Una vita in capslock è il mio manifesto. Parola di M¥SS KETA

Myss Keta

Myss Keta

“UNA VITA IN CAPSLOCK” è il titolo del nuovo album di M¥SS KETA, in uscita il 20 aprile per Universal Music, con la collaborazione de La Tempesta. Senza volto ma con una identità precisa da portare avanti, questa è la prima vera avventura discografica di M¥SS Keta.

Ecco cosa ci ha raccontato.

I tuoi singoli sono sempre stati slegati da un progetto unitario, cosa ti ha portato a concepire il tuo primo full lenght “UNA VITA IN CAPSLOCK”?

Questa necessità si è fatta sempre più forte e vivida fin dalla pubblicazione di “Carpaccio ghiacciato”. Dopo aver realizzato 5 brani legati tra loro, mi è venuta voglia di lavorare a un album che fosse compiuto in sè, ho sentito la spinta per evolvermi e comporre un progetto più completo.

Senti che il tuo personaggio sia più popolare a Milano rispetto ad altri luoghi d’Italia?

Penso che da “Carpaccio ghiacciato” in poi si iniziato un distacco dal luogo fisico e quindi da Milano nello specifico. Credo che con queste premesse, l’album possa avere la forza per ambire a qualcosa di più.

Come spiegheresti la scelta di questo titolo così scenico?

Lo avevo nei cassetto da anni. M¥SS Keta parla, scrive e vive in capslock. La titletrack è una vera e propria dichiarazione. Un testamento per sfuggire alla quotidianità dell’era post-moderna. Nei miei testi uso l’eccesso, l’ironia e la satira per evadere da questa realtà e viverla con altri occhi.

Cosa percepisce della realtà M¥SS Keta?

Non credo che la realtà cambi molto all’esterno, cambia piuttosto il modo con cui la si guarda. La mia percezione la racconto nei miei brani, stavolta parto dall’esterno per rivolgermi ad una dimensione interiore, è cambiato l’approccio personale.

Come vivi la concorrenza?
Non credo di avere concorrenti diretti o indiretti. Personalmente trovo che il Pagante stia uscendo fuori in modo geniale, sulla stessa scia c’è Rovazzi. Il mio è un discorso a se, la mia etica e la mia poetica sono molto diverse dagli altri. M¥SS Keta non è mainstream, al momento mi interessa assecondare la parte istintiva.

Cosa rispondi a chi ti accusa di scegliere contenuti trash?
Le accuse sono vere. Spesso parlo di trash, sesso, droga. Perchè altri colleghi maschi non vengono tacciati di questo? Non credo di dire cose peggiori di loro.

Parliamo invece delle sonorità sperimentali che hai utilizzato in questo album.

Mi segue da vicino Riva, mio principale produttore e curatore. Siamo super fanatici di certi generi di nicchia, fidget house, sonorità e click precisi. Abbiamo voluto fare quello che ci piaceva senza seguire mode, ci siamo messi a esplorare certi tipi di mondi, chiesto aiuto a produttori esterni. Abbiamo fatto un esperimento con gli Zeus che si sono prestati con il cuore. ll senso di tutto questo percorso è stato seguire i nostri istinti. Da una parte c’è il gioco, dall’altra la routine quotidiana, ad amalgamare il tutto c’è l’ispirazione che arriva in serata, quando avvengono aneddoti irresistibili che si amalgamano in una forma canzone.

All’interno del disco, le tracce mettono in evidenza una sorta di ascesi interiore, in che modo avviene questo processo?
La metafora degli inferi viene scandita da due intermezzi che dividono il disco in 3 parti. La prima descrive il mondo esteriore, la contemporaneità del mondo esterno, la seconda comincia a scavare nel mondo interiore con dei suoni più sperimentali es. “Spleen queen”, “La scimmia è pazza” infine c’è la risalita verso una sorta di paradiso claustrofobico/artificiale.

A proposito della scimmia, riportata anche in copertina, che ruolo ha all’interno del disco?

La scimmia è l’animale guida dell’album e rappresenta la parte irrazionale dell’uomo. La metafora rivela una mutua influenza tra razionalità e irrazionalità.

Come evolve il mondo personale di M¥SS Keta?

Per natura il mio progetto è sempre stato legato al mondo clubbing e gay, man mano che mi sono confrontata con questi temi, ho approfondito questa realtà e mi sono avvicinata ai valori del femminismo. La cultura del clubbing è ricca di valori, ci si traveste per esprimere chi si è davvero, ci si mette una maschera per esprimersi al 100%, ci si libera dalle gabbie dell’individualità e si ha modo di riflettere in maniera profonda. Allo stato attuale siamo in una posizione in cui c’è bisogno di liberarsi dalle catene e dalla definizione di maschio alfa, dobbiamo unirci per liberarci dalle gabbie.

Perchè ti copri il volto?

Diciamoci la verità, non ho inventato niente. Le maschere si usano fin dal teatro greco, trovo che in mondo in cui la gente vuole solo mostrare il proprio volto con un selfie, la maschera possa mettere in luce un discorso culturale interessante. Si tratta di una scelta mirata a far riflettere.

Video: Stress – M¥SS Keta

Come incroci la tua rocambolesca vita e quella di M¥SS Keta?

Myss è nata così, tutte le cose che le sono successe l’hanno portata a cantare. Finisco da tempo in cose matte di cui la gente vorrebbe che non parlassi, tutto questo vivere ha portato a far parlare di M¥SS Keta.

In base a quanto detto finora, come vivi e organizzi i tuoi live show?

Mostrarmi sul palco così come sono mi libera dalla quotidianità e dalle relative paure. Il mio live è molto punk, scandito da un dj con delle basi e da me al microfono. Pian piano abbiamo iniziato a raffinarci portando le ragazze di Porta Venezia sul palco, abbiamo aggiunto dei visuals con il supporto di tutto il tema di Motel Forlanini.

Come affronti le critiche?
Le uniche che mi piace leggere sono quelle relative alla mia musica perchè questo implica un giudizio sulla mia forma di espressione. Quelle che invece riguardano il corpo, mi fanno capire soltanto che chi parla, non sta ascoltando il mio prodotto, sta guardando tutt’altro. In ogni caso il mio espormi mi ha anche forgiato nel confrontarmi e abituarmi a certi tipi di critiche.

Raffaella Sbrescia

L’#UVIC TOUR prenderà il via giovedì 19 aprile dai Magazzini Generali di Milano, la città che l’ha vista nascere. Dopo Milano M¥ss Keta sarà il 20 aprile allo Smav di Caserta, il 30 aprile al Monk di Roma, Il 4 maggio al Locomotiv di Bologna, il 5 maggio al The Cage di Livorno e il 26 maggio all’Eremo club di Molfetta (Ba). Il tour è organizzato da DNA Concerti.

 

 

Intervista a Motta: “Vivere o morire” è un album che vi fa capire come la penso e da che parte sto.

MOTTA_ph Claudia Pajewski

MOTTA_ph Claudia Pajewski

“Vivere o morire” è il titolo del nuovo capitolo discografico di Motta. Dopo la lunga gestazione de “La fine dei Vent’anni”, il cantautore torna in scena con un album emotivamente ricco con testi densi e arrangiamenti caratterizzati da un substrato  musicale suddiviso su più livelli. L’impostazione dicotomica del titolo lascia intuire subito un’intenzione chiara: rivelarsi senza filtri, svelare da che parte stare; senza sfumature di grigi. Motta si lascia andare, decide che è ora di restare, di essere consapevole, di dare spazio all’urgenza espressiva, all’intimismo, all’anima.

Intervista

Ciao Francesco, raccontaci come stai e come hai vissuto la gestazione di questo nuovo disco.
Ho conquistato una felicità che mi sono guadagnato. Fare dischi è difficilissimo, suonare mi diverte, scrivere i testi invece è davvero complicato. Si tratta di un processo che richiede consapevolezza, impegno, responsabilità. Stavolta ho lavorato in modo diverso, in primis perchè avevo molti più mezzi a disposizione, lavorare a New York non è chiaramente lo stesso che lavorare a casa. Il trucco è stato è non metterci trucchi. In questo disco vi dico da che parte sto e come la penso:  sto dalla parte del vivere ovviamente.

Dal punto di vista musicale invece?
Ho prodotto questo album insieme a Taketo Gohara ma ho suonato molte più cose io stesso. Così come tengo molto a riconoscere il lavoro delle altre persone, stavolta mi piace riconoscerlo a me stesso. Prima di cominciare il lavoro, avevo parlato con Riccardo Sinigallia che mi ha subito detto che stavolta non sarebbe stato lui il mio produttore artistico. Il lavoro di Taketo è stato importante perchè è molto diverso da me e Riccardo, ha svolto un lavoro complementare. Molti potranno obiettare che questo album sia nato in molto meno tempo ma non è vero, ho recuperato anche cose scritte nel 2011. Nel primo disco la gestazione è stata più lunga, più spalmata, non c’era la concentrazione che c’è stata adesso per questo disco a cui ho lavorato 24 ore su 24.

