La geografia del buio: intervista a Michele Bravi

Michele Bravi ph credit Clara Parmigiani

Michele Bravi ph credit Clara Parmigiani

Quando ho ascoltato la prima volta “La Geografia del Buio”, il nuovo album di Michele Bravi, l’immagine a cui ho pensato subito è stata quella del famoso gioco enigmistico dell’unire i puntini con tratti di inchiostro, fino a comporre una figura, il collegare tutte le nostre zone d’ombra, fino ad arrivare alla luce. In realtà questo disco non insegna come trovare la luce ma come convivere con quelle “zone cieche”, che appartengono alle vite di tutti.
Lo conferma anche Michele Bravi, intervistato per Ritratti di note.

Michele, “La Geografia del Buio” è un bellissimo viaggio all’interno dell’animo umano, e della tua di anima…

Sì, e ci tengo a specificare che alla fine dell’album non c’è la luce, c’è piuttosto un modo diverso di intendere il buio, un modo di conviverci. Questo disco non parla di come uscire dal buio e raggiungere la luce, parla di come convivere col buio, di come trovargli uno spazio dentro la propria anima per attraversare il dolore…

Quale è stato il tuo più grande appiglio nel buio?

Guarda in realtà nel buio si sviluppa una sensorialità diversa e quindi, in generale, tu cerchi di ricostruire una realtà nuova, che non ha nulla a che fare con quella che conoscevi prima e che quindi non può essere nemmeno vagamente paragonata.
Io semplicemente l’ho abbracciato quel buio, l’unico appiglio è stato il lasciarsi andare al fatto che non c’era luce.
È come se tastassi le superfici di una stanza al buio, riconosci per prima la sedia, poi il divano, poi altre cose, e piano piano riesci a viverci nel buio…

In quest’album c’è una presenza femminile, quella di Federica Abbate, autrice, e interprete insieme a te della canzone “Un secondo prima”. Al di là del rapporto professionale, in questo pezzo,si evince la bellezza e la profondità del vostro rapporto…

È vero, Federica Abbate nasce come mia amica. In quest’album ha anche una sua veste professionale, che sono felicissimo di poter ospitare. “Un secondo prima” è una canzone sull’amicizia, e ci tenevo che fosse un’amica a cantarla e a condividerla con me.
Aggiungo una nota personale, credo che Federica Abbate sia uno dei più grandi talenti che abbiamo in Italia, e spero che anche il pubblico lo scopra…

Nella canzone “Storia del mio corpo” racconti una grande verità … “Il mio corpo è una casa che mi porto addosso, sopra i muri ha scritto quello che è successo…”
Ognuno di noi si porta sul corpo e sul viso i segni di ciò che ha vissuto, ma ogni piega, ogni ruga, può essere un solco sul quale far nascere un nuovo fiore.

Sì, il corpo è proprio la crepa in cui la vita si modella. In questo senso mi piace vedere come nel volto delle persone, nella loro fisiognomica, ci sia già suggerita la loro storia. Basta avere un velo di umanità in più per poterla accogliere. La storia di un corpo è proprio la storia di una vita.

Video: Mantieni il bacio

Nel processo di scrittura dell’album c’è un pezzo che ti ha toccato emotivamente più degli altri?

Forse proprio “Storia del mio corpo”, il pezzo più intimo tra tutti, perché racconta proprio la storia del mio di corpo, poi grazie alla magia della musica, che rende tutto universale, mi sto accorgendo che in questa canzone si riconoscono in tanti. Sto ricevendo molti messaggi di persone che mi dicono che questa canzone è anche la storia del loro corpo…

In quest’album c’è anche un brano strumentale, “A sette passi di distanza”.
La tua voce diventa il suono di un pianoforte. Nel presentare il brano, hai citato una bellissima frase di Gabriel Garcia Marquez che descrive la distanza geografica di due amanti che si rincorrono per una vita, “Non erano a sette passi di distanza ma in due giorni diversi”…

La frase è tratta dal romanzo “L’amore ai tempi del colera”. Questo brano racconta la mia storia d’amore ma allo stesso tempo la mia incapacità a parlare. Questo disco nasce dal silenzio più totale, non a caso, nell’ultima stanza di questo percorso nel buio, anche le parole non servono più, vengono messe da parte, e rimane soltanto l’unico linguaggio più alto che conosciamo, che è quello della musica.

La prima cosa che farai, artisticamente, quando tutto sarà finito, immagino sia un concerto

La risposta è scontata, ma credo che in questo momento, per chiunque lavori nella musica e nello spettacolo, poter risentire l’odore del palcoscenico, poter rivedere gli occhi delle persone durante un concerto, sia diventato un miraggio lontanissimo. Spero che avrò la possibilità di fare un concerto, spero di poter lavorare per costruirmela questa possibilità, nonostante l’incertezza dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo…

MicheleBravi_tour

Uno dei pezzi che amo di più in quest’album è “Maneggiami con cura”. C’è una frase che è la sintesi di tutto il disco, “Ho trovato la bellezza anche dentro un errore”

È un po’ quello che dico sempre, dall’inizio della mia carriera, già con la scrittura di “Il Diario degli Errori”. L’ errore non deve intendersi come sbaglio, ma come semplice imperfezione. Viviamo gli errori come sbagli perché abbiamo questo disegno della perfezione che ci perseguita, ma nella realtà la vulnerabilità e la fragilità ci insegnano a conviverci con le imperfezioni.

Giuliana Galasso

Dopo “La vita breve dei coriandoli, il secondo singolo estratto dall’album é “Mantieni il Bacio”, canzone che contiene le parole di Massimo Recalcati.

Questa la Tracklist dell’album:

1) La promessa dell’alba
2) Mantieni il Bacio
3) Maneggiami con cura
4) Un secondo prima (feat. Federica Abbate)
5) La vita breve dei coriandoli
6) Storia del mio corpo
7) Tutte le poesie sono d’amore
8) Senza fiato
9) Quando un desiderio cade
10) A sette passi di distanza

La Geografia del buio: il nuovo album di Michele Bravi

MICHELE BRAVI_cover_ph credit Roberto Chierici

MICHELE BRAVI_cover_ph credit Roberto Chierici

Esce il 29 gennaio “La Geografia del Buio”. Il nuovo concept album di Michele Bravi racchiude al proprio interno una prorompente forza evocativa. Il lavoro rappresenta una grande riflessione sul dolore nata dalla solitudine più grande che l’artista abbia mai conosciuto. Dopo tanto tempo trascorso in silenzio, un tempo infinito senza la forza di poter parlare, Michele Bravi presenta l’album parlando come un fiume in piena, con un animo finalmente capace di poter raccontare in modo profondo, intimo e speciale tutto quello che si cela dietro queste dieci tracce.

L’album prende vita da “Diario di un dolore” di C.S Lewis e da una presa di coscienza: l’afflizione non è uno stato ma un processo. Non serve una mappa per descriverlo ma un racconto. “La geografia del buio” è il disegno di un labirinto ed è la storia di come si convive con il buio; un concept album che va seguito come un sentiero che attraversa il buio e dà uno spazio al dolore.

“Di solito si cerca di nascondere il dolore ma invece va mostrato al salotto e puntarci sopra una lampada. Il dolore è un fatto, una casa senza luce è comunque una casa e io quella casa ho imparato ad arredarla grazie alla terapia, ho potuto dare un disegno a quel labirinto che avevo percorso attraverso queste 10 canzoni.

“La geografia del buio” è anche il disco d’amore più grande che abbia mai scritto e interpretato. Spero che condividere il mio dolore possa avere una forza propulsiva enorme. La condivisione è tutto; ho potuto decifrare il mio dolore solo quando la persona a cui ho dedicato il disco ha condiviso il suo dolore con il mio.

