La carica creativa di Marco Mengoni esplode in “Atlantico”. Le dichiarazioni fiume dell’artista.

Marco Mengoni

Marco Mengoni

Apertura, ricerca, emotività sono i tre concetti chiave che potremmo usare per parlare di “Atlantico”, il nuovo album di Marco Mengoni in uscita il 30 novembre 2018 per Sony Music.
L’artista ha presentato questo nuovo progetto alla stampa questa mattina alla Torre Velasca di Milano e per l’occasione ha voluto creare un percorso di attraversamento e di avvicinamento alla sua nuova musica con un Festival patrocinato dal Comune di Milano. Tutte le forme di arte sono state ingaggiate all’interno di una serie di happening, mostre e installazioni ricche di contenuti ispirati ai testi e alle musiche di “Atlantico”.
“Dopo aver investito energie in un progetto molto lungo, ero scarico, avevo necessità e voglia di ricrearmi, fare le cose con lentezza per poterle capire sino in fondo. Ho fatto tanti viaggi, sia mentali che pragmatici, mi sono staccato dalla quotidianità e mi sono ritagliato degli spazi da solo. Sono entrato in contatto con tante culture diverse, ho assorbito influenze diverse, mi sono ritrovato a sorvolare spesso l’Oceano Atlantico e, guardando quanti paesi ne sono bagnati, ho voluto che il titolo del disco riportasse proprio il nome del secondo oceano più grande del pianeta.
In questi due anni e mezzo sono cresciuto e sto crescendo, sono rimasto spesso da solo con i miei pensieri e ho avuto modo di vivere esperienze che non pensavo potessi vivere se non ascoltandole da altri.
Per prima cosa sono andato a Cuba, ho voluto scoprire un posto che volevo toccare con mano, mi sono fatto raccontare tanto di una storia difficile, sono andato alla scoperta delle origini della tradizione salsera e rumbera. Mi sono lasciato affascinare da testi pesanti come macigni vestiti di allegria e ho messo da parte quelle suggestioni per inserirle anche nelle mie canzoni. Non so se ci sono riuscito ma ho cercato di fare esattamente questo.
Una delle persone che più di tutte mi ha aiutato a decodificare le emozioni e gli appunti di questi viaggi è Fabio Ilacqua a cui ho cercato di trasmettere quello che di volta in volta vedevo. Così come quando sono stato per un periodo a New York, una città incredibile, piena di energia, in cui sono arrivato con la testa piena di domande a cui cercavo di dare delle risposte. Mi sono sentito solo in una città che offre tantissimo, ho seguito un percorso di autoanalisi dentro di me, ho analizzato cosa fossi riuscito a fare finora e cosa mi fossi perso. E così è venuto fuori il concetto di lentezza, inteso con accezione positiva. Mi sono anche arrabbiato con me stesso perché mi sono reso conto che quando mi succedevano delle cose importanti, nel lavoro e nella vita, ho sempre seguito l’istinto di mettere da parte le cose che fanno più male e i sentimenti più brutti. Da questo percorso molto duro sono quindi nati dei pezzi incentrati sul concetto di contrasto, un termine così distante dal mio imprinting educativo che, ripetuto così tante volte, viene svilito del suo stesso significato.
Video: Marco parla del brano “Hola”

A questo punto del percorso creativo, è sopraggiunto il concetto di condivisione: mi sono sbloccato nella mia intimità artistica, non è mai successo che collaborassi con altri artisti in un mio album, in questo caso non ho voluto ragionare tanto sulle cose, a 30 anni ho capito che è inutile l’individualismo, quindi ho scelto di condividere il brano con Tom Walker, gli ho dato massima libertà, l’ho spinto a fare quello che voleva. Ha scritto un inciso completamente diverso e il risultato è “Hola” (I say).
Sulla scia dei miei viaggi è nata anche “Amalia”, una canzone ispirata alla figura di Amalia Rodriguez, luminare del fado portoghese. Ho cercato le origini, le tradizioni, ho immaginato le donne che vedevano partire i propri mariti senza sapere se e quando sarebbero tornati. Ho quindi iniziato a scrivere il brano per poi vestirlo con il contrastante ritmo della cultura brasiliana facendomi supportare dai Selton e da Vanessa Da Mata.
Successivamente sono andato in studio dal Maestro Mauro Pagani con i miei musicisti di sempre e abbiamo cercato gli arrangiamenti più giusti per queste storie. Il disco si è praticamente prodotto da solo anche se dopo due mesi di suoni, sono andato a cercare dei produttori stranieri e i Rudimental hanno risposto alla mia chiamata per arrangiare il brano “Rivoluzione”; un pezzo che parla di me in prima persona e di come sono arrivato a oggi.
 
Tra i personaggi importanti di questo album c’è anche Adriano Celentano con un bel cammeo ne “La Casa Azul”, un brano che ho dedicato alla meravigliosa figura di Frida Kahlo. Adriano è stato subito entusiasta, naturalmente ha fatto quello che voleva e non a caso si inserisce nel brano subito tipo un shhhh di invito al silenzio. Credo che senza di lui non sarei stato in grado di omaggiare fino in fondo un’artista tanto incredibile quanto Frida.
L’ultima dedica del disco è a Muhammad Alì, nel mio percorso mi sono sentito tante volte debole e ho sentito l’esigenza di documentarmi su chi nella storia non ha mai avuto paura di salire sul ring. Muhammad rimane un punto di riferimento anche oggi e vorrei che lo conoscessero anche i ragazzi che non hanno avuto la fortuna di nascere quando lui incantava il mondo con le sue battaglie.
Il disco si chiude con “Dialogo tra due pazzi”: una relazione tra due persone che non sono normali che in realtà è l’occasione per chiedersi cosa sia in realtà la normalità. Un pezzo in cui si può ritrovare davvero chiunque.
Per quanto riguarda la lavorazione in studio, posso solo dire che il Maestro Pagani ha qualunque strumento, lavorare con lui è stato ancora più stimolante. Io e i miei musicisti di sempre stiamo crescendo insieme, abbiamo tutti e quattro la stessa età, mi accompagnano da 15 anni a questa parte, essere in studio con loro è stato fondamentale perché ho potuto esprimermi nella mia nudità più totale, sanno cosa voglio e siamo messi lì come ai vecchi tempi seduti in circolo. Ci siamo scontrati su tante cose, sulle ritmiche e sulle influenze sonore di mamma Africa, ci siamo misurati anche tempi ritmici molto complessi e siamo cresciuti professionalmente tutti insieme anche in questa occasione.
Video: Marco e il pubblico estero

 
A chi mi chiede se questo album nasce e si configura come progetto internazionale, rispondo che il disco esce in contemporanea in molti altri paesi con un’edizione incisa completamente in spagnolo oltre a quella italiano. A breve ci saranno 5 anticipazioni dal vivo per quello che ad aprile e maggio sarà il vero e proprio tour di cui ho disegnato il palco ben 3 anni fa ormai. Ho sentito vociferare di concerti negli stadi ma io e il mio team abbiamo deciso di fare un passo indietro. Il percorso continua nei palazzetti perché è più giusto, perché il disco si sposa meglio con quel tipo di intimità e perché per gli stadi c’è tempo. Studierò il modo per far arrivare questi miei nuovi messaggi al meglio, vorrei creare un percorso sensoriale che possa riportare le persone all’interno della musica e viverla come esperienza completa. Queste mie nuove idee hanno trovato terreno fertile anche in altri progetti: la partnership con National Geographic per la salvaguardia del pianeta contro l’abuso della plastica, con Casa Chiaravalle, un ex proprietà confiscata alla malavita, oggi luogo di accoglienza, a cui andranno i ricavati dell’Atlantico Fest.
Marco Mengoni al pianoforte - Secret show - Atlantico

Marco Mengoni al pianoforte – Secret show – Atlantico

Forse queste idee mi sono venute dopo essermi costretto a stare da solo, a pensare a quello che mi era accaduto, a dare il giusto peso alle sensazioni di quel periodo. Mi sono preso tempo per seguire delle cose e per prendermi cura delle persone che mi stanno vicino. La cosa che mi più mi fa arrabbiare è il concetto di c’è tempo. In alcune occasioni ho lasciato che il tempo scorresse piuttosto che fare qualcosa, la lentezza serve per ragionare, la velocità serve per rispondere e agire. Non so se ci sarà una vita dopo ma da oggi vorrei lavorare per non perdermi più niente”.
 
