Giorgia presenta l’album di cover “Pop Heart”. Duetti, sorprese, ricordi e lati nascosti

Giorgia

Giorgia

Uscirà il 16 novembre “Pop Heart”, il nuovo progetto artistico di Giorgia. La cantante si mette in gioco con un album di cover, le stesse che hanno scandito i suoi primi passi nel mondo della musica. In tracklist ci sono alcuni di quei brani che la cantante romana ha scoperto grazie al suo papà che cantava nei club e nei locali di zona. Altri sono arrivati come fulmini a ciel sereno in età adulta. Altri ancora magari verranno con un possibile volume 2.

“Il titolo è arrivato alla fine del disco quando ho tirato le somme e mi sono resa conto di aver fatto delle scelte di cuore; un cuore profondamente pop. Quando ero giovanissima, mi sceglievo le canzoni che mi piacevano, ero schizofrenica, mi sono specializzata in soul e ryth’m & blues poi i miei gusti si sono evoluti. In questi 15 anni ho trovato difficoltà a dare una coerenza, a seguire un ordine di tempo o di genere. Ecco perché questa tracklist nasce da cose che mi sono appartenute nel tempo e che mi riportano a momenti della vita importanti. Tutto diventa pop nel momenti in cui un qualcosa di tuo può essere condiviso con altri”, racconta Giorgia.

“Non è facile cantare le canzoni degli altri. Speso a fine concerto mi diverto a farlo ma, un conto è farlo live insieme al pubblico, un altro è incidere qualcosa che resterà. Per questo lavoro, mi sono ascoltata le canzoni con molta attenzione, non mi sono imposta di dare qualcosa di mio. Ho rispettato le versioni originali cercando di farle mie il più possibile. Più che concentrarmi sull’uso della voce, ho messo l’accento sui testi. Per me è stato un esercizio interpretativo finalizzato a mettere in evidenza il sentimento. Questo è l’aspetto che mi interessa di più in questo momento. Dopo tanti anni di tentativi e di esperimenti, alla fine impari che la voce veicola e trasmette le tue emozioni anche se il a tenere le fila di tutto questo discorso è il fiato. Se ne hai il controllo, puoi crederci e dare una sensazione precisa a chi ti ascolta cantare”.

“In questo lavoro ho voluto cantare cose che il pubblico non avesse già ascoltato. Insieme a Canova ho cercato degli arrangiamenti che, pur rispettando la versione originale, ci trasmettessero un plus. Io stessa ho cestinato tanti brani in cui non mi ci sentivo. Questo album nasce confidando nel futuro, non c’è ancora un volume 2 ma è un strada che mi sono lasciata aperta. Potrebbe essere un classic heart o un black heart”.

POP HEART - Giorgia_Cover

POP HEART – Giorgia_Cover

“Tra i brani più belli e più difficili c’è sicuramente “I Will Always love you” di Whitney Houston. All’inizio la ritenevo intoccabile poi, in virtù del fatto che io ero una sua fan mitomane, dall’alto della mia antica pretesa di capirla, ho voluto cantare qualcosa di suo per omaggiarla. Il brano che ho scelto non è neanche quello che amo di più, ne ho fatte altro più r’n’’b ma questo è il manifesto della sua carriera. Il brano è del ‘92 e segna la fine di un momento. Dopo quel pezzo sono cambiate tante cose nella mia vita, all’inizio lentamente poi più velocemente. Avevo la sua versione originale stampata nelle orecchie, ho voluto fare quella più difficile, all’inizio non ci arrivavo, avevo la gola chiusa poi pian piano sono entrata nel pezzo, ho fatto pace con la responsabilità e dopo 6-7 tentativi, sono riuscita a trovare la mia versione”.

Il duetto più inaspettato è quello con Tiziano Ferro ne “Il conforto”: “Forse vi sarà sembrata una scelta inconsueta, visto che il brano è molto recente. Ma d’altronde perché no? Si tratta di una bella canzone, ben costruita per un duetto. La versione con Carmen è magnifica ma mi piaciuto cantarla con Tiziano. Avevo voglia di duettare con lui da tempo, ci siamo andati vicini parecchie volte e questa è stata l’occasione per omaggiare una bella canzone. Abbiamo ricantato il brano a Milano, Tiziano era felicissimo, ci siamo divertiti a fare quello che ci piace e che nasce dalla nostra matrice comune”.

