PFM Premiata Forneria Marconi – Cristiano De André cantano FABRIZIO: il concerto evento all’Arena di Verona

PFM e Cristiano De André

PFM e Cristiano De André

Il cerchio si chiude. Per chi c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi si è sempre chiesto come sarebbe stato. A 40 anni di distanza dal rivoluzionario incontro tra Fabrizio De Andrè e la PFM – Premiata Forneria Marconi, ci sarà un concerto evento all’Arena di Verona il prossimo 29 luglio. La grande sorpresa è che le poesie di Faber stavolta saranno interpretate direttamente da suo figlio Cristiano, come già da diverso tempo ormai accade.

Sono lontani i tempi in cui Cristiano si aggirava, poco più che bambino, tra le percussioni e la batteria di Franz Di Cioccio. Oggi il figlio d’arte e gli zii artistici si ritrovano commossi a affiatati per dare vita a una serata ricca di magia, ricordi, aneddoti e, perché no, nuovi spunti da tramandare alle generazioni che hanno imparato ad amare la poetica di Fabrizio De Andrè anche senza averlo mai ascoltato dal vivo.

Si tratterà di un concerto molto lungo, suddiviso in tre blocchi in cui la prog band italiana più famosa al mondo, PFM – Premiata Forneria Marconi, e il polistrumentista e cantautore Cristiano De André si alterneranno sul palco con le loro rispettive performance e condivideranno la terza parte finale di un concerto intitolato “PFM Premiata Forneria Marconi – Cristiano De André cantano FABRIZIO”.
Il concerto è prodotto da D&D Concerti e da BMU, in collaborazione con DuemilaGrandiEventi, VentiDieci e Verona Eventi, con il patrocinio morale della Fondazione Fabrizio De André.
Nato dalla scia dei fortunati concerti tenutisi nell’ambito del tour “PFM canta De André – Anniversary” e di “Storia di un impiegato”, storico disco di Faber arrangiato come una vera e propria opera rock da Cristiano De Andrè, il concerto si presenta come una preziosa occasione per riportarci indietro di decenni. Ogni arrangiamento del tour “Anime Salve” sarà fedelmente riprodotto a mano, esattamente nello spirito che da sempre accompagna le avventure nel mondo della PFM.
Le prove sono ancora da fare e i pezzi da scegliere. Non sarà un’operazione nostalgia, sarà bensì un modo per dare seguito al patrimonio di un Maestro mai dimenticato. Figli della stessa storia Cristiano De Andrè e la PFM viaggiano uniti su una grande “autostrada americana” che tutti potranno percorrere. Insieme a loro ci saranno Flavio Premoli, Lucio Fabbri, Michele Ascolese e Alessandro Scaglione. Sicuramente l’evento verrà ripreso ma è anche vero che sarà davvero intenso vedere che tipo di alchimia si creerà sul palco, soprattutto pensando alla leggerezza, al coraggio e all’autenticità con cui tanti anni Fabrizio De Andrè scelse ancora una volta di essere coerente a se stesso e di fare semplicemente quello che secondo lui meritava di essere fatto. L’obiettivo di tutti sarà portarsi a casa scopa, primiera e settebello. Nessuno dovrà rimanere seduto e nessuno potrà sentirsi indifferente. Per chi non si ferma alle apparenze e alle mode, ma soprattutto per chi cerca qualcosa in più l’appuntamento è per il 29 luglio all’Arena di Verona.

Raffaella Sbrescia

 

Ylenia Lucisano presenta l’album “Punta da un chiodo in un campo di papaveri. Intervista

Ylenia Lucisano ph DANIELE BARRACO

Ylenia Lucisano ph DANIELE BARRACO

 

PUNTA DA UN CHIODO IN UN CAMPO DI PAPAVERI” (distribuito da Universal Music Italia) è il nuovo album della cantautrice YLENIA LUCISANO pubblicato lo scorso 10 maggio.

Prodotto, arrangiato e mixato da Taketo Goharal’album è composto da 11 brani scritti da Ylenia Lucisano, con la collaborazione tra musica e testo di Pasquale “Paz” Defina, Vincenzo “Cinaski” Costantino, Renato Caruso e altri musicisti.

Abbiamo incontrato Ylenia  Lucisano d è venuta fuori una conversazione senza filtri e a tutto tondo. Buona lettura!

Ciao Ylenia, bentrovata! Prima ancora di parlare del tuo nuovo album, raccontaci la tua evoluzione personale e artistica in questi lunghi 5 anni di distanza dal tuo primo album. Chi è oggi Ylenia, quali sono i tuoi nuovi punti di riferimento, quali le nuove certezze e quali invece ferme insicurezze?

La mia certezza oggi sta proprio nel fatto di non sapere chi sono. Conoscermi davvero è un’utopia perché mi sono resa conto che quando ho raggiunto delle certezze le voglio oltrepassare. Quando ho creduto di conoscermi stava avvenendo già in me un cambiamento. Credo che solo se non sappiamo chi siamo possiamo essere qualsiasi cosa. Il mio unico punto di riferimento è l’amore, vivo sempre nel raggiungimento di questo stato. Le insicurezze nascono quando non vado verso di esso.

Con “Punta da un chiodo in un campo di papaveri” si evince un cambio di scrittura importante. Che tipo di lavoro hai fatto su te stessa, come ha messo mano ai testi, con quali idee e con quali presupposti?

Ho lasciato libero il flusso di pensiero, scartando poi ciò che non mi emozionava, rileggendolo o cantandolo. L’idea era quella di trasmettere dei testi puri, ma di una purezza che sa di verità, partendo dal presupposto che la verità non è quasi mai quello che abbiamo davanti.

Come sei riuscita a entrare in connessione artistica con Taketo Gohara, come avete lavorato insieme? Cosa ti ha sorpreso di lui e cosa invece pensi di avergli lasciato durante la lavorazione di questo disco?