 Raffaella Sbrescia

LA TRACKLIST

 

  1. VOGLIO
  2. HOLA (I SAY) feat. Tom Walker
  3. BUONA VITA
  4. MUHAMMAD ALI
  5. LA CASA AZUL
  6. MILLE LIRE
  7. INTRO DELLA RAGIONE
  8. LA RAGIONE DEL MONDO
  9. AMALIA feat. Vanessa Da Mata & Selton
  10. RIVOLUZIONE
  11. EVEREST
  12. I GIORNI DI DOMANI
  13. ATLANTICO
  14. HOLA
  15. DIALOGO TRA DUE PAZZI

Il ritorno di un’icona: Raffaella Carrà presenta “Ogni volta che è Natale”. Con lei è impossibile annoiarsi. Intervista

Raffaella Carrà_copertina album
Natale è alle porte e con le festività anche i dischi natalizi iniziano ad arrivare. Stavolta però c’è una sorpresa. L’iconica Raffaella Carrà torna in scena con “Ogni volta che è Natale” (Sony Music). A presentare questo variegato lavoro è lei stessa con la verve e la carica anticonformista che la contraddistinguono da sempre.
“Vorrei fare un augurio valido non solo per questo Natale – racconta la Carrà alla stampa- vorrei che si buttasse nel cestino il verbo litigare. La lite finisce nella violenza e a pagare siamo noi donne nella maggior parte dei casi. Agli uomini chiedo di essere più comprensivi e alle donne chiedo di contare fino a 100 prima di sfociare in una lite. A questo aggiungo che bisogna rifiutare sempre l’ultimo appuntamento che  è e rimane sempre il più pericoloso”.
A proposito dell’album, l’artista racconta: “Non avevo intenzione di cantare, poi la Sony ha cominciato a farmi notare che non avevo un album di Natale nel mio repertorio. Dopo un periodo di vacanza mi sono messa ad ascoltare i 70 brani che mi hanno proposto e pian piano mi sono convinta visto che il repertorio c’era. Nel disco c’è anche l’inedito di Daniele Magro, un brano che ho chiesto io. Direi che in generale mi sono molto divertita, ho fatto praticamente quello che volevo, mi hanno dato totale libertà e insieme a Valeriano Chiaravalle abbiamo cambiato gli arrangiamenti di tante canzoni famose. Mi sono sentita proprio bene a mio agio ma, se proprio devo trovare il pelo nell’uovo, vi dico che avrei voluto tanto cantare un brano raggaeton ma non hanno voluto farmelo fare. Ditemi voi, cosa c’era di intoccabile in un brano come “Feliz Navidad”? Quasi quasi lo canterei per sfregio in televisione”. (ride ndr).
Scendendo poi nei dettagli del track by track dice: “C’è tanto da ballare in questo album, si va dal pezzo popolare spagnolo in una rumba che nasce dall’Andalusia, alla versione di Stefano Magnanenzi di “Merry Christmas”, alla mia versione di Hallelujah che ho cantato insieme a due giovani soprano che hanno dato il loro meglio, passando per Happy Christmas, la versione valzer del grande classico di John Lennon in cui mi accompagnano i bambini del Coro Dell’Antoniano. Questo disco, insomma, non poteva cantarlo nessun altro, almeno non in questo modo, quando lo ascolto sono io, questo è il mio stile”.
Non sono Natale per la Carrà che non perde l’occasione per qualche toccante momento amarcord: “Milano mi ha sempre portato fortuna. La prima volta sono arrivata in città per Fantastico III. Mi sentivo una fuori sede, ero nata artisticamente a Roma, il primo giorno mi sentivo persa e ho pianto. Poi sono riuscita a coinvolgere il mio amico Corrado per vivere insieme quell’avventura televisiva e fu un grandissimo successo. Ecco, oggi spero che Milano porti fortuna anche a questo album, ho dischi d’oro e di platino nel mio ufficio ma ho uno spazio che vorrei riempire e lavoro anche con l’obiettivo di prendermi questa ulteriore soddisfazione”.
E se qualcuno le chiede cosa avessero di così speciale le sue hits dal fascino eterno, Raffaella risponde così: “Con Fiesta ero impazzita per la Spagna e ho voluto dedicarle una rumba. Mi scatenavo, mi divertivo troppo, non riuscivo a stare ferma davanti al microfono. “Rumore” poi non ha tempo, è una canzone unica, è un pezzo dalla magia che resiste ai decenni. Se la gente mi scrive ancora che con questo pezzo ritrova il buonumore, probabilmente sarà vero! Le mie canzoni erano scritte da Gianni, l’ironia è sempre stata la chiave di tutto. Io stessa non ci credevo fino in fondo, il segreto è non tirarsela sennò se si è rovinati. L’importante è avere il coraggio di essere se stessi. Se poi vogliamo pensare alla musica in generale, io credo che la musica abbia canzoni belle e canzoni brutte. Ciò che conta che non venga fatta a tavolino ma che sia sincera, la melodia è la chiave del passaporto per fare il giro del mondo.”
Video: Raffaella Carrà presenta l’album “Ogni volta che è Natale”

Incorpora video

Impossibile pensare a Raffaella Carrà senza considerare il suo ruolo rivoluzionario nell’ immaginario collettivo: “Per me era normale, dice lei, sia in Spagna che in Italia mi riconoscono questa rivoluzione ma io non vivo di sovrastrutture. In me c’è una parola che mi ha fatto pagare certe scelte ed è la libertà. Mi sono presentata per quello che ero ma c’era da avere coraggio per essere liberi, devo dire che in varie occasioni ho trovato degli uomini che hanno creduto in me. Prima il rapporto tra sessi non era paritario, io ho avuto questa fortuna e me la sono giocata alla grande. Il pubblico femminile mi segue con particolare attenzione, io sono con loro, non mi servono tante parole e quando posso lo dimostro sempre, soprattutto nel mio privato. Non mi interessano le onirificenze, il mio aver fatto da ponte culturale tra Italia e Spagna mi ha gratificato molto ma il premio più importante è che la gente mi voglia bene anche se non mi vede in televisione. Ho un credito con il mio pubblico e non l’ho mai tradito, con me non si sgarra, non sono stata raccomandata, non mi interessa il Cavalierato del lavoro, mi fregio del fatto che in 50 anni di televisione ho conquistato il cuore di tantissime persone”.
Inevitabile chiedersi a questo punto com’è il Natale della Carrà: “Se sono a Roma non posso rinunciare agli spaghetti col tonno tanto amati da Mastroianni. Non ho mai passato un Natale triste da bambina anche se i miei erano separati. Adesso mi diletto a fare i pacchi e se non riesco a vedermi con i miei cari durante le feste, celebriamo il nostro Natale in un altro momento solo nostro. Mi piace fare regali quando so cosa piace alle persone a cui tengo, per me invece va bene tutto basta che non sia qualche soprammobile inutile. Faccio regali mirati e mi dedico molto agli altri, mi piace esserci per chi soffre durante tutto l’anno”.
Raffaella Sbrescia

Eros Ramazzotti presenta il nuovo album “Vita ce n’è” al Castello Sforzesco di Milano.