Video: Le tasche piene di sassi

Gli altri duetti sono camei: “A Elisa ho chiesto di fare Ligabue ed è stata molto dolce sebbene fosse impegnata con l’uscita del suo disco. Mi piace molto il fatto che quando cantiamo insieme nel brano non si capisca chi è chi. Nel brano di Eros ho cantato una tonalità molto diversa, a lui ho chiesto un colore per creare una cifra che avesse il suo benestare. Il suo timbro rimette le cose a posto. Poi ci sono delle chicche: c’è la bellezza assoluta di “Anima” di Pino Daniele, l’attualità di Vasco Rossi, l’originalità di Mango ( del suo brano mi piace pensare che se l’avesse fatta oggi, l’avrebbe fatta proprio così come adesso). Tra le sorprese c’è il contributo di Benny Benassi in “I Feel love” di cui mi ha promesso una versione extended. Questo brano l’ho scoperto ascoltando una delle cassette di mio padre per i night. Ricordo che mi flashò con questa intro di un quarto d’ora. Donna Summer aveva una modernità assurda, faceva cose proibite a quel tempo e cantava con una sensualità pazzesca. Dovevo fare un suo brano, è una parte di me che c’è e resiste. Poi c’è “L’essenziale” di Marco Mengoni: io e Marco abbiamo un passato in comune ed è come se fossimo parenti. Scherziamo tanto insieme su un terreno comune e abbiamo un bellissimo feeling, spesso gli dico “Sembro te, che sembri me, che sembro te”. In “Come neve” ricordo questo divertente aneddoto: pensavo di essere troppo alta perché lui non si sentiva, alla fine era lui che cantava ed io che si trattasse della mia voce”.

“Mi piacerebbe che qualcuno di questi artisti venisse a trovarmi in tour ma sarà difficile, molti sono impegnati nei rispettivi tour. Il mio live partirà ad aprile, il palco non sarà centrale, mi sono fatta già troppi chilometri (ride ndr). Ci sarà più leggerezza e ci divertiremo a trovare formule per suonare con agilità sul palco. A brevissimo, e per l’esattezza il 23 novembre, canterò nel Duomo di Milano per un evento benefico organizzato dall’Associazione “Per Milano”, in collaborazione con il Comune e con la Caritas Ambrosiana finalizzato al raccoglimento di fondi da destinare ai bimbi disabili. Per la prima volta sarò in Duomo, con me ci sarà la mia band ma anche l’Ochestrs Roma Sinfonietta con 50 elementi coordinati dal Maestro Valeriano Chiaravalle. Canterò “Come saprei”, “Di sole e d’azzurro”, “Gocce di Memoria”, “E poi”, “Credo”, “Le tasche piene di sassi”, “Anima” e un’immancabile “Ave Maria” (sto studiando la versione di Andrea Bocelli). A chiudere “You make me feel like a natural woman”. Il tutto mentre vestirò un elegantissimo abito Dior”.

“La morale a tutto questo lavoro è che l’importante sia che l’emotività arrivi. Nella vita non c’è matematica, non ti avvisa di nulla. Spesso mi è capito di capire di trovarmi in un altro punto della mia vita, ho imparato a vedermi in un altro modo, a vivere momenti di sconforto per poi ricominciare. La mente fa la differenza e incide sul canto. Se canti pensando, canti male. La parte che deve arrivare non ha un nome, o c’è o non c’è e la raggiungi attraverso un lavoro interiore.”