Cosa c’è di completamente nuovo in te e quanto ti porti indietro del passato?

Mi conosco meglio di prima, ho passato più tempo con me stesso. Dopo più di 100 concerti in giro, ho avuto modo di guardarmi indietro e fare delle scelte. L’ultimo brutto ricordo risale al concerto all’Alcatraz di Milano, l’ultimo del tour: non mi sentivo all’altezza di affrontare quel tipo di emozioni. Quando sali sul palco per spaccare tutto, stai sul palco nel modo peggiore in assoluto. In seguito, dopo 3 settimane di silenzio, mi sono vissuto il concerto del 1 maggio al meglio. Per me quel concerto all’Alcatraz è stato eccessivo, sono io che devo sentirmi pronto e se per primo mi accorgo di un errore, sono il primo a incazzarmi. Crescendo mi sono accorto che non è tanto importante la forza quanto scegliere di incanalarla bene. Bisogna capire come si impiega il tempo, questo tipo di considerazioni non le avevo mai fatte prima. A 20 anni mi affascinava descrivere il bivio, ora mi sento pronto a prendere una delle due strade, non so se sia quella giusta ma è la mia.

L’album si chiude con il brano “Mi parli di te”. Un testo molto intimo…

Avevo già parlato dei miei genitori, spesso ne parlo. In questo caso è stato molto complesso scriverne. Ho cercato di guardarli come degli essere umani pieni di pregi e di difetti, questo mi ha portato ad avvicinarmi molto di più a loro.

Tutti, a questo proposito, ricordano ancora con emozione il video del brano “Del tempo che passa la felicità”.

Ricordo che durante le riprese non ci siamo mai incrociati, poi soltanto alla fine ci siamo incontrati e abbiamo vissuto un attimo molto vero. In quel momento c’è stato qualcosa di intimo e privato, mentre tornavamo a casa abbiamo realizzato di non aver mai visto un tramonto insieme prima di allora.

Prima accennavi alla lunga gestazione de “La fine dei vent’anni”, magari adesso avevi semplicemente necessità di lasciarti andare e riempire al massimo questi nuovi testi.

Prima avevo una forte ingenuità nei confronti della mia esperienza di cantautore. In qualche modo c’era una confusione giustificata. In generale, per scrivere, mi serve sempre un gancio emotivo, ci vuole un’idea che mi serve per partire con la scrittura. Stavolta sono andato così tanto sul personale che non era giusto arrivare a compromessi. Ho scelto questa direzione a costo di essere scomodo e di non lasciare spazio per pensare. Ci sono frasi che ti arrivano come coltellate, le ho scelte per sentirmi meglio subito dopo. Per me questo è ciò che conta: ho esorcizzato tantissime cose, ho tolto tutto quello che era in più. In questo disco ci sono nove canzoni, non dovevano essercene nè in più nè in meno. Sono più tranquillo e più sobrio; questo album me lo sono guadagnato.

In “Vivere o morire” canti della paura di dimenticare. Tu ce l’hai?

La paura di dimenticare è quella più grande. Non voglio dimenticare gli affetti, da dove sono partito, quello che ho sbagliato. Per poter crescere la cosa più importante è l’accettazione dell’errore. Secondo la concezione binaria della vita bisogna scegliere se restare o andarsene, io scelgo di restare ma non voglio dimenticarmi delle scelte sbagliate.

Video: Motta presenta “Vivere o  morire”

Per quanto riguarda gli arrangiamenti di questi pezzi, cosa ti sei portato dietro delle tue precedenti esperienze?

Non smetterò mai di ringraziare i miei musiciti con cui sono cresciuto. Ne “La fine dei 20 anni” ho praticamente rivisto tutti i brani in funzione del live. Al soundcheck filava tutto troppo liscio e ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava. Mi è piaciuto e mi piace tuttora scrivere musica al computer, non la vivo come una maniera fredda di scrivere canzoni, mi piace la concezione digitale della musica.

Con questi presupposti, stavolta sei volato fino a New York con Taketo Gohara.

Sì, Taketo ha sfruttato questa mia tendenza a suonare un po’ tutto e male. Quindi siamo finiti nello studio di registrazione di Keith Richards e lì, oltre al grande Mauro Refosco, abbiamo trovato una serie di strumenti che non avevo mai visto e sentito. All’inizio mi sono spaventato, ma d’altronde in qualche modo per poter essere produttivi, bisogna essere spaventati da quello che si fa. Sono rimasto diversi minuti a suonare una sola nota senza muovermi, c’erano molti sintetizzatori, alcuni dovevamo fisicamente cercarli. Abbiamo trovato energia pronta a essere detonizzata.

Che musica ascolti adesso?
Ascolto poca musica, soprattutto quando lavoro alla mia. Ultimamente mi sono emozionato ascoltando il disco di Filippo Gatti. Il rap non mi interessa molto anche se è mi è sempre piaciuto Salmo per la sua concezione molto simile alla mia. Alla fine comunque finisco sempre con l’ ascoltare “Rimmel” di De Gregori. La trap è sotto gli occhi di tutti, non possiamo far finta di niente. Ascoltandola mi accorgo di non essere preparato, mi sono scoperto invecchiato e testualmente distante. In ogni caso mi fa piacere vedere ragazzi giovanissimi in grado di fare cose che io a sedici anni certamente non facevo.

Che rapporto c’è tra la tua musica e le immagini?

C’è tanta immagine nelle mie canzoni. Lo stesso mi è capitato anche quando ho lavorato per la realizzazione di colonne sonore. In quel caso ci sono tanti ego che devono collaborare, in quel contesto ho imparato a sapermi mettere anche da parte.

Sebbene tu sia riconosciuto come artista indie, andresti a Sanremo?
Il mio desiderio è che la mia musica possa essere ascoltata dal maggior numero possibile di persone. Quello che conta è che questo non sia mai il presupposto con cui scrivere. Al Festival della Canzone italiana ci andrei se avessi una canzone giusta. Non c’entra il concetto di pop, per partecipare a Sanremo devi essere inattaccabile e portare una canzone adatta al contesto.

Raffaella Sbrescia

Di seguito la tracklist dell’album:
1. Ed è quasi come essere felice
2. Quello che siamo diventati
3. Vivere o morire
4. La nostra ultima canzone
5. Chissà dove sarai
6. Per amore e basta
7.La prima volta
8.E poi ci pensi un po’
9.Mi parli di te

A maggio, Motta tornerà dal vivo con quattro eventi, anteprima del “Motta live 2018″, organizzato da Trident Music. Questo il calendario dei concerti:
26 maggio ATLANTICO Roma
28 maggio ESTRAGON Bologna
29 maggio OBIHALL Firenze
31 maggio ALCATRAZ Milano

I biglietti per le quattro date sono disponibili in prevendita sul circuito www.ticketone.it e presso tutti i punti vendita abituali.

I Baustelle ritornano con “L’amore e la violenza vol.2″. Dodici pezzi che sono tutto tranne che facili.

Baustelle

Baustelle

Amore e violenza. I concetti si rincorrono, si intrecciano per poi distanziarsi all’interno del recente percorso artistico dei Baustelle. Ne “L’amore e la violenza vol.2 – Dodici nuovi pezzi facili” il gruppo nato a Montepulciano nel 1996 concede una tregua alla guerra per mettere in primo piano la love song che, in ogni caso, rimane lontana anni luce da quella inflazionata, mielosa e ormai trita che a ogni più sospinto ci viene riproposta.
Qui i Baustelle sfoderano la loro maestria linguistica, testuale e compositiva celebrando un amore che nasce con la consapevolezza che sarà destinato a consumarsi, previa la sublimazione assoluta.

Perchè un volume 2?

Abbiamo composto queste canzoni mentre eravamo in tour con “L’amore e la violenza vol.1″. Questo è un fatto inedito per noi che non abbiamo mai amato scrivere mentre siamo in giro. Forse stavolta l’immaginario sonoro e le cose che avevamo in mente di dire non si sono esaurite nel vol.1 e abbiamo voluto completare il discorso. Definire questi pezzi facili è un provocazione ironica che fa il verso a un film con Jack Nicholson. Il primo era un disco d’amore in tempo di guerra, c’era più focus sul contesto che sul racconto privato. Stavolta abbiamo dato spazio a relazioni sentimentali anche se le canzoni di questo album parlano di storie d’amor che contengono violenza al loro interno. Possiamo quindi dire che la guerra non è affatto finita, continua semplicemente in modo diverso da quella narrata del volume 1, in cui era più legata al contesto storico-sociale che stiamo vivendo.

