Cremonini 2C2C The Best of: il passato, il presente e il futuro di Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini è all’apice della sua carriera e si sente. Alla vigilia della pubblicazione di “Cremonini 2C2C The Best of”, l’artista appare fulgido e consapevolmente fiero del proprio percorso artistico. Un presente mai così a fuoco come adesso per il cantautore bolognese che offre su un piatto d’argento il fulcro del suo repertorio senza omissioni e con tanta carne al fuoco. Questo progetto esce in un periodo affollato ma non si tratta di una semplice raccolta discografica. Cremonini pubblica ben 6 inediti, di cui 5 sono brani cantati e uno è un capolavoro strumentale di caratura importante. Sono brani che rivelano un linguaggio trasparente e un’anima coerente. Un artista mai fermo al palo, Cremonini crede nella musica e nella relativa potenza sia semantica che immaginifica. Il suo obiettivo è guardare la realtà in controluce e, nel farlo, mette insieme pezzi inediti, le hits di una vita, i brani strumentali più ispirati, le interpretazioni per pianoforte e voce live più significative, demo originali mai pubblicati, le rarità dimenticate in un cassetto. Tutto prende forma nel percorso orizzontale di Cesare Cremonini che si è sempre imposto come finalità ultima quella di arrivare alla gente solo attraverso le canzoni. Il raccolto è florido, abbondante e di qualità ma non è una summa; Cesare è nel bel mezzo del cammino e, a ridosso dei 40 anni, ha ancora tante pagine da scrivere. A giudicare dalle premesse saranno pagine ricche, fitte e tempestose. Lo si percepisce dalla foga e dalla grinta con cui lo stesso artista si racconta alla stampa.

La struttura dei brani è variabile, la musica va ascoltata dall’inizio alla fine, mi fido di un pubblico che sa farsi accompagnare dalle canzoni, non seguo gli stereotipi della musica pop. Sono diventato sempre più severo con me stesso nel corso del tempo ma finalmente mi sono perso nella vita, mi sono finalmente reso conto che nessuna burrasca ti può uccidere. Questo è un ottimo buon momento per scrivere e canzoni. Ne ho pubblicate solo 6 perché era letteralmente scaduto il tempo utile che avevo a disposizione in occasione della pubblicazione di questo best of. Sono brani estremamente a fuoco su di me, tutti decisamente autobiografici e scritti con la necessità di raccontarmi in modo nitido e preciso. Sono al centro di un processo evolutivo, mi piacere scovare strade alternative, tenere in equilibrio il percorso compositivo con quello legato al mondo live. Il mio è un inchino al pubblico, alla mia vita passata, a quello che ho vissuto, ho trovato il modo di posizionare nella libreria quanto avevo fatto per andare avanti con leggerezza e perseguire la mia ossessione non omologarmi e vivere fino in fondo il brivido del rischio. Non sono un nostalgico, mi pongo in modo curioso verso il futuro e anche per quanto riguarda il tour che verrà sarò felice di mostrare il valore aggiunto dato dalla grande varietà di generi musicali che negli anni ho sperimentato. Sto cercando la strada migliore per offrire al pubblico qualcosa di nuovo, diverso, interessante. Non mi sento arrivato, continuo a inseguire la musica e il live sarà un ottimo motivo per sentirmi vivo, creativo, competitivo. Sono abituato a lottare e non vedo l’ora di rimettermi nella grande mischia della vita.

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Lo slancio emotivo, la freschezza, la voglia di ricerca e sperimentazione sono i cardini lungo i quali si muove la penna del cantautore che non smette mai di sottolineare quanto abbia contato per lui il ruolo di guida manageriale di Walter Mameli. Cesare Cremonini tira le fila del passato, traccia una riga sull’epoca dei Lunapop, ripercorre le tappe di una giovinezza vissuta a pieno titolo, ripercorre le scoperte musicali ed esistenziali, svela le difficoltà di un tempo con la casa discografica Warner Music, la tentazione di cedere a qualche collaborazione artistica, racconta il divertimento nel ruolo di attore ma soprattutto sottolinea la passione e il pathos del lavoro in studio. Quello spasmodico lavorìo cerebrale che ama vivere lontano da tutto e da tutti. Eppure ci sono delle eccezioni. C’è Ballo, l’amico e collega di una vita e poi c’è l’autore Davide Petrella, l’unico con cui Cesare Cremonini è riuscito a instaurare un rapporto e un metodo di lavoro prolifico e qualitativamente significativo.

A conclusione di questo discernimento, la morale è che Cremonini lavora alacremente con l’intento di alzare ogni volta l’asticella per tracciare un segno nel panorama musicale italiano. L’evoluzione della sua poetica lo dimostra in modo emotivamente importante mentre la controprova tangibile sono e resteranno le performances live di un animale da palco. Un uomo che vive il pubblico con anima e corpo, in modo viscerale e totalizzante. Sono questi gli elementi che formulano il glossario per un artista di spessore, uno che non ha avuto tutto subito, uno che ha costruito in modo artigianale ogni segmento della propria credibilità artistica. Questi i riferimenti per chi vorrà essere presente al vicino tour negli stadi in cui ci sarà da emozionarsi sì, ma anche da godere nel vero senso del termine; ça va sans dire.

Raffaella Sbrescia

Tiziano Ferro guerriero del pop in “Accetto miracoli”. Intervista

Tiziano Ferro

Esce il 22 novembre 2019, il nuovo album di inediti di Tiziano Ferro. Composto da 12 tracce, il disco mette in luce la nuova vena creativa da parte del cantautore che, per questo lavoro, ha ottenuto la produzione del guru del sound R&B americano Timbaland. Già dal primissimo ascolto appare evidente la forte volontà di mettersi in gioco, di raccontare l’intimità più dolorosa, più scomoda, più intima e personale. Fa impressione notare come dopo 18 anni di carriera, Tiziano Ferro scelga ancora di dare fondo alle emozioni senza timori. Lui, uomo pop per eccellenza, si conferma sempre più cantautore dell’umanità nel senso letterale del termine.

Qui le sue dichiarazioni in conferenza stampa.

Mi sembra di rivivere le stesse emozioni vissute nel giorno dell’uscita di 111. Era Milano e c’era un disco nuovo in uscita. Oggi rieccomi qui, non potrei essere più felice ed emozionato. A maggio 2018 è iniziato un percorso che ha cambiato completamente le carte in tavola. Questo album è testimone di un cambiamento totale, radicale, totalizzante. Tutto è diverso. Mi sono ritrovato a vivere in California senza sceglierla. Non amavo questo posto, ho imparato a scoprirlo e farmi abbracciare. Se tre anni fa mi avessero detto che mi sarei sposato e che avrei lavorato ad un disco con Timbaland, non ci avrei neanche lontanamente creduto. Vi racconterò per gradi com’è andata in entrambe i casi.

Mi sono trovato quasi per caso a prendere un caffè con Timbaland, uno dei miei idoli fin da quando ero un ragazzino. L’idea di andare a conoscerlo mi gasava, da quell’ incontro sono uscito non solo con un caffè ma anche con una canzone prodotta da lui e una sua proposta di collaborare insieme ad un progetto più completo. Questo passaggio ha significato uscire dalla mia comfort zone e dall’ abitudine di lavorare con le stesse persone da 18 anni. Mettersi in gioco a quasi 40 anni e farlo con un guru come Timbaland mi ha costretto a rimettermi in gioco da alunno con tutto da perdere. Avevo bisogno di questo processo per rinverdire la mia creatività. Lavorare con lui mi ha spinto a ripropormi da zero, Timbaland doveva capire come canto, chi sono, cosa voglio, cosa cerco e cosa desidero comunicare. In ogni caso abbiamo parlato poco, abbiamo fatto principalmente musica. Mi ha fatto sentire protetto e questa microcrisi iniziale si è trasformata in un’opportunità di crescita creativa. Per questo motivo vi dico molto schiettamente che sono molto soddisfatto di questo lavoro. Tra gli aneddoti che mi piace sottolineare è che c’è un gesto d’affetto che Timbaland ha fatto nei miei riguardi. Alla fine del disco, in “Accetto miracoli”, un brano che non ha niente a che vedere con il suo repertorio, ha usato una drum machine 808. Quel momento mi ha fatto capire che con la musica si può ancora giudicare anche dopo 20 anni di carriera. Dirlo oggi, mi vede chiaramente in una posizione di vantaggio ma per me è stata una bella lezione.