 Raffaella Sbrescia

Mia madre odia tutti gli uomini: Maldestro si mette a nudo in un album di alto livello. Intervista

Mia madre odia tutti gli uomini_cover

Mia madre odia tutti gli uomini_cover

“Mia madre odia tutti gli uomini” è il titolo del nuovo album di Maldestro. Il cantautore napoletano compie un importante upgrade compositivo che lo pone subito al centro della scena cantautorale italiana. Il fulcro di queste nuove 10 canzoni prende spunto da pezzi di vita vissuta, quella di Maldestro, che sceglie di spogliarsi del dolore, dello sporco, del veleno e dell’inquietudine e, nel farlo, apre lo scrigno delle parole. Coadiuvato da Taketo Gohara alla produzione artistica, Maldestro trova i vestiti più accattivanti e più originali per i suoi flashback autobiografici. Si va dal ritmo blues de “Il seme di Adamo” al naufragio tra le paure di “Spine”. “Difendiamoci dalle insidie del futuro, da soli non si può combattere”, canta e scrive Maldestro ne “La Felicità” salvo poi mitigare la tensione emotiva con i ritmi caraibici de “I Poeti”, ironicamente definiti osservatori, bugiardi, impostori, ladri di carezze che qualche volta scrivono canzoni per ingannare il tempo. I concetti di paura, bellezza, pazzia, dolore convivono tra le vivaci note suonate da artisti del calibro di Mauro Ottolini (ottoni e conchiglie), James Senese al sax, Vincenzo Vasi al theremin, il quartetto d’archi EDODEA. “Costruire richiede sacrifico” ammette Maldestro in “Fino a qui tutto bene”. Ecco perché dopo lungo peregrinare, dopo notti passate ad ubriacarsi di errori, Maldestro conquista una nuova consapevolezza artistica pur mantenendo “un bagaglio leggero e l’intenzione del viaggio”.
Intervista
In questi testi c’è davvero tanta carne al fuoco, parli tantissimo di te, della tua vita, delle tue inquietudini ma in realtà sei particolarmente illuminato sull’ evoluzione dell’animo umano. Da dove arriva tutta questa ispirazione?
Il processo è stato naturale e bello da vivere. Avevo la voglia e il desiderio di raccontare una parte della mia vita in modo diverso, più intimo. Volevo mettermi completamente a nudo e fermare una parte della mia vita e raccontarla. Da questa intuizione è venuto fuori tutto il resto. La nudità che ne emerge si è trasformata dal mio punto debole al mio principale punto di forza.
Qual è stata la molla che ha innescato questo meccanismo di destrutturazione?
La consapevolezza e l’esperienza. Dopo la pubblicazione del secondo album “I muri di Berlino” e l’incontro con determinate persone ha fatto sì che la mia identità sgorgasse in modo fertile e prolifico. In particolare, molto importante è stato l’incontro con Taketo Gohara che, guardandomi negli occhi, mi ha spinto a tirare fuori la mia vera anima. Quella che lui ha visto subito e che mi ha aiutato a tirare fuori. Taketo ha capito perfettamente quello che sono e ha vestito queste canzoni in modo splendido.
Hai suonato con pezzi da ‘90 come Senese, Ottolini, Vasi… com’è andata?
Sebbene sia stato difficile mettermi così a nudo nei testi, mi sono altresì divertito tantissimo a suonarlo. Entravamo in studio e giocavamo, nel vero senso della parola. La stesura delle melodie è stata naturale e velocissima, la registrazione è durata solo 12 giorni. Tutto è filato liscio e quando abbiamo finito, invece di sentirmi male e nauseato come capitava in passato, mi è dispiaciuto che fosse già finita.
Approfondiamo questo discorso… in che senso prima quando finivi un lavoro ti sentivi sfinito e nauseato?
Probabilmente le persone con cui ho lavorato, pur essendo dei professionisti eccellenti, non mi erano vicine da un punto di vista interiore e psicologico. Con Taketo ho trovato un’empatia diversa, mi ha voluto parlare, capire, starmi vicino per 24 ore prima di mettere mano al disco. Mi ha ascoltato e mi ha messo particolarmente a mio agio. A questo discorso però si accompagna il fatto che dopo 2 mesi passati ad ascoltarti per 12 giorni ore al giorno, odi te stesso, il mondo e quello che hai scritto. Diventa una catena di montaggio e questo non mi piace molto. In questo caso invece è stato fatto tutto con molta leggerezza nonostante si trattasse di testi molto intimi e profondi.
Maldestro