Grazie al mio produttore che gli ha fatto avere molti provini. Era una delle mie ambizioni riuscire a lavorare con Taketo perché lo sentivo molto vicino a me artisticamente ascoltando i suoi lavori precedenti. Soprattutto volevo un vero produttore artistico, non un arrangiatore. Di lui mi ha sorpreso soprattutto il fatto che avesse le idee chiare sin dal l’inizio rispetto al progetto artistico da far nascere, da zero. Credo, anzi, sono certa di averlo sorpreso positivamente.

Ci spieghi la scelta di questo titolo così particolare?

Ho voluto dare, più che un vero e proprio titolo, un’immagine, qualcosa che potesse stimolare la fantasia rimanendo impressa come una piccola fiaba, per poter introdurre da subito al mondo onirico e surreale del mio disco.

Come si fa a vivere il passaggio dai 20 ai 30 anni cercando di fare arte in Italia?

Spero di riuscire a capirlo una volta superati i 30. Per ora sono consapevole che non ci sono regole e che non si può vivere facendo solo arte pura. Chi vuole fare questo lavoro deve avere una mentalità aperta a 360° gradi. Sicuramente i giovani che vivono di sola musica è perché pensano sia da artisti che da imprenditori.

Quali sono state le fasi di crescita e maturazione che hai attraversato, anche pensando al tuo spostamento dalla Calabria alla Lombardia. Due terre così intimamente diverse, il cui conflitto si ripercuote anche sulla pelle di chi cerca una propria dimensione in entrambe i contesti?

La mia è la storia di tanti giovani costretti a lasciare il cuore al Sud per iniziare una nuova vita. Ormai la mia dimensione è a Milano, in Calabria faccio davvero fatica a trovarne una. Sono nata e cresciuta in una città bellissima e circondata dalla natura come Rossano, ma la consapevolezza che la mia passione per il canto sarebbe rimasta solo un hobby da sfogare in qualche piano bar, mi ha portato a farmi coraggio e a partire verso l’ignoto. Del divario tra nord e sud ne sentivo parlare già da piccolina dai vecchi zii che nel dopo guerra erano partiti per la Lombardia alla ricerca di un lavoro di fabbrica per mantenere la famiglia…poi l’ho vissuto sulla mia pelle, ed era come sei ci fossi già stata perché tra quei racconti avevo già immaginato più volte i pericoli, le opportunità e le grandi strade di Milano. La mia crescita e maturazione, se così si può dire, è avvenuta molto in fretta soprattutto per il fatto che mi sono trovata prestissimo a vivere da sola, senza punti di riferimento e a caccia di un sogno anche oggi definirei astratto.

Ylenia PH DANIELE BARRACO

Ylenia PH DANIELE BARRACO

Anche se in questo album lasci da parte il dialetto, immagino che per te rivesta ancora una grande importanza. Certi messaggi si possono veicolare solo usando le espressioni dialettali, confermi?

Certi messaggi si possono veicolare solo nella lingua in cui vengono pensati. Se penso in dialetto scrivo in dialetto, altrimenti sarebbe come tradurre una canzone di Frank Sinatra in italiano: una cosa inascoltabile!

In queste canzoni si percepisce un animo malinconico ma mai triste. Un’attitudine alla positività razionale, una radicata determinazione ad andare avanti, passo dopo passo. E’ così che costruisci la tua musica?

Grazie alla musica ho capito l’importanza del viaggio, quello in cui fermo spesso ad ammirare il panorama e poi ti guardo indietro per capire quanta strada ho fatto. La meta non la conosco ma la decido camminando. L’importante è godermi il viaggio in una delle tantissime possibili strade, senza ambizione né paura.

Come percepisci lo status quo del cantautorato femminile in Italia? Hai notato una fruizione spesso più superficiale dei messaggi veicolati dai colleghi di sesso maschile o è un’impressione sbagliata?

Il cantautorato femminile in Italia è vivo e attivo ma se ne parla poco, credo perché la maggior parte delle cantautrici non sono entrate a far parte del ”sistema” musicale italiano, magari per scelta e anche un po’ perché questo così detto sistema, ai vertici, è gestito nella maggior parte dei casi da uomini in cui credo che il pregiudizio inconscio della cultura maschilista prevale sempre. Non faccio di tutta l’erba un fascio ma questo atteggiamento l’ho vissuto anche sulla mia pelle. Per quanto riguarda i messaggi veicolati, purtroppo la musica è sempre stato uno specchio della nostra società dunque superficialità non prevale solo nelle classifiche. Sicuramente chi ama l’arte e la cultura musicale sa dove attingere per godere delle buona musica.

Parliamo di stili e influenze. In questo disco traspare un forte ampiamento di ascolti e orizzonti musicali. Dicci di più.

Si, grazie alla persone di cui mi sono circondata e alla mia curiosità, i mie orizzonti si sono ampliati dal punto di vista degli ascolti. Per realizzare questo disco mi sono fatta stimolare da artisti come Alt J, Calexico, Fiona Apple, Joan Baez e molti altri del cantautorato angloamericano. 

Mi piace pensare che esiste un altro modo di guardare canti in “Ti sembra normale”. Qual è il tuo modo di vedere le cose e di affrontare questo mondo?

Se per gli animali il modo di concepire il mondo è già definito da millenni, quello dell’uomo è in continua evoluzione e dipende molto dal modo di gestire le emozioni e i sentimenti. In questo periodo quello che voglio (e provo) a vedere è Bellezza. E non intendo la bellezza che non riusciamo a percepire nella routine quotidiana, ma quella che parte da dentro e che proiettiamo all’esterno perché il nostro modo di vedere le cose parte dai nostri occhi. Il mio modo di affrontare il mondo è ‘’affrontarlo’’, quindi senza mai prendere le distanze da esso. Vivere e non sopravvivere.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e dove potremo ascoltarti dal vivo?

Dopo la partecipazione al Mi Ami Festival 2019, a giugno ci saranno diversi showcase di presentazione del disco. Questi sono i primi appuntamenti confermati: l’8 giugno a Comacchio – FE (Porto Garibaldi c/o Comacchio Beach Festival), il 12 giugno a Milano (Mondadori Megastore Piazza Duomo), il 21 giugno a Terni (Festa Europea della Musica – Spazi Caos c/o Fat Art Club), il 22 giugno a Milano (Festival Contaminafro), il 29 giugno a Sulzano – BS (Albori Music Festival), il 27 giugno a Roma (Festival Femminile Plurale ideato da Michele Monina e Tosca c/o Officina Pasolini), il 23 luglio a Soverato – CZ (Summer Arena), come opening act del concerto di Francesco De Gregori. Consiglio comunque tutti di seguire le mie pagine sui social per restare aggiornati sulle nuove date!