L’obiettivo del disco è narrativo, il suono del pianoforte doveva essere particolare, non perfetto. Ecco perché abbiamo scelto un piano che avesse una storia, uno strumento verticale di inizio ‘900. Tutto il disco è stato scritto nel salotto di casa, tra i suoni della quotidianità, attraverso un lavoro di sottrazione che mettesse in risalto il silenzio.

Ci tenevo che questo disco potesse essere letto sia attraverso la parte lirica che attraverso una trama nascosta, un filo che passasse tra il suono della mia voce e il suono del pianoforte. Ringrazio Andrea Manzoni che è riuscito a colorare con i suoi respiri e con il suo tocco degli arrangiamenti già molto complessi.

C’è un brano intitolato “A sette passi di distanza”, una canzone senza testo, in cui risaltano i miei respiri di quando ancora non riuscivo a cantare. Nel mentre che la eseguivo per spiegarla in studio, qualcuno ha schiacciato un rec ed è stata trattenuta nella sua imperfezione nel momento ideale per farlo. “Mantieni il bacio” è stato scritto da Federica Abate, una mia grande amica che mi ha protetto molto ma anche una grande professionista. A 8 anni perse sua nonna e a mezzanotte scrisse “Cinderella” di cui ha conservato la melodia in un cassetto. Mi ha regalato questo brano che poi ha incontrato le parole di Massimo Recalcati e di Cheope.

 

La seconda parola che racchiude il disco è “amore”. Ritengo questo lavoro la più grande dichiarazione d’amore che io abbia mai fatto. La persona che ha condiviso il dolore con il mio, una mattina sul letto di casa mia mi ha chiesto di usare la musica per raccontare il mio dolore e questo disco è la dimostrazione del fatto che sono riuscito a mantenere la promessa. Tempo fa quando parlavo della mia sessualità volevo dimostrare la parità nel poter non dire, ora invece dico che chi ama deve poter condividere questa forza propulsiva. Questo è il mio invito ad esporsi per chi ha il coraggio di farlo e soprattutto per permettere a qualcuno di dare un primo bacio e sentire effettivamente quel sapore senza nessuna voce che ti confonde e che allontana da un ricordo che può essere bellissimo”.

 Raffaella Sbrescia

Video: Mantieni il bacio

Tracklist

  • La promessa dell’alba
  • Mantieni il bacio
  • Maneggiami con cura
  • Un secondo prima ft Federica Abbate
  • La vita breve dei coriandoli
  • Storia del mio corpo
  • Tutte le poesie sono d’amore
  • Senza fiato
  • Quando un desiderio cade
  • A sette passi di distanza

 

 

 

 

DAVIDE “BOOSTA” DILEO presenta il nuovo album “Facile”

 DAVIDE BOOSTA DILEO

DAVIDE BOOSTA DILEO

Esce oggi “FACILE”, il nuovo album da solita di DAVIDE “BOOSTA” DILEO(tastierista e co-fondatore dei Subsonica) per Warner Music Italy.

Il lavoro è completamente strumentale, si compone di 12 composizioni inedite e nasce con la predisposizione ad accompagnare gli stati d’animo perchè figlio delle ispirazioni e delle suggestioni scaturite nei mesi scorsi nel silenzio del Torino Recording Club, lo spazio privato di Boosta tra pianoforti, vecchi registratori a nastro e piccole incursioni di elettronica. Un racconto intimo, che non ha fretta né ansia, di cui lo stesso Boosta ha ampiamente parlato in videoconferenza stampa. Ecco le sue dichiarazioni.

Facile” si è fatto spazio nel dramma di questa pandemia e ha sancito una presa di coscienza importante. Pensavo che questa parte della mia carriera sarebbe iniziata tra 5 o 10 anni. Si sa che tra un disco e un tour i tempi sono ridotti, invece dopo “Microchip temporale” l’astronave madre dei Subsonica ha messo i motori al minimo e ho preso la palla al balzo per dare il via al progetto che accompagnerà la seconda parte della mia vita.

Quando scrivi canzoni hai la necessità di osservare e di fare riferimento a qualcosa che vedi e che senti. Qui l’esigenza è quella di poter suonare con l’unico fine di fare qualcosa che ti faccia veramente stare bene. Con il passare degli anni cerco di emozionarmi da solo, questo determina uno spostamento di baricentro fondamentale: non vedo l’ora di suonare cose che mi piacerebbe ascoltare. Questo non vuol dire essere presuntuosi, anzi. Sono convinto del fatto che più onesti siamo, più c’è la possibilità di affezionarci per primi a quello che facciamo e di conseguenza che qualcuno possa apprezzarle nella loro essenza. Mi sono stufato di fare cose nell’ottica di piacere agli altri, voglio fare qualcosa di cui essere fiero di proporre. Non si tratta di un esercizio di stile, in mezzo alla scrittura ogni tanto ci sono scintille di magia.

Ognuno di noi ha una relazione binaria con il suono, la musica è facile perché o ti dà qualcosa o non te la dà. La musica è uno strumento di vita, non importa per quale motivo la fai, è importante vedere cosa diventa per le persone che la ascoltano.

Video: Autoritratto

Questo è un disco insicuro e rassicurante al contempo. Il suono è dilatato, le melodie non sono mai forti, mai arroganti. Non è balbuziente ma il tratto è ancora a matita. Ho scritto anche dei pezzi molto definiti, molto simili a canzoni che ho messo da parte mentre compilavo la tracklist con l’intento di lasciare più spazio al suono. Questa è un’ammissione di mancanza di certezze, il riverbero di un contesto difficile in cui non ci sente perfettamente definiti. Mi sento una lastra sottile che potrebbe spezzarsi. Non avevo bisogno di mettere pezzi definiti, non era questo il momento giusto.

Le uniche parole che ho utilizzato le ho messe nei titoli, è stato come mettere la firma sotto il quadro. Per quanto riguarda il progetto grafico, mi sono avvalso di Instagram dove ho avuto modo di scoprire i lavori di Valentina Ciandrini. Mi divertiva molto molto di dare colore a questo lavoro, mi piaceva l’idea di una confezione che fosse anche bella e anche diversa.

Parlando invece del contesto generale, pur essendomi ripromesso di non fare polemica non ce la faccio a dare per scontato che questa sia una classe dirigente all’altezza della situazione. Capisco la difficoltà e i problemi però continuo a non avere la sicurezza e le certezza che le persone ci governano, partendo dal Presidente del Consiglio, passando per il ministro della cultura, abbiano la capacità di spiegazione, di onestà, di fiducia necessarie. Si sente proprio l’odore della politica in confusione.

Boosta di Davide D'Ambra

Boosta di Davide D’Ambra

Se mi chiedete che valore ha il silenzio, vi dico che mi piace stare da solo, che non ho particolare bisogno di compagnia. Il silenzio è uno spazio sacro e fondamentale, ne ho bisogno e mi sento molto a mio agio. Mi piacerebbe diventare come un minimalista del ‘900. Tra tutti mi ispiro a Federico Monpù, ha avuto una vita mediocre, la sua bio dura tre righe però ha scritto una serie di composizioni intense. Di recente mi sono avvicinato al Movimento Fluxus, sono finito in una mostra a Torino in cerca di ispirazione e come per magia all’improvviso ho scoperto una piccola esposizione del compositore Giuseppe Chiari che non conoscevo. In quella saletta c’era il video di una ripresa stretta delle mani che litigavano e che si accarezzavano, era davvero ipnotico. In uno dei 5 spartiti esposti c’ era scritto che la musica è facile, lì ho capito di essere nel posto giusto. Se mi metto a riflettere sui miei ascolti, mi viene spesso da pensare che una canzone come “Avrai” di Baglioni aveva mille accordi ed è difficile da suonare. Ora ho la sensazione che nel continuare a scrivere stia finendo l’inchiostro. Mi fa fatica distinguere quello che ascolto oggi, la grammatica della musica del ‘900 era un tomo, ora sta diventando un Bignami sempre più piccolo, da cui si strappa ogni giorno una pagina. Ritorniamo alla complessità, prendiamoci tempo per andare più a fondo.

