“Vulcano sono io!”. Intervista a Clementino

Clementino_vulcano - cover album

Clementino_vulcano – cover album

Esce oggi “Vulcano”, il nuovo album d’inediti di Clementino, il quinto da solista. Il disco contiene 13 tracce e rappresenta una precisa fase artistica del rapper che in questo lavoro ha voluto mettere a fuoco se stesso e la propria carica adrenalinica senza alcun featuring e con l’ausilio di tante nuove sonorità.

Intervista

Qual è il filo conduttore che lega le tracce di questo tuo nuovo lavoro?

Mi circondo sempre di tanta napoletanità. La cosa è testimoniata dal titolo dell’album: “Vulcano”. Il legame non è solo con il Vesuvio ma anche con la mia dirompente personalità. Con questo album ho cercato di riprendere il discorso di “Napoli Manicomio”. Negli ultimi 10 anni ho dato le mie strofe praticamente a tutti. Ho fatto decine di featuring ma ora ho detto basta, adesso è il momento di concentrarmi solo su di me. Un po’ come facevano gli umanisti: ci sono io al centro di tutto (ride ndr).

In queste nuove canzoni c’è tanto dialetto, non temi di perdere del potenziale pubblico?

Nelle mie canzoni mi muovo alternando italiano e dialetto cercando di creare il giusto equilibrio. In ogni caso anche se vado a cantare a Treviso, il pubblico vuole “Clementino ca spacc’ e vetrine”. Tra l’altro con il grande successo di alcune serie tv, il napoletano è stato ormai sdoganato ovunque.

Come ti approcci alla scrittura?

Non scrivo mai senza base, non ci riesco.   A seconda dell’atmosfera, scrivo cose diverse.

In questo album ci sono dei suoni molto variegati con ampi riferimenti alla tradizione napoletana…

A differenza dei miei lavori precedenti in cui cercavo di fare le cose che piacevano agli altri, stavolta ho cercato le cose che piacevano a me. “Vulcano” rappresenta me stesso: ci sono beats anni ’90, beats napoletani, un pizzico di trap e una manciata di richiami alla West Coast dove sono stato di recente.

Nelle tue canzoni parli spesso dei più giovani, che tipo di responsabilità senti di avere?

Non mi sono autonominato voce di una città o dei giovani. Sono il rapper che è ascoltato dalla mamma e dalla fidanzata. Ho fatto l’animatore turistico per 12 anni, ero l’outsider che copriva tutti i ruoli, lo sono anche nel rap perché abbraccio tutti i temi. D’altronde le mie iniziali parlano chiaro: MC sta per maestro di cerimonie. Da bambino salivo sul tavolo con la penna a mò di microfono e facevo lo show di Clemente, i miei genitori recitano fin da quando ero piccolo ed è forse anche per questo che ho sempre sognato il palco. Mi faccio portavoce di un genere ben definito: il black pulcinella, un tipo di musica che unisce l’eredità lasciata da Pino Daniele al mondo hip hop. Mi sento un vero Pulcinella: allegro fuori e triste dentro.  Il disagio psicologico lo tiro fuori attraverso la musica. Vengo dalla terra dei fuochi, un posto dove i ragazzi hanno pochissime possibilità e anche se qualcosa si sta iniziando a muovere, ci vorranno anni prima che la gente possa smettere di morire per mano della criminalità. A Cimitile ho aperto una scuola calcio per bambini, la “Iena Soccer Academy”, con il ricavato di ogni torneo compriamo defibrillatori e macchinari per gli ospedali; cerco di muovermi il più possibile per il sociale. C’è il Corriere della Iena, poi c’è l’iniziativa denominata “I messaggeri del Vesuvio” in cui invito i giovani emergenti a rappare con me.

Com’eri da adolescente?

Sono sempre stato molto disordinato e con la testa per aria. A scuola venivo continuamente ripreso perché mi perdevo in una sorta di torpore da sognatore incallito. Ho viaggiato molto, con la testa e non. Quando ho cominciato a fare le gare di freestyle affrontavo lunghissimi viaggi ma non mi sono mai fermato. Ho fatto tante comparse in teatro e qualcosa anche al cinema poi, però, le cose si sono ribaltate da un momento all’altro.

Sfizioso il video del nuovo singolo “Tutti scienziati”…

L’idea è di mio fratello Paolo. Abbiamo pensato dapprima a Emmett Brown di “Ritorno al futuro”, poi a Frankestein Junior e infine a Leonardo da Vinci. Abbiamo fatto riferimento a “Non ci resta che piangere” senza scimmiottare Troisi e Benigni, ci siamo solo ritrovati a vivere la loro esperienza. Poi abbiamo coinvolto i The Jackal con la loro parodia de “Gli effetti di Gomorra sulla gente” e ci siamo divertiti davvero molto. Con questo video mi è venuta voglia di fare cinema, magari con un bel ruolo comico. Ho studiato all’Università dello Spettacolo e mi sono laureato con il massimo dei voti. I miei genitori recitano il repertorio di De Filippo e Scarpetta, mi piacerebbe avere qualche ruolo da recitare anche se nelle mie esperienze precedenti interpretavo sempre me stesso. Per ora, in ogni caso, mi concentro sul rap che rimane la cosa che so fare meglio.

A proposito di cinema, come mai hai dedicato un brano al regista Paolo Sorrentino?

Tempo fa sono stato a casa di un amico che aveva il cofanetto con tutti i suoi film. Li ho guardati tutti, uno dopo l’altro e mi sono innamorato di Sorrentino. All’inizio la canzone si chiamava “L’uomo in più”, poi l’ho intitolata con il nome del maestro che, proprio ieri mattina, mi ha telefonato per ringraziarmi. Abbiamo parlato tutto il tempo in dialetto, gli ho promesso di raggiungerlo a Roma per stringergli la mano.

Clementino

Clementino

Il tuo contributo all’interno del docufilm dedicato a Pino Daniele è stato uno dei più apprezzati. Che ricordo hai di lui?

Pino è stato il mio maestro, ho scritto una canzone per lui mettendo nero su bianco un flow che mi usciva direttamente dal cuore. Quando Verdelli mi ha chiesto di partecipare, ho voluto recitare a cappella quei versi, sono l’ultimo artista con cui Pino ha collaborato e conservo un prezioso ricordo di quando lo incontrai, terrorizzato, per la prima volta. Sono davvero onorato di aver avuto la preziosa possibilità di collaborare con lui, ascolto ancora oggi le sue canzoni, me lo sono persino tatuato sulla pelle. Cercherò di mettere sempre qualche suo verso nella mia musica.

Una delle canzoni più forti del disco è “Spartanapoli”.

Difficilmente scrivo roba incazzata, questa è una storia di strada. Il rap è verità e io cerco di mettere nero su bianco quello che vedo per strada.

Potente il dissing virtuale che proponi in “ ‘A capa sotto”

In effetti c’è tanto “explicit content” ma il freestyle è una cosa che fa bene, la sana competizione è la linfa dei rapper.

Che fine farà l’amata cover “Svalutascion”?

Dopo il plauso dell’orchestra sanremese mi aspettavo un destino diverso per questa canzone. L’arrangiamento l’aveva resa simile alla colonna sonora di un film di Tarantino, spero di riuscire a portarla nei miei nuovi live. A proposito, a maggio partirà la mia tourneè europea, poi da giugno a settembre girerò l’Italia. Stare con il pubblico è la mia forza, sono uno del popolo.