Maldestro

Sono infiniti gli spunti, i concetti e le verità messe a fuoco in questo album. Dove vorresti che si soffermasse l’attenzione ?
Uno dei punti chiave è la nudità. Da qui l’accettazione del dolore come fonte di positività. Il dolore va curato allo stesso modo in cui si cura una gioia. Inutile scacciarlo e metterlo da parte, tanto tornerà indietro come un boomerang, tanto meglio occuparsene con una certa attenzione e prenderlo per mano in cerca della felicità.
Tutta questa inquietudine, tutto questo peregrinare ti guidano ad un approdo sicuro anche se attraverso passaggi sofferti. È questo che racconti nel brano “La felicità”?
Questa canzone mette d’accordo un po’ tutti. Fa da capogruppo, da anello di congiunzione che chiude il cerchio e quando l’ho scritto in modo fulmineo, nemmeno mezz’ora, ricordo che l’ho mandato subito a Luca Nottola che mi ha detto: “Ecco il punto di partenza del tuo nuovo album. Da qui devi partire”. Ecco perché “La felicità” è un brano a cui siamo tutti molto legati.
E poi ‘c’è il western di Joe Maldestro…
Joe è il mio migliore amico Giovanni con cui ho condiviso cose belle, cose brutte, mazzate, gioie, risse, sogni, viaggi. Da qualche anno è diventato papà di una meravigliosa bambina e le nostre vite sono cambiate. Io giro l’Italia, lui cura questo bellissimo fiore. Il nostro tempo ne ha risentito e ho voluto fermarlo in una canzone.
Sei consapevole del fatto che questo lavoro ti consacrerà ad un livello molto alto all’interno del panorama cantautorale italiano?
Sicuramente parto da nuove consapevolezze, credo soltanto che dopo aver fatto un certo tipo di incontri professionali, io sia stato capace di metterli a frutto al meglio. Non limito il mio modo di curiosare, non è detto che tra due anni non possa fare un disco completamente elettronico. La musica per me è un gioco e tale deve restare. Continuerò a sperimentare e a studiare tutto quello con cui riesco a misurarmi. Spero di essere un emergente per tutta la vita.
Cosa accadrà sul palco adesso?
Sono concentrato sulla scrittura dello spettacolo. Avrò con me una nuova fantastica band con cui farò un nuovo viaggio. Adesso però sto prima di tutto scrivendo testi.
In che senso?
Lo spettacolo si ispirerà allo stile del teatro- canzone di Giorgio Gaber, ci saranno dei monologhi ad accompagnare le canzoni di questo disco. Le date del tour usciranno la settimana prossima, partirò dai teatri e finirò nei club.
Raffaella Sbrescia

Michael Bublè presenta il nuovo disco: Con Love ho riscoperto la mia passione per la musica. Ecco la mia visione d’insieme sull’amore”

Michael Bublè

Michael Bublè

Michael Bublè torna in scena il 16 novembre con <3 (Love) un album che rimette il crooner canadese al suo posto: al microfono. “Non ho scelto io le canzoni, sono state loro a scegliermi. Ho avuto una visione d’insieme e ho voluto raccontare la mia teoria sull ’amore”, ha spiegato Bublè alla stampa durante un incontro in Warner Music a Milano. “Ogni canzone è consequenziale all’ altra, l’obiettivo è raccogliere tutte le sfumature dell’amore, un sentimento che talvolta è frutto di dolore, sofferenza, solitudine, speranza”

“Come sapete, due anni fa mio figlio si è ammalato di cancro, io e la mia famiglia decidemmo di mettere da parte il lavoro per dedicarci totalmente a lui. Queste dichiarazioni sono state riprese dopo tanto tempo da un tabloid, che le ha del tutto decontestualizzate, annunciando un mio ritiro dalle scene. Si tratta di falsità, solo adesso ho l’occasione di replicare e di parlarne. Ho trovato questa cosa di pessimo gusto e ne sono rimasto deluso. La verità è che io adoro fare musica, questa è la mia vita, amo suonare, amo il mio pubblico, questo è il sogno della mia vita”.

“Incidere Love è stato terapeutico, ho voluto concentrarmi con tutto me stesso, non ho avuto altra scelta visto il periodo che ho passato, questo album racchiude la mia essenza, parla di me, della mia musica, di coloro che amo nel modo in cui riesci a farlo meglio. Ne ho guadagnato una completezza di visione. Per la prima volta non mi interessa sapere quante copie venderò o in quale posizione mi trovi in classifica. Nessuno me lo dice e io non lo chiedo. Non sono sui social, non conto i like, so solo che nei momenti più bui ho promesso di essere onesto con me stesso, con la mia famiglia, i miei amici e con Dio. Eccomi qui, non c’è più spazio per le stronzate”.