Raffaella Sbrescia

 

La tracklist di “FACILE”:

1.Fiducia”

2.Lacrime di San Lorenzo”

3.Nella nebbia per mano”

4.Diva”

5.Sulle dita”

6.La danza delle api”

7.Una vecchia mappa”

8.Nello spazio abbracciati”

9.Autoritratto”

10.Amore per le geometrie”

11.Daimon”

12.Istruzioni per un abbandono”

 

Raffaella Sbrescia

 

Laura Pausini presenta Io sì (Seen) e si racconta a cuore aperto.

Laura Pausini ha presentato il nuovo singolo Io Sì (Seen) pubblicato il 23 ottobre 2020 nel corso di una videoconferenza stampa molto sentita e ricca di spunti di riflessione. Ecco tutte le dichiarazioni dell’artista internazionale:

Io sì (Seen), il mio nuovo brano farà parte della colonna sonora di The Life Ahead / La vita davanti a sé. Sono rimasta affascinata da questa canzone pensata per me da Diane Warren e dal film di Edoardo Ponti con l’iconica Sophia Loren come protagonista. Io sì (Seen) è scritta da Diane con me e Niccolò Agliardi e accompagnerà il film in tutte le versioni internazionali. Chi vedrà il film in tutto il mondo ascolterà solo il brano in italiano ma ho fortemente voluto realizzare anche le versioni in inglese, francese, spagnolo e portoghese, che si troveranno solo nell’EP pubblicato il 23 ottobre.

Il singolo è nato quest’estate e ho deciso di cantarlo solo dopo aver guardato il film. Mi riconosco al 100% nella trama e questo mi ha entusiasmata ancora di più. Quando fai musica da tanti anni, hai bisogno di sentirti sempre curioso. In questo caso sentirmi pienamente coinvolta nel mettermi a disposizione del film mi ha dato la possibilità di vivere un’esperienza mai vissuta prima. Ho voluto rispettare il significato del film ma anche il punto preciso in cui la canzone arriva, si tratta di un momento importante della pellicola e arriva per dire una cosa. Ecco perché ci tenevo ad essere la voce narrante di quell’esatto momento. Questa collaborazione è arrivata nel momento giusto, ho aspettato tanto prima di accettare di far parte della colonna sonora di un film e sono felice di non averlo fatto fino ad ora. La canzone rappresenta un dialogo, Sophia Loren mi ha scelto per essere la sua voce, quello che dice a Momo racchiude il senso di protezione, comprensione e altruismo. Non ci sono barriere e pregiudizi né razziali né culturali. Sono fiera di questo lavoro e, anche se mi onora pensare che i produttori di Netflix abbiano inoltrato la candidatura agli Oscar 2021, non voglio gasarmi troppo. Il mio hamburger di festeggiamento l’ho già mangiato (ndr).

Io e Sophia ci siamo conosciute nel 2003 ad una festa di Armani a Beverly Hills e c’è stata subito una forte empatia. Sophia è materna e protettiva, ogni volta che ci siamo riviste, prima a Ginevra e poi in Messico alla sua festa di compleanno ci siamo sempre fermate a parlare delle nostre cose personali in modo naturale. L’impressione è avere di fronte un’icona in tutto quello che fa anche se a lei non piace sentirsi tale. Sono felice nel videoclip del brano ci sarà anche lei.

pausini

Nessuno ti vede, io sì. Nessuno ci crede, ma io sì. Ho voluto molto queste due frasi, non è stato facile mettere a punto in italiano questo concetto. Con questa collaborazione ho voluto cercare la profondità e l’impegno, la parte emozionale è quella che mi aiuta di più ad esprimermi. Io e Diane ci siamo conosciute a metà degli anni 90, siamo state un giorno a parlare, ci siamo riviste quando facevo il disco in inglese, alcune cose devono succedere nel momento giusto, sono felicissima che abbia chiamato me, Diane è un personaggio, ha mille idee, è molto divertente, mi è stata vicino anche per le versioni della canzone in portoghese, francese, spagnolo. Ho partecipato a questo progetto con amore, passione e orgoglio perché mi interessa la storia, mi interessa che venga fuori il significato, questo è il racconto di ciò che io penso dei rapporti tra le persone, la vita vale la pensa di esser vissuta perché esistono gli altri, che a volte vanno anche salvati; non possiamo sederci. L’ arte non deve arrendersi, dobbiamo venire fuori noi. Non mi è mai passata è la fame di capire cosa c’è oltre una canzone scritta e stampata in un libretto. Questa cosa mi agita e mi emoziona fortemente. Fare musica è una roba pazzesca. Mi sento attratta dalle cose complesse che mi richiedono responsabilità, in questi anni ho ricevuto altre proposte per film, in questo caso ho capito che ho fatto bene a dire di no prima, devo fare proprio le cose che mi piacciono, non devo avere paura a dire di no a un progetto che non mi appartiene seppur grande. Ritengo che oggi come oggi quando si parla di arte ci si accontenta molto anche a livello qualitativo, invece è importante essere più puntigliosi che mai, non si può fare tutto un po’, non mi butto a fare una prova.

Nei mesi scorsi volevo cominciare ad ascoltare le canzoni che mi sono arrivate, come sempre accade negli ultimi anni, faccio mettere i brani che mi vengono proposti in una cartella dropbox senza il nome dell’autore per non farmi condizionare. Ad oggi sono 124 solo le canzoni che iniziano con la lettera a. Dovevo fare questa ricerca a marzo, quando poi ci siamo rinchiusi per il lockdown mi sono sentita per la prima volta un po’ persa, mi sono chiusa in me stessa e ho pensato che non ci fosse qualcuno a cui potesse interessare se io cantassi ancora. Sono poi stata per tre mesi in Romagna dai miei, da settembre volevo cominciare a sentire qualcosa ma rimandavo sempre come per paura. Questa collaborazione mi ha rimesso in moto, sinceramente non mi ha lasciato un giorno libero, per scrivere la versione italiana del testo ci abbiamo messo 25 giorni in cui ho lavorato anche insieme a Niccolò Agliardi. Adesso ho molta voglia di ascoltare, in teoria nella mia testa mi piacerebbe riuscire a finire per Natale 2021 ma sono indietro e le canzoni che iniziano con la a non mi piacciono. La verità è che voglio fare degli esperimenti, voglio provare a cantare canzoni di altro genere e vedere com’è la mia voce con un altro stile. Voglio usare questo tempo per conoscere un altro aspetto delle mie corde vocali.