Raffaella Sbrescia

La tracklist di “Vulcano”

UE’ AMMO (prodotto da Deliuan)

STAMM CCA’ (prodotto da TY1)

CENERE (prodotto da Shablo)

TUTTI SCIENZIATI (prodotta da Marz)

KEEP CALM E SIENTETE A CLEMENTINO (prodotto da Amadeus)

RAGAZZI FUORI (prodotto da Shablo e Zef)

DESERTO (prodotto da Shablo)

JOINT (prodotto da Yung Snapp)

COFFEE SHOP (prodotto da Swan)

LA COSA PIU’ BELLA CHE HO (prodotto da Deleterio e Fabrizio Sotti)

SPARTANAPOLI (prodotto da Shablo)

A CAPA SOTTO (prodotto da Swan)

PAOLO SORRENTINO (prodotto da David Ice)

I Muri di Berlino: Maldestro presenta il suo nuovo album. Intervista

Maldestro

Maldestro

I MURI DI BERLINO (Arealive / Warner) è il titolo del nuovo album di MALDESTRO che, dopo aver fatto incetta di premi e riconoscimenti in occasione della sua recentissima partecipazione al Festival di Sanremo 2017, nella categoria Nuove Proposte con il brano “Canzone per Federica”(PREMIO DELLA CRITICA ‘MIA MARTINI’, PREMIO LUNEZIA,  PREMIO ENZO JANNACCI, PREMIO ASSOMUSICA e il premio conferito dalla REGIONE BASILICATA per il MIGLIOR VIDEOCLIP), decide di accompagnare chi avrà voglia di ascoltarlo nei meandri di un percorso emotivo fitto e frastagliato. Attraverso una minuziosa cura per la scelta delle parole e un’innata sensibilità, Maldestro scova le crepe esistenziali di ciascuno di noi con il vezzo di una leggiadra melancolia.

Intervista

Antonio, come si colloca questo disco all’interno del tuo percorso artistico?

Comincerei col dire che questo disco lo sento realmente mio perché, nonostante i testi e la musica del primo album fossero comunque miei, non ho avuto modo di lavorare agli arrangiamenti. In questo caso, invece, ho suonato nel disco e ho partecipato anche alla realizzazione degli arrangiamenti mettendo a punto gran parte delle idee che avevo in mente.

Leggendo i testi si evince anche un’evoluzione nel tuo modo di scrivere

Il primo disco era molto più arrabbiato, questo è più tenero. Racconto di sentimenti importanti guardandoli da un’altra prospettiva; c’è una visione più romantica del dolore.

In effetti si nota un mood più riflessivo. Hai cercato di racchiudere in un unico testo una serie di riflessioni che, invece, abbracciano dimensione più vaste. In questo senso la scelta delle parole riveste un’importanza ancora più forte?

Quando scrivo non sto molto a rimuginare. In genere prendo la chitarra e il piano e procedo, raramente vado a modificare qualcosa che ho scritto in modo spontaneo. Di solito scrivo per un’esigenza personale, per liberarmi dai dolori e consumarli. Mi dicono spesso che attraverso i miei testi si riesce a vedere quello che sto raccontando, questo è anche frutto dei miei ascolti (Fossati, Gaber, Dalla).

I Muri di Berlino - album cover

I Muri di Berlino – album cover

A proposito di questo, cosa ti ha ispirato il testo di “Lucì in un solo minuto”? Nell’unica parola in dialetto che usi in questo album c’è tutto il pathos necessario per rendere in maniera tangibile la forza di un sentimento preciso…

Nella parola Lucì c’è tutta la mia rabbia ma anche tutto il mio amore verso la mia città e verso la mia lingua che ultimamente è stata fin troppo abusata. Ho scelto di raccontare in italiano le mie storie anche se non escludo il napoletano. In questa canzone ho voluto vedere un film e non ho badato a spese per realizzare la chiusura ideale per questo album.

Approfondiamo un attimo la questione relativa all’uso del dialetto…

Ho riflettuto sul fatto che c’è stato chi per anni ha cantato in italiano snobbando il dialetto per poi decidere di seguire la tendenza del ritorno all’uso del napoletano. Per quanto mi riguarda continuo sulla mia strada, ci sono delle canzoni in napoletano che avrei voluto mettere nel disco, ne ho scritte anche parecchie ma poi ho pensato che non c’entravano niente con questo album. Questo sarà un buon motivo per inserirle in un altro progetto. Altre canzoni le sto regalando a persone che mi ispirano e che mi emozionano.

“Sporco clandestino” è un colpo al cuore. Perchè hai deciso di colpire lo spettatore con questa canzone così forte?

Penso che ci sarà qualcuno che questo pezzo lo manderà avanti perché non riuscirà ad ascoltarlo. Ci sono delle cose che vanno raccontate così, senza filtri. Non si può ricamare su argomenti così forti. Io stesso tremo al solo pensarci. Ho scelto un modo diverso per parlare di questo tema, non ho mai sentito parlare di immigrazione dal punto di vista di un bambino. Mi ha sempre colpito l’ipotesi che ad un bambino potesse essere tolta la cosa più bella che abbiamo: la meraviglia. Il pianto straziante di un bambino che a 9 anni cerca di raccontare di quando una bomba gli ha ucciso i genitori mentre lavora in un’officina è stato volutamente scelto per auspicare che i bambini vengano protetti dalla malvagità e dal terrore.

Che rapporto hai con il tempo? Nei tuoi testi sembra sempre un po’ tiranno…

Il tempo fa sempre paura, ci facciamo i conti tutti i giorni e in tutti i momenti, soprattutto quelli belli. Ho paura delle buone notizie perché non riesco a gestirle, penso sempre a quando tutto finirà. La felicità mi mette agitazione perchè non ne conosco la durata, sto sempre lì a pensare che finisca.

Hai fatto una piccola partecipazione nel docufilm dedicato a Pino Daniele. Che ricordo hai di lui?

Con Pino Daniele ho un rapporto strano, lo adoro anche se l’ho ascoltato solo 4 anni fa. Vengo da altri ascolti ma trovo che sia un genio musicale e letterario. Anche se la mia anima è più vicina a Gaber, penso che il primo Pino Daniele abbia detto praticamente tutto ciò che c’era da dire dopo la musica classica napoletana.

Che rapporto hai con i colleghi conterranei?

Non frequento nessuno per vari motivi, sono sempre stato una persona solitaria, ci sono molti personaggi e poche persone. Per me puoi essere Bob Dylan o l’ultimo dei cantautori, a me interessa innanzitutto la persona che sei. Una delle cose più tristi che possa capitare a Napoli è che i colleghi non ti perdonano il successo. Per come la penso io, se un mio conterraneo riesce ad uscire fuori da Napoli affermandosi altrove, ne sono felice e mi sento rappresentato. Aldilà di queste dinamiche, quando poi incontro persone della mia stessa razza, ci instauro legami di sangue.

Ad esempio?

Posso citare i miei fratelli Alessio Sollo e Claudio Gnut. Aldilà della musica, ci siamo sempre sostenuti a vicenda in qualunque contesto.

Cosa pensi dei tanti premi ricevuti in ambito sanremese?