“Qualcuno mi ha fatto notare che i miei dischi arrivano spesso a ridosso del Natale. Beh, non voglio liberarmi di questa cosa, non c’è niente di più bello a cui essere collegati. Guardo il mondo attraverso gli occhi dei miei figli, non penso al business, sono un ragazzino in un corpo da 43enne, mi piace pensare di essere parte degli incontri di famiglia, in un clima di positività. Sono consapevole di essere fortunato e per poterlo essere, ho dovuto vivere un periodo bruttissimo. Per cui ben volentieri accetto di essere positivo. Voglio essere onesto, integro, diffondere amore in qualunque cosa io faccia. Finalmente sono consapevole di essere artista, me ne rendo conto per la prima volta”.

Video: When I Fall in Love

Per tornare alla genesi del disco: “Più di un anno fa non ero certo di tornare a fare un album. Una sera ho invitato a casa i ragazzi della mia band per una birra, dopo un po’ abbiamo iniziato a fare una jam. Beh in quel momento ho ritrovato la mia passione pura, quella degli inizi, quella che mi ha spinto a reimmaginare e reintrepretare canzoni dalla bellezza senza tempo. Non sono il miglior cantante o il miglior autore, semplicemente immagino canzoni scritte benissimo in un modo nuovo e diverso. Il mio talento è questo e nel momento in cui mi sono ricordato di quanto fosse bello lavorare con la musica, quando sono tornato in studio 7 mesi dopo, era praticamente tutto pronto”.

“Uno dei brani più intensi è “Forever now”, dovunque io vada, riscontro grandi reazioni nei confronti di questa canzone che, sicuramente è in parte autobiografica, ma che ho comunque lasciato aperta alla interpretazione di ciascuno. Ovviamente andrò in tour, ne ho bisogno, non so ancora né dove ne quando, sicuramente nel 2019 ma non non so dire se e quando canterò mai questa canzone. Probabilmente lo farò quando starò bene e potrò avere la sicurezza di cantarla arrivando fino in fondo”.

Per concludere: “Sono così riverente nei riguardi della musica e dei crooners venuti prima di me che, più vado avanti, più mi rendo conto che questa è la mia essenza. Sono diventato geloso di questa cosa, non ci sono tanti artisti che cercano di tenere in vita questo patrimonio. Il mio sogno era diventare questo, volevo portare avanti l’eredità dei miei idoli ( tra tutti Tony Bennett e Frank Sinatra), lo farò nel modo più autentico possibile”.

Raffaella Sbrescia

 