Eros Ramazzotti @ Castello Sforzesco - Milano

Eros Ramazzotti @ Castello Sforzesco – Milano

Un anno e mezzo di lavoro, nuove idee e tanti giovani confluiscono in “Vita ce n’è”, il nuovo album di Eros Ramazzotti che ha presentato questo suo 15esimo lavoro in carriera nella suggestiva Sala della Balla del Castello Sforzesco di Milano, aperto in notturna solo per ospitare questo speciale evento mediatico inserito nell’ambito della Milano Music Week. Eros torna in scena con un disco positivo che vedrà la luce in più di 100 paesi nel mondo. A febbraio 2019 l’avventura live vedrà il cantautore romano in giro per i 5 continenti, senza considerare che sono già stati venduti oltre 200.000 biglietti in Europa e che il tour americano verrà annunciato il 3 dicembre.
Da Don Bosco a Roma ai palchi di tutto il mondo, Eros Ramazzotti ne ha fatta di strada in questi suoi 55 anni di vita eppure mantiene sempre intatto quello spirito naturale e spontaneo di chi vive la vita in maniera genuina e semplice. “Con questo album volevo dare un segnale positivo in un momento storico molto particolare per tutti noi”, spiega Eros alla platea di giornalisti e al compagno di palco per la serata Pippo Baudo. “In questa tracklist ci sono 15 canzoni d’amore, con testi semplici che arrivano subito al cuore. Ho lavorato per costruire qualcosa di immediato e di efficace. Il disco è dedicato all’amico fraterno Pino Daniele di cui noi tutti sentiamo la mancanza e contiene tre featuring internazionali: ci sono Alessia Cara, una italo-canadese spesso al centro di situazioni artistiche di prestigio, Helene Fischer, artista nota in Germania e Luis Fonsi che m ha sempre dimostrato grande stima”.
Eros Ramazzotti @ Castello Sforzesco - Milano

Eros Ramazzotti @ Castello Sforzesco – Milano

Tornando ai temi del disco, quello che salta all’occhio è il desiderio di tranquillità e positività che traspare un po’ da tutta la lavorazione e dalle scelte che sono state portate avanti: “La produzione musicale è al passo con l’evoluzione tecnica di questa epoca ma è anche la risposta a quello che veniva dal mio istinto. Per la produzione mi ha dato una grande mano Antonio Filippelli con un sound contemporaneo e leggermente più schiacciato. Tra le tante collaborazioni presenti nell’album c’è prima di tutto quella con Federica Abbate che ha collaborato alla scrittura di sette canzoni del disco, poi ci sono Cheope, Dario Faini, Paolo Antonacci di cui posso dire che è un bravissimo autore: inizialmente scriveva cose molto lunghe, praticamente delle suite da 8-10 minuti, gli ho spiegato che per fare canzoni pop bisognava lavorare in un altro modo. Successivamente mi ha portato ‘Due volontà’, pensava di inciderla lui, ma l’ho voluta io perché mi è piaciuta molto”. Tra gli altri autori figurano anche Enrico Nigiotti, Fortunato Zampaglione, Bungaro, Cesare Chiodo, Stefano Marletta, Edwyn Roberts, Mario Lavezzi e Mogol, un mix di autori del nuovo pop nazional-popolare e classici. Fra questi ultimi non manca una sorpresa: Lorenzo Chreubini Jovanotti è infatti l’autore di ‘In primo piano’, nata da un provino che Lorenzo aveva inviato due anni fa a Eros e che oggi vive sotto una luce pop con il benestare del Jovanotti nazionale, protagonista anche di un video proiettato in sala.

Video: Vita ce n’è


Dei 25 brani prodotti, solo 15 sono finiti nella tracklist finale. Tra questi c’è “Buon Amore”, dedicata alla figlia Aurora Ramazzotti che finalmente ha trovato l’amore vero e che fa stare tranquillo anche papà Eros. Il brano più delicato è invece “Dall’altra parte dell’infinito”, una lettera a un figlio morto nata dopo avere letto sul Corriere la storia di un padre che ha perso il figlio a causa della leucemia. Poi la cinica “Per il resto tutto bene”: Un’ analisi lucida e spietata degli usi e costumi della società contemporanea. Una denuncia dei vizi, miopie e prepotenze disumane.

Infine il già conclamato tour mondiale in cui Eros porterà con sé Eric Moore (batteria), Luca Scarpa e Giovanni Boscariol (tastiere), Corey Sanchez e Giorgio Secco (chitarre), Paolo Costa (basso), Scott Paddock (sassofono), Monica Hill, Christian Lavoro e Giorgia Galasso (cori), un mix di musicisti italiani e americani per non lesinare mai sulla qualità di uno spettacolo pensato per lasciare un ricordo duraturo di tutti coloro che vorranno andare ad ascoltare Eros.
Raffaella Sbrescia
 
Tracklist
1 PER IL RESTO TUTTO BENE
2 VITA CE N’È
3 VALE PER SEMPRE feat. ALESSIA CARA
4 SIAMO
5 IN PRIMO PIANO
6 TI DICHIARO AMORE
7 PER LE STRADE UNA CANZONE
feat. LUIS FONSI
8 UNA VITA NUOVA
9 HO BISOGNO DI TE
10 DUE VOLONTÀ
11 NATI PER AMARE
12 DALL’ ALTRA PARTE DELL’INFINITO
13 BUONAMORE
14 AVANTI COSÌ
SPECIAL TRACK
15 PER IL RESTO TUTTO BENE
feat . HELENE FISCHER

Giorgia presenta l’album di cover “Pop Heart”. Duetti, sorprese, ricordi e lati nascosti

Giorgia

Giorgia

Uscirà il 16 novembre “Pop Heart”, il nuovo progetto artistico di Giorgia. La cantante si mette in gioco con un album di cover, le stesse che hanno scandito i suoi primi passi nel mondo della musica. In tracklist ci sono alcuni di quei brani che la cantante romana ha scoperto grazie al suo papà che cantava nei club e nei locali di zona. Altri sono arrivati come fulmini a ciel sereno in età adulta. Altri ancora magari verranno con un possibile volume 2.

“Il titolo è arrivato alla fine del disco quando ho tirato le somme e mi sono resa conto di aver fatto delle scelte di cuore; un cuore profondamente pop. Quando ero giovanissima, mi sceglievo le canzoni che mi piacevano, ero schizofrenica, mi sono specializzata in soul e ryth’m & blues poi i miei gusti si sono evoluti. In questi 15 anni ho trovato difficoltà a dare una coerenza, a seguire un ordine di tempo o di genere. Ecco perché questa tracklist nasce da cose che mi sono appartenute nel tempo e che mi riportano a momenti della vita importanti. Tutto diventa pop nel momenti in cui un qualcosa di tuo può essere condiviso con altri”, racconta Giorgia.

“Non è facile cantare le canzoni degli altri. Speso a fine concerto mi diverto a farlo ma, un conto è farlo live insieme al pubblico, un altro è incidere qualcosa che resterà. Per questo lavoro, mi sono ascoltata le canzoni con molta attenzione, non mi sono imposta di dare qualcosa di mio. Ho rispettato le versioni originali cercando di farle mie il più possibile. Più che concentrarmi sull’uso della voce, ho messo l’accento sui testi. Per me è stato un esercizio interpretativo finalizzato a mettere in evidenza il sentimento. Questo è l’aspetto che mi interessa di più in questo momento. Dopo tanti anni di tentativi e di esperimenti, alla fine impari che la voce veicola e trasmette le tue emozioni anche se il a tenere le fila di tutto questo discorso è il fiato. Se ne hai il controllo, puoi crederci e dare una sensazione precisa a chi ti ascolta cantare”.

“In questo lavoro ho voluto cantare cose che il pubblico non avesse già ascoltato. Insieme a Canova ho cercato degli arrangiamenti che, pur rispettando la versione originale, ci trasmettessero un plus. Io stessa ho cestinato tanti brani in cui non mi ci sentivo. Questo album nasce confidando nel futuro, non c’è ancora un volume 2 ma è un strada che mi sono lasciata aperta. Potrebbe essere un classic heart o un black heart”.

POP HEART - Giorgia_Cover

POP HEART – Giorgia_Cover

“Tra i brani più belli e più difficili c’è sicuramente “I Will Always love you” di Whitney Houston. All’inizio la ritenevo intoccabile poi, in virtù del fatto che io ero una sua fan mitomane, dall’alto della mia antica pretesa di capirla, ho voluto cantare qualcosa di suo per omaggiarla. Il brano che ho scelto non è neanche quello che amo di più, ne ho fatte altro più r’n’’b ma questo è il manifesto della sua carriera. Il brano è del ‘92 e segna la fine di un momento. Dopo quel pezzo sono cambiate tante cose nella mia vita, all’inizio lentamente poi più velocemente. Avevo la sua versione originale stampata nelle orecchie, ho voluto fare quella più difficile, all’inizio non ci arrivavo, avevo la gola chiusa poi pian piano sono entrata nel pezzo, ho fatto pace con la responsabilità e dopo 6-7 tentativi, sono riuscita a trovare la mia versione”.

