimostrano che insieme si può fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

Valentina De Giovanni fa sua Gabriella Ferri in “Sono Partita di Sera”

“Signora…….non mi sento signora….”

E così Gabriella Ferri comincia a raccontare la sua storia sul palco del Teatro Lo Spazio. Una storia fatta di musica, parole, ricordi e sentimenti. Passioni. Questo è Gabriella Ferri. Passione.

Ragazzina di strada, di una Testaccio che portava in sé le caratteristiche di una romanità che, ai tempi, era peculiare ed individuabile. ”La mia vita è balorda. Balorda come ‘na canzona che nun t’esce…..” In una scenografia semplice, che si sviluppa in fiumi e fiumi di parole che cadono dall’alto al basso: parole, versi, emozioni. In questo percorso poetico, accompagnata dalle note delicate della chitarra di Gabriele Elliott Parrini, Gabriella canta. Canta e Racconta. Canta e racconta subito dell’amore per Vittorio. Il grande amore della sua vita. Bello come un angelo “coll’occhi azzuri”…..come i suoi. Bello e scapestrato, ambulante “co poca voja de lavora’”, e tante canzoni da vendere a cappello, per un pubblico di strada, quello di Testaccio, che di quelle canzoni era il protagonista.

Valentina De Giovanni - Sono Partita di sera ph. G.R.

Valentina De Giovanni – Sono Partita di sera ph. G.R.

Una specie di cantastorie, guitto alla Zamapano’, Vittorio se la portava dietro. E lei, piccola, bionda, innamorata, lo seguiva facendogli il controcanto. Passava col cappello ed era terrorizzata dalla gente. Vittorio, l’angelo biondo, che la riempiva di coccole, di abbracci, baci e carezze “quanno ce stava, quer fijo de…….quanno nun stava in galera”. Vittorio che con lei condivideva il cognome. E una piccola e fragile donna, con la voce di un usignolo, e i modi di una regina. Una donna che lo amo’ al punto da mettersi contro la ricca famiglia, pur di sposarlo. Vittorio. Suo Padre. Una figura che segnerà in maniera indelebile le sue scelte di vita.

Anche con gli uomini.

Valentina De Giovanni - Sono Partita di sera ph. G.R.

Valentina De Giovanni – Sono Partita di sera ph. G.R.

E il racconto, che parte dalle vie de Testaccio, quelle della Toppa che Pasolini scrisse per Lei, e arriva alle luci della ribalta. Alla notorietà, al successo, ai personaggi famosi che l’hanno artisticamente corteggiata, passando attraverso le note delle canzoni che ha cantato. Cucite su di lei come abiti di sartoria, anche quando non scritte per lei. Lei, ragazzina di testaccio, figlia del popolo, questuante a cappello. Già, perché quando diciamo “Grazie alla Vita”, è a lei che pensiamo. E’ a lei che pensiamo quando cerchiamo “Remedios”, e in pochissimi sappiamo che quel “Sinno’ me moro” lo strappo’ alla Rustichelli come una malandrina. E lo ha donato al mondo come un “pezzo unico”. Va avanti per un’oretta e mezza, Gabriella, nel racconto e negli accordi. E quando, alla fine, il pubblico entusiasta, chiede il bis, lei, ancora Gabriella, ringrazia, fa un inchino e se ne va.

Ritrovo Valentina de Giovanni solo in camerino, quando vado a salutarla. Fino a quando non si spengono le luci, è Gabriella. E’ Gabriella perché non la interpreta, la vive. Sicuramente avvantaggiata da una somiglianza fisica impressionante, ma profondamente coinvolta, in ogni gesto, in ogni piccola piccola frase, in ogni nota che le sfiora le labbra. Lo racconterei tutto, lo spettacolo. Ma vi toglierei il gusto. E quindi mi fermo qui. C’è una cosa che quasi tutte le interpreti di canzoni romanesche patiscono. La difficoltà di staccarsi dalle interpretazioni della Ferri. E difficile cantare quello che ha cantato lei, non facendosi condizionare dalle sue flessioni, dai suoi ghigni, dalle sue pause, dalla sua sonorità. La straordinarietà di questo spettacolo sta proprio in questo. Valentina de Giovanni è riuscita nell’impresa. Ci ha ridato Gabriella, così, come se fosse li. Ma in tutto quello che interpreta, non la scimmiotta, la vive. E così le canzoni non sono “cover”. Non sono scimmiottamenti, né riproduzioni forzate. Valentina canta con la sua voce, le sue pause, il suo sentimento.