“Qualunque cosa sia”. I Segreti presentano l”album d’esordio. Intervista

Qualunque cosa sia - I Segreti

Qualunque cosa sia – I Segreti

SEGRETI sono una band pop italiana nata a Parma nel 2013, formata da Angelo Zanoletti (voce, tastiera e synth), Emanuele Santona (basso) e Filippo Arganini (batteria). A fine 2015 il gruppo ha autoprodotto  in acustico il primo omonimo EP e nei due anni successivi ha aperto  i concerti di alcuni degli artisti di riferimento della scena indie italiana come L’officina della camomilla, Selton, Giorgio Poi e La Rappresentante di Lista. Lo scorso 12 ottobre la band ha pubblicato l’album d’esordio intitolato “Qualunque cosa sia” (Futura Dischi), che arriva dopo il successo del brano “L’estate sopra di noi” da settimane presente nella playlist “Indie Italia” di Spotify. Il progetto, prodotto da Simone Sproccati ha dato vita a otto brani nati dall’incontro tra il cantautorato e gli arrangiamenti pop.
Intervista
Con quali presupposti e quali obiettivi vi presentate al pubblico?
Noi speriamo innanzitutto che il disco piaccia, ci siamo ispirati a dei punti di riferimento precisi come Canova e Calcutta. L’obiettivo principale è obiettivo è arrivare alla gente nella speranza di portare un piccolo messaggio che dia vita ad uno scambio duraturo.
In quali brani del disco il vostro messaggio viene fuori in modo più trasparente?
Il brano più rappresentativo è “Qualunque cosa sia”, che ha dato il nome al disco. Questa canzone ha la capacità di mettere insieme il sound e il messaggio del testo.
“Bologna” è un brano decisamente diverso dagli altri. Come si contestualizza nel disco?
Questa canzone rappresenta in pieno il nostro passato. Il tratto dominante della chitarra acustica richiama il nostro primo e unico EP. Abbiamo scelto di metterla alla fine dell’album per omaggiarla al meglio.
Qual è il vostro percorso, da dove venite e come vivete la città di Parma?
Siamo coetanei e veniamo tutti da Parma, piccola città in cui siamo nati e cresciuti. Abbiamo suonato tantissime volte nei locali del posto, ci sempre piaciuto muoverci in quel contesto ma abbiamo sempre avuto un occhio rivolto anche all’esterno. Con questo album abbiamo trovato una soluzione intermedia insieme a chi ha scelto di lavorare con noi. La strada che ci hanno consigliato di intraprendere ci ha consentito di mantenere integra la nostra identità artistica.
Qualunque cosa sia - I Segreti ph  Iacopo Barattieri

Qualunque cosa sia – I Segreti ph Iacopo Barattieri

Vi sentite più vicini alle atmosfere del brano “Bologna” o l’evoluzione del vostro percorso vi ha portato a identificarvi meglio nei brani nuovi?
Abbiamo seguito un percorso naturale portandoci dietro un pezzo di quello che facevamo prima. Il nostro primo nome era I Segreti di Charlotte e “Bologna” racchiude quei 4 anni e mezzo. Ora Charlotte non c’è più ma sua aura permane. Il cambiamento segue una nostra naturale evoluzione sia artistica che umana. Sono cambiate le nostre canzoni così come pure i nostri obiettivi.
 
Ci raccontate la storia di “Sofia”?
“Sofia” nasce piano e voce ed è una canzone intima incentrata sui conflitti interiori e sulle insicurezze dettate dallo scorrere della vita quotidiana. Si tratta della canzone più fragile del disco ed è quella che ci mette più a nudo di altre.
C’è appena stato il release party del tour. Quali sono i vostri punti di forza sul palco?
Il tour è appena partito. Vedere l’elenco di date tutte in fila è impressionante. Si tratta di una grande occasione per noi. Il nostro obiettivo è dare il massimo senza farci illusioni. Il nostro punto di partenza sta in una certezza: se anche 10 persone escono di casa per venire a sentirci, il minimo che possiamo fare è dare il massimo per essere all’altezza di chi è venuto a apposta a vederci. Vorremmo emozionare chi viene da noi, d’altronde il tipo di genere che facciamo ci aiuta. L’unico strumento che abbiamo è essere vero, autentici e mai fini a noi a stessi, vorremmo essere artefici di uno scambio duraturo.
Raffaella Sbrescia
Questa la tracklist del disco: “Torno a casa”, “Vorrei solo”, “Un po’ chiamiamola felicità”, “Sofia”, “Come un cane”, “L’estate sopra di noi”, “Qualunque cosa sia”, “Bologna”.
 
Video: Vorrei solo

Le date del tour:
16.11.18 TRENTO @BOOKIQUE
17.11.18 FUCECCHIO (FI) @LA LIMONAIA CLUB
23.11.18 LA SPEZIA @TBA
30.11.18 MILANO | FUTURA DISCHI PARTY @LINOLEUM (ROCKET)
01.12.18 VARESE @CANTINE COOPUF
02.12.18 COMO @OSTELLO BELLO
14.12.18 TREVISO @HOME ROCK BAR
21.12.18 TORINO @OFF TOPIC
22.12.18 CARPI (MO) @MATTATOIO
29.12.18 RIMINI @BRADIPOP CLUB
19.01.19 BOLOGNA | FUTURA DISCHI PARTY @COVO CLUB
25.01.19 SANTA MARIA A VICO (CE) @SMAV
26.01.19 AVELLINO @TILT
27.01.19 ROMA @SPAGHETTI UNPLUGGED
01.02.19 FOGGIA @THE ALIBI
08.02.19 ASTI @DIAVOLO ROSSO
09.02.19 ROSA’ (VI) | FUTURA DISCHI PARTY @VINILE
16.02.19 PISTOIA @H2O
23.02.19 TOLENTINO (MC) @STRIKE UP