Raffaella Sbrescia

Mario Venuti presenta il nuovo album “Soyuz 10″. Intervista

Mario Venuti

Mario Venuti

Mario Venuti pubblica il decimo album di inediti “Soyuz 10” in 30 anni di carriera e lo fa con classe, sapienza e maestria. La sua è una scrittura senza tempo, elegante e corposa. Un preciso tratto distintivo di un artista che da sempre ama creare e vivere in modo autentico e lontano da sovrastrutture.
A raccontare il nuovo album è lui stesso con queste parole:
“Ho intitolato il disco in questo modo per cercare di andare oltre l’automatismo che in genere scandisce questo tipo di operazione. In questo caso ho lasciato che una sessione di registrazioni mi coinvolgesse al punto da mettermi al centro di una visione. Il protagonista di questo momento è stato un microfono Soyuz, particolarmente adatto alla mia voce. Ho quindi immaginato che proprio quel microfono potesse trasfigurarsi in una sorta di razzo che traghettasse la mia voce in altre dimensioni. Per concludere il tema dell’incontro e del relazionarsi tra le persone mi ha incoraggiato a scegliere il titolo”.
Il mood che scandisce questi brani è distensione e positività. Questo tipo di vibrazioni sono frutto della maturità e della prorompenza dell’esperienza. Ci sono molte canzoni d’amore incentrate sul concetto che gli umani hanno un bisogno disperato della componente emozionale, benchè oggi tutto sia fortemente condizionato dalla mente e dalla razionalità.
“Il mio rapporto con la musica è sempre stato naturale anche se con il tempo sono diventato più istintivo. Prima scrivevo da solo ed era un lavoro di sedimentazione, ora invece annoto piccole frasi, veri e propri frammenti su dei taccuini, ho delle basi armoniche e sono fanatico della melodia. Poi mi vedo con Pippo (Kaballà ndr) e tutto prende una forma più compiuta. Il plot diventa netto e la mia felice consuetudine raggiunge il lieto fine. Per spiegare questo processo in modo più concreto, l’ultima trilogia di album rappresenta l’esempio perfetto: il “Tramonto dell’occidente’ del 2014 era il disco della ragione (abbiamo volutamente messo da parte la componente emozionale per raccontare la società e la crisi). ‘Motore di vita’ del 2017 era un disco fisico in cui azione e ballo s’incentravano sulla riscoperta del corpo. Questo è chiaramente un disco del cuore, nato in posti di mare di fronte a grandi orizzonti marini tra Sicilia e Liguria con grande istintività e senza pc”.
“La mia vita personale è di basso profilo. Vivo in un quartiere misto di Catania e ho sempre preferito i contesti off limits. Mi piace il mio paradiso bohemien, faccio una vita tranquilla e mantengo intatto il legame con la mia terra e con la dimensione affettiva. Lì vivo e scrivo, Kaballà ormai è una certezza costante, è sempre bello condividere idee e pensieri con lui. Con Bianconi invece mi diverto molto, la sua presenza è diventata un rito scaramantico. Voglio che in ogni mio disco ci sia una canzone scritta da lui, una persona colta che stimo moltissimo”.
“I confini tra l’autobiografismo e la fiction sono sempre molto labili, trovo che sia giusto che sia tutto molto sfumato. Allo stesso tempo la mia nostalgia del futuro sta nel cercare di rapportare tutto all’oggi, offrire letture e punti di vista da prospettive diverse lasciando anche qualcosa di non detto. La tecnologia ci sovrasta ma l’unico antidoto possibile è instaurare un legame con elementi naturali, ritagliarsi spazi di disintossicazione. Ogni eccesso ha le sue controindicazioni.
Il mio linguaggio sta in bilico tra passato e presente, oggi si tende allo svacco, il mio è molto più raffinato. Vorrei istituire la giornata mondiale dell’immodestia, un giorno all’anno in cui ci si spoglia della finta umiltà. Vorrei semplicemente dire che un disco così, oggi, è veramente raro per eleganza, raffinatezza, ricerca musicale, armonica, testuale. Questo album è molto più suonato rispetto a “Motore di vita”. Qui c’è un’importante componente umana, ci sono musicisti veri, archi, fiati, ma sfido chiunque a produrre, oggi, un disco senza Pro-Tools e computer. Mi fregio di dire che è un album molto vario e pieno di riferimenti, sono portato a fare dischi variegati dal punto di vista stilistico, ho rinunciato all’idea di stare dentro uno spazio ristretto di azione, mi piacciono i dischi vari e infatti il mio preferito dei Beatles è ‘Revolver’, che contiene di tutto un po’.
Non mi preoccupo delle tendenze, i social sono un’appendice, una sovrastruttura. Il nocciolo rimangono le canzoni, domani resteranno solo quelle a prescindere dal resto che rimane del materiale che si consuma in giornata.
Se penso ai nuovi cantautori, sinceramente non penso a una rottura con il passato, anzi. Sono convinto che l’attuale scena pop sia la naturale prosecuzione di quanto abbiano insegnato i primi maestri del cantautorato italiano. Lo stesso Tommaso Paradiso si rifà apertamente a Carboni, Venditti, il primo Vasco. Poi penso a Brunori, ovvero la summa del cantautorato classico italiano: Gaetano, Battisti, Dalla, De Gregori ben miscelati e serviti. C’è un filo che lega le canzoni di oggi a quelle di ieri e questi artisti ne sono la prova dimostrata”.
Raffaella Sbrescia