Valentina De Giovanni - Sono Partita di sera ph. G.R.

Valentina De Giovanni – Sono Partita di sera ph. G.R.

E questa la è magia. Gabriella è lì. Puoi vederla, annusarla, sentirla. Gabriella è lì. Ma dentro c’è l’anima di Valentina.

Grazie a Valentina de Giovanni, a Betta Cianchini per i testi, e a Camilla Piccioni per la sensibile e attenta regia, e per una scenografia che rimarrà per sempre impressa negli occhi, in quello sfumare di luci alternate, dal caldo al freddo dal calore della felicità al freddo della depressione, della confusione, dell’irrequietezza. Uno sfumare che porta all’applauso finale, all’uscita di scena, al mancato bis.  Perché non è uno spettacolo di canzoni. E’ Gabriella che si racconta attraverso Valentina. Uno spettacolo che ho amato, e che spero abbia tutta la fortuna ed il successo che merita.

G.R.

Pitagora pensaci tu: Renato Caruso presenta la sua anima latina. Intervista

RENATO CARUSO PH. RAY TARANTINO

RENATO CARUSO PH. RAY TARANTINO

“Pitagora pensaci tu” rappresenta un’opera omnia in cui racchiudi le sfaccettature del tuo suono. Come nasce questo titolo e a chi si rivolge questo lavoro?

Il disco nasce per due motivi: per omaggiare la mia città, Crotone. Qui Pitagora si trasferì a 40 anni in questa cittadina per poi fondare la scuola pitagorica e tante altre meraviglie; fu uno dei primi musicologi, colui che si interessò alla musica come scienza facendo numerose scoperte. La seconda ragione è che forse un po’ mi ritrovo in lui, avendo una formazione sia scientifica che musicale. Il lavoro si rivolge semplicemente a tutti gli amanti della buona musica.

Da studioso, cultore e maestro di chitarra classica. Come vivi il tuo strumento giorno dopo giorno e come è cambiato il tuo rapporto con l’uso, sia compositivo che interpretativo, della chitarra?

Di sicuro sono cambiato nella scrittura, prima avevo un approccio molto più di getto che razionale. La cosa va anche bene, ma spesso bisogna pensare al futuro e al fine di una composizione. In questo disco c’è molto istinto ma anche tanta riflessione. La mia interpretazione è molto cambiata negli anni, forse sono diventato con l’età un po’ più dolce, romantico e meno virtuoso (ride ndr).

In questo album convergono i tuoi ascolti, i maestri di sempre e le aspirazioni del domani. Come sei riuscito a mettere tutte queste cose a fuoco?

Ho fatto una cernita di brani e stili che ho sempre suonato e depositato nella mia mente e nel cuore. Ho scelto questi perché forse mi rappresentano. In effetti sì, sono proprio i miei studi e i maestri di sempre come dici tu. Spero solo di non aver fatto un pasticcio e di aver messo troppa roba al fuoco!

Uno dei brani più suggestivi è “Aladin Samba”. Raccontaci la genesi e le visioni di questo brano.

Ero in un ristorante 8(di nome Aladin) con degli amici e sentivo questa musica arabeggiante… quasi non vedevo l’ora di andare a casa e mettere su qualche bella melodia e così ho fatto! Poi ho aggiunto un altro brano e così ho unito due stili, forse questa è la mia specialità.

Nel tuo viaggio musicale si va da Parigi al Brasile, da Milano al Portogallo, passando per l’Africa. Eppure “Napoli caput mundi”. Perchè?