Per me la musica è un gioco. Prendersi sul serio non serve, bisogna essere seri ma non seriosi. I premi sono importanti ma alla fine il vero premio mi viene dato da chi viene al mio concerto e si emoziona riconoscendosi nelle storie che racconto.

Raffaella Sbrescia

Dal 24 marzo Maldestra presenterà il suo nuovo lavoro e incontrerà i fan negli store delle principali città italiane: il 24 marzo a  Roma - Feltrinelli Via Appia Nuova 427 (h 18,00);  il 25 marzo a  Napoli - Feltrinelli P.za dei Martiri (h 18,00); il 26 marzo a Senigallia (AN) – Mondadori C.so II Giugno 61 (h 18,00); IL 27 marzo a Milano - Mondadori Via Marghera (h 18,00); il 28 marzo a  Torino - Mondadori Via M.te di Pietà 2 (h 18,00); il 29 marzo Bologna - Mondadori Via D’Azeglio 34a (h 18,00) e il 30 marzo a  Firenze - Galleria del Disco (h 17,30).

Video: Abbi cura di te

Il tour

Dal 12 aprile inizierà il tour che lo vedrà coinvolto anche per tutta l’estate:

12/04 Bologna

Teatro San Leonardo

13/04 Roma

Auditorium Parco della Musica

20/04 Milano

Salumeria della Musica

26/04 Napoli

Teatro Bellini

05/05 Recanati

Teatro Persiani

27/05 Vicenza

Festival

25/06 Montesano sulla Marcellina (SA)

P.za F. Gagliardi

29/06 Salina

Salina Doc Fest

15/07 Odolo (BS)

Festival D-Skarika

28/07 Sant’Anna di Centobuchi (AP)

Piazza

Ketty Passa presenta “Era Ora”: il linguaggio urban arriva in Italia. Intervista

Ketty Passa_cover ERA ORA

Ketty Passa_cover ERA ORA

KETTY PASSA è cantante, musicista, performer, speaker e presentatrice televisiva, collabora come cantante con il progetto Rezophonic e come dj/selecter per la serate di Milano Pink Is The New Black, progetto itinerante e tutto al femminile, e Smashing Wednesday. Ha lavorato, tra gli altri, con Rock TV, Deejay TV e Radio Popolare. È deejay e consulente musicale del programma di Rai2 Nemo-Nessuno escluso. “Era ora” è il suo primo album di inediti ed è stato finanziato da una campagna su Musicraiser. Il disco è stato presentato in anteprima con due showcase a Milano e a Roma che hanno battezzato la nuova band composta da Fabrizio Dottori (tastiere,  synth), Marco Sergi (chitarra), Marco Pistone (basso) e Manuel Moscaritolo (batteria).

Intervista

Il tuo primo album da solista è in lingua italiana ma con suoni che strizzano l’occhio alla scena Urban americana. Come è venuta fuori questa idea?

 Questo è stato un disco molto voluto ma anche molto sofferto. Se non dal punto di vista tecnico, lo è stato dal punto di vista psicologico perché ho sempre avuto paura a mettermi in gioco mettendoci la faccia. Sapevo che quello che volevo fare non era una cosa immediata, che richiedeva lavoro, nonché la capacità di coinvolgere persone che credessero in questa cosa. In ogni caso “Era ora” che mi convincessi a fare un mio disco ed “Era ora”che uscisse dopo due anni di duro lavoro.

Parliamo dei punti di forza di questo disco: in primis i suoni.

La scelta delle sonorità racchiude il pregio/difetto del disco: così come è figo l’essere un “unique” dal punto di vista di genere, lo è molto meno cercare di sapersi vendere e ritagliarsi un piccolo spazio. Cantare su dei beats nati per chi fa rap è un’attitudine tipica del linguaggio americano. In Italia questa cosa è fatta ancora molto poco, gli unici che ci si avvicinano sono Romina Falconi, Luana Corino e Cosmo.

Scendiamo nei dettagli della lavorazione del disco in studio…

Il disco è nato dall’ascolto di beats e dalla creazione di loop vocali su cui scrivevo in fake English quasi tutti i pezzi per poi tradurli in italiano. La difficoltà è stata proprio quella di traslare tutto in italiano attraverso un tipo di scrittura ben strutturato; ho dovuto posizionare bene le parole, trovare degli escamotage vocali dai suoni onomatopeici a delle parole inglesi ormai entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano.

La canzone che fa da apripista all’album è “C’mon”: in un mondo in cui tutti sono abituati al “cotto e mangiato” come ti collochi tu?

Faccio parte di una generazione di mezzo. Noi nati negli anni 80 abbiamo avuto un’infanzia legata ai valori del passato e un’adolescenza corrotta dall’arrivo vorticoso dei media. Un conto è essere nativi digitali, un altro è crescere con l’analogico; a me questa cosa ha spiazzato. Per realizzare un disco autentico potevo solo fare le cose a mio modo: apparentemente sono allegra e gioiosa eppure ho una vena malinconica molto spiccata e l’ho voluta mettere in questo lavoro anche se la profondità non fa business.

Ketty Passa

Ketty Passa

“Sogna” si collega a questo discorso?

I sogni sono un’arma a doppio taglio: se vivi di sogni, soffri mentre se non lo fai, vivi peggio perché non hai provato a darti delle risposte. Personalmente ho fatto pace con questa cosa perché ho un carattere che mi consente di farlo. In questo brano racconto alle persone cosa faccio, cosa ho fatto, di cosa ho bisogno. Più in generale nel disco mi sono tolta di dosso delle cose che mi stavano strette, la copertina è una metafora della purezza dell’essere nudi. Qualora l’album non dovesse avere un successo commerciale, non ne uscirò distrutta, sono già pronta a scrivere altro, intanto sono contenta.

Hai detto che è stato un disco sofferto anche se nel frattempo hai svolto tante altre attività…

I miei lavori non sicuri hanno accentuato una sensazione di disagio e di mancanza di terreno sotto ai piedi che ha mantenuo viva la mia vera essenza. Paradossalmente se lavorassi in ufficio avrei meno stimoli artistici o meno “trouble” per poter scavare dentro di me, forse la non serenità mi ha aiutato a dirla tutta.

Come porterai tutto questo dal vivo?

La mia band tradurrà il linguaggio del disco con un suono molto più vicino al rock un po’ come fanno Pink,  Gwen Stefani o Salmo in Italia.

Raffaella Sbrescia

Video: Caterina

Tracklist

  1. 1.     C’MON
  1. 2.     LE 3 COSE CHE NON SOPPORTO
  1. 3.     CATERINA
  1. 4.     VOGLIO DI PIù
  1. 5.     SOGNA
  1. 6.     SOLA AL TAVOLO
  1. 7.     CREDEVO FOSSIMO AMICI
  1. 8.     IL SOLE TRAMONTA
  1. 9.     FINO IN FONDO
  1. 10.         HO DATO TUTTO

Motta: “Mi sono conquistato la libertà musicale. Non vedo l’ora di esplorare nuovi mondi”

Francesco Motta

Francesco Motta

Dopo oltre 80 date nei club, nei teatri e nei festival con altrettanti sold out, il 1° aprile Motta cantante, polistrumentista e autore di testi, arriva all’Alcatraz di Milano per un concerto evento che chiude la seconda parte della tournée che ha fatto seguito alla pubblicazione de “LA FINE DEI VENT’ANNI”, il suo primo disco solista. Insieme a MOTTA ci saranno tanti artisti che negli anni hanno percorso un pezzo di strada insieme a lui tra cui Giorgio Canali, Criminal Jokers, Andrea Appino (Zen Circus) e Nada.  Il 22 marzo alle ore 21.15 su Sky Arte HD andrà in onda una puntata speciale di “Italian Sound” dedicata a Motta e alla sua musica.