Il duetto più inaspettato è quello con Tiziano Ferro ne “Il conforto”: “Forse vi sarà sembrata una scelta inconsueta, visto che il brano è molto recente. Ma d’altronde perché no? Si tratta di una bella canzone, ben costruita per un duetto. La versione con Carmen è magnifica ma mi piaciuto cantarla con Tiziano. Avevo voglia di duettare con lui da tempo, ci siamo andati vicini parecchie volte e questa è stata l’occasione per omaggiare una bella canzone. Abbiamo ricantato il brano a Milano, Tiziano era felicissimo, ci siamo divertiti a fare quello che ci piace e che nasce dalla nostra matrice comune”.

Video: Le tasche piene di sassi

Gli altri duetti sono camei: “A Elisa ho chiesto di fare Ligabue ed è stata molto dolce sebbene fosse impegnata con l’uscita del suo disco. Mi piace molto il fatto che quando cantiamo insieme nel brano non si capisca chi è chi. Nel brano di Eros ho cantato una tonalità molto diversa, a lui ho chiesto un colore per creare una cifra che avesse il suo benestare. Il suo timbro rimette le cose a posto. Poi ci sono delle chicche: c’è la bellezza assoluta di “Anima” di Pino Daniele, l’attualità di Vasco Rossi, l’originalità di Mango ( del suo brano mi piace pensare che se l’avesse fatta oggi, l’avrebbe fatta proprio così come adesso). Tra le sorprese c’è il contributo di Benny Benassi in “I Feel love” di cui mi ha promesso una versione extended. Questo brano l’ho scoperto ascoltando una delle cassette di mio padre per i night. Ricordo che mi flashò con questa intro di un quarto d’ora. Donna Summer aveva una modernità assurda, faceva cose proibite a quel tempo e cantava con una sensualità pazzesca. Dovevo fare un suo brano, è una parte di me che c’è e resiste. Poi c’è “L’essenziale” di Marco Mengoni: io e Marco abbiamo un passato in comune ed è come se fossimo parenti. Scherziamo tanto insieme su un terreno comune e abbiamo un bellissimo feeling, spesso gli dico “Sembro te, che sembri me, che sembro te”. In “Come neve” ricordo questo divertente aneddoto: pensavo di essere troppo alta perché lui non si sentiva, alla fine era lui che cantava ed io che si trattasse della mia voce”.

“Mi piacerebbe che qualcuno di questi artisti venisse a trovarmi in tour ma sarà difficile, molti sono impegnati nei rispettivi tour. Il mio live partirà ad aprile, il palco non sarà centrale, mi sono fatta già troppi chilometri (ride ndr). Ci sarà più leggerezza e ci divertiremo a trovare formule per suonare con agilità sul palco. A brevissimo, e per l’esattezza il 23 novembre, canterò nel Duomo di Milano per un evento benefico organizzato dall’Associazione “Per Milano”, in collaborazione con il Comune e con la Caritas Ambrosiana finalizzato al raccoglimento di fondi da destinare ai bimbi disabili. Per la prima volta sarò in Duomo, con me ci sarà la mia band ma anche l’Ochestrs Roma Sinfonietta con 50 elementi coordinati dal Maestro Valeriano Chiaravalle. Canterò “Come saprei”, “Di sole e d’azzurro”, “Gocce di Memoria”, “E poi”, “Credo”, “Le tasche piene di sassi”, “Anima” e un’immancabile “Ave Maria” (sto studiando la versione di Andrea Bocelli). A chiudere “You make me feel like a natural woman”. Il tutto mentre vestirò un elegantissimo abito Dior”.

“La morale a tutto questo lavoro è che l’importante sia che l’emotività arrivi. Nella vita non c’è matematica, non ti avvisa di nulla. Spesso mi è capito di capire di trovarmi in un altro punto della mia vita, ho imparato a vedermi in un altro modo, a vivere momenti di sconforto per poi ricominciare. La mente fa la differenza e incide sul canto. Se canti pensando, canti male. La parte che deve arrivare non ha un nome, o c’è o non c’è e la raggiungi attraverso un lavoro interiore.”

 Raffaella Sbrescia

Mia madre odia tutti gli uomini: Maldestro si mette a nudo in un album di alto livello. Intervista

Mia madre odia tutti gli uomini_cover

Mia madre odia tutti gli uomini_cover

“Mia madre odia tutti gli uomini” è il titolo del nuovo album di Maldestro. Il cantautore napoletano compie un importante upgrade compositivo che lo pone subito al centro della scena cantautorale italiana. Il fulcro di queste nuove 10 canzoni prende spunto da pezzi di vita vissuta, quella di Maldestro, che sceglie di spogliarsi del dolore, dello sporco, del veleno e dell’inquietudine e, nel farlo, apre lo scrigno delle parole. Coadiuvato da Taketo Gohara alla produzione artistica, Maldestro trova i vestiti più accattivanti e più originali per i suoi flashback autobiografici. Si va dal ritmo blues de “Il seme di Adamo” al naufragio tra le paure di “Spine”. “Difendiamoci dalle insidie del futuro, da soli non si può combattere”, canta e scrive Maldestro ne “La Felicità” salvo poi mitigare la tensione emotiva con i ritmi caraibici de “I Poeti”, ironicamente definiti osservatori, bugiardi, impostori, ladri di carezze che qualche volta scrivono canzoni per ingannare il tempo. I concetti di paura, bellezza, pazzia, dolore convivono tra le vivaci note suonate da artisti del calibro di Mauro Ottolini (ottoni e conchiglie), James Senese al sax, Vincenzo Vasi al theremin, il quartetto d’archi EDODEA. “Costruire richiede sacrifico” ammette Maldestro in “Fino a qui tutto bene”. Ecco perché dopo lungo peregrinare, dopo notti passate ad ubriacarsi di errori, Maldestro conquista una nuova consapevolezza artistica pur mantenendo “un bagaglio leggero e l’intenzione del viaggio”.
Intervista
In questi testi c’è davvero tanta carne al fuoco, parli tantissimo di te, della tua vita, delle tue inquietudini ma in realtà sei particolarmente illuminato sull’ evoluzione dell’animo umano. Da dove arriva tutta questa ispirazione?
Il processo è stato naturale e bello da vivere. Avevo la voglia e il desiderio di raccontare una parte della mia vita in modo diverso, più intimo. Volevo mettermi completamente a nudo e fermare una parte della mia vita e raccontarla. Da questa intuizione è venuto fuori tutto il resto. La nudità che ne emerge si è trasformata dal mio punto debole al mio principale punto di forza.
Qual è stata la molla che ha innescato questo meccanismo di destrutturazione?
La consapevolezza e l’esperienza. Dopo la pubblicazione del secondo album “I muri di Berlino” e l’incontro con determinate persone ha fatto sì che la mia identità sgorgasse in modo fertile e prolifico. In particolare, molto importante è stato l’incontro con Taketo Gohara che, guardandomi negli occhi, mi ha spinto a tirare fuori la mia vera anima. Quella che lui ha visto subito e che mi ha aiutato a tirare fuori. Taketo ha capito perfettamente quello che sono e ha vestito queste canzoni in modo splendido.
Hai suonato con pezzi da ‘90 come Senese, Ottolini, Vasi… com’è andata?
Sebbene sia stato difficile mettermi così a nudo nei testi, mi sono altresì divertito tantissimo a suonarlo. Entravamo in studio e giocavamo, nel vero senso della parola. La stesura delle melodie è stata naturale e velocissima, la registrazione è durata solo 12 giorni. Tutto è filato liscio e quando abbiamo finito, invece di sentirmi male e nauseato come capitava in passato, mi è dispiaciuto che fosse già finita.
Approfondiamo questo discorso… in che senso prima quando finivi un lavoro ti sentivi sfinito e nauseato?
Probabilmente le persone con cui ho lavorato, pur essendo dei professionisti eccellenti, non mi erano vicine da un punto di vista interiore e psicologico. Con Taketo ho trovato un’empatia diversa, mi ha voluto parlare, capire, starmi vicino per 24 ore prima di mettere mano al disco. Mi ha ascoltato e mi ha messo particolarmente a mio agio. A questo discorso però si accompagna il fatto che dopo 2 mesi passati ad ascoltarti per 12 giorni ore al giorno, odi te stesso, il mondo e quello che hai scritto. Diventa una catena di montaggio e questo non mi piace molto. In questo caso invece è stato fatto tutto con molta leggerezza nonostante si trattasse di testi molto intimi e profondi.
Maldestro