L’unica eccezione, in questo senso, è data dal brano “Tazebao”?

Sì, in effetti lo è. Al suo interno ci sono folli aforismi sul presente. Possiamo considerarla l’eccezione che conferma la regola.

Come intendono l’amore i Baustelle? 

In “Amore negativo”, ad esempio, raccontiamo che l’amore è quello in cui nella migliore delle ipotesi ci scappa il morto, attraverso il sacrificio del proprio io. L’annullamento del sè per l’adesione all’altro. Il testo parte con una negazione, poi si sublima in piacere, ancora più forte se si riesce ad annullare l’ego e darsi all’altro senza chiedere niente in cambio. Viviamo in una società che non incita assolutamente questo tipo di concezione, anzi, al contrario siamo al centro di un grande massaggio all’ego. Vogliamo vivere per sempre, essere belli, magri, in forma. L’amore per come lo intendo io è il contrario di questo: è sporco e distruttore.

L’amore è salvifico?

No. Applicare l’annullamento del sè per darsi a qualcosa d’altro è sicuramente qualcosa che dà piacere ma non so da cosa dovremmo salvarci, l’amore non serve per vincere o eliminare le guerre, è una cosa più alta.

Perchè ne “Il Minotauro di Borges” il mostro accetta di morire?

Il Minotauro viene descritto come un essere mostruoso ma in realtà è un essere solo, chiuso in una casa grande come il mondo con stanze ripetute all’infinito. Ogni 12 anni arrivano le fanciulle in sacrificio per lui ma, ancora prima che possa dilettarsi, quelle muoiono prima dallo spavento. Nel dialogo tra Arianna e Teseo si evince che il Minotauro non voleva più vivere. I suoi sono amori impossibili.

Cosa sceglierete di portare dal vivo stavolta?
Porteremo in tour gran parte di questo disco e del precedente. Naturalmente non mancheranno le vecchie glorie che non possiamo non fare. Inoltre abbiamo ritrovato l’amore per certe canzoni vecchie che con un nuovo arrangiamento sono più vicine al nostro modo di suonare contemporaneo.

Una canzone si può giudicare pop o semplice a seconda della fatica che si fa per comprenderla?

Troviamo che sia sempre giusto fare fatica. Tutte le cose che ci piacciono richiedono un importante lavoro interpretativo e, si da il caso che a queste corrispondano per lo più cose che hanno resistito al tempo. La storia ci insegna che le cose che hanno richiesto fatica interpretativa non sono state apprezzate subito e che i loro autori morissero di fame o scoperti postumi. Intanto però sono rimasti nella storia. Tutto il resto è puro commercio. Secondo noi, dunque, l’attitudine giusta per fare qualunque lavoro artistico è cercare di sopravvivere al tempo e rimanere nella storia.

baustelle- cover album

baustelle- cover album

Cosa implica fare pop?

Questa è una definizione di gomma, in Italia questa distinzione è sparita abbastanza presto. Noi nel 1997 volevamo essere per tutti, all’inizio abbiamo avuto difficoltà, intorno a noi c’era molto più rock e scena alternativa. A noi va bene che si sia abbattuto questo muro. Se però abbattere l’indie significa diventare uguale al mainstream più becero allora sarà meglio rimettere su più di qualche mattoncino. Eliminiamo la musica prodotta solo per arrivare al commercio, a questa età non ci va più di perdere tempo a fare cose che non ci va di fare. Preferiamo l’ascolto alto.

Come convivete con la vostra spiccata estetica cinematografica?

All’inizio mescolavamo elementi rock alle colonne sonore. Siamo sempre stati affascinati dai compositori e dimenticati. D’altronde siamo nati quando all’estero cominciavano a scoprire proprio grandi compositori italiani, c’era tutto un sottobosco che allora di definiva “easy listening”. Abbiamo sempre amato il cinema e la musica per cinema. Ci ispirano le aperture prettamente strumentali e infatti ci sono anche in questo album. Ci piace l’idea che il disco si apra come una finestra. Rachele scrive molta musica senza testo, insieme gli diamo poi la forma canzone.

Un po’ come accade nel brano Jesse James e Billy Kid?

Ci piacciono i western, quelli di Tarantino in particolare. Nel brano questi riferimenti vengono usati in modo metaforico. I protagonisti vivono una storia d’amore turbolenta e travagliata.

A che punto siete della vostra carriera artistica?

Questo album racconta e fotografa in modo preciso chi siamo adesso. Le canzoni del vol.2 sono molto diverse dal vol.1, sono state scritte più in fretta e hanno visto un uso massiccio della chitarra, a differenza dei tre dischi precedenti. Quando ci si siede al pianoforte si ha a disposizione una maggiore possibilità di colori e complessità armonica. La chitarra invece ha un limite fisico che porta a scrivere canzoni più semplici, più veloci e più rock’n'roll. Per questo il disco ha una serie di colorazioni spigolose e un piglio ritmico più tirato. Naturalmente non abbiamo rinunciato ai sintetizzatori, sentiamo la differenza con il lavoro precedente e ci piace l’idea di poterlo suonare.

 Raffaella Sbrescia

Tracklist

Violenza

Veronica n.2

Lei malgrado te

Jesse James e Billy Kid

A proposito di lei

La musica elettronica

Baby

Tazebao

L’amore è negativo

Perdere Giovanna

Caraibi

Il minotauro di Borges

Maneskin live @ Santeria Social Club: annunciati nuovo singolo, nuovo album e nuovo tour

Maneskin live @ Santeria Social Club

Maneskin live @ Santeria Social Club

Qualcuno li definisce sfrontati, qualcun’altro arroganti. Loro sono i Maneskin, sono giovanissimi e sono i vincitori morali e non solo dell’ultima edizione di X Factor. La loro performance dal vivo è carica e avvincente. Certo, la scaletta comprende al 95% cover ma la cose che incuriosisce è che nessuna di queste ricorda l’originale. Questi ragazzi lavorano per dare un tocco personale a tutto quello che incontrano e, gran parte delle volte ci riescono. Vedere degli adolescenti buttarsi a capofitto in questa avventura con caparbietà, sicurezza, disinvoltura piace e spaventa. Piace vedere come ci credono, come si muovono, come convincono la piazza, come se ne fregano dei detrattori e di quelli che si rifiutano di credere nella loro favola rock. Sinceramente fa spavento pensare che a 17/18 anni si molli tutto per credere in un sogno effimero, come può apparire oggi quello della musica mordi e fuggi ma d’altronde molti grandi del passato lo hanno fatto suscitando reazioni ben peggiori. Per cui dico avanti Maneskin e fateci vedere cosa sapete fare.
Ieri sera li ho incontrati alla Santeria Social Club di Milano. Poco prima di due ore al primo concerto milanese della band capitanata da Damiano David ha incontrato la stampa per nuovi succosi aggiornamenti. Dopo essere stati definiti gruppo rivelazione del 2017 Damiano David e compagni annunciano l’uscita del nuovo singolo “Morirò da re”, prevista per il 23 marzo, dichiarano di essere al lavoro su un nuovo disco e che il prossimo autunno partirà un nuovo tour in location più grandi.

L’inedito in italiano.
“Con il nuovo singolo “Morirò da re” ci esporremo con l’italiano. Siamo al centro di un processo creativo molto bello. Il brano è nato in modo molto spontaneo, dal nostro bisogno di scrivere, dal nostro desiderio di raccontarci e dire qualcosa. La scelta dell’italiano è stata una casualità. Scriviamo in entrambe le lingue e vogliamo destreggiarci sia con l’una che con l’altra senza mai abbassare il livello del nostro prodotto. Abbiamo scritto questo pezzo durante giorni di off, abbiamo due modi di scrivere: o partiamo dall’arrangiamento oppure da un pezzo già scritto. Subito dopo l’esperienza in tv con X Factor abbiamo voluto tornare subito a suonare. Per noi la cosa principale è il contatto con il pubblico. Abbiamo scelto posti piccoli in cui esibirci per imparare e crescere”.
Il significato del testo

“Al centro del testo c’è il concetto di redenzione. Dal male può nascere del bene. Da qualcosa che viene visto come sbagliato, così come è avvenuto con la nostra scelta di mollare tutto e dedicarci alla musica h24, può nascere del buono credendo in se stessi e in quello che si fa. Il messaggio è che non bisogna farsi spaventare dal mondo esterno, aldilà delle nostre canzoni vorremmo dire alla nostra generazione, in particolare ,di portare avanti quello in cui si crede. Bisogna cercare la felicità attraverso il proprio talento”.