Intervista

Francesco, dopo quest’anno così intenso cosa hai capito di te e della tua scrittura?

Ho realizzato che la gavetta e i chilometri percorsi in furgone sono serviti a qualcosa. Mi sono reso conto che aver avuto pazienza prima di uscire con un mio disco da solista è servito per scegliere le parole e le note giuste in modo che venissero fuori canzoni mie attraverso un modo di fare musica e un modo di scrivere veramente miei.

Ci son voluti tanti anni per scrivere delle parole destinare a rimanere, parole che hanno assunto un’identità precisa. Cosa significa trascorrere dei mesi a scegliere una frase o anche solo una parola?

Si tratta di un’esperienza piuttosto drammatica, non c’è niente di particolarmente divertente in tutto questo. L’elemento più importante di tutti è la pazienza, una cosa che ho imparato a gestire anche grazie al produttore del disco Riccardo Sinigallia. Ci sono alcune frasi che davvero mi hanno chiesto mesi anche laddove mi è capitato di tornare sulla prima idea.

Cosa comportava ritornare indietro sui tuoi passi dopo tanta ricerca?

In realtà quando parti da uno spunto e non accetti subito che quello sia quello giusto, quando poi dopo ci ritorni su, il punto iniziale non è mai lo stesso di prima. In questo modo interagisci sempre con qualcosa di diverso.

Come si è evoluta nel tempo la forte alchimia che si è creata con Sinigallia?

Stiamo molto bene insieme, ci vediamo quasi sempre a parte questo periodo in cui sono sempre in giro per concerti. La cosa più bella è che è nata una grandissima amicizia tra noi, c’è una grossa stima reciproca per cui se non collaboreremo per il prossimo disco, lo faremo sicuramente per quello dopo perché Riccardo mi ha insegnato veramente tante cose.

Alla luce dei riconoscimenti che stai ricevendo, in che direzione senti di stare andando oggi?

Fortunatamente sto trovando la mia direzione, giusta o sbagliata che sia, la sento molto mia. Dopo un disco così, sento di avere la libertà di esplorare mondi che ho visitato ma anche di aprire porte di mondi in cui non sono ancora stato; adoro avere questa libertà musicale.

Motta live al Monk - Roma (scatti presenti sulla pagina Facebook dell'artista)

Motta live al Monk – Roma (scatti presenti sulla pagina Facebook dell’artista)

Hai fatto le prime prove con i Criminale Jokers per il live dell’Alcatraz. Quali sono state le tue sensazioni dopo tanto tempo?

È stato bellissimo perché siamo ritornati in sala prove completamente rigenerati e con una stima reciproca fortissima. Sarà bello avere  loro lì per festeggiare questo anno perchè sono stati fondamentali per arrivare fino a questo punto.

In questo tour ci sono tante parti strumentali, quali sono le influenze e le correnti che le attraversano?

Il mood presente nel disco viene fuori dal vivo con più forza e più audacia. In particolare metto in luce il mio amore verso la musica africana e alcuni miei ascolti di altro genere.

Lo studio della composizione per musica da film ti aprirà nuovi orizzonti artistici?

Sì mi piacerebbe però, per ora, la mia priorità sarà lavorare al mio prossimo disco.

Ti sei conquistato i mezzi per esprimerti… qual è la tematica di cui senti di dover parlare in questo momento della tua vita?

Per la me la cosa più importante è prendere posizione sulle cose, anche laddove canto di canzoni d’amore; lo è soprattutto in questo preciso momento storico.

Come vivi la definizione di “cantautore rivelazione”?

Cantautore vuol dire cantare le canzoni che scrivo e questa è la cosa di cui vado più fiero in assoluto. Vengo da una gavetta lunga, certo non lunghissima, però va bene così. Io penso a scrivere le canzoni, non penso alle etichette.

Che sorprese ci saranno durante l’ultima data del tour a Milano?

Io e la mia band abbiamo fatto circa 100 date, siamo più che rodati, faremo quello ci riesce meglio. Emozionarmi e divertirmi saranno le cose meno banali e più importanti per me. Farò tutto senza trucchi, non li ho usati finora, non vedo perché usarli nell’ultima data!

Raffaella Sbrescia

Video: Del tempo che passa la felicità

Louis Berry: dai sobborghi di Liverpool alla ribalta internazionale all’insegna dell’autenticità. Intervista

Louis Berry

Louis Berry

Con il suo graffio proveniente direttamente dai sobborghi di Liverpool, Louis Berry è un giovanissimo cantautore che si sta velocemente imponendo all’attenzione mondiale. Lo abbiamo conosciuto con il singolo “Restless”, più di recente con il brano “She wants me”; brani intimi e viscerali che intendono rappresentare alcune delle principali caratteristiche del mondo di Berry. Reduce dal successo dei live nel Regno Unito che l’hanno visto protagonista lo scorso autunno, Louis Berry sta attualmente ultimando tra Nashville e Londra il suo album di debutto che vedrà la luce nel 2017. Berry ha una storia personale molto travagliata ma il lieto fine è giunto proprio grazie alla musica. Tipico lupo solitario, costretto a fare i conti con problemi familiari, Louis si è avvicinato alla musica in “tarda” età. Dopo lenti passi in avanti e una firma con Cuban Records, il giovane redento sta ultimando la lavorazione del suo album di debutto. In occasione della sua prima trasferta italiana e dello showcase di cui è stato protagonista durante il party di Ministry of Sound Italia all’Old Fashion di Milano, lo abbiamo incontrato per conoscerlo più da vicino.

Intervista

Ciao Louis, raccontaci del tuo background personale, del tuo sviluppo esistenziale e del tuo approccio alla musica.

Quello che ha caratterizzato la mia infanzia è un normale imprinting nel luogo da cui provengo, questo tipo di realtà ha forgiato la mia impostazione mentale, mi ha reso affamato di sfide. Da piccolo ero arrabbiato e frustrato ma non ho mai smesso di essere in qualche modo ottimista. Quello che è stato mi ha reso quello che sono oggi, sta influenzando il tipo di musica che faccio e il tipo di messaggio che intendo trasmettere. Cerco di differenziare i miei contenuti da quelli delle classiche pop songs e, man mano che le nuove canzoni verranno fuori, avrete modo di accorgervene.

Pensi che il pubblico riesca a percepire tutto questo?

Le persone attraverso i mass media guardano la rappresentazione di uno stile di vita che io non vivo. Tengo le distanze da questo modo di concepire l’intrattenimento, ritengo sia importante che la gente possa tornare a concentrare l’attenzione sulle cose realmente importanti. Nel mio album tutti questi aspetti emergeranno in modo definito. I primi singoli che ho presentato hanno delle trame più leggere mentre gli inediti saranno sicuramente più seri e spero che il pubblico possa apprezzarli.

Come stai lavorando in studio?