In questo momento viviamo nell’incertezza, ognuno vorrebbe rimediare ma è molto difficile. Ognuno fa la sua proposta, io avevo scritto un appello con i miei colleghi italiani rivolto al nostro governo ma non abbiamo ricevuto una grande risposta. Penso che in generale i cittadini del nostro paese non abbiamo ben capito quante sono le maestranze, si tratta di 570,000 mila persone, non possiamo prenderci cura di tutti, non si risolve così. Siamo 50 cantanti e possiamo sicuramente aiutare le persone vicine a noi che sono altre 40, un numero troppo piccolo, non so che suggerimenti dare se non di porre attenzione a questo appello. Noi cantanti non abbiamo bisogno di un aiuto economico ma i tecnici si, sono persone senza lavoro, questo è molto grave, aldilà di quello che noi possiamo fare privatamente. A proposito di quello che ha proposto Fedez, l’intento che abbiamo tutti è cercare di risolvere questo problema, ognuno ha un modo diverso di pensare. Federico ha proposto un modo secondo lui utile, io ho pensato che facendo un calcolo matematico, farei fatica a capire a chi destinatare questi fondi. Gli anticipi sui tour e sugli album non potrebbero mai coprire il reale fabbisogno delle maestranze, ecco perché ho preferito rivolgermi al governo, stiamo parlando di un totale importante di cui non possiamo farci carico. Per questo è importante parlarne e appoggiarci e non creare polemiche tra noi.

 

 

 

(Dis) Amore è il nuovo album dei Perturbazione. Intervista a Tommaso Cerasuolo

(Dis) amore -cover album

Dopo una lunga attesa i Perturbazione tornano su pubblica piazza con (Dis) amore. Un concept album doppio, stratificato, variegato e ricco di spunti sia letterari che musicali. Il racconto racconta l’evoluzione di un rapporto a due servendosi di personaggi senza nome e senza sesso che attaversano la scoperta, l’innamoramento, la pienezza della condivisione, il consolidamento, il dubbio, le crepe, il silenzio, la distanza, l’assenza, il dolore, il disamoramento. Si tratta di persone che, nella loro unicità, ci lasciano lo spazio necessario per identificarci attraverso dettagli carnali e tangibili. Lo speciale diventa normale in disco che parla sottovoce ma con fermezza e che per questo è destinato a lasciare un segno.

Intervista a Tommaso Cerasuolo.

Ciao Tommaso, questo lavoro si prende il tempo necessario per raccontarci una storia dentro tante storie attraverso una stratificazione di sentimenti e immagini. Come vi è venuta questa idea?

In questo lavoro c’è forte corrispondenza tra musica e vita. Le nostre canzoni sono molto aperte, ognuno le abita a suo modo e anche i testi sono in grado di evolversi nel tempo lasciando dei. Non c’è un utilizzo metaforico delle immagini, la nostra scrittura può essere felicemente abitata da chi la fa sua. Il nido domestico dei protagonisti del disco ci ha dato il là per pensare ad un progetto raccontato in ordine cronologico.

La prima sensazione che balza alla mente è una forte corrispondenza filmica, come se ogni canzone fosse propedeutica all’altra in una susseguirsi di inquadrature traslabili nel reale.

Abbiamo effettuato un lavoro di stratificazione. All’inizio abbiamo valutato quanto materiale avessimo sull’innamoramento e disamoramento da un punto di vista non convenzionale. Quando poi abbiamo capito che volevamo sviluppare il lavoro in ordine cronologico, abbiamo cesellato la scrittura quasi come se ci stessimo muovendo con una cinepresa. Le voci dei due protagonisti non sono definite, ognuno le abita come vuole. A volte ci serviva l’esterno per raccontare in che modo potesse influire il contributo della società all’ interno dell’idillio domestico prima e della rottura poi. Amore e disamore hanno la stessa energia emotiva sia dentro casa che fuori. Abbiamo usato anche dei tagli di montaggio, a volte serviva l’inquadratura lunga, altre volte un bel primo piano con uno stacco breve senza essere ridondante. Abbiamo adottato un molto diverso di lavorare che ci ha regalato molta soddisfazione.

Ogni tassello è funzionale all’altro dunque.

Esatto. Abbiamo scritto in funzione della narrazione, questo è stato molto stimolante.

Da un punto di vista testuale, si evince un importante impegno narrativo. Da dove nascono queste suggestioni?

Prima di tutto dall’osservazione delle vite intorno a noi, siamo circondati da parenti e amici della nostra età che hanno vissuto montagne russe emotive ma ci siamo ispirati sicuramente anche a tanta letteratura. Una scrittrice molto importante è Natalia Ginzburg, la scintilla iniziale è nata nei primissimi pezzi. In particolare “Io mi domando se eravamo noi” è proprio una frase che la scrittura usa in un contesto abbastanza diverso da quello attuale ma comunque parla dello spaesamento. In particolare abbiamo attinto da spettacolo teatrale, rappresentato presso il Teatro Stabile di Torino alla fine del 2016, che si intitolava “Qualcuno che tace”, una trilogia tratta dai pezzi teatrali della Ginzburg. Rossano (ndr) è più letterario di me ma abbiamo questo collaudatissimo metodo di scrittura a 4 mani; lui scrive con una sua metrica sapendo che io poi ci metto mano e smonto i versi per cercare linee melodiche, siamo molto elastici. Ross dà sempre moltissimo materiale e in questo disco c’è moltissimo di suo. Ad esempio aveva letto delle pagine di Albinati per il tema dell’adulterio e del possesso, poi c’è l’influenza di John Cheever, e poi ancora Romagnoni, George Fontana, Buzzati, Parise, Domenico Starnone. Si tratta di letture che aveva interiorizzato e che è riuscito a mettere in luce con una predisposizione emotiva importante. Ci sono anche frasi afferrate dalla vita reale, come accade nel brano “Taxi Taxi”. Una sera Io Cris e Rossano eravamo a Milano per della promozione, il tassista parlava di storie di persone estranee in un turno di notte e abbiamo fatto nostro il suo racconto. Al fianco alla razionalità letteraria è bello imbattersi nella realtà per rendersi conto della reale vibrazione e sfumatura che stai cercando.

Forse è  per questo che è destinato a fare la differenza?

Questo è un aspetto importante. Il problema della musica italiana è che c’è un abuso di parole astratte come mondo, universo, infinito, vita, amore, cuore, tutto è grande. A noi piace scendere nel dettaglio, afferrare la realtà con dettagli molto carnali, dare l’idea della concretezza nella scrittura, presentare un’immagine personale per farci capire da chi ci sta ascoltando. In questo modo dal particolare puoi aggiungere l’universale. Un po’ avviene con la siepe di Leopardi, senza la siepe non c’è l’infinito; in questo modo le cose vengono messe a fuoco e diventano tangibili.

 Un altro aspetto che dà completezza a questo lavoro è anche la varietà musicale che lo attraversa.

 I testi di Natalia Ginzburg erano ambientati negli anni ‘60 e ‘70 per cui ci siamo presi dei riferimenti di quelle atmosfere. La musica è come una pietra che rotola si un piano inclinato e tu ci finisci sopra (ride ndr).

La cosa bella di Cris che ha prodotto tutto il lavoro è che ha ampliato molto il suo bagaglio e lo spettro armonico perché ha lavorato a tanti altri progetti un po’ più sghembi, sotterranei di matrice blues. L’anno scorso Cris ha musicato un bel documentario su Anna Magnani, diretto da mio fratello e che è stato presentato anche a Cannes. Tutte queste cose sono finite nel suo bagaglio e io, che sono un cagnaccio che usa l’istinto per lavorare sulla parte metrica e melodica, mi sono reso conto di trovarmi su terreni nuovi. Abbiamo suonato tanto i pezzi in sala prove e abbiamo cercato di registrarli in modo da restituire fedelmente questo mood, tenendo anche i piccoli errori, senza mettere a posto i rullanti o quantizzare tutto. Adesso la musica è sempre tutta in briglia, molto artificiale, il gusto attuale ricorda il gluttammato: tutto è buono ma si assomiglia molto come sapore. Noi volevamo essere selvatici e meno sovraprodotti.

Coerenti in tutto nella forma e nella sostanza.