Maldestro

Sono infiniti gli spunti, i concetti e le verità messe a fuoco in questo album. Dove vorresti che si soffermasse l’attenzione ?
Uno dei punti chiave è la nudità. Da qui l’accettazione del dolore come fonte di positività. Il dolore va curato allo stesso modo in cui si cura una gioia. Inutile scacciarlo e metterlo da parte, tanto tornerà indietro come un boomerang, tanto meglio occuparsene con una certa attenzione e prenderlo per mano in cerca della felicità.
Tutta questa inquietudine, tutto questo peregrinare ti guidano ad un approdo sicuro anche se attraverso passaggi sofferti. È questo che racconti nel brano “La felicità”?
Questa canzone mette d’accordo un po’ tutti. Fa da capogruppo, da anello di congiunzione che chiude il cerchio e quando l’ho scritto in modo fulmineo, nemmeno mezz’ora, ricordo che l’ho mandato subito a Luca Nottola che mi ha detto: “Ecco il punto di partenza del tuo nuovo album. Da qui devi partire”. Ecco perché “La felicità” è un brano a cui siamo tutti molto legati.
E poi ‘c’è il western di Joe Maldestro…
Joe è il mio migliore amico Giovanni con cui ho condiviso cose belle, cose brutte, mazzate, gioie, risse, sogni, viaggi. Da qualche anno è diventato papà di una meravigliosa bambina e le nostre vite sono cambiate. Io giro l’Italia, lui cura questo bellissimo fiore. Il nostro tempo ne ha risentito e ho voluto fermarlo in una canzone.
Sei consapevole del fatto che questo lavoro ti consacrerà ad un livello molto alto all’interno del panorama cantautorale italiano?
Sicuramente parto da nuove consapevolezze, credo soltanto che dopo aver fatto un certo tipo di incontri professionali, io sia stato capace di metterli a frutto al meglio. Non limito il mio modo di curiosare, non è detto che tra due anni non possa fare un disco completamente elettronico. La musica per me è un gioco e tale deve restare. Continuerò a sperimentare e a studiare tutto quello con cui riesco a misurarmi. Spero di essere un emergente per tutta la vita.
Cosa accadrà sul palco adesso?
Sono concentrato sulla scrittura dello spettacolo. Avrò con me una nuova fantastica band con cui farò un nuovo viaggio. Adesso però sto prima di tutto scrivendo testi.
In che senso?
Lo spettacolo si ispirerà allo stile del teatro- canzone di Giorgio Gaber, ci saranno dei monologhi ad accompagnare le canzoni di questo disco. Le date del tour usciranno la settimana prossima, partirò dai teatri e finirò nei club.
Raffaella Sbrescia

Michael Bublè presenta il nuovo disco: Con Love ho riscoperto la mia passione per la musica. Ecco la mia visione d’insieme sull’amore”

Michael Bublè

Michael Bublè

Michael Bublè torna in scena il 16 novembre con <3 (Love) un album che rimette il crooner canadese al suo posto: al microfono. “Non ho scelto io le canzoni, sono state loro a scegliermi. Ho avuto una visione d’insieme e ho voluto raccontare la mia teoria sull ’amore”, ha spiegato Bublè alla stampa durante un incontro in Warner Music a Milano. “Ogni canzone è consequenziale all’ altra, l’obiettivo è raccogliere tutte le sfumature dell’amore, un sentimento che talvolta è frutto di dolore, sofferenza, solitudine, speranza”

“Come sapete, due anni fa mio figlio si è ammalato di cancro, io e la mia famiglia decidemmo di mettere da parte il lavoro per dedicarci totalmente a lui. Queste dichiarazioni sono state riprese dopo tanto tempo da un tabloid, che le ha del tutto decontestualizzate, annunciando un mio ritiro dalle scene. Si tratta di falsità, solo adesso ho l’occasione di replicare e di parlarne. Ho trovato questa cosa di pessimo gusto e ne sono rimasto deluso. La verità è che io adoro fare musica, questa è la mia vita, amo suonare, amo il mio pubblico, questo è il sogno della mia vita”.

“Incidere Love è stato terapeutico, ho voluto concentrarmi con tutto me stesso, non ho avuto altra scelta visto il periodo che ho passato, questo album racchiude la mia essenza, parla di me, della mia musica, di coloro che amo nel modo in cui riesci a farlo meglio. Ne ho guadagnato una completezza di visione. Per la prima volta non mi interessa sapere quante copie venderò o in quale posizione mi trovi in classifica. Nessuno me lo dice e io non lo chiedo. Non sono sui social, non conto i like, so solo che nei momenti più bui ho promesso di essere onesto con me stesso, con la mia famiglia, i miei amici e con Dio. Eccomi qui, non c’è più spazio per le stronzate”.

“Qualcuno mi ha fatto notare che i miei dischi arrivano spesso a ridosso del Natale. Beh, non voglio liberarmi di questa cosa, non c’è niente di più bello a cui essere collegati. Guardo il mondo attraverso gli occhi dei miei figli, non penso al business, sono un ragazzino in un corpo da 43enne, mi piace pensare di essere parte degli incontri di famiglia, in un clima di positività. Sono consapevole di essere fortunato e per poterlo essere, ho dovuto vivere un periodo bruttissimo. Per cui ben volentieri accetto di essere positivo. Voglio essere onesto, integro, diffondere amore in qualunque cosa io faccia. Finalmente sono consapevole di essere artista, me ne rendo conto per la prima volta”.

Video: When I Fall in Love

Per tornare alla genesi del disco: “Più di un anno fa non ero certo di tornare a fare un album. Una sera ho invitato a casa i ragazzi della mia band per una birra, dopo un po’ abbiamo iniziato a fare una jam. Beh in quel momento ho ritrovato la mia passione pura, quella degli inizi, quella che mi ha spinto a reimmaginare e reintrepretare canzoni dalla bellezza senza tempo. Non sono il miglior cantante o il miglior autore, semplicemente immagino canzoni scritte benissimo in un modo nuovo e diverso. Il mio talento è questo e nel momento in cui mi sono ricordato di quanto fosse bello lavorare con la musica, quando sono tornato in studio 7 mesi dopo, era praticamente tutto pronto”.

“Uno dei brani più intensi è “Forever now”, dovunque io vada, riscontro grandi reazioni nei confronti di questa canzone che, sicuramente è in parte autobiografica, ma che ho comunque lasciato aperta alla interpretazione di ciascuno. Ovviamente andrò in tour, ne ho bisogno, non so ancora né dove ne quando, sicuramente nel 2019 ma non non so dire se e quando canterò mai questa canzone. Probabilmente lo farò quando starò bene e potrò avere la sicurezza di cantarla arrivando fino in fondo”.

Per concludere: “Sono così riverente nei riguardi della musica e dei crooners venuti prima di me che, più vado avanti, più mi rendo conto che questa è la mia essenza. Sono diventato geloso di questa cosa, non ci sono tanti artisti che cercano di tenere in vita questo patrimonio. Il mio sogno era diventare questo, volevo portare avanti l’eredità dei miei idoli ( tra tutti Tony Bennett e Frank Sinatra), lo farò nel modo più autentico possibile”.