Ho scritto moltissimo in questi mesi, ho molte canzoni pronte e ho un piano preciso da seguire. Farò in modo che le persone possano conoscermi per davvero. Sto lavorando in studio insieme a Steve Fitzmaurice e Jacquire King, due grandissimi professionisti anche se molto diversi tra loro. Viviamo la musica in modo molto serio ma riusciamo anche a divertirci tantissimo. Chiaramente oggi mi sento diverso rispetto a quando ho scritto questi brani quindi riascoltarli sarà come fare un viaggio a ritroso nel tempo.

Louis Berry

Louis Berry

Che rapporto hai con la chitarra?

La chitarra per me è ben più di uno strumento. Più la suono, più affino la mia tecnica anche se di base la uso soprattutto per comporre, senza non so se ci riuscirei. Di recente ho cominciato a suonare anche il pianoforte e questo mi offrirà un nuovo modo di scrivere.

Come sta andando il tour e che tipo di concerto offri al tuo pubblico?

Le date del tour londinese sono tutte sold out, ce ne saranno sicuramente delle altre. Il mio concerto è prima di tutto energia, mi piace pensare che le persone provino le stesse emozioni che provo io sul palco. Se qualcuno pensa che io possa fare 3 concerti di fila dicendo sempre le stesse cose ogni sera si sbaglia di grosso. Ho un rapporto molto stretto con i miei fan, li vedo spesso anche al di fuori dei contesti legati al concerto, mi piace bere qualcosa con loro confrontandomi su vari argomenti.

Video: Restless

Che rapporto hai con i musicisti inglesi?

Non trascorro molto tempo con gli altri musicisti, non penso nel loro stesso modo.

Cos’è per te la solitudine?

È rifiuto delle emozioni.

Come lavori ai tuoi videoclip?

I video rispecchiano le emozioni che cerco di trasmettere attraverso le mie canzoni, io e il regista divertiamo a confrontarci. Mi piace questo tipo di scambio di idee. Lui mi aiuta a delineare i ritratti delle mie canzoni.

Cos’altro puoi dirci di te?

Mi piacciono le arti marziali e la storia. Sono una grande fan della storia di tutti i tempi e di tutti i paesi. Lo considero un potente strumento di conoscenza.

Raffaella Sbrescia

Chiara: In “Nessun posto è casa mia” ascolterete la vera me

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Vita, consapevolezza e cambiamento. Sono queste le parole chiave con cui Chiara sceglie di ritornare in scena. Il suo nuovo album di inediti uscirà domani 24 febbraio 2017 (Sony Music), s’intitolerà “Nessun posto è casa mia” ed è intrecciato a doppio filo con il vissuto degli ultimi anni della cantante che in questo progetto ha avuto modo di sviluppare anche il suo ruolo di autrice. Coadiuvata dal Maestro Mauro Pagani, Chiara ha ritrovato se stessa, ha messo a fuoco la propria essenza e ha individuato le nuove coordinate da seguire. Per farlo si è circondata di amici e colleghi. Tante sono, infatti, le ottime penne che hanno contribuito alla scrittura delle tracce comprese nel disco: da Daniele Magro a Niccolò e Carlo Verrienti, passando per Edwyn Roberts e Stefano Marletta per arrivare a Virginio, Giovanni Caccamo e Marco Guazzone. Questa mattina Chiara ha accolto la stampa a Milano con un breve showcase  in cui ha presentato il brano sanremese “Nessun Posto è casa mia”, “Buio e luce” e “Il cielo” in una bella versione piano e voce. Ecco cosa ci hanno raccontato lei e Mauro Pagani.

Chiara, cosa è accaduto in questi due anni?

Ci sono stati dei grandi cambiamenti personali che hanno avuto un importante riflesso nel lavoro e nella musica. I primi tre anni dopo X Factor sono trascorsi molto velocemente e posso dire di essere felice di quello che ho fatto però ho anche avuto modo di capire cosa ho fatto. Ho studiato molto, ho acquisito consapevolezza. Prima mi mancava la verità, adesso la perseguo con tutti i rischi del caso.

Quali sono stati i passi fatti?

Ho lavorato sulla mia vita, ho cambiato alimentazione e sono andata in analisi. Dovevo capire che donna volevo essere prima di capire che tipo di cantante volevo essere.

E poi?

Poi mi sono chiesta che tipo di disco avrei comprato ed eccoci qui. Non riesco a mettere in dubbio quanto è stato fatto in questo disco perché è del tutto compiuto. Ci vorrà soltanto tempo, orecchio e pazienza.

Come è stato lavorare con Pagani? Come vi siete incontrati?

Ho avuto tanta fortuna. Ero passata alle Officine Meccaniche per altre cose e ci siamo incontrati così. Avevo proprio bisogno di una persona come lui, da soli non si può fare niente, bisogna cercare di attrarre a sé delle persone che possano aiutarti e capirti. Non pensavo che sarebbe successo, invece ci siamo trovati d’accordo su tutto. Abbiamo lasciato che le cose arrivassero, non abbiamo mai parlato di vendite, ci siamo sempre focalizzati sull’emozione.

Mauro Pagani:

“La cosa più bella del mio mestiere di produttore musicale è che si ha a che fare con il talento degli altri. Questo è un gran dono, è confortante sapere di avere a che fare con gente che ha talento. Nel mio piccolo sono stato fortunato, ho lavorato con tanta gente di talento, ho imparato tante cose e trovo che Chiara sia una cantante fantastica. Il suo punto forte? Un’instancabile attenzione nei riguardi di ciò che dice. Il mio lavoro di arrangiatore con lei è stato davvero semplice. Chiara è arrivata in studio che si era già cercata i pezzi con una definizione che andasse oltre il cantantese, ha evitato i luoghi comuni mantenendo un approccio semplice e popolare; mi è bastato dare una piccola spinta per far sì che le cose funzionassero al meglio. Per quanto riguarda il discorso autori penso che sia bello che questo disco ci sia una bella ventata di autori che coniugano qualità e facilità di comunicazione. Per chi come me sente una frattura generazionale è difficile riconoscere queste cose. La canzone d’autore tende a essere criptica mentre la scrittura popolare è davvero difficile. Se un pezzo sta su da solo basta semplicemente non rovinarlo”.

chiara ph Giovanni Gastel

chiara ph Giovanni Gastel

Chiara, come hai lavorato con gli autori che hanno partecipato alla stesura dei brani?

Tutto è nato in modo naturale e spontaneo, ho cercato gli autori con cui mi sono trovata bene fin dall’inizio. Non c’erano scadenze, ci siamo divertiti lavorando in modo sereno e senza paranoie. Stefano Marletta e Edwyn Roberts sono stati i primi a lavorare con me in un periodo di forte calo psicologico. Quando abbiamo finito, mi sono accorta di stare meglio fisicamente. Ho capito che questo mestiere può essere anche uno sfogo per i malesseri. Il primo brano che abbiamo scritto è “Grazie di tutto”, già da lì era scattata un’amicizia sincera.

E Virginio?

Anche Virginio mi ha fatto ascoltare tante belle melodie, abbiamo scritto il testo di “Chiaroscuro” mettendo nero su bianco quello che volevo dire anche senza la musica.

Curiosa la storia de “Le leggi di altri universi” di Guazzone…

Il brano era stato proposto come inedito ad altri concorrenti di X Factor. Sebbene non fosse stato scelto, io me ne ero innamorata, così, dopo 4 anni, ho cominciato a canticchiarne il motivetto a chiunque nella speranza di ritrovarlo. Poi ho rintracciato Marco, l’ho incontrato di persona e abbiamo lavorato insieme non solo a questo pezzo ma anche a “Le ali che non ho”.