Napoli per me rappresenta il centro di tutto, la musica, la poesia, l’arte, il cibo, ma soprattutto la melodia, l’armonia. A Napoli sono nati i primi conservatori, è stata la capitale tecnologica, lì è nata la prima stazione ferroviaria e tante altre cose belle che i partenopei ci hanno lasciato. Era d’obbligo lasciare una traccia del mio disco dedicato a Napoli. E poi non dimentichiamoci i grandi interpreti e maestri della scuola napoletana che ammiro come Carosone, Caruso, Paesiello, Scarlatti, Pergolesi, ecc Napoli è un’entità dalle tante anime, ecco perché il brano ha più generi. Rappresenta le tante anime di Napoli.

Chi è stato e cosa rappresenta Pino Daniele per te e per la tua musica?
Per me Pino è stato il mio Maestro Nascosto. Il Maestro che non ho mai avuto ma da lui ho imparato molto, soprattutto le ritmiche latine e bossanova, le devo solo a lui. Al conservatorio imparavo altro. Quindi, si può dire, che io sono musicalmente figlio di Pino.

Video: Pitagora Pensaci tu

Cosa significa possedere un’anima latina?
Forse è inteso più come avere un grande senso ritmico, cioè un’anima che ha del groove si direbbe oggi. Forse noi che siamo discendenti di una cultura greca e latina siamo un po’ filosofi ma anche un po’ ritmici, un po’ melodici e un po’ armonici.

Che rapporto hai con la Calabria?
Un rapporto come tutti quelli che, come me, vivono lontani dalla propria terra d’origine. Vado quando posso anche perché ho lì tutta la mia famiglia, la mia terra, la mia Sila che mi aspetta d’estate tra gli alberi, fuoco e vino. Quando posso scappo spesso. Ogni tanto bisogna staccare da Milano. Ci vuole un sentiero senza semafori, anche nel senso metaforico.

Raccontaci gli omaggi contenuti nell’album e il melting pot culturale che hai costruito.
Parto da ANTONIO’S CHORO. Il Choro è un termine portoghese che significa lamento e viene usato soprattutto nelle composizioni come dire minuetto, aria, tango, ecc. Antonio è un amico storico e ho voluto dedicargli questo brano perché ci accomuna la chitarra classica e i famosi Choro di Heitor Villa-Lobos studiati in conservatorio. Poi c’è BOSSA DE SHEILA La bossa, samba, ritmo latino fanno parte di me. Fosse per me suonerei tutto in chiave bossa! Questa piccola composizione è nata in campagna, in Calabria, dove io passo le vacanze estive. CARO MIO JOBIM invece è un brano molto particolare. Rimanendo sempre in tema latino, samba, ho voluto maggiore un brano al re del bossanova, Antonio Carlos Jobim è considerato uno dei padri insieme a Gilberto, il poeta De Moraes e tanti altri. Ho diverse opere in bossa e ho scelto questa perché poi ha una leggera influenza pop nel ritornello. Infine, CIAO ROLAND è dedicato Roland Dyens, chitarrista e compositore classico tra i più apprezzati al mondo. La sua musica va dalla classica al jazz, dal funk al reggae, da Frank Zappa a Edith Piaf. Colui che ha detto tutto quello che si poteva con il linguaggio della musica attraverso la chitarra. L’ha esplorata a 360 gradi. Quando suona la chitarra si deve solo tacere. Il minuto è dedicato a lui perché ci ha lasciati giovane. Dopo Segovia c’è Roland Dyens.

Sogni di comporre colonne sonore. Come lavori per coniugare immagini e note?
Sì, è proprio il mio sogno. Non so come faccio. Forse quando scrivo penso a qualcosa di dinamico. Ho delle immagini, dei pensieri, delle storie da raccontare. Ancora me lo chiedo anche io! Spero di non trovare mai la risposta o l’algoritmo risolutivo altrimenti è finito il gioco.

Raffaella Sbrescia

Adesso sì: Tiziano Gerosa si prende la sua rivincita. Intervista

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“ADESSO SÌ” è il nuovo album di inediti del cantautore comasco TIZIANO GEROSA. Il disco, pubblicato da Clapo Music/Marechiaro Edizioni Musicali e distribuito da Edel Italy/Believe, contiene 13 brani inediti dal taglio pop-rock, tutti scritti, arrangiati e prodotti dallo stesso Tiziano Gerosa con la partecipazione di tanti importanti musicisti.