Il messaggio che danno questi personaggi è racchiuso nella capsula del tempo che contiene la nostra verità, fatta di entusiasmi ma anche di sbagli, di assenze. Senza le parentesi non verrà fuori la verità.

Il brano più prezioso è “Conta su di me”. Il concetto di fiducia è, ad oggi, quello più perseguibile da parte di tutti noi.

La fiducia arriva a due terzi del disco e non è un caso. I temi si compenetrano: pazienza, fiducia, sostegno reciproco sono racchiusi in una dichiarazione di coraggio e allo stesso tempo di resa. Questa è una canzone disarmata ma è anche una delle più belle del disco. Possiamo aver attraversato grandi paludi ma dentro una grande tempesta per un attimo di squarciano le nubi e quello che rimane è l’autenticità di un rapporto che unico che nessuno potrà toglierci.

 Raffaella Sbrescia

Video: Io mi domando se eravamo noi

 

Che vita meravigliosa: intervista a Diodato e recensione dell’album

Diodato

Esce oggi “CHE VITA MERAVIGLIOSA” il nuovo album di DIODATO, vincitore del 70° Festival di Sanremo con il brano “Fai Rumore”. In questo lavoro l’artista mette in luce anime diverse e allo stesso tempo complementari. La scrittura cinematografica di Diodato offre l’opportunità di vivere frame di vita vissuta ma anche di immergersi in riflessioni sociologiche di un certo spessore.

A due anni di distanza da “Cosa siamo diventati”, Diodato si mostra particolarmente lucido, ispirato e coinvolgente. In queste nuove 11 canzoni, ci sono passioni e fragilità, amori, solitudini, cadute e rinascite senza mai perdere di vista i rapporti tra esseri umani e le relative barriere invisibili che contraddistinguono un’epoca quanto mai controversa come quella che stiamo vivendo.

Videointervista a Diodato:

Il fatto che Diodato abbia vinto non solo il Festival di Sanremo ma anche il Premio della Critica “Mia Martini”, il Premio della Sala Stampa Radio, Tv e Web “Lucio Dalla” e il Premio Lunezia per il valore musical-letterario di “Fai Rumore”, rappresenta la tangibile testimonianza di un riconoscimento artistico unanime. Antonio Diodato si contraddistingue per aver liberamente scelto di essere un perenne viaggiatore, un navigante felicemente disperso ma mai così a fuoco come adesso. La sua ricerca di verità nascosta nelle persone e nelle cose si rivela in tutta la sua luminosa bellezza all’interno dei suoi testi. Se a questo aggiungiamo il prezioso e fertile contributo musciale del noto produttore discografico Tommaso Colliva per la realizzazione dei nuovi arrangiamenti, tanto ricchi, quanto variopinti e strutturati, capiamo perché possiamo definire “Che vita meravigliosa” come l’affresco estemporaneo dell’essenziale invisibile agli occhi ma percepibile dal cuore. La fragilità, la caduta, il fallimento, la riflessione, la rinascita, l’indagine e la riflessione sono gli assi nella manica di un artista apparentemente malinconico ma estremamente innamorato della vita. L’impegno di Diodato è quello che ci serve per reagire, per riaccendere l’emotività, per cedere all’input evocativo di una voce forte, nitida, avvolgente. Che siano baci o altissime e fragorose onde, ascoltando Diodato non possiamo far altro che abbandonarci felicemente a questo flusso di coscienza vorticoso e sì, meraviglioso.

Raffaella Sbrescia

Nel 2020 Diodato sarà live per la prima volta all’Alcatraz di Milano (22 aprile 2020) e all’Atlantico di Roma (29 aprile 2020) e il 16 maggio rappresenterà il nostro Paese all’Eurovision Song Contest nella città di Rotterdam.

Storm and drugs: Dardust chiude la trilogia ispirandosi all’estetica del sublime. Intervista

dardust

Esce oggi S.A.D. “Storm and drugs” il nuovo album nonché ultimo capitolo della trilogia discografica di Dario Faini, in arte Dardust. Muovendosi sul filone nord europeo lungo l’asse Berlino-Reykjavik-Edimburgo, il pianista, autore e produttore mette in campo tutta la sua poliedricità dando libero sfogo a turbe personali, influenze filosofico culturali, ispirazioni strumentali all’interno di uno scenario musicale apocalittico che non conosce limiti e mezze misure.

Tempeste emozionali attraversano questo progetto strumentale che prende spunto dalla corrente tedesca di fine ottocento denominata “Sturm und Drang”. Come nei quadri di Friedrich, l’ascoltatore diventa parte integrante dell’ascolto attraverso scenari e sonorità improvvise e inaspettate. Dardust affronta la tempesta dall’interno in modo ambizioso, complesso, ricco, vorace. Il risultato finale è la catarsi, altresì interpretata come riscatto, rinascita. La paura e l’estasi si sublimano in un vortice perturbante, così come viene elucubrato all’interno della critica del giudizio di Kant.

Le tante esperienze dal vivo e gli scambi artistici che ho avuto modo di intraprendere dall’uscita di “Birth” nel 2016 ad oggi, mi hanno reso una persona diversa. Ho affrontato un processo di maturazione molto veloce, ho attraversato periodi complessi e difficili ai quali ho reagito affidandomi alla musica, lasciando che le mie percezioni si muovessero senza pressioni e senza particolari prospettive. Il messaggio di questo lavoro è proprio quello di abbattere le barriere, affidarsi all’inconscio e lavorare con passione. Ogni volta che riascolto l’album si riaccendono in me le stesse emozioni con cui l’ho concepito, questo accade perché ho lavorato con onestà creativa, senza deviazioni o compromessi mantenendo il controllo del lavoro seguendo ogni singolo dettaglio personalmente.

Tra tutti i brani del disco, STURM II è il più emblematico e il più ambizioso. Ci sono tante modulazioni, riferimenti alle colonne sonore che ho amato:da John Carpenter a John Williams, i compositori preferiti da Liszt a Beethoven, influenze sudamericane, percussioni, beats improvvisati. Il brano è un crossover molto particolare nato in modo spontaneo, parte in modo oscuro per raggiungere una catarsi finale che considero liberatoria. La mia drug è la creatività, la musica ha tirato fuori in maniera colorata quello che avevo dentro e lo ha fatto in maniera veloce guarendomi. In “Beatiful solitude” raggiungo la pace che segue la tempesta. Ora pian piano ricomincio a cercare nuove energie e a voler scoprire qualcosa di nuovo. Sono in fase di totale rinascita e, al netto di questo piccolo bilancio, sono sempre più convinto che bisogna fare le cose di cui ci si appassiona senza pensare forsennatamente al risultato. Mi piace pensare che se c’è qualcosa che viene fatto con onestà e passione, quella emozionalità intrinseca dovrà per forza di cose arrivare a qualcuno. Quando lavoro ai progetti pop sono un compagno di viaggio, quando lavoro da solo mi assumo i miei rischi e mi lancio nei miei studi captando energie.

I concerti che si terranno a breve, saranno un upgrade dello spettacolo live che ho ideato. Il concerto resterà diviso in due atti ma ci saranno dei colpi di scena con cui mi presenterò al pubblico europeo per sorprenderlo. La formula della dualità rappresenta la mia doppia anima per cui la parte acustica e quella elettronica sono destinate a convivere.

Nel frattempo ci sarà il mio zampino anche al Festival di Sanremo: i brani di Elodie e Rancore a cui ho lavorato mi hanno stupito entrambi per motivi diversi. Non si tratta di canzoni facili, hanno bisogno di diversi ascolti per sedimentarsi senza mai annoiare chi li ascolterà. D’altronde questa è la mia sfida: i brani che durano di più sono destinare a rimanere”.