Sapere con un anno di anticipo che questo disco diventerà un tour, già molto atteso, che ha venduto tantissimo, mi riempie di felicità e di orgoglio. Ho il terrore di crollare nell’abitudine anche se sono molto lontano dal farlo. Ho iniziato l’attività live partendo dai piccoli club, mi sono esibito nei palazzetti al terzo disco. Arrivare agli stadi a 40 anni ha un sapore completamente diverso. Sapere di raddoppiare una data un anno prima, senza un disco fuori, è un atto di fiducia cieca da parte del pubblico. Il tour sarà la mia festa dei 40 anni e in scaletta ci saranno solo singoli. Farò ogni cosa con estrema cura.

Mi sento un privilegiato e, tra le varie cose, non vedo l’ora che arrivino le date europee. Sono grande fan dell’Europa, ritengo che sia il continente più figo del mondo, mi piace l’idea di poter viaggiare da un paese all’altro con solo un’ora e mezza di distanza. Mi diverte pensare che ogni paese mi dia modo di guardare le cose in modo diverso, da porte e finestre che regalano una prospettiva sempre nuova in una lingua completamente diversa.

Colgo l’occasione per specificare che vivere in California significa vivere in una bolla in cui succedono cose che al di fuori non esistono proprio. La vita ha scelto per me, mi ci sono trovato senza volerlo e mi fa strano dire che adesso la mia famiglia è lì. Io posso viaggiare, mio marito no. Se non dovessi farlo, non so se vivrei lì. Mi sento italiano al 100%, rimango con la radio sintonizzata. In quel posto ho trovato l’amore da 4 anni a questa parte ma non mi sentirò mai a stelle e strisce. L’Europa è casa mia, rido e piango per la Brexit, spero nell’evoluzione della civiltà nei confronti della carità e verso chi ha bisogno di aiuto. Mi piace quando mostriamo di voler essere persone che accolgono con la voglia di integrare”.

Tornando al disco: “Se mi chiedete perché scrivo – Sono solo ed è sempre stato così- vi rispondo che questo è il tema più complesso non solo del disco ma della mia vita. Mi sono sempre sentito un outsider, un fuori concorso. Da piccolo ero grasso, mi piace studiare, sognavo di lavorare alla radio e metto i dischi con il mio mixer mentre gli altri andavano alle feste. Quella linea fissa sia emotiva che sentimentale mi devastava, la musica mi ha permesso di trovare un tunnel alla cui fine c’era la luce anche se però questo modo di sentirmi non è mai veramente cambiato quasi come se fare il cantante non mi bastasse. Questa mia caratteristica caratteriale mi ha portato la voglia di migliorarmi ma è diventata anche molto complessa da gestire. Oggi faccio quello che ho sentito dire a Meryl Streep: “Fai arte del tuo cuore spezzato”. C’è sempre un’ombra che mi fa pensare che questo elemento sia parte di un copione. Ho imparato a rispondere alle offese, ho imparato a scrivere le canzoni, ogni tanto faccio cazzate ma le ho accettate quasi come se fossero un super potere. Non c’è niente più forte della verità.

Tiziano Ferro

In mezzo a questo inverno è la mia canzone preferita del disco, nonché il prossimo singolo in uscita. Si parla della separazione da una persona importante, in questo caso mia nonna Margherita. Non so perché ma ho voluto declinarla al maschile, ho lasciato che il brano volasse per conto suo. Con lei ho capito cosa volesse dire perdere una persona chiave nella propria vita. Faccio persino fatica ad ascoltare il brano.

Il valore catartico delle canzoni è innegabile per me. Le ho sempre usate per dire quello che non riuscivo a dire faccia a faccia, poi sono diventate qualcos’altro. La canzone è di vitale importanza, l’autore pop si sobbarca di questa responsabilità di parlare di cose normali, semplici, vere, cose che cambiano l’animo delle persone. Ho sempre suggerito alle persone di abbracciare le proprie ferite e di scoprire cosa potesse esserci dietro. Sono uno scrittore pop con lo scopo di cambiare gli animi, in questo senso quindi guerriero. In un mondo in cui pare che nessuno riesce a sopportare l’altro, ci riscopriamo più uniti che mai cantando a squarciagola in uno stadio. Questo mi fa pensare che il pop abbia un potere reale anche se noi artisti abbiamo una credibilità diversa, sicuramente minore delle istituzioni che potrebbero fare qualcosa di concreto. Io mi limito a dire: votate se potete. Non vi lamentate se poi non votate. Non ho risposta su chi e amo e chi odio, sono confuso così come dimostrano di esserlo i politici stessi. Mi fa male constatare che c’è più mancanza di civiltà tra le istituzioni che tra le persone. In ogni caso rimango un fiero uomo pop, il caposquadra degli uomini pop. Il pop arriva dove non arrivano i filosofi.

Ecco perché il disco prende forma dalla voglia di vivere anche se nasce dal testo di “Accetto miracoli”, scritto nel 2016. MI fa strano pensare che stavo andando via da Los Angeles e che solo tre giorni prima avevo incontrato quello che oggi è mio marito. Ero fermo agli ostacoli, ho accolto i cambiamenti anche se li capivo e ho scritto il disco. Nel frattempo ho tentato di vivere la mia relazione in modo personale, innamorarsi in maniera diversa a 40 anni ha un valore che non conoscevo. Il mondo dentro di me stava cambiando, ho protetto questo sentimento anche da amici e famiglia, mi facevo paranoie. Mi sembrava tutto troppo giusto in un contesto così lontano da me. Dopo due anni e mezzo, questa relazione è diventata una verità nella mia vita e ho ritenuto giusto celebrare questa unione, così come si è sempre fatto nella storia dell’uomo.

Uno degli episodi più felici è stato il duetto con Jovanotti in “Balla per me”. Lui è stato il mio primo idolo, la sua musica e la sua scrittura hanno scandito la mia vita. L’ho conosciuto nel 2005 ma ho sempre mantenuto una certa venerazione nei suoi riguardi. In questa canzone, che non è solo un featuring, sembra che cantiamo insieme da 15 anni. Solo che io canto lui dall’88 e lui no (ride ndr).

Ai miei fan dico di imparare a vincere come persone, di lasciar perdere le polemiche, di aspettare un lungo ma fondamentale minuto prima di reagire alle offese. Il bullismo non è ma finito ma le persone che parlano a caso ci saranno sempre. Ho imparato ad essere ironico tranne quando la presa in giro è legata alla sessualità. Mi spiace che non ci sia una legge contro l’odio. Le parole sono importanti, con le parole siamo diventati grandi nel mondo, sento il bisogno che si impari a dire le cose con intelligenza emotiva con dei tempi, dei modi e dei toni che possano portare rispetto e fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

Gianna Nannini presenta l’album “La differenza”: il suo rock si fa black e valica i muri.

Gianna Nannini_Cover album La differenza

Gianna Nannini ritrova la sua America a Nashville. La cantautrice pubblica, infatti, un nuovo album “La differenza”  registrato proprio negli States dopo aver trascorso diverso tempo a scrivere in una stanza scelta ed affittata ad hoc a Gloucester Road, a Londra, per concentrarsi, comporre, evolvere la identità artistica. La cantante afferma di essere partire al buio, affidandosi al suo istinto, alla ricerca di un brivido per ogni nuova canzone che ha preso forma nel suo incantato MYFACEstudio circondata dai suoi fidati collaboratori Mauro Paoluzzi, Gino Pacifico, Fabio Pianigiani, Dave Stewart. Nella patria della western country music, Gianna Nannini ha ritrovato la vena black: blues e rock suonati in presa diretta per un risultato curato ma di impatto immediato con l’obiettivo di fare la differenza. Le canzoni, registrate al primo o secondo take al massimo, senza overdubs e con microfoni live l’hanno ispirata e fatta sentire a proprio agio per ritrovare il discorso lasciato in sospeso con l’album “California” e per mantenere quella famosa promessa fatta a Conny Plank: un disco soul in linea con la sua inconfondibile voce.

I testi sono incentrati sui conflitti d’amore, meccanismi tossici nati da differenze da accettare come naturali. Il monito del disco è dare la sveglia agli esseri umani, abbattere i pregiudizi seguendo una visione d’insieme al di là delle crepe. In studio una band da sogno capeggiata da Simon Phillips per un connubio artistico sensuale e fluido. L’unico duetto del disco è con Coez in “Motivo”. Il graffio di Gianna e la melodia del cantautore si sono trovati in un brano che mette in pista le velleità di entrambi per una collaborazione autentica e voluta.