Il sound

“Fin dall’inizio abbiamo cercato di creare un suono nuovo e fresco. Con questo brano siamo approdati a un suono che non avevamo mai affrontato prima. Questo anche grazie ai mezzi che abbiamo avuto a disposizione. Abbiamo lavorato in uno studio fantastico, la chitarra di Thomas ha un suono alla Frusciante dei primi anni ’90, siamo vicini alla scuola dei Red Hot Chili Peppers. La voce di Damiano ricorda quella di Fletwoodmac”.

Maneskin live @ Santeria Social Club ph Francesco Prandoni

Maneskin live @ Santeria Social Club ph Francesco Prandoni

Il nuovo tour

“In autunno ci sarà un nuovo tour con un allestimento inedito e cambieremo anche la scaletta. La tourneè partirà il 10 novembre 2018 e sarà prodotta nuovamente da VIVO CONCERTI dopo il fantastico successo che ci ha portato al sold out, in pochissime ore e per tutte le ventuno date, del primo tour. Possiamo anticiparvi che non ci saranno solo cover, cercheremo di portare principalmente noi stessi e i nostri brani, non vediamo l’ ora che questo tour possa portarci a uno step successivo ancora più soddisfacente. La nostra vera dimensione è il palco e questa cosa non vogliamo dimenticarcela. Il nuovo tour ci vedrà sui palchi di locali diversi e più grandi. Tra tutti possiamo già citare il Fabrique di Milano e il Palatlantico di Roma. Per ora abbiamo fissato una decina di date.

Il nuovo album

Stiamo valutando dove ficcare il naso, sicuramente faremo molto meno, abbiamo in programma di chiuderci in studio, saremo in ritiro per mettere mano al disco e lo finiremo sicuramente entro l’autunno, prima che inizi il nuovo tour. Abbiamo dei pezzi già scritti, dobbiamo continuare a lavorare con lo stesso spirito. Per il momento stiamo mettendo in pole position sia brani in italiano che in inglese, così come ci vengono.

Il marchio di fabbrica Maneskin

Si parte sempre da un compromesso intrinseco tra noi quattro. La nostra produttività ed efficacia è aumentata parecchio in questi ultimi mesi. Stiamo cercando di creare una dimensione nostra, il nostro desiderio è creare il nostro sound personale e il disco seguirà questa linea d’onda. Ognuno di noi ascolta generi diversi per cui il risultato è una mescolanza di quello che ci piace.

Raffaella Sbrescia

Video: Maneskin live – Santeria Social Club

La scaletta del concerto
Intro
Let’s get it started
Take me out/Somebody told me
Un temporale
You need me
Breezblocks
Gimme Shelter
Pyro
Gangsta’s paradise
Master Blaster
Alors on dance
Recovery
Dirty Diana
Beggin’
Hey Mama
Vengo dalla luna
Prisoners/Eatch me
Kiss this
Chosen

CALENDARIO TOUR AUTUNNALE 2018:

sabato 10 novembre 2018 – SENIGALLIA (ANCONA) – MAMAMIA – DATA ZERO

giovedì 15 novembre 2018 – PADOVA – GRAN TEATRO GEOX

sabato 17 novembre 2018 – BOLOGNA – ESTRAGON

sabato 24 novembre 2018 – MILANO – FABRIQUE

venerdì 30 novembre 2018 – BARI – DEMODÈ CLUB

sabato 1 dicembre 2018 – NAPOLI – CASA DELLA MUSICA

giovedì 6 dicembre 2018 – BRESCIA – GRAN TEATRO MORATO

domenica 9 dicembre 2018 – VENARIA REALE (TO) – TEATRO DELLA CONCORDIA

mercoledì 12 dicembre 2018 – FIRENZE – OBIHALL

sabato 15 dicembre 2018 – ROMA – ATLANTICO LIVE

 

Video intervista a Gazebo: “Italo by numbers” è la rivincita della disco music Made in Italy

 “ITALO BY NUMBERS” (Softworks / SELF Distribution) è il nuovo album di GAZEBO, l’artista, cantante e coautore di “I Like Chopin (uno dei brani simbolo degli anni ‘80), che torna dopo 8 album in studio. All’interno di questo progetto GAZEBO ripropone alcuni classici della famosissima ondata di musica dance made in Italy, insieme ad brano inedito intitolato “La Divina”, in cui per la prima volta il cantante si cimenta con la lingua italiana.

Video intervista:

 Raffaella Sbrescia

Questa la tracklist: “Passion”, “Give me one day”, “Self control”, “Wait”, “I like Chopin”, “Tarzan boy”, “Another life”, “Survivor”, “Happy children”, “Lunatic”, “Untouchable”, “People from Ibiza”, “Masterpiece”, “Easy lady”, “Dolce vita”, “Rainfall memories”, “La Divina”.

Fatti sentire: Laura Pausini presenta il nuovo album. Com’è? E’lei

Laura Pausini

Il ritorno di Laura Pausini

“Fatti sentire” è un invito che voglio fare a me e a chi ascolta la mia musica, un invito a essere coraggiosi ad andare avanti senza avere paura dei pregiudizi. Lo dico io che sono continuamente giudicata e spesso ho sofferto di questo tentando di proteggermi facendo il possibile per piacere a chi mi giudicava male. In questi 25 anni ho cercato di essere coraggiosa anche nei momenti in cui non lo ero”. Tante volte mi è stato detto che sono coraggiosa ma appena scendo dal palco, mi bastano cinque gradini per farmi diventare piccola, fragile e insicura. “Fatti sentire” è una cosa che mi viene da dire quando sono sul palco. Abbiamo una sola vita, una sola occasione e io ho scelto di essere contenta di me stessa, esattamente così come sono.

La scelta delle canzoni
Le canzoni che sono nel disco sono molto diverse tra loro, si passa da una ballad, a un reggaeton a un pop americano tendente al funky. Il disco è il mio 13esimo in italiano, il 12esimo in spagnolo, nasce dalle parole, non è autobiografico ma sono stata felice di cantare queste canzoni in un momento inaspettato. I tempi per fare uscire un album li conosciamo tutti, io stessa credevo di tornare all’inizio del 2019 ma, ad un tratto, nel giro di un mese e mezzo, avevo già tutte le canzoni che volevo cantare, ho chiamato Marco Alboni, presidente di Warner Music Italy e gli ho detto che ero pronta anche se lui non era d’accordo. Gli ho chiesto di venire a casa mia a sentire le canzoni che avevo con me, un po’ in veste di loro protettrice, non volevo aspettare il periodo in cui si vende di più. Avevo voglia di cantarle adesso, magari tra otto mesi non mi sentirò più così. Volevo combattere per loro.

In questo periodo mi sento protagonista di una fase nuova, mi sembra di ricominciare daccapo, finalmente farò promozione in programmi televisivi nuovi con conduttori che non conosco. Anche con le canzoni mi sono comportata in un modo diverso, le ho scelte senza sapere chi le avesse scritte, ho chiesto alla mia manager di inviarmele via mail solo con il titolo ma senza il nome dell’autore. La verità è che mi lascio facilmente influenzare, ho fatto una selezione di 40 brani, lasciandomi colpire da quelle che mi smuovono a livello fisico e che fanno muovere il mio braccio destro.
Il brano in inglese “No river is wilder” è rimasto così perchè mi piace molto interpretarlo, si tratta di un brano un po’ sofisticato dal punto di vista vocale, mi piace sentirmi sfidata.

Tutte le canzoni in tracklist hanno un comune denominatore: il protagonista è sempre qualcuno che si trova di fronte a una scelta, in qualche modo deve farsi sentire. Sono storiie molto diverse l’una dall’altra. Posso dire che questo è il mio disco più vario di sempre.

Musica da produrre e da conoscere

Oltre a produrre musica, sono anche un’appassionata fruitrice, sono attenta al modo in cui lavorano i miei colleghi d’oltreoceano e sono curiosa di come si sia diffusa la tendenza a fare uscire diversi brani prima di pubblicare il disco vero e proprio.
Amo il supporto fisico anche se il digitale va molto più veloce mi aspettassi, voglio imparare ad amare questo modo di conoscere e vivere la musica. Non voglio fare quella della vecchia scuola. La musica urbana va per la maggiore, nel ’93 c’erano tante ballads, tante persone dicevano “che palle” ora, invece, soprattutto in Sud America sono percepite come qualcosa di molto chic. Un prodotto popolare non è per forza scarso, nel mio disco ho voluto inserire il mio secondo brano reggaeton, il primo è stato “Innamorata” di Lorenzo Jovanotti nel disco “Simili”. Non è scritta da un colombiano, è una roba diversa, nata per omaggiare il fatto che per sei mesi all’anno vivo lì. Non posso dimenticare questo fatto, l’attitudine latina fa parte del mio essere e su certi aspetti i latini sono molto simili ai romagnoli, sono molto veraci. La canzone è divertente, di solito faccio fatica a scegliere brani divertenti non sono riuscita a trovare il modo per inserire un allure leggera nelle mie ballads. In genere ci sono temi profondi difatti anche in “Marco se n’è andato” il tema era la solitudine.