Ciao Tiziano, cosa significa rimettersi in gioco con un album di inediti in questo contesto musicale?

Rimettersi in gioco dopo parecchi anni ed in completa autonomia, significa poter decidere con estrema liberta’ mettendo al centro il puro piacere di fare musica lontano da pressioni ed aspettative. Ho voluto fare il disco che vorrei comprare.

Quali sono state le tappe che hanno segnato il tuo cammino artistico?

Riassumendo posso dire che pochi hanno fatto ‘gavetta’ come me. Sono partito dalle classiche band giovanili cominciando a scrivere canzoni nell’adolescenza. L’incontro con molti grossi artisti che registravano i loro dischi nello Stone Castle Studios  lo studio più importante di allora, parlo degli anni 80. Poi molta anticamera presso case discografiche e decine di ‘aperture’ per artisti della scena americana , come Robbie Krieger dei Doors. Importante fu la vittoria al Premio Recanati con l’uscita di un mini cd verso la fine dei ’90. Un tour durante il quale aprivo i concerti di R. Vecchioni in una sua fortunata estate. La partecipazione al Rock fur den Frieden di Berlino e ad altri festival internazionali come il Festamajo di Maputo in Mozambico.

Cosa ti ha spinto a incidere questo album? 

Il desiderio di dare una forma al sogno che per tanto tempo ho inseguito e poi abbandonato.

Hai lavorato insieme ad alcuni dei più blasonati turnisti italiani. Che tipo di alchimia sei riuscito a creare? 

Avevo ben chiaro il suono che avrei voluto ottenere e a tale scopo mi servivano musicisti con personalita’ e caratteristiche ben definite. Una volta individuati ho quindi inviato loro i demo di alcuni brani ottenendo un apprezzamento immediato. Proprio per l’estrema libertà di cui parlavo prima, si è da subito creato un clima perfetto di lavoro dove al centro non c’era l’artista famoso per cui lavorare ma una canzone da ‘rivestire di musica’. Ed è questo il clima che si respira ascoltando i brani : il divertimento e la gioia di riempire lo spazio di musica. Voglio citare chi mi ha fatto vivere momenti veramente indimenticabili: Lele Melotti alla batteria, Paolo Costa al basso, Luca Colombo alle chitarre elettriche, Ernesto Vitolo al piano Rhodes e organo Hammond, Claudio Pascoli e Daniele Comoglio al sax, Daniele Moretto alla tromba, Alessio Nava al trombone e Marco Fadda alle percussioni + il Gospel Light Vocal Ensemble.

Video: Adesso sì

Il titolo del disco rispecchia il tuo momento personale?

La canzone ‘Adesso sì’ in realtà racconta di come la vita di ciascuno sia attraversata da molte persone e da qualcuna vieni solo sfiorato mentre con altre fai un cammino più lungo. E spesso il caso gioca un ruolo fondamentale. Ho però voluto adottare questo titolo proprio come mi chiedi, ovvero: questo è il momento. Alcuni dei brani in tracklist hanno un lungo periodo di gestazione.

Com’è stato metterli a punto e inciderli dopo tanto tempo?

Posso usare il termine liberatorio. Parlo soprattutto di ‘Notte fonda’ la cui linea melodica è stata scritta molti anni fa. Ha poi subìto nel tempo parecchie variazioni di testo fino alla versione definitiva scritta durante una notte ‘luminosa e nera’ su una pista di sci da fondo nell’alta Engadina.

Che significato ha per te il temporale?

Devo dire che le due canzoni che parlano del temporale non contengono, per me, nessuna metafora. Ho voluto soltanto cercare di descrivere in musica le sensazioni che precedono l’evento atmosferico puro nel primo caso e nel secondo, quella sorte di pace ritrovata dopo il nubifragio. Ma le canzoni non appartengono più a chi le ha scritte, quindi ognuno si darà il proprio significato.

In che senso “L’amore ti fa”?