Ballate per uomini e bestie: la mastodontica opera d’arte di Vinicio Capossela

Poesia, filosofia e denunzia confluiscono in “Ballate per uomini e bestie”, il nuovo album del cantautore, ri-trovatore e immaginatore Vinicio Capossela. In questo undicesimo lavoro in studio l’artista studia, analizza e metabolizza la realtà in un modo del tutto inusuale, complesso, ricco e potente. In questi 14 brani Vinicio si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia. L’Arte a tutto tondo prende il volo in queste ballate potenti e maestose, impreziosite da arrangiamenti strutturati, originali, spesso ispirati a medioevo, rinascimento e barocco. Un excursus antropologico di una portata tanto imponente quanto ben al di soprà delle possibilità cognitive di chi andrà ad ascoltarlo.
Nel presentare il disco, Vinicio Capossela racconta: “Questo lavoro parla della scomparsa dei vincoli sociali, si mette in luce l’aspetto anarchico del sé. All’interno del contesto in cui avviene questa autoanalisi c’è la peste. Il filo discorsivo sviscera la propagazione virale della stessa. I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi. Il disco offre tante letture e porta a termine una serie di studi, approfondimenti, spunti, idee che ho portato avanti per 7 anni. La forma della ballata mi permette di raccontare delle storie attraverso un linguaggio erudito, edotto. Mi piace l’idea di fornire spunti, richiami, analogie e confondere l’immaginario di chi ascolta. In questo disco mi sono cimentato anche con nuove sonorità, su tutte quelle date dagli archi ipnotici di Teho Tehardo, si tratta di un mondo che ho scoperto da poco e che mi ha affascinato”. Il lavoro è stato scritto, composto e prodotto da Capossela mentre è stato registrato nell’arco di due anni tra Milano, Montecanto (Irpinia) e Sofia (Bulgaria) da Taketo Gohara e Niccolò Fornabaio. I compagni di viaggio di Vinicio sono stati: Alessandro “Asso” Stefana, Raffaele Tiseo, Stefano Nanni, Massimo Zamboni, Teho Teardo, Marc Ribot, Daniele Sepe, Jim White, Georgos Xylouris e l’Orchestra Nazionale della Radio Bulgara”.
In un’epoca in cui il mondo occidentale sembra affrontare un nuovo medioevo inteso come sfiducia nella cultura e nel sapere e smarrimento del senso del sacro, Capossela mette in mostra le similitudini e il senso di attualità che lo legano profondamente alle cronache dell’oggi prestando particolare attenzione al suono e al significato della parola scritta. All’interno di questi racconti c’è spazio per la contemplazione e la denuncia. Antico e moderno, rurale e urbano, forme primitive ed evoluzioni contemporanee convivono dando forma a inquietudini e pulsazioni, coadiuvandosi con riferimenti musicali storici e immaginifici. I movimenti dei suoni si allineano con quelli delle parole. Il contrasto tra sacro e profano racconta ed esorcizza il presente. In questo medioevo altro e tecnologicamente evoluto, fatto di nuove crociate, rinnovate guerre di religione, oscurantismo, lavoro industriale sulla paura, diffusione virale di pestilenze, dietro di noi o nella nostra mente inconscia ci sono gli animali: le bestie rappresentano pertanto l’ irrisolto punto di accesso al mistero della natura umana.
La narrazione prende il via con “Uro”, un animale estinto capace di incarnare la forza e il mistero di un unico buio primordiale. Fin dall’inizio l’accesso al sacro, al mistero, ha per l’uomo il volto dell’animale. Il viaggio prosegue con “Il povero Cristo”, ispirato alle vicende narrate dal Vangelo e che ci ricorda la grande croce di ciascuno di noi: Amare la vita e vivere sapendo di morire. Cristo non è riuscito ad insegnare agli uomini a salvarsi con il precetto più semplice che è quello in cui è racchiusa tutta la buona novella, il lieto annunzio: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
La ballata più viva, ricca, furente è “La peste”: scorrono a cadaveri parole nel respiro della rete a mucchi interi. La meravigliosa peste virale che tutti ci fa liberi, che tutti ci fa uguali , la meravigliosa peste che libera il bubbone tutti in polluzione. Selfie, servie, selfie, servie. I nuovi crociati, un nuovo medioevo, il vecchio fascio nero.
Ci troviamo in una fase primitiva, una zona ibrida che non ha un’ etica, una normativa, in cui vale tutto, soprattutto i contenuti intimi della persona. Il brano è dedicato a Tiziana Cantone e vede Vinicio Capossela cimentarsi con l’autotune e un certo uso della tecnologia particolarmente ben riuscito.
L’uso della paura si fa strumentale in “Danza Macabra”, un brano ispirato all’immaginario universo di Tim Burton e di grande suggestione grazie ad un arrangiamento superbo. La danza della morte fa ballare tutti al suo ordine. Vince la maledizione eterna: ad mortem festinamus! Oggi a me domani a te”.
Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover

Ballate-Per-Uomini-E-Bestie-album-cover

Ricchezza di parole e metafore si possono godere ne “La ballata del porco”: il maiale, animale totemico della cività contadina, mette in luce il tema del sacrificio: dopo una vita d’ingrasso, la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi fa testamento. Ed è il testamento dell’uomo che ha voluto vivere con tutto il suo corpo che è appunto anagramma di porco.
Ne “La ballata del carcere di Reading”, Oscar Wilde, grande cultore della bellezza e dell’artificio scopre nella caduta il sentimento della com-passione e lo restituisce in questa ballata. “Ma ogni uomo uccide quello che ama”.
Un punk tribale, vivo e vibrante scandisce le “Le nuove tentazioni di Sant’Antonio”: un aggiornamento nel mondo contemporaneo delle tentazioni del celebre Abate che, come Prometeo, si calò all’inferno per rubare il fuoco. Famose sono le sue tentazioni che, in questa narrazione, si adeguano al mondo moderno: fare merce dell’attrazione, artificiare l’immaginazione, fare selfie in masturbazione, fare sesso in digigrafia, avvelenare la natura, bloccare il mondo con la paura. Fare un inferno di questa terra in nome del Paradiso, fare un deserto e riempirlo di niente.
Un pezzo preraffaelita viene definito “La belle dame sans merci”, ispirata alla poesia di John Keats per provare a spiegare in altri termini lo spinoso tema della solitudine.
Ancora una visione ispirata ad antichi temi per “Perfetta Letizia”, direttamente figlia dei fioretti di Francesco d’Assisi per provare a spogliarsi di tutto e andare oltre noi stessi e sostenere la pena della vita con leggerezza.
L’asino e poi il cane, il gatto e il gallo sono i protagonisti de “I musicanti di Brema”. Animali che impersonificano esseri umani destinati a morte da esaurimento nel ciclo produttivo e si uniscono per fare finalmente una cosa magnificamente inutile.
Giunge poi il western notturno di “Le loup Garou”: la metafora dell’uomo che in fase elettorale mette in piena luce la voglia di carne cruda. Il mannaro è l’infrazione della barriera tra uomo e animale. Un’altra corsa senza lieto fine è quella de “La giraffa di Imola”: nella corsa di questa giovane giraffa ci sono tutti i recinti e i fili spinati e il mare-sepolcro che circondano la “fortezza Occidentale”. L’amore non colto e l’esilio a vita, nella vita sta tra le righe del brano “Di città in città”. Da estraneo sono venuto, da estraneo me ne vado. Portando l’orso.
Chiude questo lavoro antologico “La lumaca”: una poesia per ricondurre il mondo all’umile e piccolo. Fuori dal tempo dell’Utile e del Lavoro. Il Sacro è lento e immanente. Capossela celebra la sacralità della lentezza, unica forma di eternità possibile: portarsi il cosmo sulle spalle e godersi la scia, esattamente come metaforicamente fa la lumaca.

 Raffaella Sbrescia

LP: una stella indomabile al Fabrique di Milano. Il report del concerto

Laura Pergolizzi LP

Laura Pergolizzi LP

In occasione dell’Heart to mouth tour, che vede ovunque tappe sold out, l’Italia riabbraccia Laura Pergolizzi, in arte LP, protagonista al Fabrique di Milano con uno show ricco e corposo sotto diversi punti di vista. LP è in grande forma artistica e personale, la sua carica energica sposa la sua voce mettendo in luce uno spirito libero e puro. La sua band è vibrante e i suoni proposti in scaletta sono curati ed evocativi. L’allure che emana la cantautrice, che abbiamo imparato ad amare grazie a una massiccia heavy rotation radiofonica, va decisamente oltre quello che crediamo di immaginare quando pensiamo a una rock star.
La peculiarità di questa ragazza è il suo appartenere a una dimensione unica e speciale le cui fondamenta si basano sulle emozioni, sulla passione che strappa il cuore dalle viscere e sui sogni in continuo divenire. Quello che salta subito all’orecchio è il fatto che le canzoni di LP ispirano immagini, sarebbero per questo perfette per essere colonne sonore di film o della nostra stessa vita.
Lp live @ Fabrique “Girls go Wild”

Discendente di nonni napoletani, figlia di una cantante lirica, LP ha il dono del bel canto nel DNA, le sue corde vocali toccano picchi altissimi senza sforzi e senza velleità esibizionistiche. Le sue canzoni si discostano da mode e tendenze mirando dritte all’essenziale.
Dopo aver lavorato per anni nell’ombra scrivendo numerose hits per dive come Rihanna, Christina Aguilera, Rita Ora, LP si prende finalmente quello che le spetta. L’artista in realtà ha sempre sostenuto di non aver mai scritto per scalare le classifiche, anzi, c’è sempre un tocco personale e intimo nelle sue canzoni, sarà per questa ragione che una commistione di elementi contrastanti convive felicemente in lei senza squilibri.
LP live @Fabrique Milano – Recovery

L’amore di cui LP canta non conosce sesso e scorre fluido verso l’infinito. LP ne canta ferma in acustico solo il pianoforte, lo urla a squarciagola, ne sorride saltando tra un basso e una batteria. Lo declina, insomma in tutte le sue forme salvo voi ricreare un balance portando sul palco la sua rivisitazione di Rolling Stones ed Elvis Presley. Che siano fischietti, virtuosismi vocali o vorticosi saliscendi emotivi, LP riesce a trovare sempre il modo per tenere all’erta l’attenzione dello spettatore stupendolo con nessun colpo di scena particolare se non se stessa: una stella indomabile.
Raffaella Sbrescia
Scaletta

Show intro

Dreamcatcher

When We’re High
Dreamer
When I’m Over You
No Witness / Sex on Fire / Drum Solo
The Power intro
The Power
Die for Your Love
Tightrope
One Night Intro
One Night in the Sun
Girls Go Wild
Recovery
Suspicion
House on Fire / Paint It Black
Other People
Shaken
Special
Encore:

Muddy Waters

Lost on You
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  20. Encore:
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Ritratti d’autore: Fiorella Mannoia in “Personale tour”

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

FM-21

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

Fiorella Mannoia ph Anna Vilardi

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Animali Notturni: la recensione del nuovo album di Fast Animals and Slow Kids

animali-notturni-fask

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Con il quinto album “Animali Notturni” i Fast Animals and Slow Kids approdano in Warner Music e si affidano alla produzione artistica di Matteo Cantaluppi. Sulla carta tutto questo suona come un totale stravolgimento per la band capitanata da Aimone Romizi. Nella pratica invece si evince un dato di fatto: il gruppo perugino si è semplicemente evoluto. La passione viscerale è intatta, quello che è vivo è lo scambio di idee, una fusione di concetti, intenti e influenze che è sconfinata in un lavoro di non facile impatto. C’è bisogno di ascoltarlo diverse volte per coglierne i messaggi e le sfumature.

Nelle undici tracce di “Animali Notturni”, i FASK escono in avanscoperta cercando e, quindi trovando, una nuova direzione di un percorso creativo mai stantìo. Si sceglie di dare fiducia a questa band per la coerente intenzione di volersi emozionare suonando e di piacere innanzitutto a se stessa. Non si parla di autocompiacimento bensì di onestà artistica.