Gianna Nannini Foto di Daniele Barraco

Le parole di Gianna nascono da riflessioni estemporanee, trovano subito la luce, non vivono artificiosamente su un pc e scivolano ora sinuose e pungenti, ora piene e travolgenti in un disco che riporta la Nannini alle sue radici dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione. Perseguendo la naturale attitudine a lasciarsi andare in contaminazioni di varia tipologia, la Nannini si mostra carica e determinata nel definire una nuova identità di se stessa dopo aver esaurito un certo tipo di discorso artistico. Questo rock acustico nasce pertanto con la forte volontà di valicare i muri mentali e le mode imperanti. Le basi ritmiche sono scelte e pensate per una performance artistica di fascinazione sessuale a dispetto di tutto e tutti. Sarebbe bello se Simon Phillips potesse suonare anche durante le tappe italiane del tour di Gianna, anche dopo il tour europeo e la data di Firenze. Per saperlo bisognerà attendere e sperare. Gianna intanto allo stadio Artemio Franchi il prossimo 30 maggio ci andrà da ghibellina, pronta a spaccare. Come suo solito.

 Raffaella Sbrescia

Iodegradabile: il nuovo album di Willie Peyote testimonia che si può fare rap ad alti livelli

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 Uscirà il 25 ottobre “Iodegradabile”, il nuovo album di Willie Peyote. Il rapper e cantautore incide il quarto lavoro discografico per Virgin Record e si rilancia con piena linfa e rinnovato ardore sull’ottima scia dell’apprezzato singolo “La tua futura ex moglie”. La grande novità di questo lavoro è l’introduzione di un’ossatura strumentale che mette in piedi una ritmica armonica decisamente più matura con ampia evidenziazione del groove sempre caro al Peyote. Il disco è stato registrato a Torino con la partecipazione degli ALL DONE, band composta da Kavah, Danni Bronzini, Luca Romeo, Daio Panza, Marcello Picchioni. Le sonorità sono meno black e più rock di richiamo inglese.

Anche i testi del disco fanno capo alla nota vena ironica del torinese. In “Iodegradabile” Willie ritrae un fedele quadro sociale e antropologico complessivo della situazione attuale in Italia spaziando dalla politica alle relazioni interpersonali.

“Questo è un disco sul pezzo. Si parla di tempo: ne abbiamo sempre poco. Parlo quindi della fine della vita, della morte, dei social, del nostro essere costantemente in vendita o in cerca di approvazione. Funzioni se hai likes, visualizzazioni, condivisioni. Tutto deve funzionare subito, non ci diamo il tempo di capire le cose. Mi sento responsabile di ciò che scrivo e penso a tutti i lati da cui possa essere vista e interpretata la mia scrittura. Spero che con questo lavoro possa allargarsi la fetta di pubblico a cui parlo perché parlare solo con chi ti dà ragione non ha senso, vorrei parlare con chi finora non mi ha mai ascoltato. Non voglio fare l’errore che ha fatto la sinistra negli ultimi 30 anni. Se fai il comunicatore devi capire il linguaggio di chi c’è intorno a te. L’ho capito quando facevo il formatore in un call center.

Parlando dei testi vi dico che  “Mango”è il pezzo più rap, prendo spunto dal rap nuovo, la trap se fatta bene, spacca. In”Catalogo” dico: tutto bene quel che finisce. Il concept gira intorno all’idea che siamo tutti sia venditori che acquirenti di noi stessi. In “Mostro”, incentrato sul governo gialloverde quando era ancora in carica, parlo del dissidio tra contenuto di informazione e complottismo.

Per la prima volta in un disco dico “Ti amo”. L’ho fatto perché ero innamorato, forse lo sono ancora ma non sono il tipo da dichiararlo. Sono nichilista, cinico ma è anche vero che se per un giorno sono felice non vedo perché non possa dirlo solo per scontentare qualcuno. In questo caso ho provato a mettere in piedi anche un progetto di vita senza riuscirci per cui non escludo che nel prossimo album metterò questo fallimento nero su bianco (ride ndr).

Video: La tua futura ex-moglie

Tra i miei cardini di riferimento c’è un unico vero obiettivo: far muovere culo e cervello contemporaneamente. Ho sempre pensato che ai concerti ci si debba divertire e infatti ho scritto questo album pensando proprio al tipo di reazione che avrebbe avuto chi l’avrebbe ascoltato live. Spero che la gente abbia voglia di ballare oltre a cantare. Questa volta nei live ci sarà una band e anche se non siamo ancora settati, posso garantire che il groove non mancherà. La combo basso-batteria è imprescindibile. Sfatiamo il mito secondo cui il rap non può viaggiare di pari passo alla cultura. Si può fare rap a livelli alti, bisogna capire se e come cambiare il linguaggio per arrivare alla gente in modo efficace. La cultura non deve essere per forza pesante, a me per esempio diverte dire parolacce per stemperare la tensione. Non voglio essere così vecchio da non capire la musica dei miei coetanei. Nella musica cerco di far riflettere i ragazzi, nessuno è privo di un diritto, tutti vanno educati a usare lo stesso. In me ci saranno sempre gli artisti che mi hanno forgiato: da Giorgio Gaber, a Frankie Hi- NRG e Daniele Silvestri. In questo disco, ad esempio, c’è un chiaro e nitido riferimento a Pino Daniele. Poi ci sono tanti richiami ai libri che ho letto e ai comici che ho guardato.

Se ragiono più ad ampio raggio, ci sono giorni in cui mi sveglio e penso che la gente davvero non abbia speranza, non voglio però che questo sia l’unico pensiero. Smettere di sperare equivarrebbe a morire”.

Raffaella Sbrescia

Tradizione e tradimento: la poetica di Niccolò Fabi si conferma necessaria. Intervista

Niccolò Fabi foto di Chiara Mirelli

Niccolò Fabi foto di Chiara Mirelli

Niccolò Fabi torna a far sognare con un nuovo album. “Tradizione e tradimento” nasce da un percorso umano e artistico decisamente tortuoso e complesso; si tratta di una formula di perfetto equilibrio tra parole, emozioni e note. Tutto viaggia di pari passo e ogni elemento è complementare all’altro. La poetica di Fabi si conferma intima, profonda, necessaria. Ecco cosa ha raccontato lo stesso artista in occasione della presentazione del disco alla stampa.

Il percorso di “Tradizione e Tradimento” è stato scandito da due fasi: fallimento e conferma. Subito dopo il forte successo riscontrato con “Una somma di piccole cose”, ho avvertito il desiderio di allontanarmi da quanto fatto fino ad allora. Per un anno ho preso le distanze dal concetto di essere cantante, ho chiuso una parte importante della mia vita, avevo la sensazione di aver esaurito quella vena, non avevo voglia di essere cantore di cose intime. Anzi, ne approfitto per specificare che la profondità ti fa trovare tutti gli altri. In fondo non parlo di me ma di tutti; è solo che andare lì in fondo è difficile sia per me, sia per la restituzione degli sguardi di tutti quelli che mi hanno scelto come accompagnatore di questa discesa. Mi onora essere accanto alle persone in quei momenti ma è anche un peso.Ho tenuto la chitarra chiusa nel fodero e svolto attività meravigliosamente estranee a tutto questo. Poi però il demone mi ha bussato alla porta e mi sono chiesto che senso avesse la mia vita mentre facevo finta di nulla. Quindi ho iniziato a sperimentare, a mettermi in discussione, a tentare un approccio diverso alla scrittura. Ho praticamente fatto il giro del “caseggiato” per poi realizzare che quella trasformazione d’identità non poteva andare a buon fine. Sono tornato sui miei passi e ho cercato un nuovo equilibrio insieme a Roberto Angelini e Pier Cortese. A questo proposito c’è il brano intitolato “I giorni dello smarrimento” che gioca un ruolo centrale. La svolta per me sta sempre nel raccontare quello che succede, ho risentito la mia voce familiare nel dire quello che sa dire. Nel sondare altri territori ero diventato uno qualsiasi. Sarà forse una condanna ma la mia struttura emotiva è fatta per tirare fuori quello che c’è in profondità. Ad ogni modo sono convinto che non ci sia bisogno di andare lontano quando quello che serve che l’hai nelle tasche. Di base non ho un talento musicale particolarmente sviluppato, non scrivo, non canto e non suono in modo speciale. Quando però raggiungo un certo tipo di intensità scrivendo qualcosa di importante, mi rendo conto di essere speciale.