Raffaella Sbrescia

 

“Qualunque cosa sia”. I Segreti presentano l”album d’esordio. Intervista

Qualunque cosa sia - I Segreti

Qualunque cosa sia – I Segreti

SEGRETI sono una band pop italiana nata a Parma nel 2013, formata da Angelo Zanoletti (voce, tastiera e synth), Emanuele Santona (basso) e Filippo Arganini (batteria). A fine 2015 il gruppo ha autoprodotto  in acustico il primo omonimo EP e nei due anni successivi ha aperto  i concerti di alcuni degli artisti di riferimento della scena indie italiana come L’officina della camomilla, Selton, Giorgio Poi e La Rappresentante di Lista. Lo scorso 12 ottobre la band ha pubblicato l’album d’esordio intitolato “Qualunque cosa sia” (Futura Dischi), che arriva dopo il successo del brano “L’estate sopra di noi” da settimane presente nella playlist “Indie Italia” di Spotify. Il progetto, prodotto da Simone Sproccati ha dato vita a otto brani nati dall’incontro tra il cantautorato e gli arrangiamenti pop.
Intervista
Con quali presupposti e quali obiettivi vi presentate al pubblico?
Noi speriamo innanzitutto che il disco piaccia, ci siamo ispirati a dei punti di riferimento precisi come Canova e Calcutta. L’obiettivo principale è obiettivo è arrivare alla gente nella speranza di portare un piccolo messaggio che dia vita ad uno scambio duraturo.
In quali brani del disco il vostro messaggio viene fuori in modo più trasparente?
Il brano più rappresentativo è “Qualunque cosa sia”, che ha dato il nome al disco. Questa canzone ha la capacità di mettere insieme il sound e il messaggio del testo.
“Bologna” è un brano decisamente diverso dagli altri. Come si contestualizza nel disco?
Questa canzone rappresenta in pieno il nostro passato. Il tratto dominante della chitarra acustica richiama il nostro primo e unico EP. Abbiamo scelto di metterla alla fine dell’album per omaggiarla al meglio.
Qual è il vostro percorso, da dove venite e come vivete la città di Parma?
Siamo coetanei e veniamo tutti da Parma, piccola città in cui siamo nati e cresciuti. Abbiamo suonato tantissime volte nei locali del posto, ci sempre piaciuto muoverci in quel contesto ma abbiamo sempre avuto un occhio rivolto anche all’esterno. Con questo album abbiamo trovato una soluzione intermedia insieme a chi ha scelto di lavorare con noi. La strada che ci hanno consigliato di intraprendere ci ha consentito di mantenere integra la nostra identità artistica.
Qualunque cosa sia - I Segreti ph  Iacopo Barattieri

Qualunque cosa sia – I Segreti ph Iacopo Barattieri

Vi sentite più vicini alle atmosfere del brano “Bologna” o l’evoluzione del vostro percorso vi ha portato a identificarvi meglio nei brani nuovi?
Abbiamo seguito un percorso naturale portandoci dietro un pezzo di quello che facevamo prima. Il nostro primo nome era I Segreti di Charlotte e “Bologna” racchiude quei 4 anni e mezzo. Ora Charlotte non c’è più ma sua aura permane. Il cambiamento segue una nostra naturale evoluzione sia artistica che umana. Sono cambiate le nostre canzoni così come pure i nostri obiettivi.
 
Ci raccontate la storia di “Sofia”?
“Sofia” nasce piano e voce ed è una canzone intima incentrata sui conflitti interiori e sulle insicurezze dettate dallo scorrere della vita quotidiana. Si tratta della canzone più fragile del disco ed è quella che ci mette più a nudo di altre.
C’è appena stato il release party del tour. Quali sono i vostri punti di forza sul palco?
Il tour è appena partito. Vedere l’elenco di date tutte in fila è impressionante. Si tratta di una grande occasione per noi. Il nostro obiettivo è dare il massimo senza farci illusioni. Il nostro punto di partenza sta in una certezza: se anche 10 persone escono di casa per venire a sentirci, il minimo che possiamo fare è dare il massimo per essere all’altezza di chi è venuto a apposta a vederci. Vorremmo emozionare chi viene da noi, d’altronde il tipo di genere che facciamo ci aiuta. L’unico strumento che abbiamo è essere vero, autentici e mai fini a noi a stessi, vorremmo essere artefici di uno scambio duraturo.
Raffaella Sbrescia
Questa la tracklist del disco: “Torno a casa”, “Vorrei solo”, “Un po’ chiamiamola felicità”, “Sofia”, “Come un cane”, “L’estate sopra di noi”, “Qualunque cosa sia”, “Bologna”.
 
Video: Vorrei solo

Le date del tour:
16.11.18 TRENTO @BOOKIQUE
17.11.18 FUCECCHIO (FI) @LA LIMONAIA CLUB
23.11.18 LA SPEZIA @TBA
30.11.18 MILANO | FUTURA DISCHI PARTY @LINOLEUM (ROCKET)
01.12.18 VARESE @CANTINE COOPUF
02.12.18 COMO @OSTELLO BELLO
14.12.18 TREVISO @HOME ROCK BAR
21.12.18 TORINO @OFF TOPIC
22.12.18 CARPI (MO) @MATTATOIO
29.12.18 RIMINI @BRADIPOP CLUB
19.01.19 BOLOGNA | FUTURA DISCHI PARTY @COVO CLUB
25.01.19 SANTA MARIA A VICO (CE) @SMAV
26.01.19 AVELLINO @TILT
27.01.19 ROMA @SPAGHETTI UNPLUGGED
01.02.19 FOGGIA @THE ALIBI
08.02.19 ASTI @DIAVOLO ROSSO
09.02.19 ROSA’ (VI) | FUTURA DISCHI PARTY @VINILE
16.02.19 PISTOIA @H2O
23.02.19 TOLENTINO (MC) @STRIKE UP

Patrizia Laquidara presenta l’album “C’è qui qualcosa che ti riguarda”. Intervista

patrizia_laquidara

patrizia_laquidara

“C’è qui qualcosa che ti riguarda” è il nuovo album di Patrizia Laquidara che a distanza di 11 anni di distanza da “Funambola” e sette da “Il canto dell’Anguana” (premiato con la Targa Tenco), torna con un progetto indipendente , autoprodotto e finanziato anche da un’operazione di crowfunding che fin da subito ha superato il doppio della cifra stabilita in partenza. L’album ha visto la produzione artistica del compositore, pianista e arrangiatore Alfonso Santimone che definisce l’album: “Un lavoro che desidera prestarsi a un ascolto paziente e duraturo nel tempo, in netta opposizione a una musica che vuole essere consumata in fretta. Tony Canto e Joe Barbieri, autori rispettivamente di “Amanti di passaggio” e di “Il resto di tutto, sono gli altri due nomi che impreziosiscono questo progetto.
Intervista
 
Che cosa c’è che riguarda un po’ tutti noi in questo album?
Il titolo racchiude un messaggio molto diretto, un messaggio a tu per tu. Il concetto è: guarda dove ci sono le parti più oscure, quelle che tendi a nascondere, le parti di scarto, lì dove ci sono tutte le sensazioni e i pensieri e i rifiuti che tendiamo a mettere da mettere, ecco lì, proprio lì, può esserci una grande capacità di rinascita, lì possiamo ritrovare la bellezza. Nell’ alchimia si dice che possiamo attraversare periodi, anche molto dolorosi, in cui siamo chiamati a trasformare la materia putrefatta in oro. Quando si riesce a fare questo, c’è una trasformazione di noi stessi.
La dimensione filmica che attraversa la tracklist crea zone rarefatte e poetiche
Sì esatto. Questo anche grazie agli arrangiamenti di Alfonso Santimone che ha seguito la produzione artistica, a lui devo tantissimo, ha fatto un grande lavoro di ricomponimento di canzoni che arrivavano da zone molto lontane e ha saputo unirle inserendo elementi poetici con pochissimi strumenti. Alfonso è senza dubbio il miglior produttore artistico che potessi trovare.
Un altro grande tema del disco è il femminismo
Sì, anche se non è stato un fatto preventivato. Finito il disco, mi sono resa conto che c’era l’elemento della grande madre, la forza che accoglie e che accudisce in contrasto con una forza di cui siamo succubi e che ci conduce verso qualcosa di non buono. L’elemento femminile qui ha un valore salvifico. Ne Il Cigno, in Acciaio e Preziosa c’è sempre questa donna che sa rinascere, che sa trasformarsi.
E poi c’è il discorso di militanza.
Chiaro, il percorso di indipendenza, l’aver scelto di affidarmi al crowfunding, di appoggiarmi a un pubblico che diventa partner, che diventa investitore mi ha reso felice soprattutto perché sento che il disco non è un disco soltanto mio ma di tutti quelli che hanno partecipato attivamente.
Il progetto viaggia di pari passo con la tua evoluzione personale?
Questo è un album che mi vede molto diversa da quella che sono stata prima, riesce a mettere insieme delle cose che ricordano quella Patrizia, ci sono anche elementi nuovi e preziosi che richiamano il rock e il blues che rispecchiano quella che sono oggi.
Come hai lavorato in studio con la voce?
Alcuni brani hanno la voce del provino, lì la voce è rimasta sporca non troppo curata per mantenerne intatta l’autenticità. In questo album ho scelto di dare meno importanza alla voce a favore della musica e delle liriche.
Cosa ti hanno lasciato tanti anni di concerti dal vivo?
Sono esperienze che ho riportato nel disco e che mi porto dentro, il palco è il posto in cui mi sento più a mio agio, il mio luogo di salvezza. Ad un certo punto però ho voluto fermarmi e scrivere.
Video: Marciapiedi