All’interno di questo discorso, la figura di Matteo Cantaluppi riveste un ruolo centrale in quanto il suo contributo ha lasciato migrare la centralità del lavoro della band dal testo all’arrangiamento, configurando concetti e pensieri in un modo diverso dai precedenti lavori; un approdo inaspettato, nuovo e forse ancora da metabolizzare per gli stessi FASK, il cui fuoco artistico è vivo brucia insieme a noi esattamente come si evince proprio nella omonima title track del disco. Vibranti, intense, appassionate sono le immagini di stampo evocativo presenti in “Cinema”. Coraggioso, onesto, libero e disperato è il testo de “L’urlo”. Si racconta di pene sentimentali ma da un punto di vista maturo e razionale in “Non potrei mai”, si riconoscono errori, paure e paranoie tra le righe di “Dritto al cuore”. Si insegue la felicità, la diversità, l’apertura dello spirito in “Canzoni tristi”. Arrivano poi i brani oscuri, scomodi e fascinosamente interessanti come “Un’altra ancora “ e “Demoni”: ammissione di colpa, ragionamenti fastidiosamente veri, autentici, viscerali che fanno male al cuore ma che al tempo stesso lo rendono puro e splendente.

I FASK parlano, suonano e scrivono di tutto quello che gli va, in questo ampio range semantico c’è spazio anche per affrontare lo spinoso tema del compromesso artistico in “Radio radio”: la voce di Romizi è incazzata, le parole pure. Il discorso prende una piega più introspettiva in “Chiediti di te” per capire se e come ci si possa sentire inadatti all’interno di un contesto sociale allo sbando. Ed è qui che si finisce al tema del cambiamento in “Novecento”: nuovi orizzonti sono quelli che vorremmo davanti a noi, grandi incertezze sono invece quelle con cui conviviamo ogni giorno senza trovare risposta. Il finale di “Animali Notturni” è più aperto che mai, starà a ciascuno di noi, scegliere come sarà il proprio.

Raffaella Sbrescia

 

Pop Heart tour: a spasso nel tempo con Giorgia. La recensione del concerto di Milano

GIORGIA - Pop Heart tour

GIORGIA – Pop Heart tour

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai lontani anni ‘90 ma la classe e l’energia di Giorgia restano immutati nel tempo. L’ho rivista lo scorso 6 maggio al Mediolanum Forum di Assago in occasione della prima delle due date milanesi del Pop Heart Tour e a dire il vero sorprende osservare come l’artista sia riuscita a mantenere intatto il proprio repertorio storico senza perdere la voglia di mettersi in gioco con grandi successi di suoi colleghi altrettanto apprezzati nella scena musicale italiana. In realtà Giorgia fa di pù e alza il tiro, così come aveva fatto nel suo album di cover “Pop Heart”, anche in questo tour la cantante si diverte a cimentarsi con i brani e gli artisti che ha amato di più, dagli esordi a oggi. Il risultato è uno show molto vario, ricco di momenti di grande intensità evocativa ma anche di incursioni electro-dance, blues, soul e jazz. Sulla carta avrete magari l’impressione che si tratti di una “caciara” musicale invece il file rouge su cui si imposta la scaletta è l’idea di viaggio nel tempo. Giorgia quindi veste i panni di una madrina d’eccezione, fasciata di luminescenti abiti Diori, disegnati per lei da Maria Grazia Chiuri.
A fare da garante a tutto lo spettacolo è l’unico elemento chiave che da sempre è il fortino di Giorgia: la sua incredibile voce. Ad accompagnarla c’è una band di importante spessore artistico: Sonny Thompson al basso, Mylious Johnson alla batteria, Jacopo Carlini al pianoforte, Fabio Visocchi alle tastiere e Anna Greta Giannotti alla chitarra. Nel coro Diana Winter e Andrea Faustini ai quali Giorgia lascia ampi spazi da protagonisti, testimoniando la generosa intenzione di offrire loro l’occasione di mettersi in luce. Ad arricchire lo show anche un DJ set a cura del batterista Mylious Johnson. Un discorso a parte va fatto per tutto ciò che concerne l’aspetto visuale e tecnologico: a capo del progetto c’è il compagno di Giorgia Emanuel Lo. Particolare attenzione è stata posta all’uso di suggestivi schermi che si spostano e si alternano creando forme e sipari virtuali che scandiscono le performance sia di Giorgia che della band.
Video: Giorgia canta “Come saprei”

Il live si apre con un’entrata a effetto: Giorgia compare al centro della scena, sola sul palcoscenico e infila subito una triade di cover senza prendere fiato: canta “Le tasche piene di sassi”, “Una storia importante”, “Gli ostacoli del cuore.
L’intento di Giorgia è unire gli animi di tutti attraverso immagini e ricordi speciali del passato e del recente presente. I momenti privati lasciano però spazio anche ad intermezzi divertenti e spensierati sopratutto quando a metà concerto il palco si trasforma in una vera e propria discoteca, il ritmo cresce e i laser popolano la scena in uno spettacolo di luci. Al centro dello show anche un momento club, in cui Giorgia ripercorre i suoi più grandi successi degli anni Novanta. Subito dopo l’artista ritorna alle cover ma stavolta si tratta di pietre miliari, quei brani che da ragazzina l’hanno forgiata per sempre quando ancora si esibiva nei club di Roma con la band di suo padre.
GIORGIA Pop Heart tour
Il momento più esilarante del concerto è stato invece quando sulle note di “Come neve”, più di metà pubblico ha confuso in penombra l’ingresso del corista Andrea Faustini con l’ipotesi che si potesse trattare di Marco Mengoni, fino alla sera precedente in scena proprio al Forum. Purtroppo si è trattato solo di una fugace illusione anche se un duetto live tra i due artisti sarebbe stato a dir poco magico.
Per i cavalli di battaglia “E poi”, “Come saprei”, “Strano il mio destino” Giorgia non lesina mai divertenti siparietti per introdurre i suoi brani più famosi, chi va spesso a vedere i suoi concerti però non avrà potuto fare a meno di constatare che si tratta ormai di una consuetudine piuttosto ripetitiva nei contenuti e se ne potrebbe fare tranquillamente a meno. Mancano in scaletta alcune perle dell’album “Oronero” ma almeno “Credo” e la titletrack sono sopravvissute all’invasione delle cover. Chiudono la serata due intense interpretazioni che sono particolarmente significative sia per Giorgia sia per chi ama la sua visione della musica, si tratta di “Anima” di Pino Daniele e “I will always love you” di Whitney Houston. Giorgia riveste le leggendarie canzoni con la sua voce potente e cristallina donando loro una veste leggiadra e fresca. Il risultato è un’esperienza di ascolto intensa, emozionante, a tratti sfidante ma sicuramente completa così come Giorgia riesce ad essere oltre il tempo e lo spazio.
 Raffaella Sbrescia
LA SCALETTA
01 – Le tasche piene di sassi
02 – Una storia importante
03 – Gli ostacoli del cuore
04 – Credo
05 – Scelgo ancora te
06 – Sweet dreams
07 – Quando una stella muore
08- È l’amore che conta
09 – Come neve
10 – Dune mosse
11 – I feel love
12 – Il mio giorno migliore
13 – La mia stanza
14 – Ain’t nobody
15 – E poi
16 – Come saprei
17 – Strano il mio destino
18 – Un amore da favola
19 – Girasole / Tradirefare
20 – Easy
21 – Di sole e d’azzurro
22 – Vivi davvero
23 – Stay
24 – Io tra tanti
25 – L’essenziale
26 – Oronero
27 – Anima
28 – Tu mi porti su
29. I will always love you