A proposito di contenuti e retorica, “Io sono l’altro” non è una canzone sulla diversità, descrive bensì il desiderio di capire gli altri. Non credo sia interessante raccontare l’altro partendo dalla cronaca quotidiana, ho cercato di entrare nello sguardo dell’altro e capirne il punto di vista. Il mio modo per non sfuggire a un argomento centrale è “Migrazioni”: un quadretto, una canzone breve svincolata dalla cronaca, inquadrata in un flusso più grande per raccontare la ricerca della sopravvivenza attraverso il movimento. Il ruolo dell’artista non è quello dello sloganista elettorale. Sempre parlando di parole, rivendico una volta per tutte che per me scrivere canzoni è un atto in cui parole e musica viaggiano insieme in modo assolutamente equo e paritario rispecchiando un particolare stato d’animo e un’attenzione totale. In questo momento storico mi sento smarrito, la mia sensibilità è molto condizionata da una natura estremamente emotiva, sono profondamente scosso da una società che va in una direzione in cui non mi riconosco, le armi che ho per farmi ascoltare sono queste: le parole, i racconti, le emozioni. Cerco di stimolare le persone verso una dimensione di ascolto attento, cerco l’arginamento della disillusione, il contenimento dell’aggressività, lo smorzamento del cinismo. Questo è quello che posso realisticamente fare sulla sia della paura che la china non riesca a rialzarsi da una discesa che sembra sempre più ripida. Mi sono reso conto, nel corso del tempo, che a volte alcune considerazioni dette in un orecchio sono più devastanti di quelle dette in un megafono. In questo senso sono un seduttore e non un conquistatore, per questo ci ho messo tanti anni a portare avanti il mio percorso, per questo credo di essere stato bravo a non mollare questa mia attitudine. Spesso uso me stesso per capire meccanismi che non riguardano solo me, nella nostra società questo tipo di linguaggio sussurrato viene spesso considerato più debole perché la sua forma è meno invadente ma è proprio qui e ora che rivendico il pacifico e determinato esercizio del dissenso. Riconoscersi diverso in modo pacifico è molto più importante che convertirsi alla sloganistica gridata.

Il movimento e l’idea di cambiamento attraversano anche “Tradizione e tradimento” segnando un passaggio dall’io al noi. Nel disco precedente non c’era nulla che non sia frutto delle mie dita e dei miei pensieri. In questo caso l’esigenza primaria era riuscire a trovare un modo per veicolare il mio linguaggio intimo ad altri esseri umani con cui ero in studio. Ho raccontato una nuova stagione della vita perseguendo l’obiettivo di essere credibile, per dare ai miei coetanei un modo diverso per ascoltarsi, a chi è più grande di creare memorie e a chi è più giovane di creare prospettive.

Video: Niccolò Fabi descrive il brano “Scotta”

L’insidia della rigidità mi porta alla ricerca dell’elasticità sia mentale che fisica. Non mi interessa la potenza ma l’adattabilità.Questo è quanto avviene in “Scotta” dove Quasimodo incontra i Sigur Ros. Il brano racchiude la mia aspirazione massima, l’ho scritto in meno di un’ora in un pomeriggio fortunato. La mia ossessione è unire due linguaggi opposti rispettandoli e facendoli stare insieme. Ecco perché spesso ci sono code strumentali nella mie canzoni. Le atmosfere musicali sono evocative, dopo aver messo a fuoco quattro immagini puoi prendere la musica per mano e portarla dentro di te alternando lucidità e confusione.

Se penso a come porterò tutto questo in tour, al netto del fatto che le prove non sono ancora state fatte, l’idea di base è che possa essere un concerto molto più vicino al concetto di performance artistica. Aspiro a fare un viaggio e a portare per mano chi mi ha dato tutta la fiducia che ho conquistato piano piano. Toglierò i rituali finora presenti nei miei live, vorrei introdurre un capitolo nuovo alternando sorpresa e rassicurazione. Nel dosaggio di questi elementi ci saranno Alberto Bianco, Pier Cortese, Roberto Angelini, Daniele “Coffee” Rossi. Quattro cantautori per un approccio decisamente emotivo che andrà oltre lo strumento.

Cover Tradizione e Tradimento Niccolò Fabi

Per concludere mi piacerebbe spendere due parole sulla copertina dell’album: tranquilli, non ho ambizioni da fotografo ma c’è una storia ben precisa dietro allo scatto che ho scelto. La foto è stata fatta in Mozambico. Come saprete, una volta l’anno parto con un’Associazione ONG di cui sono amico, fratello e sostenitore. L’ultimo di questi viaggi l’abbiamo fatto in Mozambico a seguito di un potente ciclone dagli effetti devastanti. In un momento di pausa dalle attività quotidiane, un pomeriggio abbiamo passeggiato lungo l’oceano e siamo saliti su un faro. Durante una sessione di scatti al panorama, la mia attenzione viene catturata da un pavimento dai colori particolari, un misto tra blu e verde con tratti scrostati in forte contrasto con una balaustra rossa anch’essa segnata dalla corrosione e dalla forte umidità. A livello fotografico la dualità cromatica mi è parsa molto emozionante in più mi piaceva il fatto che la foto fosse stata scattata in un posto particolare gli dava un significato personale importante. Ecco, il ruolo del poeta sta anche nel riuscire a notare i dettagli che gli altri notano meno, fornire un punto di vista diverso a chi è distratto da altro. Lo scopo della poesia è scoprire quello che abbiamo sotto gli occhi e mostrarlo a chi normalmente non riesce a vederlo”.

Raffaella Sbrescia

Intervista a Giuseppina Torre: in “Life book” vi racconto il mio inno alla vita

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Giuseppina Torre_ph Mariagiovanna Capone

Anticipato dalle composizioni “Never look back” e “Gocce di veleno, dal 21 giugno è disponibile nei negozi di dischi, in digital download e sulle piattaforme streaming LIFE BOOK”, il nuovo album di composizioni inedite di GIUSEPPINA TORRE, pubblicato da DECCA RECORDS e distribuito da Universal Music Italia (UMI.lnk.to/LifeBook_G_TorreWe).

Prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio, “Life Book” esce sulla scia del grande successo ottenuto dalla pianista con il concerto nel Cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco, nell’ambito di Piano City Milano 2019. Le 10 composizioni del disco, con musiche composte ed eseguite da Giuseppina Torre, raccontano le suggestioni, i pensieri e il vissuto dell’artista negli ultimi anni, come un vero e proprio “racconto di vita” in musica.

 Intervista

Ciao Giuseppina, siamo felici di conoscerti. L’occasione è particolarmente propizia visto che è appena uscito il tuo nuovo album di inediti “LIFE BOOK”. Non possiamo esimerci dal chiederti come nasce questo progetto, il relativo titolo e lo spirito con cui il disco si presenta al pubblico.

- Questo progetto nasce dall’esigenza di raccontare la mia rinascita attraverso il Pianoforte e attraverso la mia musica. Sono “appunti di vita“ degli ultimi anni , racconto ciò che il mio cuore ha provato in questi anni, il percorso di rinascita attraverso il dolore laddove le avversità sono diventate opportunità  Si presenta al pubblico, traccia dopo traccia, come un inno alla vita, inducendo l’ ascoltatore a diversi punti di riflessione.

Il brano che ha anticipato la pubblicazione è quantomai esplicativo già a partire dal titolo:Never look back”. Quanto c’è di autobiografico in questa composizione e nel disco?

- In “Never look back”, come in tutte le composizioni del disco, c’è tutta la Giuseppina donna e artista poiché i due ruoli si fondono e si confondono. In questa traccia esprimo la volontà di chiudere definitivamente la porta del passato gettando tutti i sassi che appesantivano il mio cuore per intraprendere, con passi più sereni , il cammino della Vita.

A questo proposito le avversità che hai affrontato sono diventate forse la tua più grande risorsa. Cosa desideri raccontarci a riguardo?