Quanto ti rappresenta questo disco?

Uscire da un talent show può essere un disastro. Sei stato al top senza avere le basi necessarie per esserci. Questa cosa ti condiziona, fai tante cose ma solo dopo ti chiedi cosa hai fatto. Ci sono un sacco di emozioni contrastanti e visto che io ho sofferto molto per questo, ho scelto di fermarmi prendendomi il rischio di sovvertire le regole del mercato discografico. Ho pensato che fosse meglio non farmi vedere se non sapevo nemmeno io cosa volevo dire. Ho preferito lavorare su me stessa ad ampio raggio. Ho scelto di lavorare alla vecchia maniera, come se non avessi partecipato ad un talent. Quella che ascoltate oggi è la vera me.

Video: Nessun posto è casa mia

Cosa pensi del brano “Nessun posto è casa mia”? Cosa pensi che non sia arrivato alla gente?

Questo è stato il primo brano che abbiamo provinato insieme io e Mauro Pagani. In questo pezzo non c’è niente di sbagliato, ci sono molto affezionata perché ha un contenuto e una sua magia. Sapevamo che sarebbe stato televisivamente poco appetibile ma al mio terzo sanremo dovevo far vedere che c’era stato un cambiamento. Non volevo essere fraintesa, tante volte ho cercato i brani più “ruffiani” ma stavolta c’era bisogno di una scelta integralista. Questo brano è quello che ho scelto per fare il primo passo e ricominciare tutto daccapo. So che serve tempo ma ho capito che ci vuole pazienza.

Ti sei tolta qualche soddisfazione in questi giorni?

Sì, non mi era mai successo di incontrare una mia coetanea che mi dicesse grazie per aver cantato qualcosa che in cui si rispecchiasse. Ecco, questo mi ha commossa.

Quando potremo ascoltarti dal vivo?

Il 23 aprile ci sarà un’anteprima del tour al Blue Note di Milano, siete tutti invitati!

Raffaella Sbrescia

 

 

Michele Bravi presenta “Anime di carta”: un disco consapevole e senza filtri. Intervista

cover Anime di Carta

cover Anime di Carta – Michele Bravi

Il 24 febbraio 2017 vedrà la luce “Anime di Carta”, il nuovo album di Michele Bravi, (distribuito da Universal Music), in cui il giovanissimo cantante umbro torna sia come autore sia come interprete. Il disco si compone di 13 tracce comprensive di un’intro e un interludio. Sei degli 11 brani portano anche la firma di Michele che, per questo disco, ha scelto di collaborare con celebri autori italiani tra i quali Federica Abbate, Giuseppe Anastasi, Cheope, Niccolò Contessa, Antonio Di Martino e Alessandro Raina. Realizzato con il supporto strategico della factory Show Reel, “Anime di carta” si presenta come un disco introspettivo che racconta la forza, la tenacia e la caparbietà dell’avere vent’anni. Michele Bravi e il produttore Francesco Catitti hanno lavorato per tre anni per dare vita a questa creatura musicale che rispecchia molti lati della personalità del cantante  le cui coordinate sonore puntano ad un sound internazionale attraverso un perfetto mix tra la tensione della musica elettronica e l’intimismo classico dell’ensemble d’archi. Ad incamerare le atmosfere di tutto il disco, un fragile intimismo ed una imponente drammaticità insieme a tappeti sonori decisamente ricercati che rappresentano il vero punto forte di tutto l’album.

 Intervista

Ciao Michele, che tipo di percorso artistico stai portando avanti?

Con questo disco compio un passo importante. Se sei mesi fa mi avessero chiesto se ero felice di quanto fatto fino a quel momento, avrei risposto di no. Fino a due settimane fa le cose non erano così nitide come oggi. Avevo bisogno di capire quale fosse il modo giusto in cui la musica potesse raccontarmi e credo di averlo trovato. Solo a dicembre ho finito di lavorare a queste nuove canzoni. Il mio è un percorso non solo lavorativo ma soprattutto umano. Oggi vivo un momento di serenità personale e non riscriverei niente della mia storia. Prima ero instabile, ora sono comunque fragile ma sono finalmente riuscito a togliere i filtri parlando della mia vita.

Qual è il fulcro di “Anime di carta”?

Quando si lavora con la creatività, la dimensione personale e quella lavorativa si incrociano. Mi è successo di perdere una persona a cui tenevo tanto e avevo bisogno di un modo per uscirne. Ecco perché questo disco rappresenta una seduta di analisi con me stesso. Volevo riflettere, volevo capire perché vivevo con difficoltà il mio rapportarmi agli altri; credo di non averlo capito nemmeno adesso ma almeno l’ho messo per iscritto.

Perché hai intitolato l’album in questo modo?

Siamo tutti anime di carta. La carta è un materiale accessibile, sempre a portata di mano. Se sei fatto di carta, come quella su cui scrivi, non puoi strappartela di dosso perché perderesti un pezzo di te stesso. Puoi diventare un origami, accartocciarti, rovinarti, prendere fuoco o semplicemente rimanere un foglio senza contenuto. Tempo fa ero molto più autoriferito, poi ho iniziato a condividere la vita con altri e ho capito che potevo scrivere i miei contenuti.

“Chiavi di casa” è una summa finale dei temi musicali e lirici del disco?

Beh, sì. Qui racconto di cosa significa trovare una persona che riesce a vedere cosa c’è scritto dall’altra parte del foglio, quello che non mostriamo agli altri.

Finalmente canti in italiano…

Canto in italiano perché avevo bisogno di dire le cose come stavano, senza troppi giri di parole. Dovevo liberarmi dalle sovrastrutture per cantare di quello che ho vissuto. Spero di intercettare anche le persone che non la pensano come me, voglio sentirmi meno solo e confrontarmi con il prossimo.Non sono vittima del mondo. Ho imparato a scindere le regole del mercato discografico dall’ambito musicale. Con questo album posso permettermi di gestire una possessività nei riguardi delle canzoni che prima non avevo. Ci ho messo tanto tempo a finirle perché prima dovevo finire di vivere certe cose. Mi si potrà dire di non aver capito cosa volevo dire ma non come avrei dovuto farlo.

A maggio sarai protagonista di due anteprime dell’Anime di Carta Tour, il 20 al Fabrique di Milano e il 21 al Viper Theatre di Firenze.

Il concerto sarà uno show completo, seguirò un filo conduttore con la rivisitazione del concetto di carta. Riserverò particolare attenzione ai suoni per ricreare la ricerca sonora che ho perseguito nella realizzazione dell’album e per vestire al meglio il mio timbro.

Come hai lavorato con gli autori?

Li ho chiamati personalmente e li ho frequentati tanto. Ero affascinato dalla loro capacità espressiva, ci siamo visti anche solo per un caffè, quello che è nato è solo una conseguenza dello stare insieme. C’è una grande partecipazione da parte di tutti gli autori, alcuni sono impensabili; su tutti cito Niccolò Contessa de I Cani, sono felice che abbia dialogato con il mio mondo.

Come è avvenuto l’incontro con Contessa?