Raffaella Sbrescia

La tracklist del disco:

Sublime

Prisma

Storm and Drugs

Without You

Ruckenfigur

S.A.D.

Sturm I – Fear

Sturm II – Ecstasy

Beautiful Solitude

 

 

Brunori Sas presenta Cip! “Dalla disillusione recupero l’incanto attraverso il canto”.

CIP_COVER

Cip! è la nuova creatura discografica di Brunori Sas. L’artista sceglie di rimettere l’uomo al centro della narrazione contemporanea per una visione d’insieme più spirituale e meno legata alla realtà strettamente contingente. Dario Brunori mette in campo il suo sentire attraverso un’attitudine poetica, traduce musicalmente argomenti sensibili. Il progetto si muove in modo compatto verso questa direzione e lo fa a partire dalla copertina realizzata da Robert Figlia: il ritratto di un pettirosso. Brunori scrive canzoni in cui buona volontà, tenerezza, difficoltà, pazienza e denti stretti si alternano perseguendo l’obiettivo di essere buoni senza sentirsi al contempo coglioni.

Il cantautore sceglie di scrivere in modo più poetico e meno prosaico prediligendo argomenti di ordine etico e filosofico con il piglio del poeta. Non parla in modo diretto di stretta attualità o di argomenti sociali, presta attenzione al suono della voce, al come racconta le cose più che al cosa. Il cantautore osserva l’armonia degli attriti, analizza la costante lotta tra gli opposti, esprime una costante tensione verso la spiritualità cercando di cantare una sorta di religiosità laica: perseguendo l’etica di chi non crede in Dio ma che si comporta come se ci fosse. Il tutto attraverso arrangiamenti sostenuti e ricchi di vitalità realizzati pensando ai contesti in cui saranno suonati. E il contesto quest’anno saranno i palazzetti dello Sport di tutta Italia, una nuova avventura live vedrà Brunori Sas protagonista del palco accompagnato come di consueto dalla sua storica band con una prestigiosa novità: una sezione brass diretta da Mauro “Otto” Ottolini.

Brunori Sas ph Leandro Emede

Brunori Sas ph Leandro Emede

“In questo disco ho voluto raccontare dell’amore universale, di tutto ciò che tiene insieme le persone e le cose. Vivo un tempo che mi impone il tempo della macchina, sono costretto ad andare veloce. Cerco di resistere alla obsolescenza programmata dei sentimenti, racconto la difficoltà di mostrare le cose hanno le rughe. In tutto il disco, ma in generale nella mia scrittura, c’è una forte tensione spirituale. Recupero il fanciullino che è in me perché sento che è quello che dovremmo fare un po’ tutti noi. Il problema di oggi non è solo politico e sociale ma poetico. Cerco quindi di bilanciare gli estremi. Mi sono reso conto che ho cantato cose di cui magari in passato mi sarei vergognato e che avrei stemperato in modo ironico. Dalla disillusione recupero l’incanto attraverso il canto.

Uno degli stimoli principali del disco nasce dalla sindrome della veduta d’insieme e dalla considerazione del proprio essere a tempo determinato. Una prospettiva diversa per non sentirmi fesso a perseguire il bene e per cercare di capire il nostro ruolo nel creare armonia e vitalità. Sento la necessità di trovare in quello che vedo una forma di accettazione, questo implica evitare di perdere tempo a cercare di modificare quello che è così, suggerisco una serie di elementi che ci facciano riconciliare con ciò che è brutto ma necessario con l’obiettivo di perseguire una forma di spiritualità.

Non si può giocare con il cuore della gente, non si deve bluffare o anteporre se stessi davanti a tutto il resto né tantomeno vergognarsi a esprimere una parte spirituale. Dobbiamo cercare di essere dei segnali stradali per dare delle indicazioni. La scrittura per me è clandestina e solitaria. Nonostante questo, ho avuto la fortuna di trovare in Antonio Di Martino un artista che non solo mi ha aiutato nella stesura testuale ma mi ha fatto anche da specchio in cui riflettermi. Di lui mi fido al 100%, insieme abbiamo scritto “Quelli che arriveranno”, “Aldilà dell’amore”, “Capita così”. Per me che sono un procrastinatore compulsivo, scrivere in un tempo rapido è la più grande sfida. Ho cominciato a lavorare al disco ad aprile con la consapevolezza di rivolgermi a un mondo rapido, i mutamenti possono rendere subito obsoleto quello che scrivi per cui questi brani parlano di un tempo meno definito. Ho registrato il disco in tanti posti diversi tra Calabria, Officine Meccaniche di Mauro Pagani e Casa degli Artisti a Milano.

Dei miei 5 album, ritengo questo come 1bis, per il mio tentativo di recuperò dell’ingenuità dei primi tempi, di quello sguardo limpido . Non so se sono stato capito, il riscontro delle persone mi fa pensare a una sintonia che va oltre il sentire. Ho cercato di trattare queste tematiche non con il piglio dell’accademico ma con il guizzo del poeta. D’altronde questo fa la scrittura: si tuffa negli abissi personali e illumina con una torcia tutte le creature immerse. Sono felice che ci sia stato un percorso che mi ha assecondato nei tempi e nei modi, non ho mai inseguito il pubblico, l’idea iniziale era raccontare per me, per darmi dei promemoria, poi ho cominciato a reagire all’introversione. Ho creato intorno a me l’idea che non ci sia differenza tra Dario e Brunori Sas. Non vivo con il patema d’animo di perdere tutto questo, andrei contro quello che scrivo”.

 Recensione:

Il disco si apre con Il mondo si divide, una canzone leggera, immediata, costellata di contrasti, che ci invita a riflettere su quanto si stia scomodi in bilico tra la decisione giusta e quella più conveniente. Capita così è un brano prezioso perché scomodo. Racconta di come ci si trova a dover reagire di fronte agli eventi della vita, al sentirsi piccoli, impreparati, scontenti, insoddisfatti. Ecco che Brunori trova l’antidoto: l’accettazione non è più rassegnazione, si trasforma nella capacità di considerare la propria vicenda umana in modo del tutto ridimensionato.  Per curare noi stessi potremmo partire dal prenderci cura dei nostri cari, scrive Brunori in Mio fratello. Picchi di spiritualità vengono raggiunti in Anche senza di noi perseguendo quello spirito di accettazione precedentemente accennato. La canzone che hai scritto tu: è un regalo autentico. Un dono puro, semplice di note, di parole, di intenzioni. Al di là dell’amore è il singolo che ha unanimemente convinto tutti del fatto che il ritorno di Brunori sarebbe stato all’altezza delle aspettative. Il canto si apre con un messaggio etico, si interroga sull’eterno contrasto tra Bene e male attraverso un linguaggio dapprima sarcastico e spazientito per poi virare verso l’alto distanziandosi dal contingente per abbracciare un’etica intuitiva che prescinda da torti, ragioni, ideologie e punti di vista. Bello appare il mondo: Brunori ancora una volta ci invita a non fissarci su ciò che non si può cambiare. Benedetto sei tu: è una preghiera laica che persegue un risveglio non solo metaforico. Per due che come noi: è un brano d’amore sincero che si tiene in piedi nonostante il soffio del vento e le difficoltà della vita quotidiana. Fuori dal mondo: Brunori mette in piazza il suo essere un pesce fuor d’acqua con un ritmo accattivante e stralunato. Il brano vuole essere l’inno dei sognatori che non smettono mai di vedere il mondo a colori. Il disco si chiude con Quelli che arriveranno: un’elegia per pianoforte e voce. Un brano struggente in cui il protagonista è Achille, un bambino che non potrà vivere ma che, nonostante tutto, accetta la fine come forma di fiducia per quello che arriverà.