- Le avversità mi hanno fatto comprendere quanta forza avessi. E’ stato un percorso lungo e laborioso, con tantissimi momenti di scoraggiamento ma quando ti trovi a un bivio dove devi scegliere se soccombere alle difficoltà o reagire, io ho preferito aggrapparmi alla vita con tutte le mie forze. Questo percorso di guarigione è stato possibile grazie alla vicinanza di mio figlio Emanuele, il mio faro, della mia famiglia, degli amici più cari e soprattutto all’ incontro di due persone che sono state fondamentali per la mia rinascita artistica: Riccardo Vitanza e Fatima Dell’Andro. Senza loro non saremmo qui a parlare di “Life Book “che è pubblicato dalla prestigiosa etichetta Decca Records e distribuito da Universal Music Italia .

Il disco è prodotto da Davide Ferrario, missato e masterizzato da Pino “Pinaxa” Pischetola e registrato presso Griffa & Figli e Frigo Studio. Come hai lavorata con loro e come siete riusciti a trovare la sintonia ideale?

- Ho avuto la fortuna di poter lavorare con un team composto da persone dove ognuna è un’ eccellenza nel proprio ambito lavorativo. Il team è stato creato da Riccardo Vitanza che mi presentò Lucia Maggi , assistente alla produzione, e Davide Ferrario . Conoscevo Davide di fama poiché ha lavorato per tantissimi anni con Franco Battiato. Con lui è scattato subito un feeling musicale ed è nata subito una sintonia artistica. Pino “ Pinaxa “ Pischetola è il massimo che si potesse desiderare al missaggio e alla masterizzazione, il mago del suono! Il disco è stato registrato nella Sala di Griffa & Figli su uno Stainway meraviglioso, il loro top di gamma, stupendo. Quando hai la fortuna di lavorare con un team composto da eccellenze non può non venir fuori un vero “gioiello”!

Ci piacerebbe che ci raccontassi i pensieri, le suggestioni e il messaggio che ci sono dietro brani come “Rosa tra le rose”, “Gocce di veleno”, “Un mare di mani”. Una triade particolarmente rappresentativa.

- “Rosa tra le rose “è la traccia che apre l’album ed è dedicata alla mia mamma che è venuta a mancare due anni fa . Lei si chiamava Rosa e i suoi fiori preferiti erano le rose. Tutto l’album è dedicato a lei . “Gocce di veleno “porta il titolo dell’omonimo libro di Valeria Benatti, scrittrice e voce di R.T.L. . Tratta il tema attualissimo della violenza sulle donne, infatti il libro narra la storia di un amore malato e della violenza fisica e psicologica che è molto subdola. Traendo ispirazione dalla lettura del libro e passando attraverso la mia esperienza personale è nata “Gocce di veleno”. “Un mare di mani “tratta un altro tema attuale quello degli sbarchi dei clandestini. Abito vicino a Pozzallo, meta di sbarchi, e ho visto dei filmanti originali di salvataggio. Sono stata malissimo nel vedere il mare di mani di questi esseri umani che cercano altre mani che li salvino dall’ annegamento. Sono scene forti e crudeli. Si dovrebbe riflettere molto a riguardo …

Quali sono invece le differenze tra questo album e “Il silenzio delle stelle”?

- Quello che si avverte subito nell’ ascoltare “Life Book “è l’ assenza di tormento che vi era ne “Il silenzio delle stelle”. Si respira, anche nelle composizioni più malinconiche, la voglia di pace e serenità interiore, pace e serenità che sono riuscita ad acquisire in questi anni non poco travagliati .

Come hai vissuto il fatto che il tuo nome è stato recentemente inserito all’interno del “Dizionario dei compositori di Sicilia”, opera del poeta e scrittore triestino Giovanni Tavčar?

- L’ essere inserita in questo dizionario la cui memoria storica va dal periodo dei greci fino ai tempi nostri mi onora immensamente e con orgoglio penso che lascerà una traccia di me ai posteri.

Dove suonerai dal vivo prossimamente?

- Dopo la presentazione ufficiale del disco avvenuta il 24 Giugno a Milano presso la Rizzoli Galleria , si stanno organizzando altre date che toccheranno le principali città italiane da nord a sud . E’ tutto work in progress.

Quali sono obiettivi a breve termine che poni davanti a te?

- Mi pongo di vivere sempre con e per la musica e di vivere in armonia con essa e con tutto ciò che mi circonda.

A che punto del tuo cammino artistico senti di essere in questo momento?

- Ho raggiunto obiettivi importanti, ho vissuto esperienze che sono andate oltre ciò che potevo sognare, ho avuto riconoscimenti internazionali importanti ma per mio carattere non mi sento “ arrivata “ e non mi adagio sugli allori . Tutto ciò che ho raggiunto con sacrificio e sudore sono solo l’inizio di un cammino appena intrapreso e di tanta gavetta ancora da fare.

Quali sono quei lati e quegli interessi personali che ad oggi sono rimasti nascosti?

- Mi affascina il mondo della medicina soprattutto il settore della ricerca e leggo riviste del settore. Sarei diventata una ricercatrice nel campo medico se il pianoforte non mi avesse “rapito “. Amo anche il cinema e la letteratura e quando voglio staccare coltivo queste mie due passioni.

Come porti avanti la tua ricerca artistica?

– Ascolto tantissima musica non solo classica ma tutti i generi dal pop al rock al jazz all’ elettronica. Allargare i propri orizzonti musicali sono motivo di arricchimento e crescita artistica.

Raffaella Sbrescia

A ring in the forest: il nuovo capitolo di Erica Mou. Intervista

Da venerdì 14 giugno è disponibile nei digital store e in radio “A ring in the forest”, il nuovo singolo internazionale di Erica Mou, distribuito da Artist First.

La canzone in lingua inglese è strettamente connessa all’immaginario proposto nel videoclip, online sul canale ufficiale VEVO dell’artista al link http://www.youtube.com/watch?v=scrKjrK7GNU. Essa nasce come opera musicale e video che racconta la storia di un albero trasformato in chitarra. Il videoclip mostra il lento processo di evoluzione artigianale catturato nel tempo, in ogni fase creativa e in ogni gesto di cura del dettaglio per la produzione dello strumento. Così, in sintonia con la musica, mette in scena una sorta di mito moderno, che narra, tramanda e rinnova il legame solidale e di corrispondenza artistica tra la natura e l’uomo.

Il brano, interpretato da Erica Mou e prodotto a Londra dalla stessa cantautrice con la collaborazione di Matthew Ker (alias MaJiKer), è stato scritto dai due artisti insieme a Piers Faccini. La realizzazione creativa del tutto è durata dodici mesi, rispettando i tempi della natura, necessari alla sua trasformazione

Intervista

Erica Verticale ph OmarSartor

Erica Verticale ph OmarSartor

“A ring in the forest” rappresenta un nuovo capitolo della tua carriera. Come ti senti in questo periodo, cosa hai fatto negli ultimi due anni e come hai portato avanti la tua ricerca artistica?

Mi sento bene, è un bel periodo creativo e di sole. Il mio album precedente è uscito a dicembre del 2017 e nei mesi seguenti mi sono dedicata al tour di quel lavoro. Dopodiché ho ripreso a scrivere e a sviluppare idee nuove, come “A ring in the forest”. Sto cercando vie diverse, come sempre, sperimentando in studio e in fase di scrittura. Il messaggio di questo brano è tramandare il legame solidale tra natura e uomo, un tema di grandissima attualità.

Come ci hai lavorato e da dove nasce l’idea?

I legami sono il vero tema di ogni canzone (anzi, della vita, direi); tra persone e tra gli elementi che ci circondano. Ogni volta che provo un’emozione forte, positiva o negativa, io mi sento più legata alla terra, agli alberi, al cielo, al mare. È come se ogni scossone mi ricordasse forte qual è il posto a cui appartengo, la forza che la natura ha, l’armonia del farne parte. La canzone nasce dalla suggestione che mi ha dato il regista del video, Marco Callegari, di raccontare la storia di un albero che si trasforma in chitarra (attraverso le mani di un liutaio, Paolo Sussone).

Quando e perché hai deciso di cantare in inglese? La scelta è legata al fatto che vivi a Londra?

Il tema di questo brano mi ha suggerito di usare una lingua che fosse il più universale possibile e poi abitare a Londra mi ha ispirata ad usare anche l’inglese nella scrittura, cosa che non avevo mai fatto e che porta con sé anche un approccio diverso alla melodia e al canto, una nuova ricerca.

Quanto conta per te l’artigianalità e che spazio pensi possano trovare le realtà e i prodotti artigianali in un mondo sempre più votato al consumismo?