Amo il disco de I Cani “Glamour”. Volevo incontrare Niccolò e mi sono fatto aiutare da un’amica in comune per organizzare l’incontro. Quando l’ho conosciuto non avevo ancora dimostrato niente di me, il fatto che mi abbia ascoltato e che abbiamo lavorato con me è molto significativo.

Com’è andata con “Il diario degli errori” e con l’autrice Federica Abbate?

Ci siamo incontrati a cena e abbiamo chiacchierato a lungo. In seguito ho iniziato a scriverle per risentirla e pian piano abbiamo iniziato a condividere le nostre cose. In quel periodo ho chiuso una storia d’amore infinita e mi capitava di parlare con Federica anche di cose personali. Un giorno lei si è presentata a casa mia e mi ha fatto sentire “Il diario degli errori” e, sebbene io non nasca come interprete perché ho bisogno di cantare quello che vivo, lei è stata capace di farmi capire qualcosa che io stesso non avevo capito. Il pezzo non è mai stato provinato, l’ho sentito così tanto a fuoco da capire che era perfetto così.

Video: Il diario degli errori

Qual è stato il tuo approccio al Festival di Sanremo e come vivi il fatto di essere stato il cantante più twittato nelle singole serate?

Sentivo di avere tra le mani un pezzo molto importante e sapevo che la canzone meritava di essere ascoltata da tante persone. Questo brano mi ha aiutato tanto per cui son felice se è piaciuto e che abbia avuto un buon riscontro. Sono contenuto se mi viene riconosciuto il merito di averlo interpretato bene ma io penso che abbia vinto il pezzo; la mia interpretazione è stata un plus. Sono arrivato su quel palco partendo da sotto zero e con quotazioni molto basse.

Come è avvenuta la composizione e la scelta dei brani?

La selezione è figlia di una rosa di 60 brani. Ho scelto i più completi. In genere compongo accompagnandomi al pianoforte anche se alcuni pezzi sono stati concepiti subito con un’impostazione di produzione elettronica con dei tappeti musicali creati ad hoc.

“Shiver” (Andreas Pfanennstill) e Bones (Patrick Jordan Patrikios) fanno da filo conduttore col disco precedente, “I Hate Music” (tutto in inglese)?

Anche quando è uscito il vecchio disco dicevo che mi stavo raccontando, in realtà stavo nascondendomi dietro qualcosa, ovvero in una lingua in cui non penso. Dire le cose in inglese non ha lo stesso peso. Questi brani sono stati messi apposta dopo il brano “Pausa” in cui racconto di una fase di limbo perenne. In questo album li ho inseriti per creare un file rouge e spiegare il meccanismo di protezione che avevo individuato nell’uso della lingua inglese.

Come mai non c’è un duetto con Chiara?

Io e lei siamo molto amici. Chiara ha un pianoforte in salotto e il nostro è un duetto infinito. Sono stato molto paranoico con questo disco, non volevo duettare con nessuno e lo stesso è accaduto a lei con il suo (Nessun posto è casa mia ndr). Quando stai scavando nella tua anima incasinata è difficile prendere qualcun altro per mano.

Raffaella Sbrescia

Tracklist e crediti

1. COME L’EQUILIBRIO [INTRO]

(M.Bravi, F.Catitti)

2. CAMBIA

(M.Bravi, M.De Simone, R.Scirè, F.Catitti)

3. DIAMANTI

(F.Abbate, A.Amati)

4. IL DIARIO DEGLI ERRORI

(Cheope, F.Abbate, G.Anastasi)

5. SOLO PER UN PO’

(D.Napoleone, L.Serpenti)

6. DUE SECONDI (CANCELLARE TUTTO)

(M.Bravi, L.Leoni, Cheope, F.Abbate)

7. ANDARE VIA

(M.Bravi, A.Raina, F.Catitti)

8. PAUSA

(M.Bravi, A.Raina, F.Catitti)

9. SHIVER

(A.Pfanennstill)

10. BONES

(P.J.Patrickios)

11. RESPIRO

(M.Bravi, N.Contessa, F.Catitti)

12. IL PUNTO IN CUI TI HO PERSO [INTERLUDIO]

(M.Bravi, F.Catitti)

13. CHIAVI DI CASA

(M.Bravi, A.Di Martino, F.Catitti)

EDIZIONI MUSICALI: COPYRIGHT CONTROL

Bianca Atzei: “Dopo Sanremo, ecco la nuova me”. Intervista

Bianca Atzei

Bianca Atzei

Bianca Atzei ha appena partecipato al 67esimo Festival di Sanremo con il brano intitolato “Ora esisti solo tu”, scritto per lei da Kekko Silvestre, cantante e leader dei Modà. Forte di un’ottima performance sul palco dell’Ariston, Bianca si ripropone in una veste rinnovata e più consapevole. Nonostante uno strenuo accanimento mediatico nei suoi riguardi, la giovane cantante ventinovenne è riuscita ad individuare le coordinate professionali e personali per proseguire la sua avventura con tenacia e determinazione.

Intervista

Cosa racconta il brano che Kekko Silvestre ha scritto per te?

Questa canzone racconta di me, dei miei sentimenti, dei miei stati d’animo. Per questi motivi non è facile da portare sul palco, mi espone completamente in un momento importante e felice della mia vita.

Cosa ti ha detto Silvestre dopo la tua esibizione?

Francesco mi ha chiamata, mi ha detto che ho cantato molto bene ed era contento della mia esibizione. D’altronde lui crede in me da 6 anni.

Cosa è cambiato tra il primo ed il secondo Sanremo?

Adesso sono più consapevole, mi sento una persona nuova, forse anche per quello che sta succedendo nella mia vita. “Tale e quale show” è stata una grande scuola che mi è servita anche per capire molto di me. Mi sono resa conto di dover prendere la vita con più leggerezza e ironia. Dal punto di vista professionale, invece, ci sono stati dei cambiamenti anche a livello vocale.

Cosa hai provato sul palco di Sanremo la prima sera?

Sentivo un fuoco dentro, qualcosa di simile ad un’esplosione, mi sono goduta ogni parola, per la prima volta per la nella mia sono stata veramente felice della mia esibizione.

Bianca Atzei

Bianca Atzei

Cosa vorresti trasmettere al pubblico?

Vorrei far capire quanto è forte la mia dedizione per il canto. Studio da tanto tempo, ho fatto molta gavetta prima di iniziare il percorso con Baraonda.

Pensi di essere stata troppo esposta dal punto di vista mediatico in questi mesi?

Beh, non usciva un mio singolo da prima di Tale e Quale show. Non arrivo da talent show, certo ho avuto esposizioni ma non così eccessive.

Come spieghi le tue tante collaborazioni con molti artisti italiani?

Questa cosa mi rende molto felice. Quello che posso dire è che se i colleghi scelgono di coinvolgermi nei loro progetti, evidentemente qualcosa do anche io.

Quale di queste ti ha segnato di più?

La collaborazione con la Bertè è stata veramente d’impatto, lei è una pantera con il cuore di un gattino.

Cosa farai adesso?

Lavorerò al disco che uscirà entro l’anno ma intanto mi godrò ogni singolo momento, ogni cosa ha il suo perché e io vado avanti per la mia strada passo dopo passo.