Raffaella Sbrescia

Cremonini 2C2C The Best of: il passato, il presente e il futuro di Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini è all’apice della sua carriera e si sente. Alla vigilia della pubblicazione di “Cremonini 2C2C The Best of”, l’artista appare fulgido e consapevolmente fiero del proprio percorso artistico. Un presente mai così a fuoco come adesso per il cantautore bolognese che offre su un piatto d’argento il fulcro del suo repertorio senza omissioni e con tanta carne al fuoco. Questo progetto esce in un periodo affollato ma non si tratta di una semplice raccolta discografica. Cremonini pubblica ben 6 inediti, di cui 5 sono brani cantati e uno è un capolavoro strumentale di caratura importante. Sono brani che rivelano un linguaggio trasparente e un’anima coerente. Un artista mai fermo al palo, Cremonini crede nella musica e nella relativa potenza sia semantica che immaginifica. Il suo obiettivo è guardare la realtà in controluce e, nel farlo, mette insieme pezzi inediti, le hits di una vita, i brani strumentali più ispirati, le interpretazioni per pianoforte e voce live più significative, demo originali mai pubblicati, le rarità dimenticate in un cassetto. Tutto prende forma nel percorso orizzontale di Cesare Cremonini che si è sempre imposto come finalità ultima quella di arrivare alla gente solo attraverso le canzoni. Il raccolto è florido, abbondante e di qualità ma non è una summa; Cesare è nel bel mezzo del cammino e, a ridosso dei 40 anni, ha ancora tante pagine da scrivere. A giudicare dalle premesse saranno pagine ricche, fitte e tempestose. Lo si percepisce dalla foga e dalla grinta con cui lo stesso artista si racconta alla stampa.

La struttura dei brani è variabile, la musica va ascoltata dall’inizio alla fine, mi fido di un pubblico che sa farsi accompagnare dalle canzoni, non seguo gli stereotipi della musica pop. Sono diventato sempre più severo con me stesso nel corso del tempo ma finalmente mi sono perso nella vita, mi sono finalmente reso conto che nessuna burrasca ti può uccidere. Questo è un ottimo buon momento per scrivere e canzoni. Ne ho pubblicate solo 6 perché era letteralmente scaduto il tempo utile che avevo a disposizione in occasione della pubblicazione di questo best of. Sono brani estremamente a fuoco su di me, tutti decisamente autobiografici e scritti con la necessità di raccontarmi in modo nitido e preciso. Sono al centro di un processo evolutivo, mi piacere scovare strade alternative, tenere in equilibrio il percorso compositivo con quello legato al mondo live. Il mio è un inchino al pubblico, alla mia vita passata, a quello che ho vissuto, ho trovato il modo di posizionare nella libreria quanto avevo fatto per andare avanti con leggerezza e perseguire la mia ossessione non omologarmi e vivere fino in fondo il brivido del rischio. Non sono un nostalgico, mi pongo in modo curioso verso il futuro e anche per quanto riguarda il tour che verrà sarò felice di mostrare il valore aggiunto dato dalla grande varietà di generi musicali che negli anni ho sperimentato. Sto cercando la strada migliore per offrire al pubblico qualcosa di nuovo, diverso, interessante. Non mi sento arrivato, continuo a inseguire la musica e il live sarà un ottimo motivo per sentirmi vivo, creativo, competitivo. Sono abituato a lottare e non vedo l’ora di rimettermi nella grande mischia della vita.

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Lo slancio emotivo, la freschezza, la voglia di ricerca e sperimentazione sono i cardini lungo i quali si muove la penna del cantautore che non smette mai di sottolineare quanto abbia contato per lui il ruolo di guida manageriale di Walter Mameli. Cesare Cremonini tira le fila del passato, traccia una riga sull’epoca dei Lunapop, ripercorre le tappe di una giovinezza vissuta a pieno titolo, ripercorre le scoperte musicali ed esistenziali, svela le difficoltà di un tempo con la casa discografica Warner Music, la tentazione di cedere a qualche collaborazione artistica, racconta il divertimento nel ruolo di attore ma soprattutto sottolinea la passione e il pathos del lavoro in studio. Quello spasmodico lavorìo cerebrale che ama vivere lontano da tutto e da tutti. Eppure ci sono delle eccezioni. C’è Ballo, l’amico e collega di una vita e poi c’è l’autore Davide Petrella, l’unico con cui Cesare Cremonini è riuscito a instaurare un rapporto e un metodo di lavoro prolifico e qualitativamente significativo.

A conclusione di questo discernimento, la morale è che Cremonini lavora alacremente con l’intento di alzare ogni volta l’asticella per tracciare un segno nel panorama musicale italiano. L’evoluzione della sua poetica lo dimostra in modo emotivamente importante mentre la controprova tangibile sono e resteranno le performances live di un animale da palco. Un uomo che vive il pubblico con anima e corpo, in modo viscerale e totalizzante. Sono questi gli elementi che formulano il glossario per un artista di spessore, uno che non ha avuto tutto subito, uno che ha costruito in modo artigianale ogni segmento della propria credibilità artistica. Questi i riferimenti per chi vorrà essere presente al vicino tour negli stadi in cui ci sarà da emozionarsi sì, ma anche da godere nel vero senso del termine; ça va sans dire.

Raffaella Sbrescia

Tiziano Ferro guerriero del pop in “Accetto miracoli”. Intervista

Tiziano Ferro

Esce il 22 novembre 2019, il nuovo album di inediti di Tiziano Ferro. Composto da 12 tracce, il disco mette in luce la nuova vena creativa da parte del cantautore che, per questo lavoro, ha ottenuto la produzione del guru del sound R&B americano Timbaland. Già dal primissimo ascolto appare evidente la forte volontà di mettersi in gioco, di raccontare l’intimità più dolorosa, più scomoda, più intima e personale. Fa impressione notare come dopo 18 anni di carriera, Tiziano Ferro scelga ancora di dare fondo alle emozioni senza timori. Lui, uomo pop per eccellenza, si conferma sempre più cantautore dell’umanità nel senso letterale del termine.

Qui le sue dichiarazioni in conferenza stampa.

Mi sembra di rivivere le stesse emozioni vissute nel giorno dell’uscita di 111. Era Milano e c’era un disco nuovo in uscita. Oggi rieccomi qui, non potrei essere più felice ed emozionato. A maggio 2018 è iniziato un percorso che ha cambiato completamente le carte in tavola. Questo album è testimone di un cambiamento totale, radicale, totalizzante. Tutto è diverso. Mi sono ritrovato a vivere in California senza sceglierla. Non amavo questo posto, ho imparato a scoprirlo e farmi abbracciare. Se tre anni fa mi avessero detto che mi sarei sposato e che avrei lavorato ad un disco con Timbaland, non ci avrei neanche lontanamente creduto. Vi racconterò per gradi com’è andata in entrambe i casi.