L’artigianalità è preziosa perché ci ricorda il tempo, quello necessario per cui le cose si trasformino e si riempiano di significato. Fare musica è come lavorare il legno, è un processo che ha bisogno di preparazione ma che deve anche fare i conti con ciò che stringi in mano in quel momento, con la materia, con i cambi di rotta.

Raccontaci del percorso collaborativo con Matthew Ker (alias MaJiKer) e Piers Faccini.

Sono molto contenta di lavorare di nuovo con MaJiKer, un artista che avevo conosciuto in studio di registrazione nel 2010, quando abbiamo lavorato al mio album “È” e con cui ho suonato in giro per il mondo per ben due anni. Poi le nostre strade si sono divise e Londra ci ha fatto finalmente ritrovare, a livello compositivo e produttivo. Piers Faccini invece è un cantautore che amo moltissimo e che ascolto da quando avevo sedici anni, dopo averlo visto suonare in un festival. Posso dire di essere una sua fan e trovarmi a chiacchierare con lui di musica e chiedergli aiuto per il testo di “A ring in the forest” è stato inaspettato e sincero.

Questo singolo è il preludio ad un nuovo album?

Non immediatamente, sto lavorando molto a canzoni nuove ma ci vorrà ancora un po’.

Come coltivi la tua creatività e cosa ti porti dietro delle tue esperienze precedenti?

Suono e scrivo praticamente ogni giorno, con la chitarra, su un foglio o nella mia testa. Leggo, ascolto, guardo… e i passi fatti, sì, me li ricordo tutti e li tengo con me.

Ci sono altri interessi personali di cui il tuo pubblico non è ancora a conoscenza?

Sì.

Quali sono gli argomenti che in questo momento ti stanno più a cuore?

Non dare il colpo di grazia alla Terra che abitiamo, costruire un futuro per i figli che la mia generazione ha o sogna di avere, parlare più di Arte e meno di paura.

Quali sono i prossimi progetti in cui ti vedremo coinvolta?

Quest’estate sarò impegnata con qualche live in giro per l’Italia, il prossimo il 29 Giugno a Polignano a Mare per l’apertura del Bari in Jazz. Poi sarò in studio e a scrivere fino a che qualcosa di bello accadrà.

Raffaella Sbrescia

Ylenia Lucisano presenta l’album “Punta da un chiodo in un campo di papaveri. Intervista

Ylenia Lucisano ph DANIELE BARRACO

Ylenia Lucisano ph DANIELE BARRACO

 

PUNTA DA UN CHIODO IN UN CAMPO DI PAPAVERI” (distribuito da Universal Music Italia) è il nuovo album della cantautrice YLENIA LUCISANO pubblicato lo scorso 10 maggio.

Prodotto, arrangiato e mixato da Taketo Goharal’album è composto da 11 brani scritti da Ylenia Lucisano, con la collaborazione tra musica e testo di Pasquale “Paz” Defina, Vincenzo “Cinaski” Costantino, Renato Caruso e altri musicisti.

Abbiamo incontrato Ylenia  Lucisano d è venuta fuori una conversazione senza filtri e a tutto tondo. Buona lettura!

Ciao Ylenia, bentrovata! Prima ancora di parlare del tuo nuovo album, raccontaci la tua evoluzione personale e artistica in questi lunghi 5 anni di distanza dal tuo primo album. Chi è oggi Ylenia, quali sono i tuoi nuovi punti di riferimento, quali le nuove certezze e quali invece ferme insicurezze?

La mia certezza oggi sta proprio nel fatto di non sapere chi sono. Conoscermi davvero è un’utopia perché mi sono resa conto che quando ho raggiunto delle certezze le voglio oltrepassare. Quando ho creduto di conoscermi stava avvenendo già in me un cambiamento. Credo che solo se non sappiamo chi siamo possiamo essere qualsiasi cosa. Il mio unico punto di riferimento è l’amore, vivo sempre nel raggiungimento di questo stato. Le insicurezze nascono quando non vado verso di esso.

Con “Punta da un chiodo in un campo di papaveri” si evince un cambio di scrittura importante. Che tipo di lavoro hai fatto su te stessa, come ha messo mano ai testi, con quali idee e con quali presupposti?

Ho lasciato libero il flusso di pensiero, scartando poi ciò che non mi emozionava, rileggendolo o cantandolo. L’idea era quella di trasmettere dei testi puri, ma di una purezza che sa di verità, partendo dal presupposto che la verità non è quasi mai quello che abbiamo davanti.

Come sei riuscita a entrare in connessione artistica con Taketo Gohara, come avete lavorato insieme? Cosa ti ha sorpreso di lui e cosa invece pensi di avergli lasciato durante la lavorazione di questo disco?

Grazie al mio produttore che gli ha fatto avere molti provini. Era una delle mie ambizioni riuscire a lavorare con Taketo perché lo sentivo molto vicino a me artisticamente ascoltando i suoi lavori precedenti. Soprattutto volevo un vero produttore artistico, non un arrangiatore. Di lui mi ha sorpreso soprattutto il fatto che avesse le idee chiare sin dal l’inizio rispetto al progetto artistico da far nascere, da zero. Credo, anzi, sono certa di averlo sorpreso positivamente.

Ci spieghi la scelta di questo titolo così particolare?

Ho voluto dare, più che un vero e proprio titolo, un’immagine, qualcosa che potesse stimolare la fantasia rimanendo impressa come una piccola fiaba, per poter introdurre da subito al mondo onirico e surreale del mio disco.

Come si fa a vivere il passaggio dai 20 ai 30 anni cercando di fare arte in Italia?

Spero di riuscire a capirlo una volta superati i 30. Per ora sono consapevole che non ci sono regole e che non si può vivere facendo solo arte pura. Chi vuole fare questo lavoro deve avere una mentalità aperta a 360° gradi. Sicuramente i giovani che vivono di sola musica è perché pensano sia da artisti che da imprenditori.

Quali sono state le fasi di crescita e maturazione che hai attraversato, anche pensando al tuo spostamento dalla Calabria alla Lombardia. Due terre così intimamente diverse, il cui conflitto si ripercuote anche sulla pelle di chi cerca una propria dimensione in entrambe i contesti?

La mia è la storia di tanti giovani costretti a lasciare il cuore al Sud per iniziare una nuova vita. Ormai la mia dimensione è a Milano, in Calabria faccio davvero fatica a trovarne una. Sono nata e cresciuta in una città bellissima e circondata dalla natura come Rossano, ma la consapevolezza che la mia passione per il canto sarebbe rimasta solo un hobby da sfogare in qualche piano bar, mi ha portato a farmi coraggio e a partire verso l’ignoto. Del divario tra nord e sud ne sentivo parlare già da piccolina dai vecchi zii che nel dopo guerra erano partiti per la Lombardia alla ricerca di un lavoro di fabbrica per mantenere la famiglia…poi l’ho vissuto sulla mia pelle, ed era come sei ci fossi già stata perché tra quei racconti avevo già immaginato più volte i pericoli, le opportunità e le grandi strade di Milano. La mia crescita e maturazione, se così si può dire, è avvenuta molto in fretta soprattutto per il fatto che mi sono trovata prestissimo a vivere da sola, senza punti di riferimento e a caccia di un sogno anche oggi definirei astratto.

Ylenia PH DANIELE BARRACO

Ylenia PH DANIELE BARRACO

Anche se in questo album lasci da parte il dialetto, immagino che per te rivesta ancora una grande importanza. Certi messaggi si possono veicolare solo usando le espressioni dialettali, confermi?

Certi messaggi si possono veicolare solo nella lingua in cui vengono pensati. Se penso in dialetto scrivo in dialetto, altrimenti sarebbe come tradurre una canzone di Frank Sinatra in italiano: una cosa inascoltabile!

In queste canzoni si percepisce un animo malinconico ma mai triste. Un’attitudine alla positività razionale, una radicata determinazione ad andare avanti, passo dopo passo. E’ così che costruisci la tua musica?

Grazie alla musica ho capito l’importanza del viaggio, quello in cui fermo spesso ad ammirare il panorama e poi ti guardo indietro per capire quanta strada ho fatto. La meta non la conosco ma la decido camminando. L’importante è godermi il viaggio in una delle tantissime possibili strade, senza ambizione né paura.

Come percepisci lo status quo del cantautorato femminile in Italia? Hai notato una fruizione spesso più superficiale dei messaggi veicolati dai colleghi di sesso maschile o è un’impressione sbagliata?