Nel dettaglio delle tracce, parlaci di “Amanti di passaggio” e “Il resto di tutto”:
Sono i due brani che non sono stati scritti da me, una è di Tony Canto e l’altra di Joe Barbieri che ha saputo scrivere un testo magnifico perché mi rispecchia perfettamente senza che ne avessimo mai parlato. Abbiamo voluto omaggiare il brano facendolo suonare solo dagli archi e mettendolo alla fine della tracklist per chiudere il cerchio. Il brano di Tony invece l’avevo sentito molti anni fa ed era rimasto nel cassetto, nasceva come una bossanova, grazie all’arrangiamento di Alfonso ha trovato nuova vita.
patrizia laquidara ©barbara_rigon

patrizia laquidara ©barbara_rigon

Come ti contestualizzi con questo progetto e come ti poni davanti al pubblico che non ti conosce?
La mia posizione è molto particolare: ci sono persone e addetti ai lavori che mi conoscono da tanto tempo e che mi considerano quasi un classico, c’è chi invece non mi conosce affatto per cui sono totalmente un emergente. Devo imparare a navigare a vista e a muovermi a seconda del contesto in cui mi trovo. Ci vuole molta umiltà e capacità di giocare con questa cosa e di capire cosa può succedere, non mi sono fatta particolati aspettative, voglio solo essere il più vera possibile. Sarà molto importante la dimensione live, ci sono delle date in programma a partire da da gennaio, parto dai club poi arriverò nei teatri.
Sei impegnata anche su altri fronti?
Sì, sto scrivendo un libro di racconti autobiografici che uscirà in primavera.

Elisa ritrova la sua dimensione ideale in “Diari Aperti”. Il racconto a cuore aperto dell’artista

Elisa-DiariAperti

Elisa-DiariAperti

Elisa ritorna in grande stile con “Diari Aperti”, un album intimo, profondo, coraggioso, autentico, necessario. Undici tracce, volutamente tutte in italiano, racconti e ricordi ripresi e rivestiti di musica, pagine reali di vita vissuta. Cantante, autrice, polistrumentista e produttrice multiplatino, in Diari Aperti  Elisa mette tutta se stessa, quella di ieri e quella di oggi,  aprendosi al suo pubblico senza sovrastrutture.

Intervista

“L’album nasce dal desiderio di trovare una centralità che fosse completamente essenziale. Dopo i concerti all’Arena di Verona e i festeggiamenti per i 20 anni di carriera, il compimento dei 40 anni e alcune vicende personali importanti, mi sono trovata a fare i conti con tanti cerchi che si chiudevano. Mi sentivo davanti a una possibilità di ripartenza anche questo album è stato fin da subito più importante di altre volte. Tutto mi sembrava più definitivo e carico di peso. Questo mi ha portato a una fase riflessiva e di introspezione, ho voluto lasciare da parte tutto quello che poteva sembrare anche solo lontanamente un esercizio di stile. Ho cercato di realizzare un progetto a cui sarei stata legata in maniera profonda ed emotiva, sono ripartita da quello che veniva e usciva da me ed è qualcosa di completamente diverso rispetto ai tempi passati. In questi nuovi brani ci sono delle confessioni, dialoghi molto più diretti, parlo a me stessa ma anche ad un interlocutore intimo, così come può essere un diario o un migliore amico.Questo mi ha portato al titolo del disco per cercare di dare senso e spiegarne il contenuto. Per la prima volta, inoltre, i testi hanno trainato tutto il resto. Le melodie sono venute a seguire mentre normalmente capitava spesso il contrario”.

La ripartenza artistica

“Più di altre volte mi sono sentita messa alla prova. Sono la prima a mettersi sempre in gioco, stavolta però dopo i 4 concerto kolossal di Verona, sentivo di aver lavorato alla cosa più importante della vita. Tutti questi elementi insieme mi hanno fatto sentire un peso, mi si è aperto un flusso di coscienza, un dialogo interiore, ho messo in discussione tante cose per poter trovare risposte più solide. Ho investigato su me stessa, mi sono chiesta cosa volessi dire. Ho lasciato l’inglese da parte, anche se dolorosamente. Avevo tante canzoni pronte ma non le ho volute includere, avevo timore che sarebbero state fuorvianti, cosa che per me non erano. Alla fine ho scelto di seguire un filone unico. Per raccontare sentimenti ed emotività sono partita dal gruppo di canzoni a cui ero più legata: “Quelli che restano”, “Promettimi”, “Anche Fragile”, “L’amore per te”. Queste canzoni sono nate nello stesso periodo e rappresentano il centro dell’album. “L’estate è già fuori”, “Vivere tutte le vite”, “Tutta un’altra storia” sono episodi singoli, più leggeri, un boccata di respiro da un’immersione emotiva che temevo potesse essere troppo pesante. In questo album parlo tanto di me, sono molto centrale, vado a fondo sulla scia di una mia scelta consapevole”.

Il concetto di fragilità

“In questo album sono andata a riscoprire me stessa. Scavare a fondo per me è sempre terapeutico. La musica deve essere scambio, dire la verità è importante. La musica deve poter scuotere, inquietare, questo è il suo ruolo. In caso contrario sarebbe una facciata annacquata. Per me è sempre stato così, a conferma di questo il brano “Qualcosa che non c’è” si sarebbe potuto trovare tranquillamente in questo filone. La fragilità è sempre un argomento difficile da trattare. Ho scelto di tirarla fuori e di non nasconderla soprattutto in un’epoca storica in cui vige la negazione della fragilità, di tutto quello che è noioso, normale, non bellissimo. Tanti aspetti della debolezza umana vengono occultati, ignorati e messi da parte. Questo è pericoloso, ti lascia da solo in quel frangente. La solitudine finisce per non essere raccontata a nessuno anche se è una condizione comune a tanta gente. Questa sensazione tende a montare nelle persone e tante volte succede che si trasformi in qualcosa di rabbioso”.

Video: Se piovesse il tuo nome

Le scelte musicali e gli arrangiamenti di “Diari Aperti”

“Quando ho capto che tipo di lavoro fosse questo, volevo che la musica facesse da supporto e non distogliesse l’attenzione dai testi. Si trattava di misurare un po’ tutto, di trovare equilibri delicati e difficili. Ho parlato a lungo con Patrick Warren, premio Oscar che ha realizzato tutti gli arrangiamenti degli archi. Patrick ha lavorato con Lana Del Rey, James Taylor, Tom Waits, Bob Dylan, Green Day, ha scritto gli archi di “Road Trippin’” dei Red Hot Chili Peppers ed anche un cultore delle string machines anni ’60 come il mellotron. Gli ho chiesto di fare un lavoro classico e retrò e così è stato. Abbiamo lavorato a distanza, io gli mandavo le bozze di quanto realizzavamo in studio con l’obiettivo di lasciar fondere le cose tra loro. In alcuni casi abbiamo rimesso le mani su qualcosa e riaggiustato pezzi quando la strada da inquadrare era più difficile. Su 7 brani c’è l’orchestra, è stato fatto tanto lavoro. La chicca: Su quelli che restano c’era tutt’altro arrangiamento, era pomposo e celebrativo, ho chiesto a Patrick di essere più solenne, doveva essere una marcia, volevo che fosse il manifesto dei caratteri coraggiosi con delle ritmiche bolero che danno l’idea di carica e movimento”.

Il tour in teatro

“Teatro vuol dire profondità, ascoltare le cose per davvero, avere modo di fare introspezione, di capire come stai e come sta la tua voce. Metterò in luce la mia parte più autentica e avrò modo di improvvisare creando un’atmosfera speciale con chi mi verrà a sentire”.