Mi sono trovato quasi per caso a prendere un caffè con Timbaland, uno dei miei idoli fin da quando ero un ragazzino. L’idea di andare a conoscerlo mi gasava, da quell’ incontro sono uscito non solo con un caffè ma anche con una canzone prodotta da lui e una sua proposta di collaborare insieme ad un progetto più completo. Questo passaggio ha significato uscire dalla mia comfort zone e dall’ abitudine di lavorare con le stesse persone da 18 anni. Mettersi in gioco a quasi 40 anni e farlo con un guru come Timbaland mi ha costretto a rimettermi in gioco da alunno con tutto da perdere. Avevo bisogno di questo processo per rinverdire la mia creatività. Lavorare con lui mi ha spinto a ripropormi da zero, Timbaland doveva capire come canto, chi sono, cosa voglio, cosa cerco e cosa desidero comunicare. In ogni caso abbiamo parlato poco, abbiamo fatto principalmente musica. Mi ha fatto sentire protetto e questa microcrisi iniziale si è trasformata in un’opportunità di crescita creativa. Per questo motivo vi dico molto schiettamente che sono molto soddisfatto di questo lavoro. Tra gli aneddoti che mi piace sottolineare è che c’è un gesto d’affetto che Timbaland ha fatto nei miei riguardi. Alla fine del disco, in “Accetto miracoli”, un brano che non ha niente a che vedere con il suo repertorio, ha usato una drum machine 808. Quel momento mi ha fatto capire che con la musica si può ancora giudicare anche dopo 20 anni di carriera. Dirlo oggi, mi vede chiaramente in una posizione di vantaggio ma per me è stata una bella lezione.

Sapere con un anno di anticipo che questo disco diventerà un tour, già molto atteso, che ha venduto tantissimo, mi riempie di felicità e di orgoglio. Ho il terrore di crollare nell’abitudine anche se sono molto lontano dal farlo. Ho iniziato l’attività live partendo dai piccoli club, mi sono esibito nei palazzetti al terzo disco. Arrivare agli stadi a 40 anni ha un sapore completamente diverso. Sapere di raddoppiare una data un anno prima, senza un disco fuori, è un atto di fiducia cieca da parte del pubblico. Il tour sarà la mia festa dei 40 anni e in scaletta ci saranno solo singoli. Farò ogni cosa con estrema cura.

Mi sento un privilegiato e, tra le varie cose, non vedo l’ora che arrivino le date europee. Sono grande fan dell’Europa, ritengo che sia il continente più figo del mondo, mi piace l’idea di poter viaggiare da un paese all’altro con solo un’ora e mezza di distanza. Mi diverte pensare che ogni paese mi dia modo di guardare le cose in modo diverso, da porte e finestre che regalano una prospettiva sempre nuova in una lingua completamente diversa.

Colgo l’occasione per specificare che vivere in California significa vivere in una bolla in cui succedono cose che al di fuori non esistono proprio. La vita ha scelto per me, mi ci sono trovato senza volerlo e mi fa strano dire che adesso la mia famiglia è lì. Io posso viaggiare, mio marito no. Se non dovessi farlo, non so se vivrei lì. Mi sento italiano al 100%, rimango con la radio sintonizzata. In quel posto ho trovato l’amore da 4 anni a questa parte ma non mi sentirò mai a stelle e strisce. L’Europa è casa mia, rido e piango per la Brexit, spero nell’evoluzione della civiltà nei confronti della carità e verso chi ha bisogno di aiuto. Mi piace quando mostriamo di voler essere persone che accolgono con la voglia di integrare”.

Tornando al disco: “Se mi chiedete perché scrivo – Sono solo ed è sempre stato così- vi rispondo che questo è il tema più complesso non solo del disco ma della mia vita. Mi sono sempre sentito un outsider, un fuori concorso. Da piccolo ero grasso, mi piace studiare, sognavo di lavorare alla radio e metto i dischi con il mio mixer mentre gli altri andavano alle feste. Quella linea fissa sia emotiva che sentimentale mi devastava, la musica mi ha permesso di trovare un tunnel alla cui fine c’era la luce anche se però questo modo di sentirmi non è mai veramente cambiato quasi come se fare il cantante non mi bastasse. Questa mia caratteristica caratteriale mi ha portato la voglia di migliorarmi ma è diventata anche molto complessa da gestire. Oggi faccio quello che ho sentito dire a Meryl Streep: “Fai arte del tuo cuore spezzato”. C’è sempre un’ombra che mi fa pensare che questo elemento sia parte di un copione. Ho imparato a rispondere alle offese, ho imparato a scrivere le canzoni, ogni tanto faccio cazzate ma le ho accettate quasi come se fossero un super potere. Non c’è niente più forte della verità.

Tiziano Ferro

In mezzo a questo inverno è la mia canzone preferita del disco, nonché il prossimo singolo in uscita. Si parla della separazione da una persona importante, in questo caso mia nonna Margherita. Non so perché ma ho voluto declinarla al maschile, ho lasciato che il brano volasse per conto suo. Con lei ho capito cosa volesse dire perdere una persona chiave nella propria vita. Faccio persino fatica ad ascoltare il brano.

Il valore catartico delle canzoni è innegabile per me. Le ho sempre usate per dire quello che non riuscivo a dire faccia a faccia, poi sono diventate qualcos’altro. La canzone è di vitale importanza, l’autore pop si sobbarca di questa responsabilità di parlare di cose normali, semplici, vere, cose che cambiano l’animo delle persone. Ho sempre suggerito alle persone di abbracciare le proprie ferite e di scoprire cosa potesse esserci dietro. Sono uno scrittore pop con lo scopo di cambiare gli animi, in questo senso quindi guerriero. In un mondo in cui pare che nessuno riesce a sopportare l’altro, ci riscopriamo più uniti che mai cantando a squarciagola in uno stadio. Questo mi fa pensare che il pop abbia un potere reale anche se noi artisti abbiamo una credibilità diversa, sicuramente minore delle istituzioni che potrebbero fare qualcosa di concreto. Io mi limito a dire: votate se potete. Non vi lamentate se poi non votate. Non ho risposta su chi e amo e chi odio, sono confuso così come dimostrano di esserlo i politici stessi. Mi fa male constatare che c’è più mancanza di civiltà tra le istituzioni che tra le persone. In ogni caso rimango un fiero uomo pop, il caposquadra degli uomini pop. Il pop arriva dove non arrivano i filosofi.

Ecco perché il disco prende forma dalla voglia di vivere anche se nasce dal testo di “Accetto miracoli”, scritto nel 2016. MI fa strano pensare che stavo andando via da Los Angeles e che solo tre giorni prima avevo incontrato quello che oggi è mio marito. Ero fermo agli ostacoli, ho accolto i cambiamenti anche se li capivo e ho scritto il disco. Nel frattempo ho tentato di vivere la mia relazione in modo personale, innamorarsi in maniera diversa a 40 anni ha un valore che non conoscevo. Il mondo dentro di me stava cambiando, ho protetto questo sentimento anche da amici e famiglia, mi facevo paranoie. Mi sembrava tutto troppo giusto in un contesto così lontano da me. Dopo due anni e mezzo, questa relazione è diventata una verità nella mia vita e ho ritenuto giusto celebrare questa unione, così come si è sempre fatto nella storia dell’uomo.

Uno degli episodi più felici è stato il duetto con Jovanotti in “Balla per me”. Lui è stato il mio primo idolo, la sua musica e la sua scrittura hanno scandito la mia vita. L’ho conosciuto nel 2005 ma ho sempre mantenuto una certa venerazione nei suoi riguardi. In questa canzone, che non è solo un featuring, sembra che cantiamo insieme da 15 anni. Solo che io canto lui dall’88 e lui no (ride ndr).

Ai miei fan dico di imparare a vincere come persone, di lasciar perdere le polemiche, di aspettare un lungo ma fondamentale minuto prima di reagire alle offese. Il bullismo non è ma finito ma le persone che parlano a caso ci saranno sempre. Ho imparato ad essere ironico tranne quando la presa in giro è legata alla sessualità. Mi spiace che non ci sia una legge contro l’odio. Le parole sono importanti, con le parole siamo diventati grandi nel mondo, sento il bisogno che si impari a dire le cose con intelligenza emotiva con dei tempi, dei modi e dei toni che possano portare rispetto e fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

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