Il cantautorato femminile in Italia è vivo e attivo ma se ne parla poco, credo perché la maggior parte delle cantautrici non sono entrate a far parte del ”sistema” musicale italiano, magari per scelta e anche un po’ perché questo così detto sistema, ai vertici, è gestito nella maggior parte dei casi da uomini in cui credo che il pregiudizio inconscio della cultura maschilista prevale sempre. Non faccio di tutta l’erba un fascio ma questo atteggiamento l’ho vissuto anche sulla mia pelle. Per quanto riguarda i messaggi veicolati, purtroppo la musica è sempre stato uno specchio della nostra società dunque superficialità non prevale solo nelle classifiche. Sicuramente chi ama l’arte e la cultura musicale sa dove attingere per godere delle buona musica.

Parliamo di stili e influenze. In questo disco traspare un forte ampiamento di ascolti e orizzonti musicali. Dicci di più.

Si, grazie alla persone di cui mi sono circondata e alla mia curiosità, i mie orizzonti si sono ampliati dal punto di vista degli ascolti. Per realizzare questo disco mi sono fatta stimolare da artisti come Alt J, Calexico, Fiona Apple, Joan Baez e molti altri del cantautorato angloamericano. 

Mi piace pensare che esiste un altro modo di guardare canti in “Ti sembra normale”. Qual è il tuo modo di vedere le cose e di affrontare questo mondo?

Se per gli animali il modo di concepire il mondo è già definito da millenni, quello dell’uomo è in continua evoluzione e dipende molto dal modo di gestire le emozioni e i sentimenti. In questo periodo quello che voglio (e provo) a vedere è Bellezza. E non intendo la bellezza che non riusciamo a percepire nella routine quotidiana, ma quella che parte da dentro e che proiettiamo all’esterno perché il nostro modo di vedere le cose parte dai nostri occhi. Il mio modo di affrontare il mondo è ‘’affrontarlo’’, quindi senza mai prendere le distanze da esso. Vivere e non sopravvivere.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e dove potremo ascoltarti dal vivo?

Dopo la partecipazione al Mi Ami Festival 2019, a giugno ci saranno diversi showcase di presentazione del disco. Questi sono i primi appuntamenti confermati: l’8 giugno a Comacchio – FE (Porto Garibaldi c/o Comacchio Beach Festival), il 12 giugno a Milano (Mondadori Megastore Piazza Duomo), il 21 giugno a Terni (Festa Europea della Musica – Spazi Caos c/o Fat Art Club), il 22 giugno a Milano (Festival Contaminafro), il 29 giugno a Sulzano – BS (Albori Music Festival), il 27 giugno a Roma (Festival Femminile Plurale ideato da Michele Monina e Tosca c/o Officina Pasolini), il 23 luglio a Soverato – CZ (Summer Arena), come opening act del concerto di Francesco De Gregori. Consiglio comunque tutti di seguire le mie pagine sui social per restare aggiornati sulle nuove date!

Raffaella Sbrescia

Mario Venuti presenta il nuovo album “Soyuz 10″. Intervista

Mario Venuti

Mario Venuti

Mario Venuti pubblica il decimo album di inediti “Soyuz 10” in 30 anni di carriera e lo fa con classe, sapienza e maestria. La sua è una scrittura senza tempo, elegante e corposa. Un preciso tratto distintivo di un artista che da sempre ama creare e vivere in modo autentico e lontano da sovrastrutture.
A raccontare il nuovo album è lui stesso con queste parole:
“Ho intitolato il disco in questo modo per cercare di andare oltre l’automatismo che in genere scandisce questo tipo di operazione. In questo caso ho lasciato che una sessione di registrazioni mi coinvolgesse al punto da mettermi al centro di una visione. Il protagonista di questo momento è stato un microfono Soyuz, particolarmente adatto alla mia voce. Ho quindi immaginato che proprio quel microfono potesse trasfigurarsi in una sorta di razzo che traghettasse la mia voce in altre dimensioni. Per concludere il tema dell’incontro e del relazionarsi tra le persone mi ha incoraggiato a scegliere il titolo”.
Il mood che scandisce questi brani è distensione e positività. Questo tipo di vibrazioni sono frutto della maturità e della prorompenza dell’esperienza. Ci sono molte canzoni d’amore incentrate sul concetto che gli umani hanno un bisogno disperato della componente emozionale, benchè oggi tutto sia fortemente condizionato dalla mente e dalla razionalità.
“Il mio rapporto con la musica è sempre stato naturale anche se con il tempo sono diventato più istintivo. Prima scrivevo da solo ed era un lavoro di sedimentazione, ora invece annoto piccole frasi, veri e propri frammenti su dei taccuini, ho delle basi armoniche e sono fanatico della melodia. Poi mi vedo con Pippo (Kaballà ndr) e tutto prende una forma più compiuta. Il plot diventa netto e la mia felice consuetudine raggiunge il lieto fine. Per spiegare questo processo in modo più concreto, l’ultima trilogia di album rappresenta l’esempio perfetto: il “Tramonto dell’occidente’ del 2014 era il disco della ragione (abbiamo volutamente messo da parte la componente emozionale per raccontare la società e la crisi). ‘Motore di vita’ del 2017 era un disco fisico in cui azione e ballo s’incentravano sulla riscoperta del corpo. Questo è chiaramente un disco del cuore, nato in posti di mare di fronte a grandi orizzonti marini tra Sicilia e Liguria con grande istintività e senza pc”.
“La mia vita personale è di basso profilo. Vivo in un quartiere misto di Catania e ho sempre preferito i contesti off limits. Mi piace il mio paradiso bohemien, faccio una vita tranquilla e mantengo intatto il legame con la mia terra e con la dimensione affettiva. Lì vivo e scrivo, Kaballà ormai è una certezza costante, è sempre bello condividere idee e pensieri con lui. Con Bianconi invece mi diverto molto, la sua presenza è diventata un rito scaramantico. Voglio che in ogni mio disco ci sia una canzone scritta da lui, una persona colta che stimo moltissimo”.
“I confini tra l’autobiografismo e la fiction sono sempre molto labili, trovo che sia giusto che sia tutto molto sfumato. Allo stesso tempo la mia nostalgia del futuro sta nel cercare di rapportare tutto all’oggi, offrire letture e punti di vista da prospettive diverse lasciando anche qualcosa di non detto. La tecnologia ci sovrasta ma l’unico antidoto possibile è instaurare un legame con elementi naturali, ritagliarsi spazi di disintossicazione. Ogni eccesso ha le sue controindicazioni.
Il mio linguaggio sta in bilico tra passato e presente, oggi si tende allo svacco, il mio è molto più raffinato. Vorrei istituire la giornata mondiale dell’immodestia, un giorno all’anno in cui ci si spoglia della finta umiltà. Vorrei semplicemente dire che un disco così, oggi, è veramente raro per eleganza, raffinatezza, ricerca musicale, armonica, testuale. Questo album è molto più suonato rispetto a “Motore di vita”. Qui c’è un’importante componente umana, ci sono musicisti veri, archi, fiati, ma sfido chiunque a produrre, oggi, un disco senza Pro-Tools e computer. Mi fregio di dire che è un album molto vario e pieno di riferimenti, sono portato a fare dischi variegati dal punto di vista stilistico, ho rinunciato all’idea di stare dentro uno spazio ristretto di azione, mi piacciono i dischi vari e infatti il mio preferito dei Beatles è ‘Revolver’, che contiene di tutto un po’.
Non mi preoccupo delle tendenze, i social sono un’appendice, una sovrastruttura. Il nocciolo rimangono le canzoni, domani resteranno solo quelle a prescindere dal resto che rimane del materiale che si consuma in giornata.
Se penso ai nuovi cantautori, sinceramente non penso a una rottura con il passato, anzi. Sono convinto che l’attuale scena pop sia la naturale prosecuzione di quanto abbiano insegnato i primi maestri del cantautorato italiano. Lo stesso Tommaso Paradiso si rifà apertamente a Carboni, Venditti, il primo Vasco. Poi penso a Brunori, ovvero la summa del cantautorato classico italiano: Gaetano, Battisti, Dalla, De Gregori ben miscelati e serviti. C’è un filo che lega le canzoni di oggi a quelle di ieri e questi artisti ne sono la prova dimostrata”.
Raffaella Sbrescia

La terra sotto i piedi: intervista a Daniele Silvestri. “Torno a sporcarmi le mani per sentirmi giusto”.