Tarantelle: la ripartenza di Clementino. La recensione del disco

Clementino by @Chilldays

Clementino by @Chilldays

Tarantelle” è il nuovo album di Clementino. Un lavoro variegato, ricco di contenuti autobiografici, spesso complessi e scomodi, figlio di un periodo difficile in cui il rapper originario  di Cimitile si è trovato faccia a faccia con se stesso e con un periodo trascorso in comunità.

Forte del tempo, del talento, della volontà, “Tarantelle”riporta Clementino all’attenzione del pubblico attraverso un viaggio musicale che parte dal rap classico passando per ballate d’amore, velocissimi freestyle, dialetto napoletano e tante verità inserite strategicamente nella tracklist. Le 14 tracce che compongono il disco sono frutto di una selezione di 70 brani totali.

Selezionatissimi sono anche i featuring: Gemitaiz, Caparezza, Nayt e Fabri Fibra sono i compagni di viaggio di Clementino in “Tarantelle”, un disco senza freni inibitori, pungente, critico e ricco di giochi di parole. I pezzi più ficcanti sono quelli che ricalcano l’idea di uno stream of consciousness che guardano al passato che rimettono al loro posto le linee guida personali e artistiche di Clementino. L’artista salta da temi seri a quelli leggeri senza soluzione di continuità. Tra i brani più interessanti, evidenzio “Versi di te”; una traccia seria e importante. Al suo fianco piazzo “Babylon” feat. Caparezza ma soprattutto “La mia Follia”, il pezzo più personale e più realistico di Clementino. Il rapper scrive “Ragazzo devi stare attento che la vita fa promesse che non avrai mai” e “[…] scava dentro la propria psiche, prende di petto i problemi affrontati e scende dal trono del rapper tutto ganja e denaro. La degna chiusura del disco arriva con “Diario di Bordo”: Clementino si mette il passato alle spalle con consapevolezza e gratitudine, il suo flow è veloce, intenso, ricco. Da ascoltare e riascoltare per percepire le citazioni, le influenze, i riferimenti culturali ed esistenziali che vanno a rappresentare il significato tangibile di un disco che segna una ripartenza tanto attesa quanto intrisa di fiducia verso il futuro.

Raffaella Sbrescia

La terra sotto i piedi: intervista a Daniele Silvestri. “Torno a sporcarmi le mani per sentirmi giusto”.

La terra sotto i piedi

Dopo aver conquistato il “Premio della Critica Mia Martini”, il “Premio della Sala Stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla” e il “Premio per il Miglior Testo Sergio Bardotti” al Festival di Sanremo, Daniele Silvestri torna con un nuovo album di inediti intitolato “La terra sotto i piedi”. Il cantautore arriva a 25 anni di carriera come un fiume in piena di contenuti. Dopo la parenti poetica di “Acrobati”, Daniele Silvestri si fa politico, torna a sporcarsi le mani e desiderare di sentirsi giusto. Affronta il nuovo mondo con lucida critica e inguaribile ironia attraverso 14 canzoni racconti di grande impatto evocativo. Daniele accetta la paura, l’imperfezione e mette giù dei testi che parlano chiaro a riguardo. Il tutto si muove attraverso un registro compositivo vario: elettronica, rap e cantautorato convivono in disco fortemente lavorato. Le rifiniture relativa alla post-produzione sono artigianali, c’è lavoro di fino in questo lavoro e, non a caso, diversi sono i super musicisti che vi hanno preso parte. Si va dal sax di James Senese alla chitarra di Niccolò Fabi  al violino di Rodrigo D’Erasmo passando per i fiati di Enrico Gabrielli e la batteria di Fabio Rondanini. Sarà prezioso scoprire come tutto questo prenderà vita nel primo tour di Daniele Silvestri nei Palasport che partirà con due date da Roma il 25 e 26 ottobre.

Intervista

“La terra sotto i piedi” da cui nasce questo album è Favignana. Raccontaci questa scelta e i passaggi che hanno segnato la genesi di questo lavoro.

Il disco ha avuto una lunga gestazione e il suo cuore pulsante sta proprio nell’isola di Favignana e non è un caso. Quello è un luogo che amo particolarmente e piaceva l’idea di trasformare una casa in uno studio. Ci sono posti in cui senti che l’organismo reagisce in un modo particolare e dato che in genere voglio che le persone che lavorano con me diano un contributo emotivo, passionale e autentico, ho voluto che ci fossero che condizioni esterne migliori per stimolarle al meglio.

La terra in calcarenite di Favignana nasconde un’infinità di cave scavate dai Fenici, la roccia su cui si poggia ha qualcosa di magico, esoterico. Ci siamo semplicemente nutriti di questa energia in quegli 8 giorni che per me e la mia Magical Myster band resteranno indimenticabili.