Pausini (Julian Hargreaves)

Il tour mondiale inizia al Circo Massimo

Quando Ferdinando Salzano mi ha proposto di aprire il tour al Circo Massimo, sono stata subito felicissima ed entusiasta poi dopo circa 15 giorni ho iniziato ad avere paura e a sentire il peso della responsabilità e il timore di non riempire uno spazio così prestigioso. Ora che sono arrivati i numeri dei biglietti venduti mi sento molto più tranquilla, neanche immaginavo potesse essere possibile che venisse proposto di esibirsi lì a un cantante italiano. Inizialmente la data era solo una ma, francamente, pensando al fatto che tanti miei fan hanno ormai la mia età e hanno figli, mi sentivo in colpa a farli venire in un posto stando in piedi, coi bimbi in braccio e senza vedere nulla. Pensando a questo, gli avrei detto io stessa di restare a casa.

Spazio agli autori del disco

Sono felice di invitare gli autori del disco a sentirsi liberi di venire ad aprire i miei concerti. Virginio Simonelli, Edwin Roberts, Niccolo Agliardi, Giulia Anania, Enrico Nigiotti, Daniel Vuletic, Joseph Carta. Gli autori non sono solo tali, sono interpreti e hanno all’attivo i loro progetti e sarò felice di dare loro lo spazio che meritano.

“Fatti sentire 1/2″
Non ci stavano tutte dentro, non mi andava di farne uscire 20 in Italia e 14 in America, non so come e quando e come uscirà ma so che questo disco ha delle parole che devono continuare. Non ho ancora registrato i brani ma ho i demo, vorrei che si facessero sentire.

Nuovi singoli in arrivo

Il prossimo singolo sarà “Frasi a metà” di Agliardi. In America sta girando invece un remix molto particolare in pieno stile latino con una produzione di Sergio George arricchita da un featuring con Gente De Zona, duo di salsa reggaeton. La diversità sta nel fatto che invece di prendere una canzone e ricantarla, hanno voluto fare un intervento molto più importante entrando nella canzone con testo e musica. Abbiamo fatto qualcosa di nuovo che francamente non avevo ancora mai sentito. Anche se l’arrangiamento è stato molto particolare non mi sono sentita snaturalizzata. A questo proposito sono molto felice di annunciarvi che tra due settimane terrò finalmente un concerto a Cuba, aspettavo da tempo questa occasione.

Laura Pausini

La retorica del femminismo

In questi ultimi anni la figura della donna ha ottenuto molto a fronte del proprio merito. In ogni caso non sono una femminista, non mi piace mettermi dentro una categoria, cerco di apprendere soprattutto quello che riguarda la dimensione umana. Se una ha persona ha del valore, uomo o donna che sia, è giusto che gli venga riconosciuto.

Corde vocali tricolori

Il mio rapporto con l’Italia è fondamentale, quando vado in America canto per lo più in spagnolo ma non con un altro repertorio. C’è sempre Italia nelle mie canzoni, le mie corde vocali sono tricolori, si sentono più comode con quelle note lì. Ovunque io vada sarò sempre “desde Italia”.

“Francesca” (Piccola aliena)

Francesca è la mia nipotina, figlia di mia cugina Roberta. La bambina è morta a tre anni, vittima di una rara malattia genetica (sindrome da deiezione ip36). Sua madre ha scritto una favola e mi ha chiesto di cantarla. Con l’aiuto di Daniel, sempre capace di intuire il tipo di sensibilità necessaria per narrare queste mie cose personali, ho voluto raccontare questa storia anche per sensibilizzare le persone riguardo il fatto che i genitori che perdono i propri figli hanno bisogno di essere aiutate. L’associazione con cui collabora Francesca si chiama “Bimbo tu”.

Scaletta work in progress
Ormai comincio ad avere tante canzoni in repertorio. L’unica che davvero non mi piace è “Cani e gatti” presente nel mio secondo disco. Ricordo che l’abbiamo scritta in mezz’ora allo studio Sant’Anna e non c’era nemmeno il testo. Mi piacerebbe fare 13 concerti e cantare in ogni concerto un disco. Sto buttando giù la scaletta ma è davvero molto difficile, molti fan mi dicono che non vogliono più i medley e le canzoni più famose. Per questo motivo voglio presentare un po’ di canzoni che fanno parte di questo nuovo disco.
Quest’anno non ci saranno ballerini, voglio che la musica sia l’unica vera protagonista. Non si tratta di un percorso dei miei 25 anni di carrriera anche se alla fine lo è. Non riuscirò a fare un concerto di 3 ore, sembrerebbe troppo anche a me. Mi sto guardando in giro alla ricerca di nuove idee tecnologiche, qualcosa che possa essere all’altezza delle aspettative del pubblico. Chi viene da me, viene per conoscere un repertorio ma deve avere anche qualcosa di speciale da guardare.

Il canto dopo 25 anni di carriera.

Più serie e profonde sono le mie canzoni, più vado fuori di testa. Non vedo l’ora che la gente le ascolti. La canzone più difficile da cantare è stata “Nuevo”: pur avendo poche note, per me che sono abituata a cantare ad alto volume e che quando mi gaso spingo, è stato difficile adattarmi all’attitudine di questo nuovo ritmo e cercare di sussurrare. Il prossimo singolo comunque sarà “Frasi a metà”, un brano pop rock che rispecchia il mio mood attuale. Uno dei pochi brani autobiografici, dedicato a una persona che conosco, avevo bisogno di sfogarmi.

Raffaella Sbrescia

Video:

Intervista ai Negrita: “Desert Yacht Club” è figlio del nostro tempo e rispecchia il nostro cambiamento

Negrita ph Magliocchetti

Negrita ph Magliocchetti

Desert Yacht Club” è il decimo album in studio dei Negrita e contiene undici tracce inedite, scritte e composte dai Negrita e prodotte da Fabrizio Barbacci. Il titolo, “Desert Yacht Club” rimanda all’omonima oasi creativa fondata da Alessandro Giuliano nel deserto di Joshua Tree in California ma non lasciatevi ingannare, in questo disco c’è molto altro. I NEGRITA hanno scelto di guardarsi dentro e di trovare un nuovo modo di comunicare dopo un momento difficile. D’altronde anche questo è il bello di ritrovarsi.

Intervista

La lavorazione di “Desert Yacht Club” nasce da un’approccio diverso. Cosa si intende per kitchen groove?
Di solito ci si ritrova in una saletta umida e poco salubre, qui questo concetto è stato ribaltato. Abbiamo sfruttato quello che la vita ci ha dato in questi ultimi anni. Come sapete, in genere usiamo studi residenziali, per noi la musica si lavora h24, non esistono orari da ufficio. Stavolta il tavolo è stato il nostro campo da gioco, lavoravamo senza limiti di tempo con la fortuna di avere un chitarrista cuoco. Tra un passo e un altro la musica fluiva senza soluzione di continuità, avevamo il nostro trip dentro al trip.

E qual è stato questo trip geografico?

Abbiamo attraversato il Sud Ovest degli Stati Uniti, ci trasferivamo su gomma con un furgone, ogni volta cambiavamo casa, siamo stati in mezzo al deserto, a San Diego, ovunque ci andasse. Questo tipo di manegevolezza ha fatto sì che le idee non avessero limiti. Alla base di tutto c’è stato un ragionamento: vuoi essere figlio del tuo tempo o metterti sugli allori?

Cosa avete risposto?

Abbiamo scelto di guardarci in faccia, sono venuti fuori dei ragionamenti profondi, il deserto ti spinge a guardarti dentro, ti fa sentire piccolo. Non potevamo approcciarci alla scrittura come facevamo 20 anni, abbiamo scelto anche argomenti mai toccati prima.

Raccontateci il tipo di deserto che avete vissuto.
Abbiamo scelto una struttura, definita resort, comprensiva di tre tende e due roulotte. In quel contesto si vivono 4 stagioni nel corso di 24 ore. La natura è estrema, sei completamente isolato e hai la possibilità di concentrarti su quello che stai facendo in quel momento. In quel contesto poteva capitare, com’è capitato, che gli abitanti del luogo, americani che hanno scelto di trascorrere la vecchiaia lontano da tutto, ci invitassero a bere e mangiare con loro. Pazzesco.

Video: I Negrita raccontano la loro America

Tornando al disco, cosa vi ha portato questa profonda connessione con voi stessi?