 Raffaella Sbrescia

Video: Ora esisti solo tu

Samuel: dopo il Festival di Sanremo arriva “Il codice della bellezza”. Intervista

Samuel

Samuel

Il 24 febbraio 2017 esce “Il codice della bellezza” (Sony Music), il primo progetto solista di Samuel, un album con dodici brani inediti, scritti tra Torino, Roma e Palermo e prodotto da Michele Canova Iorfida tra New York e Los Angeles. Dopo il grande successo dei singoli “La Risposta” e “Rabbia”, immediatamente in vetta alle classifiche dei brani più trasmessi in radio, Samuel ha presentato al Festival di Sanremo l’inedito “Vedrai”, estratto proprio dal disco in uscita. Annunciate anche le prime tre speciali anteprime live a Torino (Hiroshima Mon Amour – 11 maggio), Milano (Alcatraz – 18 maggio) e Roma (Postepay Sound Rock in Roma – 27 giugno).

Intervista 

Che sensazioni hai per questa finale sanremese?

Mi sto divertendo molto e la mia canzone piace quindi sono a posto. Non ho velleità di gara e non sono tra i favoriti quindi mi godo il momento.

Da dove nasce “Il codice della bellezza”?

Questo album si porta dietro la mia esperienza musicale degli ultimi anni e in particolare l’amore che ho per la musica elettronica e i sintetizzatori. Nel 2014 ho avuto un’infiammazione alla tiroide durante la tourneè estiva dei Subsonica. In quel periodo mi sentivo molto debole e mi sono reso conto del fatto che dentro di me c’erano delle cose che dovevano uscire fuori. Stando in un gruppo succede spesso di lasciare se stessi in disparte, ecco perché ho sentito l’esigenza di voler fare un disco mio.

Come funzionano gli equilibri di gruppo?

Nei Subsonica siamo tutti leader. Ogni tanto la nostra vitalità creativa necessita di un momento di stop, stavolta l’abbiamo fatto in modo più eclatante. Per quanto mi riguarda avevo necessità di confrontarmi con la responsabilità non condivisa quindi è venuta l’idea dell’album.

Che prospettive ci sono per i Subsonica? Vi state sentendo in questi giorni?

Abbiamo firmato con Sony per altri due album. Amiamo stare insieme ma quando stiamo in solitaria non sappiamo cosa fanno gli altri, in questo modo superiamo i momenti di confronto con noi stessi. In questi  giorni non ci siamo sentiti o scritti, magari parleremo del mio Festival quando scriveremo il nuovo album.

Video: “Il codice della bellezza” live @ Radio Italia

A cosa ti sei ispirato per la scelta di questo titolo?

Ho riflettuto sul fatto che la bellezza è l’arma che usiamo per farci amare. Questa visione è arrivata proprio mentre scrivevo le nuove canzoni. Il racconto dell’amore è il linguaggio di semplificazione che ho ricercato per fare un disco pop, volevo analizzare il tema nella sua quotidianità perché è facile parlare di un amore che esplode, molto più complicato è raccontarne la quotidianità.

Come è nata la collaborazione con Jovanotti?

Con Lorenzo  non ho organizzato nulla. Avendo lo stesso produttore, Jovanotti ha avuto modo di ascoltare le mie basi e gli sono piaciute. Successivamente mi ha scritto facendomi i complimenti, in lui ho visto un fratello maggiore con cui confrontarmi. Jova è abituato ad affrontare il mare della musica italiana da solo, ci siamo raccontati tante cose e, come spesso accade, quando due musicisti si incontrano a livello umano accade la magia creativa. Quando ho deciso di raggiungerlo a New York, ci siamo subito trovati in grande sintonia.

Cosa hai provato cantando per la prima volta le nuove canzoni dal vivo?

Le canzoni arrivano al pubblico soprattutto durante il live. Ecco perché amo aspettare la fine del tour per poter vedere il fiore sbocciare dopo aver seminato in lungo e in largo.

Raffaella Sbrescia

Video: Vedrai

Alvaro Soler superospite al Festival di Sanremo per presentare il nuovo singolo “Animal”

Alvaro Soler

Alvaro Soler

Dopo la trionfale partecipazione in qualità di giudice ad X Factor Italia, Alvaro Soler torna in Italia per andare direttamente sul palco del 67esimo Festival di Sanremo in veste di super ospite.  Forte del grande successo radiofonico e di vendita ottenuto dai singoli “El Mismo Sol”, “Sofia” e “Libre”, il cantautore spagnolo presenta il nuovo singolo “Animal” in attesa delle 4 date italiane del suo nuovo tour, rispettivamente previste il 22 e il 25 febbraio Milano (Fabrique), il 24 febbraio a Roma (Atlantico Live) e il 10 marzo a Nonantola MO (Vox).

Intervista

Come vivi la tua prima volta al Festival?

Non sono mai stato a Sanremo ma ovviamente ne ho sentito molto parlare. Per la prima volta posso suonare insieme ad un’orchestra e non vedo l’ora. In Spagna i ragazzi conoscono molte canzoni italiane di tanti anni fa. Io stesso sono molto legato a Peppino Gagliardi. Negli ultimi tempi sono tornato a Berlino per mettermi a scrivere, lì non mi riconosce nessuno per cui è stato molto strano essere catapultato in questo contesto così caloroso nei miei riguardi.

Conosci qualcuno dei Campioni in gara?

Sì, sono contento di rivedere Sergio, Lodovica, Elodie e Michele Bravi.

Che programmi hai per il nuovo anno?

Ora sto lanciando il nuovo singolo “Animal” di cui abbiamo girato anche un video a Cuba. Tra poco sarò in tour in Italia e in Europa, vediamo come va.

Dicci qualcosa in più del nuovo singolo…

“Animal” è nata lo scorso anno e l’ho scritta insieme a un produttore danese per cercare un suono più fresco. All’inizio il testo era molto più reggaeton. Il video rappresenta la metafora della nostra generazione pronta al cambiamento. Essere maturi significa sapersi adattare a qualsiasi contesto. Al momento sto lavorando ad una possibile versione inglese del brano…

Video: Alvaro Soler intona “Sofia” in conferenza stampa a Sanremo:

Che ruolo gioca la tua bellezza all’interno del tuo percorso artistico?

C’è un sacco di gente che viene ai miei concerti e che rimane colpita dal fatto che io sappia cantare. Il mio interesse è che la gente si renda conto del fatto che io faccio musica.  Tutto il resto deve passare in secondo piano.

Che tipo di arricchimento ti ha portato la vicinanza di Fedez e Manuel Agnelli a X Factor?

Fedez è molto intelligente, sa come muoversi, mi ha ispirato la sua attitudine. Manuel sembra molto freddo ma in realtà è molto umile e curioso. Vorrei tanto scrivere qualcosa con lui, condividere la musica è la cosa più potente che si possa fare.

Che rapporto hai con Max Gazzè?

Lo stimo molto. Ho organizzato 8 gare di go kart in tutta Europa e Max gareggerà con me. Quando sono con lui mi sento di fronte ad un genio e cerco di prendere tutta l’energia che posso. Mi capita poche volte un fatto simile.  Max mi ha chiesto di tradurre un suo brano Sonrio (La vita com’è), mi ha chiesto di cantarla insieme e ho accettato molto volentieri.

C’è un duetto che vorresti fare?

Mi piacerebbe fare qualcosa con Fedez e Manuel

Parteciperesti al Festival di Sanremo, magari con un duetto?

Sì certo, non avrei alcun problema  a mettermi in gioco sia in gara che non.

Raffaella Sbrescia

Video: Animal 

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