Da qui il titolo dell’album…

Il titolo è in parte in contrasto con “Acrobati” in cui parlavo tanto della mia vita. Con questo album mi è tornata la voglia di guardare le cose da vicino, non riesco a non sentire di avere cose da dire. La vita mi ha ripreso con forza, mi ha dato tre schiaffi in faccia e mi ha spinto a cercare cose concrete e a sporcarmi le mani. In una società in cui manca la solidità, in cui ci sentiamo spesso impreparati a vivere questo nuovo mondo, cerco un pensiero etico. Non è nostalgia, è bisogno di sentirsi giusti.

Approfondiamo questo discorso.

C’è poca autorità, poca credibilità e un profondo gap generazionale. Combatto questo rischio credendo nel fatto che le nuove generazioni possano ricercare la concretezza in modo istintivo, anche senza conoscerne il nome. Ci vuole costruzione, ragionamento, impegno. Comincio a intravvedere qualche segnale, anche senza un pensiero preciso dietro e senza una ideologia. Per questo credo che un’inversione di rotta sia ancora possibile.

Come hai vissuto in prima persona questo ultimo periodo?

Alla fine di “Acrobati” ero sicuro di uscire ancora con un disco entro un anno. Avevo molte cose da parte, erano anche robe che consideravo importanti ma all’improvviso mi si sono sgretolate tra le mani. Mi sono preso del tempo per capire cosa stesse succedendo intorno a me. Negli ultimi anni sono cambiate tante cose, c’è stato un ricambio fortissimo anche a livello mainstream con nuove cifre stilistiche. Ci sono nuovi movimenti musicali che prescindono da quelli che li hanno preceduti, mi sono messo ad ascoltare un sacco di roba per quasi un anno. Anche da qui nasce il brano “Blitz Gerontoiatrico”, mi sono messo a studiare la scena trap, anche per cercare di capire i miei figli. Aldilà dell’evidente schiacciamento dei contenuti verso il basso, la cifra non mi dispiace neanche, mi sono divertito a fare il nonno che suggerisce.

E poi c’è la miniera di sorprese: Il principe di Fango.

Mi sono ripromesso di non parlare di questa canzone, preferisco che ognuno trovi il suo significato in questo piccolo scrigno di parole.

In “Complimenti ignoranti” e più in profondità in “Tempi modesti” non ti risparmi nel criticare i social network e i nostri nuovi costumi.

Mi sono divertito a parlare di me e autoinsultarmi. Non demonizzo la tecnologia, ho visto tanti colleghi vivere con il vero e proprio terrore dei social. Da noi questa situazione è più evidente che altrove ma non so dire bene il perché. C’è stata un’epoca molto lunga in cui la voce dei cantautori era di sinistra. Era facile riconoscersi e indossare bandiere e colori. Nel momento in cui tutto questo è crollato e diventato più difficile capire da che parte stare. Tutto è labile, tutti stanno in bilico. Personalmente mi sento facilmente collegabile a iniziative locali, non ho mai smesso di usare la mia testa. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è il mio sostegno a Emergency che quest’anno festeggia i 25 anni. Naturalmente prenderò parte ai festeggiamenti indetti da Gino Strada. Tutto questo discorso mi porta a pensare che la tecnologia stia ridisegnando la specie e stara a noi cercare di sfruttare queste connessioni per creare dei movimenti di pensiero e di lotta senza confini.

Cosa provi nello scrivere cose scomode e di rottura?

Il motivo per cui scrivo è parlare di quello che mi fa soffrire i gioire, non so fare altro. Naturalmente certe cose arrivano a un punto di rottura, non è possibile che non si rompa qualcosa. Siamo un paese che sonnecchia da sempre, siamo a un passo dal default e abbiamo cominciato a vedere quanto possa essere facile che accada. Ci sono derive a cui sta arrivando la politica che ci ricordano molto da vicino sentimenti e pensieri poco edificanti di neanche così tanti anni fa. Come si fa a fare un mestiere in cui provi a entrare nelle cose e nei pensieri senza avere un’opinione? Nel mio io più profondo tendo comunque a credere che l’essere umano sia meglio di come sembra in questo momento.

Come nasce la tessitura strumentale di questo tuo nuovo lavoro?

Sono partito con l’idea precisa di fare il contrario di quanto fatto in “Acrobati”. In quel caso volevo rispettare la purezza creativa dei brani, qui invece è tutto fortemente processato. Il mio obiettivo da raggiungere era quello di lasciare che non si sentisse la band, la purezza strumentale arriva insieme all’intervento orchestrale. Le fondamenta sono concrete, l’artificio è nell’uso dell’elettronica, la poesia creativa arriva alla fine con l’orchestra che completa il quadro in modo completo. L’unica persona che vive ogni giorno con me ed è ancora più matto di me è Daniele Tortora, alias il Mafio. Il mio fonico ha dedizione e maniacalità, sa che queste mie idee sono quasi impossibili da realizzare dal vivo. A Sanremo “Argento vivo” che è un’esplosione strumentale, si è potuta fare grazie all’orchestra. In tour sarà diverso, potrò cogliere l’anima e l’essenza dei brani trovando un nuovo modo di farle ascoltare.

A proposito di tour, finalmente arriva la tua prima volta in solo nei Palasport.

Sì, sarà il mio modo per usare nuove armi oltre la band. Troverò nuovi mezzi per ottenere risultati sorprendenti. In questo momento sono nella fase dell’impossibile. Vorrei riempire i palasport in maniera anomala ma non posso ancora svelare nulla perché tutto potrebbe cambiare. Il mio bilancio è positivo a prescindere. Non ho mai dato niente per scontato, non mi sono mai immaginato al centro dei riflettori sul palco. Ho sempre voluto vivere facendo quello che ho fatto fino a oggi. Magari mi manca un po’ il periodo in cui facevo semplicemente il tastierista e suonavo senza responsabilità per vivere l’energia della musica in modo più libero e immediato ma in questo momento mi diverto a fare il mio mestiere e continuerò a farlo al mio meglio.

Raffaella Sbrescia

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