Siamo arrivati a 50 anni, siamo tutti padri di famiglia, ascoltiamo quello che sta succedendo e vediamo che ci sono in atto cambiamenti importanti. C’è un vento nuovo nel mondo, confidiamo quindi in un cambio di mentalità. L’importante, secondo noi, è che ci sia questo sentore di cambiamento altrimenti saremmo solo degli zombie. Non siamo come ci collochiamo in questo contesto, di sicuro sappiamo che i tempi che sono stati, sono andati. Il presente è quello che ci interessa. Il nostro background deve aprirsi a cose che apparentemente non collimano, bisogna avere il coraggio e la passione di farlo, serve uno spirito temerario, questo ci spinge a ricecare una passione inscritta nel nostro tempo, abbiamo una mentalità aperta e tale resterà in modo che gli input che ci arrivano possano comunque finire nei nostri tratti distintivi.

Com’è la natura di “Desert Yacht Club”?

Questo è un disco da outsider, non è collocabile in una moda, per noi essere una band significa che nel momento in cui andiamo a comporre un album abbiamo raggiunto una certa sintonia mentale. La fase preliminare di questo progetto ci ha visto condividere delle playlist in cui inserivamo le ultime cose che avevamo avuto modo di ascoltare. Questa è stata la nostra agenda di riferimento, il modo per ritrovare un linguaggio comune. Tra le cose che abbiamo scelto ce ne sono tante che sono molto lontane dal rock classico; del resto sono almeno 20 anni che il rock non riesce a proporre qualcosa che raggiunga la massa e che diventi colonna sonora di momenti importanti della vita di ciascuno.

Che tipo di messaggio intende trasmettere la vostra musica cosmopolita

Questo dipende molto dalla sensibilità di ognuno. Ovviamente noi non facciamo musica barricadera. Avendo raggiunto una certa maturità umana, la nostra musica parla della vita, dell’esistenza. C’è il romanticismo, la rabbia, la disillusione, l’amore. Bruce Springsteen sapeva tramutare la vita in musica, così come fanno i grandi classici, questo è quello che preferiamo in assoluto. Cerchiamo di applicare la passione alla musica, il risultato è un ventaglio di ampio respiro. Quello che serve di più è la coscienza perchè i modelli imposti della società sono piuttosto confusi e inquinati da tanti input. I valori veri e importanti sono sempre meno focalizzati, bisogna dare strumenti ai ragazzi per intraprendere un percorso umano, stiamo annacquando tutto nel mondo del digitale e dei social network, in questo modo le cose perdono di significato e di intensità. Per noi artisti questo significa che abbiamo un ruolo, non che debba essere caricato di responsabilità, il che sarebbe vincolante per la nostra espressività.

Da dove nasce il brano “Non torneranno più”?

Tornavamo da San Diego, stavamo per chiudere la giornata ma all’improvviso è arrivato uno spunto così potente da spingerci a lavorare subito. Abbiamo preso coscienza poco a poco del contenuto di questo pezzo rivolto alla nostra generazione nata a fine ani ’60. Parliamo ai nostri coetanei lasciando un piccolo spazio al rimpianti. Ad un certo punto ci siamo resi conto che siamo genitori e ci è venuto naturale scrivere anche ai nostri figli in “La rivoluzione è avere 20 anni”. Abbiamo usato la frase di Gandhi “Be the change you wanna see in the world” per dire ai ragazzi di oggi: “Pensate come volete, l’essenziale è che capiate che quella lì è l’età giusta per cambiare le cose”. I ragazzi di oggi devono poter avere gli strumenti per leggere la realtà, se li costringiamo dentro format predefiniti creiamo degli infelici e degli irrisolti.

Quanta California c’è in questo album?
La California è stata un imprinitng. Dopo il tour europeo abbiamo toccato Los Angeles e ci siamo rimasti per quattro settimane. Questo non è un disco californiano, venivamo da un momento di down, il nostro gruppo cominciava a vedere un orizzonte finito, qualcuno cominciava addirittura a pensare di mettere un piede fuori dalla band. Per fortuna però veniamo dalla provincia che, nonostante i limiti, ci lascia intatti e così siamo rimasti. Il viaggio di questo album è arrivato dalla paura di essere arrivati alla fine, si erano create situazioni che ci facevano pensare di essere arrivati al traguardo, invece siamo ripartiti proprio da dove eravamo per creare un percorso nuovo basato su una soluzione comunicativa incentrata sulla condivisione.

Quindi questo album si può definire come una sorta di terapia di gruppo?
Sicuramente. Quello che proprio non accettiamo è che spesso ci viene chiesto di non cambiare mai. Ogni volta che pubblichiamo un album nuovo, la gente dice “Ma che cazzo si sono fumati i Negrita?”. Il nostro cruccio è che se viene fuori qualcosa che ricorda il disco precedente lo scartiamo, non accettiamo la pretesa egoistica di chi pretende che dobbiamo fare sempre le stesse cose. La nostra attitudine sicuramente è la stessa ma i Negrita sono camaleontici, cambiamo la codifica del suono in base alle nostre esistenze individuali e di gruppo. Cerchiamo quindi di interpretare il nostro tempo e questi anni a modo nostro.

Il disco si chiude con “Aspettando l’alba”, un brano particolare dalla doppia anima.
Drigo: ho scritto questo brano dopo l’improvvisa scomparsa di mio padre. Ho vissuto molto male questo momento, ero sempre l’ultimo che rientrava in hotel dopo i concerti e venivo da una lunga serie di addii che mi ha messo a dura prova per tanti anni. Nel momento in cui mi sono messo a scrivere, ho rielaborato questi addii, il fulcro della canzone è: ogni fine finirà. Io credo che non ci sia una vita sola, ci si reincontrerà in futuro.
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Pau: in questo brano Drigo ha sputato fuori gli ioni negativi. Il brano cambia vita nella seconda parte diventando una pseudo samba attraverso una componente brasileira senza i classici stilemi del samba. L’importante per noi è questi momenti si risolvano con una ricerca di positività. Questa, in effetti, è una caratteristica dei Negrita, molti non ci stimano perchè hanno la sensazione che siamo troppo positivi ma sono opinioni. Noi amiamo mettere in gioco la nostra componente solare, la gente invece tende a tirar fuori la depressione e a crogiolarvisi, noi no.

Raffaella Sbrescia

Videointervista ai Ministri e recensione dell’album “Fidatevi”

MINISTRI ph Chiara Mirelli

MINISTRI ph Chiara Mirelli

“Fidatevi” è il disco che segna il ritorno de I Ministri sulla scena musicale italiana. Un percorso lungo dodici anni e che ha portato Federico Dragona, Davide Autelitano, Michele Esposito a confrontarsi con se stessi e con un appassionato pubblico che non ha mai smesso di seguirli. Questo nuovo progetto, prodotto da Taketo Gohara, mette in luce tre giovani uomini che mettono a fuoco la propria consapevolezza attraverso l’uso di un linguaggio lucido, potente, emozionante.

La video intervista di Ritratti di note ai Ministri:

L’album si apre con “Tra le vite degli altri”: una scomoda indagine sul nostro senso di inadeguatezza e di vulnerabilità. A seguire la titletrack “Fidatevi” in cui due generazioni a confronto chiedono reciproca comprensione di sogni, problemi, scelte. Il brano più oscuro è “Spettri” in cui emerge la voglia di dare un volto alla paura. A proposito di brani oscuri, “Crateri” si muove lungo questa linea con l’affresco di un anima disperata ma cosciente del vuoto che c’è tutto intorno. Costruire un rapporto è difficile, lo sanno bene I Ministri che in “Tienimi che ci perdiamo” fotografano esattamente la difficoltà di reggersi e reggere l’altro a lungo termine. Libero, fresco e necessario il brano “Mentre fa giorno”, illuminante e vero è il testo di “Memoria breve”. Come in balìa di un meccanismo difettoso ci perdiamo nei meandri di quelle tre o quattro cose che finiscono per annichilire tutto il resto. Straziante l’urlo di “Usami”, canzone nata da due amici che parlano di situazioni di vita complesse. Un brano terapeutico, capace di esorcizzare il dolore ma anche e soprattutto di sprigionare una denotazione di energia prigioniera. “Toccando il fondo, trovo sempre qualcosa di me” questo è il modo con cui I Ministri tirano fuori la loro rabbia canalizzata. La nostra generazione è troppo ricca per ripartire da zero e troppo povera per i sogni che è stata abituata a rinconrrere, dicono I Ministri a proposito di “Due desideri su tre”. Niente di più autentico e vero. Decisamente romantica l’immagine de “Nella battaglia” che riprende l’incipt del Riccardo III. La nostra battaglia quotidiana si scontra con la miriade di interrogativi di”Dimmi che cosa” che chiudono in maniera plateale un album pensato per essere condiviso e per restare.