Le contaminazioni

“La musica moderna per me è stata linfa. In questi ultimi anni ho sentito la musica più bella da un bel pezzo a questa parte. Questo tipo di emozioni, di autenticità l’ho sentita negli anni in cui sono usciti i Tiromancino, Fabi, Silvestri, Gazzè. Una nuova onda di veri song writers mi mancava tanto. Mi sono quasi commossa ad ascoltare tutti questi dischi, aldilà dei linguaggi a volte distanti dal mio, sento empatia per alcune cose che mi emozionano. Sento bontà, autenticità. Mi piacciono Motta, The Giornalisti, tantissimo Cosmo, alcune cose di Coez, Calcutta, Coma Cose e tanti altri”.

Elisa-DiariAperti

Elisa-DiariAperti

Il duetto con Francesco De Gregori

“Per me era semplicemente impensabile riuscire a duettare con lui. Sono rimasta una settimana a trovare il coraggio di inviare la mail dove gli dicevo di aver scritto questa canzone. Non volevo sembrare presuntuosa, non sapevo da parte iniziare, ero davvero tesa. Lui invece mi ha risposto in modo molto positivo e mi sono subito sentita come se avessi vinto la lotteria della vita. Il momento topico della mia carriera, stento ancora a crederci. D’altronde non è andata subito bene. C’era un’altra canzone di un altro autore molto bella e gliel’ho proposta per un duetto. Nonostante gli fosse piaciuta, non l’ha ritenuta nelle sue corde ed era una cosa che un po’ mi aspettavo, avevo sfiorato l’obiettivo. Meglio così, il fatto che abbia cantato in una mia canzone è una soddisfazione che non riesco a descrivere a parole. In qualche critica mi hanno detto che ho fatto il compitino perfetto e posso dire che non è così. Ho scritto il brano pensando alla sua voce, non avevo un piano B, se avesse detto di no, la canzone non sarebbe mai uscita”.

Raffaella Sbrescia

Di seguito le date del tour: 18 marzo Firenze (Teatro Verdi), 21 marzo Bari (Teatro Team), 25 marzo Catania (Teatro Metropolitan), 27 marzo Roma (Auditorium Parco Della Musica), 30 marzo Napoli (Teatro Augusteo), 3 aprile Milano (Teatro Degli Arcimboldi), 6 aprile Torino (Auditorium Del Lingotto), 12 aprile Padova (Gran Teatro Geox), 15 aprile Parma (Teatro Regio), 16 aprile Brescia (Gran Teatro Morato), 19 aprile Trieste (Teatro Rossetti), 23 aprile Reggio Emilia (Teatro Romolo Valli), 26 aprile Bergamo (Teatro Creberg), 29 aprile Cesena (Nuovo Teatro Carisport), 2 maggio Bologna (Europauditorium), 9 maggio Saint Vincent (Ao) (Palais), 14 maggio Genova (Teatro Carlo Felice). Prevendite aperte su ticketone.it dal 30 ottobre e in tutti i punti vendita dal 6 novembre.

Radio 105 è la radio ufficiale di “Diari Aperti Tour”.

 

Il ballo della Vita: i Maneskin fanno sul serio e hanno le carte in regola per poterlo fare.

Maneskin

Maneskin

Venerdì 26 ottobre uscirà “IL BALLO DELLA VITA” (Sony Music), primo disco di inediti dei Måneskin, giovane band rivelazione dell’anno, composta da Damiano (19 anni), Victoria (18), Thomas (17) ed Ethan (18). L’album è stato scritto nella sua interezza dagli stessi Maneskin ed è stato prodotto dalla band insieme a Fabrizio Ferraguzzo. Le 12 tracce che compongono il disco riflettono le quattro anime dei componenti che si rivelano all’interno della figura di Marlena, la Venere del gruppo, la personificazione della creatività, della libertà, della vita. I testi fluttuano tra l’italiano e l’ inglese, prendono vita da diverse ispirazioni, musicali e non e si lanciano verso pubblico attraverso l’attitudine rock della band. Il ballo della vita è quindi una metafora della libertà di movimento e, soprattutto, di pensiero.

“In questo album ci siamo noi al 100%”, raccontano Damiano e compagni. “Le ispirazioni sono tante, quello che scriviamo è figlio di riff estemporanei e suggestioni figlie di estenuanti sessioni in sala prove e in studio. Il singolo “Torna a casa” ha spiazzato il pubblico e un po’ era quello che volevamo. Il filo rosso del disco si sviluppa attraverso la figura di Marlena, la nostra musa ispiratrice, una grande anima che racchiude le nostre. Il nostro messaggio è quello di andare dritti per la propria strada e di non lasciarsi inibire. La nostra forza è la passione, non ci interessano i soldi, d’altronde viviamo ancora con mamma e papà, al massimo ci compriamo un po’ di vestiti succinti e ci paghiamo le vacanze”. All’interno del disco, una sola collaborazione con Vegas Jones in “Immortale”: ” Stimiamo molto Vegas, ci siamo proprio trovati a condividere un punto di vista comune. Il riff l’abbiamo scritto noi ed è molto aggressivo e distorto. Il mondo trap ci affascina, le tematiche rientrano nel nostro mondo. Con lui non siamo entrati in competizione, anzi, ci siamo messi a disposizione a vicenda, abbiamo scritto insieme e mescolato le nostre idee in un mood vincente”, spiegano i ragazzi. “L’altra dimensione – aggiungono- è il brano che contiene il ballo della vita, è un pezzo ballerino dal testo molto profondo che spiega molto bene il nostro messaggio. Il ballo della vita ha tutti i ritmi al suo interno, racchiude tutta la gamma di emozioni che l’essere umano possa sentire. In questo album non abbiamo avuto nessun blocco o imposizione, abbiamo provato tutto e abbiamo seguito la pancia. Ci siamo sentiti sempre a nostro agio, il processo è stato naturale e divertente”.

Se qualcuno viene a chiederci che strategia abbiamo seguito dopo X Factor, possiamo tranquillamente rispondere che non abbiamo fatto nessun ragionamento o manovra particolare. Ci siamo concentrati su questo progetto anche da prima di cominciare l’avventura in tv. Manuel Agnelli ha il grande merito di aver visto e capito chi eravamo ascoltando solo 3 esibizioni. Ci ha lasciato piena libertà, si è fidato di noi, non ci ha mai imposto niente, ci ha insegnato a lavorare a testa bassa”.

Maneskin

Maneskin

Non solo musica per i Maneskin che, di loro stessi raccontano: “Siamo rimasti gli stessi 4 adolescenti, cerchiamo di vivere le nostre vite nella maniera più normale possibile. Frequentiamo ancora gli stessi posto e le stesse persone e la sera si torna da mamma e papà a mangiare e dormire. Stare sul palco è quello che ci piace di più in assoluto, con i fan condividiamo sudore, ambizione, carica e adrenalina. Non chiedeteci qual è la chiave del nostro successo, siamo una band che suona dal vivo, forse in questi ultimi anni non era una cosa così comune da vedere in Italia. Abbiamo scelto di girare un docufilm per mostrare un altro lato di noi, non si tratta certo di un’autobiografia, sarebbe stata quantomeno fuoriluogo. Per noi è un modo per metterci a nudo, raccontare il nostro processo creativo ma anche la nostra personalità fuori dal palcoscenico. Il rapporto tra noi è evoluto in qualcosa di più grande, siamo una famiglia, tutti legati gli agli altri in maniera indissolubile. Siamo maturati tutti ma il plauso maggiore va a Thomas Raggi che si è messo d’impegno ed è diventato un signor chitarrista”.

Video: Torna a casa

“Per noi trasgredire è fare quello che non ci si aspetta che facciamo, vogliamo spiazzare il prossimo, farci odiare al massimo per poi spingere tutti a ricredersi. Un po’ come è successo con “Torna a casa”. Il nostro pubblico accomuna bimbi, ragazzi e adulti per svariate ragioni. Tra tutte ci piace pensare che nell’adulto scateniamo il ricordo della rock band adrenalinica mentre nel ragazzo inneschiamo un immaginario inedito, diverso, nuovo. Nel grande mercato italiano di oggi, sono poche le band con la nostra stessa attitudine, forse da questo dipende la nostra trasversalità. Ad ogni modo anche il live per noi va vissuto con grande responsabilità, non è solo divertimento, il nostro dovere è fare il migliore show possibile per chi sceglie di venirci a sentire. Il minimo che possiamo fare è esserci al 100%”.

Raffaella Sbrescia

 

 

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