La terra sotto i piedi

Dopo aver conquistato il “Premio della Critica Mia Martini”, il “Premio della Sala Stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla” e il “Premio per il Miglior Testo Sergio Bardotti” al Festival di Sanremo, Daniele Silvestri torna con un nuovo album di inediti intitolato “La terra sotto i piedi”. Il cantautore arriva a 25 anni di carriera come un fiume in piena di contenuti. Dopo la parenti poetica di “Acrobati”, Daniele Silvestri si fa politico, torna a sporcarsi le mani e desiderare di sentirsi giusto. Affronta il nuovo mondo con lucida critica e inguaribile ironia attraverso 14 canzoni racconti di grande impatto evocativo. Daniele accetta la paura, l’imperfezione e mette giù dei testi che parlano chiaro a riguardo. Il tutto si muove attraverso un registro compositivo vario: elettronica, rap e cantautorato convivono in disco fortemente lavorato. Le rifiniture relativa alla post-produzione sono artigianali, c’è lavoro di fino in questo lavoro e, non a caso, diversi sono i super musicisti che vi hanno preso parte. Si va dal sax di James Senese alla chitarra di Niccolò Fabi  al violino di Rodrigo D’Erasmo passando per i fiati di Enrico Gabrielli e la batteria di Fabio Rondanini. Sarà prezioso scoprire come tutto questo prenderà vita nel primo tour di Daniele Silvestri nei Palasport che partirà con due date da Roma il 25 e 26 ottobre.

Intervista

“La terra sotto i piedi” da cui nasce questo album è Favignana. Raccontaci questa scelta e i passaggi che hanno segnato la genesi di questo lavoro.

Il disco ha avuto una lunga gestazione e il suo cuore pulsante sta proprio nell’isola di Favignana e non è un caso. Quello è un luogo che amo particolarmente e piaceva l’idea di trasformare una casa in uno studio. Ci sono posti in cui senti che l’organismo reagisce in un modo particolare e dato che in genere voglio che le persone che lavorano con me diano un contributo emotivo, passionale e autentico, ho voluto che ci fossero che condizioni esterne migliori per stimolarle al meglio.

La terra in calcarenite di Favignana nasconde un’infinità di cave scavate dai Fenici, la roccia su cui si poggia ha qualcosa di magico, esoterico. Ci siamo semplicemente nutriti di questa energia in quegli 8 giorni che per me e la mia Magical Myster band resteranno indimenticabili.

Da qui il titolo dell’album…

Il titolo è in parte in contrasto con “Acrobati” in cui parlavo tanto della mia vita. Con questo album mi è tornata la voglia di guardare le cose da vicino, non riesco a non sentire di avere cose da dire. La vita mi ha ripreso con forza, mi ha dato tre schiaffi in faccia e mi ha spinto a cercare cose concrete e a sporcarmi le mani. In una società in cui manca la solidità, in cui ci sentiamo spesso impreparati a vivere questo nuovo mondo, cerco un pensiero etico. Non è nostalgia, è bisogno di sentirsi giusti.

Approfondiamo questo discorso.

C’è poca autorità, poca credibilità e un profondo gap generazionale. Combatto questo rischio credendo nel fatto che le nuove generazioni possano ricercare la concretezza in modo istintivo, anche senza conoscerne il nome. Ci vuole costruzione, ragionamento, impegno. Comincio a intravvedere qualche segnale, anche senza un pensiero preciso dietro e senza una ideologia. Per questo credo che un’inversione di rotta sia ancora possibile.

Come hai vissuto in prima persona questo ultimo periodo?

Alla fine di “Acrobati” ero sicuro di uscire ancora con un disco entro un anno. Avevo molte cose da parte, erano anche robe che consideravo importanti ma all’improvviso mi si sono sgretolate tra le mani. Mi sono preso del tempo per capire cosa stesse succedendo intorno a me. Negli ultimi anni sono cambiate tante cose, c’è stato un ricambio fortissimo anche a livello mainstream con nuove cifre stilistiche. Ci sono nuovi movimenti musicali che prescindono da quelli che li hanno preceduti, mi sono messo ad ascoltare un sacco di roba per quasi un anno. Anche da qui nasce il brano “Blitz Gerontoiatrico”, mi sono messo a studiare la scena trap, anche per cercare di capire i miei figli. Aldilà dell’evidente schiacciamento dei contenuti verso il basso, la cifra non mi dispiace neanche, mi sono divertito a fare il nonno che suggerisce.

E poi c’è la miniera di sorprese: Il principe di Fango.

Mi sono ripromesso di non parlare di questa canzone, preferisco che ognuno trovi il suo significato in questo piccolo scrigno di parole.

In “Complimenti ignoranti” e più in profondità in “Tempi modesti” non ti risparmi nel criticare i social network e i nostri nuovi costumi.

Mi sono divertito a parlare di me e autoinsultarmi. Non demonizzo la tecnologia, ho visto tanti colleghi vivere con il vero e proprio terrore dei social. Da noi questa situazione è più evidente che altrove ma non so dire bene il perché. C’è stata un’epoca molto lunga in cui la voce dei cantautori era di sinistra. Era facile riconoscersi e indossare bandiere e colori. Nel momento in cui tutto questo è crollato e diventato più difficile capire da che parte stare. Tutto è labile, tutti stanno in bilico. Personalmente mi sento facilmente collegabile a iniziative locali, non ho mai smesso di usare la mia testa. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è il mio sostegno a Emergency che quest’anno festeggia i 25 anni. Naturalmente prenderò parte ai festeggiamenti indetti da Gino Strada. Tutto questo discorso mi porta a pensare che la tecnologia stia ridisegnando la specie e stara a noi cercare di sfruttare queste connessioni per creare dei movimenti di pensiero e di lotta senza confini.

Cosa provi nello scrivere cose scomode e di rottura?

Il motivo per cui scrivo è parlare di quello che mi fa soffrire i gioire, non so fare altro. Naturalmente certe cose arrivano a un punto di rottura, non è possibile che non si rompa qualcosa. Siamo un paese che sonnecchia da sempre, siamo a un passo dal default e abbiamo cominciato a vedere quanto possa essere facile che accada. Ci sono derive a cui sta arrivando la politica che ci ricordano molto da vicino sentimenti e pensieri poco edificanti di neanche così tanti anni fa. Come si fa a fare un mestiere in cui provi a entrare nelle cose e nei pensieri senza avere un’opinione? Nel mio io più profondo tendo comunque a credere che l’essere umano sia meglio di come sembra in questo momento.

Come nasce la tessitura strumentale di questo tuo nuovo lavoro?

Sono partito con l’idea precisa di fare il contrario di quanto fatto in “Acrobati”. In quel caso volevo rispettare la purezza creativa dei brani, qui invece è tutto fortemente processato. Il mio obiettivo da raggiungere era quello di lasciare che non si sentisse la band, la purezza strumentale arriva insieme all’intervento orchestrale. Le fondamenta sono concrete, l’artificio è nell’uso dell’elettronica, la poesia creativa arriva alla fine con l’orchestra che completa il quadro in modo completo. L’unica persona che vive ogni giorno con me ed è ancora più matto di me è Daniele Tortora, alias il Mafio. Il mio fonico ha dedizione e maniacalità, sa che queste mie idee sono quasi impossibili da realizzare dal vivo. A Sanremo “Argento vivo” che è un’esplosione strumentale, si è potuta fare grazie all’orchestra. In tour sarà diverso, potrò cogliere l’anima e l’essenza dei brani trovando un nuovo modo di farle ascoltare.

A proposito di tour, finalmente arriva la tua prima volta in solo nei Palasport.

Sì, sarà il mio modo per usare nuove armi oltre la band. Troverò nuovi mezzi per ottenere risultati sorprendenti. In questo momento sono nella fase dell’impossibile. Vorrei riempire i palasport in maniera anomala ma non posso ancora svelare nulla perché tutto potrebbe cambiare. Il mio bilancio è positivo a prescindere. Non ho mai dato niente per scontato, non mi sono mai immaginato al centro dei riflettori sul palco. Ho sempre voluto vivere facendo quello che ho fatto fino a oggi. Magari mi manca un po’ il periodo in cui facevo semplicemente il tastierista e suonavo senza responsabilità per vivere l’energia della musica in modo più libero e immediato ma in questo momento mi diverto a fare il mio mestiere e continuerò a farlo al mio meglio.

Raffaella Sbrescia

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