Raffaella Sbrescia

l disco è stato anticipato anche dal primo omonimo singolo “Fidatevi”, il cui video è visibile al link www.youtube.com/watch?v=kYP5bgBu7BY. Un viaggio in cuffia nella notte di un’altra Milano, quella dei camion che dormono e dei ponti sul nulla, attraverso gli occhi scurissimi di Jacopo Farina.

Di seguito la tracklist di “FIDATEVI”: “Tra le vite degli altri”, “Fidatevi”, “Spettri”, “Crateri”, “Tienimi che ci perdiamo”, “Mentre fa giorno”, “Memoria”, “Usami”, “Un dio da scegliere”, “Due desideri su tre”, “Nella battaglia”, “Dimmi che cosa”.

FIDATEVI è anche il nome del tour nei club, organizzato da Magellano Concerti, che partirà il 5 aprile da Bologna.

Ron racconta il suo amico Lucio e presenta l’omonima raccolta dedicata proprio a Dalla. Un effluvio di emozioni

 Ron ph Riccardo Ambrosio

“LUCIO!” (Sony Music) è il nuovo progetto discografico di RON dedicato a Lucio Dalla per celebrare la ricorrenza del 75esimo compleanno del cantautore bolognese e omaggiarne la poetica e l’anima musicale. La raccolta racchiude 12 brani, tra cui l’inedito sanremese “Almeno Pensami”, registrati in presa diretta da Ron (voce e chitarra acustica) insieme Elio Rivagli alla batteria, Roberto Gallinelli al basso e Giuseppe Barbera al pianoforte.
Nell’album si trovano alcuni dei più grandi successi di Dalla, tre dei quali scritti insieme a Ron che per l’occasione li ha riarrangiati e reinterpretati. Il disco è, inoltre, dedicato alla memoria di Michele Mondella, grande personaggio del mondo musicale e storico amico e collaboratore di Lucio e Ron.

Intervista

Come è avvenuta la selezione delle canzoni scelte per questa raccolta?
Ho pensato istintivamente alle canzoni di Lucio e mi sono subito venuti dei titoli in mente. Mi è piaciuto cominciare con “Almeno pensami”, l’ultima opera di Lucio. Ho proseguito con “4/03/1943), uno dei suoi primi brani. Ho voluto spaziare tra presente e passato. Non volevo fare un disco a metà, ci sono solo canzoni scritte da Lucio e su questa scia sarà improntata anche la scaletta del concerto che sto costruendo.

Che coinvolgimento hanno avuto gli eredi di Dalla in questo progetto?

Devo solo ringraziarli. Se non fosse stato per loro, “Almeno pensami” non sarebbe mai venuta a galla. Lucio ero distratto, lasciava pezzi scritti dappertutto, spero proprio che vengano fuori altri brani. Ho seguito questo progetto con grande passione ma anche in punta di piedi. Si sa, è facile cantare un artista così immenso, così come è altrettanto facile strabordare. Il mio obiettivo era essere il più semplice e trasparente possibile. I testi e le musiche di Lucio sono molto semplici ma lui non poteva fare a meno di riempire gli arrangiamenti. Spendeva anche intere ore per mettere i suoi versi, campionava un pezzo di martello e lo trasformava in un rullante. Qui è stato fatto un lavoro molto più semplice: 4 musicisti, compreso me stesso, in studio e in presa diretta per lavorare sul suono e nulla che potesse impedire la fuoriuscita delle emozioni.

RON

Per tanto tempo ti sei rifiutato di parlare di Lucio. Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Ho preferito starmene tranquillo per i fatti miei. Il silenzio mi ha aiutato molto a superare la dipartita di Lucio che è stata veramente pesante. Non sono stato guidato da nulla se non dal fatto che non avevo assolutamente voglie di un’inutile sovraesposizione tipica degli sciacalli.

Il disco si chiude con “Com’è profondo il mare” cantata solo da Lucio. Come mai?

L’arrangiamento originale del brano l’avevo pensato io, poi in occasione di uno speciale andato in onda su Sky, siamo andati a snocciolare delle piste del brano e ho notato una potenza vocale di Lucio che non volevo toccare. Ho voluto inserire solo un leggera sporcatura con le chitarre, mi pareva stupido fare una controvoce; la canzone è solo sua.

In alcuni brani hai fatto un ampio uso di archi. Qual è l’impronta del disco?

Ho cercato di non esagerare. Mi ricordo di telefonate notturne in cui Lucio mi chiamava tenendo la cornetta del telefono e mi faceva ascoltare decine di volte la stessa canzone per farmela sentire bene. Spesso in studio ci si dimentica da dove viene un brano, come è nato e l’intenzione che c’è dietro. Gli archi qui non sostituiscono nulla, semplicemente sentivo che ci volevano. In “Attenti al lupo” mi sono particolarmente divertito.

Com’è andata per “Canzone”?
Ho chiamato Maurizio Pica che ha messo insieme un gruppo di mandolinari per completare in modo più sentito un brano che è figlio del profondo amore di Lucio per Napoli.

Quanto ha rivoluzionato la tua vita artistica l’incontro con Lucio?

Avere un riferimento come Lucio è una cosa unica, mi sono affacciato alla musica a 16 anni, ho conosciuto subito Lucio con “Occhi di ragazza” e insieme a Bardotti ha cominciato a produrre le mie cose. Mi sono sempre fidato di Lucio, non teneva nulla per sè, era importante perchè amava quando qualcuno riusciva a farcela, amava prendere persone della strada e cercare di farli cantare. Io, Bersani, Carboni, gli Stadio siamo tutto figli di Lucio.

Come sarà il concerto che stai mettendo a punto?

Ci saranno 18-20 canzoni in scaletta, saranno tutti brani di Lucio. Ci saranno dei contributi video, li stiamo scegliendo in questi giorni. Sto scrivendo anche le mie parti parlate, si tratta di uno spettacolo teatrale e sarà pensato per raccontare Lucio al meglio. Milano e Roma sono il prologo di un tour, vorremmo organizzare altri concerti in teatro, magari li riprendiamo il prossimo autunno per chiudere il cerchio dopo i live estivi.

Video: Almeno pensami

Come ti sei sentito quando hai ascoltato “Almeno pensami” la prima volta?

Ho vissuto un’emozione unica e irripetibile. Il brano era un demo con un primo arrangiamento fatto da Lucio. Claudio Baglioni me l’ha consegnata così. Al primo ascolto ho sentito Lucio e basta, non mi sentivo dentro il brano. Lucio l’aveva reso così suo che non mi sentivo di andare a ripetere un’anima così presente. Ho rivisto il brano senza toccare musica e testo, l’ho semplicemente portato nel mio mondo. Anche il disco segue questa semplicità di fondo. La canzone è stata fatta tutta in presa diretta, senza nemmeno un click. Spero e credo di averle reso giustizia. Tutto questo ha dato vita al disco.

Come hai vissuto questo Festival di Sanremo?

Il Festival è stata una cosa bella. Finalmente un Festival tranquillo, senza patemi da eliminazione. Claudio Baglioni è uno di noi, ha difeso la categoria, sa cosa vuol dire essere escluso o arrivare ultimo. Con quattro colpi di coda ha dato un segnale a tutti: c’è bisogno di un cambiamento anche per un festival così importante che rappresenta la storia della musica italiana. Da qui in poi si può fare solo meglio.

L’ultima esperienza di Lucio fu Sanremo 2012 con Pierdavide Carone. Ti ha mai raccontato qualcosa a riguardo?

Sentii Lucio in quei giorni, era molto abbattuto e triste, si trovava molto fuori posto nonostante la voglia di essere li per Pierdavide. Cercai di tranquillizzarlo, per fortuna c’era Michele Mondella accanto a lui e lo aiutò a concludere quell’avventura.

Perchè hai dedicato il disco a Mondella?

Nel ’70 ho conosciuto Michele Mondella perchè la RCA aveva già tutti i suo posti prenotati per Sanremo. Michele è stato il mio primo promoter, abbiamo iniziato insieme e sono fiero che sia stato così. Mondella è stato importante per il cantautorato perchè l’ha difeso con le unghie e con i denti, senza mai sgomitare e con saggezza da uomo colto e mai arrogante quale era. Questo l’ha portato ad essere rispettato da artisti e addetti ai lavori, lo ringrazio soltanto, ho avuto tantissimo da lui.

Cosa ricordi del primo incontro con Lucio?

Arrivai con mio padre alla RCA per “Occhi di ragazza” Lucio era tutto ingessato dopo un incidente, spuntavano solo gli occhialini e un po’ di barba, era forse troppo giovane ma non l’ho riconosciuto. Mi disse qualcosa di divertente, mi misi a ridere di gusto e da allora mi fece ridere sempre. Poco prima mio padre ebbe un incontro ravvicinato con Renato Zero, fu una gornata indimentabile, pensare che fino a una settimana prima andavo ancora a scuola.