Questa è una delle mie preferite, per due motivi. Il primo è che dopo circa 300 canzoni scritte, ho usato la parola Amore per la prima volta. Ho sempre pensato che questa parola vada ‘protetta’ e che abusandola facesse perdere il valore che essa ha. Quindi, adesso sì. L’amore ti fa perché tutto parte, o dovrebbe partire, dall’amore, nel senso più ampio possibile. L’amore è la benzina della vita ed è ciò che rende migliore l’essere umano. Fare le cose con amore fa sì che le stesse cose siano migliori e solo così saremo costruttori di bellezza. Il secondo motivo è strettamente ritmico/musicale dato che è esattamente così che me la sono sognata.

Quali prospettive hai per questo progetto e, più in generale, per la tua carriera artistica? 

Qualcuno mi ha detto che ascoltare queste canzoni è come bere acqua fresca di fonte. Se fosse così sarebbe bello condividere con il maggior numero di persone questa sensazione e per quanto riguarda il mio futuro vorrei al più presto tornare in studio per continuare con un altro progetto che bolle in pentola.

Raffaella Sbrescia

MI AMI Festival 2018: non solo nuovo che avanza. Tre Allegri Ragazzi Morti e Prozac + gran mattatori

Tre Allegri Ragazzi Morti - MI AMI FESTIVAL

Tre Allegri Ragazzi Morti – MI AMI FESTIVAL

Il bilancio della prima serata del MI AMI festival è stato molto positivo ma, nulla di inaspettato, visto il sold out annunciato su carta, diversi giorni prima dell’evento. La vera sorpresa è stata l’affluenza della seconda serata che ha visto cambiare anche l’età media dei presenti all’evento. In scaletta nomi di band e artisti di più lungo corso.
Su tutti i Tre Allegri ragazzi Morti, sul palco Pertini per l’unica data estiva in programma per quest’anno. Non hanno deluso le aspettative nemmeno i Prozac+, protagonisti di una reunion avvenuta dopo diversi anni di vie parallele. Coinvolgente il live di Colapesce, tra i più intensi della serata. Agguerrita Maria Antonietta, il cui nuovo album “Deluderti” deve ancora far strada. Allegri e scanzonati i Selton, sempre più amati dai Nolers di Piazzale Loreto a Milano.
Se non avete mai avuto modo o voglia di partecipare al MI AMI, vi consiglio di fare una puntatina prima o poi, se non altro avrete modo di capire e farvi un’idea più precisa di come si evolva il gusto e l’interazione dei più giovani amanti della musica indipendente in Italia.

Raffaella Sbrescia

MI AMI Festival 2018: il trionfo del popolo indie

Cosmo - MI AMI Festival

Ex Otago – MI AMI Festival

Quattordici anni di musica, 14 anni di storie, di giovani diventati adulti, di giovani che cominciano a scoprire il mondo dei grandi. Un percorso di crescita, di evoluzione e di conferma racchiude l’evoluzione del MI AMI Festival che, anche quest’anno, ha segnato un momento importante per la nuova musica italiana. Record di presenze all’Idroscalo di Segrate. Il Circolo Magnolia addobbato a festa è più suggestivo che mai. Organizzato da Rockit e dall’agenzia creativa Better Days, il MI AMI rappresenta a tutti gli effetti lo specchio dei gusti dei giovani italiani in fatto di musica. L’invito che ha fatto da motto a questa edizione è “Laggiù, tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà”. E allora avanti così, spazio al popolo dell’indie, gli occhi pieni di muri di persone e le orecchie colme di ritornelli che profumano di giovinezza, sentimento e scoperta. Un continuo via vai e andirivieni tra il Palco Pertini e il Palco Havaianas per cercare di perdere poco o nulla del massiccio programma messo su da Carlo Pastore e Stefano Bottura.

Cosmo - MI AMI Festival

Cosmo – MI AMI Festival

Tra le sorprese della prima serata: il boom dei Coma Cose, duo milanese che, hit dopo hit, si sta ritagliando un ruolo sempre più solido e l’arrivo a sorpresa di Calcutta, reduce dalla freschissima pubblicazione del nuovo album “Evergreen”. On stage anche gli Ex-Otago, per l’unica data estiva in programma per quest’anno e l’attesissimo Cosmo, sempre più sulla cresta dell’onda. Non si contano più ormai i sold out seminati dal pop dj di Ivrea. Il successo è dilagante.

Coma Cose - MI AMI Festival

Raffaella Sbrescia

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