Qual è il tuo bilancio sullo scambio reciproco che c’è stato tra voi?

Lo dico chiaramente: se non ci fosse stato Lucio, non sarei qui. Non sono una persona che si impone. Lucio invece sapeva guardare lontano, pensava sempre e solo al futuro. Quando capì chi ero musicalmente, Lucio cominciò a lavorare con me e credo di essergli stato molto utile. Ascoltavo Joni Mitchell, Neil Young, lui invece amava il jazz, il rythm’n'blues. Ci siamo scambiati passioni musicali attraverso l’amore per la musica, non parlavamo d’altro e ci servito tutto a tutti a due.

Raffaella Sbrescia

Video: Almeno pensami live @ Sony Music Italy


Dal 7 marzo RON sarà impegnato in un instore tour per incontrare il pubblico e presentare il suo nuovo progetto discografico: il 7 marzo al Mondadori Megastore di Milano (Piazza Duomo, 1 – ore 18.00), il 9 marzo al Mondadori Megastore di Bologna (Via M. D’Azeglio 34 – ore 18.00), il 10 marzo al Mondadori Bookstore di Roma (Via Tuscolana, 771 – ore 17.00), il 12 marzo al Mondadori Bookstore di Napoli (Piazza Vanvitelli, 10/A – ore 18.00).

RON tornerà live con concerti: il 6 maggio al Teatro dal Verme di Milano e il 7 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma (Sala Sinopoli).

Questa la tracklist di “Lucio!”: “Almeno pensami”, “4/3/1943”, “Tu non mi basti mai”, “Piazza grande” (in duetto con Lucio Dalla), “Henna”, “Attenti al lupo”, “Quale allegria”, “Chissà se lo sai” (in duetto con Lucio Dalla), “Futura”, “Canzone”, “Cara” e “Come è profondo il mare”.

Benji & Fede presentano “Siamo solo noise”: “Crediamo nei frutti del nostro lavoro”

Siamo solo noise deluxe (bassa)

“Siamo solo noise” è il titolo del terzo album di Benji & Fede pubblicato per Warner Music. Il progetto è il risultato di un percorso creativo durato un anno e mezzo e che ha portato i due ragazzi a confrontarsi con diversi autori e produttori. Tra gli altri ricordiamo Michele Canova, Pat Simonini, Fausto Cogliati, Danti, Walter Ferrari, Gazelle, Federica Abbate, Takagi & Ketra, Daddy’s Groove, SDJM, Andrea Nardinocchi, Rocco Hunt. Il titolo dell’album intende racchiudere una buona dose di ironica ma anche lo stretto rapporto di Benjiamin e Federico con i loro fan.

Intervista

Partiamo dal brano “Da grande”. Come vi è venuta l’idea di coinvolgere i bambini del Policlinico di Modena?

Tutto è successo un po’ per caso. Lo scorso Natale siamo stati al policlinico perchè c’erano dei bambini che avevano chiesto di noi. Abbiamo passato il pomeriggio lì con loro ed è stata un’esperienza gratificante. Qualche settimana dopo mentre lavoravamo in studio a questo brano, che tra l’altro apre il disco, abbiamo pensato che ci stessero bene i cori dei bambini per dare ancora più forza al messaggio della canzone. I genitori e i bimbi stessi sono stati molto felici della cosa, i più felici siamo stati sicuramente noi. La canzone raffigura la parte bambina che è n noi e ci dà il coraggio di sognare in età adulta. L’intro corale rafforza lo spirito del brano.

In cosa vi sentite grandi?

In questi anni ne abbiamo fatte di tutti i colori, abbiamo lavorato tantissimo in studio dando vita a una crescita graduale dovuta a tanti fattori.
Fede: Questo album è più consapevole, abbiamo trattato argomenti che prima forse non avevamo la forza e la maturità di trattare. Su tutti cito il brano “Buona Fortuna”, in cui si è finalmente creata l’alchimia giusta per mettere in una canzone delle frasi che mi giravano in testa da tanto tempo. Prima non avrei avuto forza la consapevolezza di cantare tutto questo e risultare credibile. Il fatto che la canzone abbia avuto feedback positivi anche da chi non ci ha mai ascoltati prima ci dà soddisfazione.

Il vostro pubblico si è adattato a questa vostra crescita anagrafica e creativa?

Il nostro obiettivo è crescere insieme al nostro pubblico, come cambiamo noi, lo fanno anche le persone che ci seguono. Le passioni cambiano, l’approccio alla musica cambia, i gusti cambiano, il nostro pubblico forse si aspettava questa crescita. Non abbiamo fatto un cambiamento estraniante, forse perderemo qualche fan, forse ne guadagneremo qualcuno più grande ma non abbiamo voglia dic ambiare target. Abbiamo solo cercato di fare canzoni possibilmente belle e trasversali. Ci siamo detti: “lasciamoci andare, cerchiamo di mettere su carta e in note le emozioni che abbiamo vissuto nell’ultimo anno. Questo è l’album in cui abbiamo osato di più, le canzoni racchiudono diversi lati del nostro carattere.

Questo discorso è stato rispettato dalle persone con cui avete lavorato?

Quando siamo nel bel mezzo di una session di produzione e scrittura cerchiamo sempre di evitare di snaturare la canzone, noi diamo un input, diamo un’idea, arriviamo lì già con una bozza di idea, con degli accordi e delle melodie. L’autore non ti impone la sua idea nè ti scrive la strofa, abbiamo raggiunto un’empatica particolare con le persone con cui abbiamo lavorato. Gli autori ti aiutano in un percorso che ti servirà anche quando lavorerai da solo. Da ognuno impari un metodo, una tecnica, un modo di scrivere. Questo lavoro è un insieme di noi stessi più tutto quello che abbiamo imparato.

Qual è il messaggio del brano “On demand”?
Questo è un brano divertente, volevamo mostrare questo nostro lato ironizzando sui talent show. La prima cosa importante di questo mestiere è divertirsi, quindi abbiamo giocato anche nel video con Vito Shade, particolarmente brillante e calato nella parte, guardando come sarebbe la nostra vita se fosse “on demand”.

Video: On demand

Vivete mai il timore che magari questa “moda musicale” possa cambiare?
Non abbiamo questo timore, sappiamo delle nostre potenzialità e sappiamo quanto lavoriamo. La nostra non è stata un’ esplosione improvvisa, abbiamo fatto 4-5 anni di musica prima di essere conosciuti, cerchiamo di mantenere questo approccio, dedichiamo la nostra vita a questo mestiere, non siamo preoccupati perchè sentiamo che con il lavoro le soddisfazioni arrivano. Anche in questo album abbiamo dato tutto, abbiamo l’anima in pace.

Come avete lavorato agli arrangiamenti di questo album?
Abbiamo lavorato con tantissimi produttori diversi, ognuno ha il suo mondo, il suo modo di lavorare, cerchiamo di non farci snaturare, il nostro marchio di fabbrica è la chitarra e l’ukulele, siamo molto esaltati all’idea di fare suonare questo disco dal vivo, sarà molto divertente da suonare e da fare live, stiamo preparando un po’ di sorprese per il tour, sarà qualcosa di figo.

Da un punto di vista generale, cosa vorreste mettere in evidenza di questo lavoro?
Ogni canzone ha una sua storia, il desiderio più grande è che l’intero disco arrivi in primis al nostro pubblico, ogni canzone ha un messaggio preciso che potrebbe rimanere per un po’ nella vita di ciascuno.

Come mai avete inserito “Niente di speciale” in extremis?
Abbiamo scritto quasi 100 canzoni, avevamo un mucchio di pezzi belli carichi e tosti, scrivere un ballata all’ultimo aveva il suo fascino. La canzone è scritta bene e meritava di starci dentro. Non l’abbiamo ricantata, si è trattato di un “buona la prima” perchè c’era già la magia, questo è un pezzo che cerca la verità.

Come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto con i fan?
Spesso i nostri fan ci sorprendono perchè ci rivelano spesso cose che non ricordavamo o che nemmeno conoscevamo di noi stessi. Il nostro intento è sempre stato ribadire: “Guardate che ci siamo anche noi”. Abbiamo cercato di farci sentire, abbiamo creato un rapporto quasi familiare con chi decideva di seguirci. Tra i nostri fan ci sono persone che c’erano già anche prima del primo disco e altre che sono arrivate solo di recente che ci daranno tantissimo supporto. Chiaramente anche noi cerchiamo di fare lo stesso, è giusto ringraziare e fare qualcosa per chi ci segue, non è mai scontato tanto supporto per questo abbiamo sempre voluto incontrare queste persone fin da subito e abbiamo creato un rapporto autentico.

Raffaella Sbrescia

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