Patrizia Laquidara presenta l’album “C’è qui qualcosa che ti riguarda”. Intervista

patrizia_laquidara

patrizia_laquidara

“C’è qui qualcosa che ti riguarda” è il nuovo album di Patrizia Laquidara che a distanza di 11 anni di distanza da “Funambola” e sette da “Il canto dell’Anguana” (premiato con la Targa Tenco), torna con un progetto indipendente , autoprodotto e finanziato anche da un’operazione di crowfunding che fin da subito ha superato il doppio della cifra stabilita in partenza. L’album ha visto la produzione artistica del compositore, pianista e arrangiatore Alfonso Santimone che definisce l’album: “Un lavoro che desidera prestarsi a un ascolto paziente e duraturo nel tempo, in netta opposizione a una musica che vuole essere consumata in fretta. Tony Canto e Joe Barbieri, autori rispettivamente di “Amanti di passaggio” e di “Il resto di tutto, sono gli altri due nomi che impreziosiscono questo progetto.
Intervista
 
Che cosa c’è che riguarda un po’ tutti noi in questo album?
Il titolo racchiude un messaggio molto diretto, un messaggio a tu per tu. Il concetto è: guarda dove ci sono le parti più oscure, quelle che tendi a nascondere, le parti di scarto, lì dove ci sono tutte le sensazioni e i pensieri e i rifiuti che tendiamo a mettere da mettere, ecco lì, proprio lì, può esserci una grande capacità di rinascita, lì possiamo ritrovare la bellezza. Nell’ alchimia si dice che possiamo attraversare periodi, anche molto dolorosi, in cui siamo chiamati a trasformare la materia putrefatta in oro. Quando si riesce a fare questo, c’è una trasformazione di noi stessi.
La dimensione filmica che attraversa la tracklist crea zone rarefatte e poetiche
Sì esatto. Questo anche grazie agli arrangiamenti di Alfonso Santimone che ha seguito la produzione artistica, a lui devo tantissimo, ha fatto un grande lavoro di ricomponimento di canzoni che arrivavano da zone molto lontane e ha saputo unirle inserendo elementi poetici con pochissimi strumenti. Alfonso è senza dubbio il miglior produttore artistico che potessi trovare.
Un altro grande tema del disco è il femminismo
Sì, anche se non è stato un fatto preventivato. Finito il disco, mi sono resa conto che c’era l’elemento della grande madre, la forza che accoglie e che accudisce in contrasto con una forza di cui siamo succubi e che ci conduce verso qualcosa di non buono. L’elemento femminile qui ha un valore salvifico. Ne Il Cigno, in Acciaio e Preziosa c’è sempre questa donna che sa rinascere, che sa trasformarsi.
E poi c’è il discorso di militanza.
Chiaro, il percorso di indipendenza, l’aver scelto di affidarmi al crowfunding, di appoggiarmi a un pubblico che diventa partner, che diventa investitore mi ha reso felice soprattutto perché sento che il disco non è un disco soltanto mio ma di tutti quelli che hanno partecipato attivamente.
Il progetto viaggia di pari passo con la tua evoluzione personale?
Questo è un album che mi vede molto diversa da quella che sono stata prima, riesce a mettere insieme delle cose che ricordano quella Patrizia, ci sono anche elementi nuovi e preziosi che richiamano il rock e il blues che rispecchiano quella che sono oggi.
Come hai lavorato in studio con la voce?
Alcuni brani hanno la voce del provino, lì la voce è rimasta sporca non troppo curata per mantenerne intatta l’autenticità. In questo album ho scelto di dare meno importanza alla voce a favore della musica e delle liriche.
Cosa ti hanno lasciato tanti anni di concerti dal vivo?
Sono esperienze che ho riportato nel disco e che mi porto dentro, il palco è il posto in cui mi sento più a mio agio, il mio luogo di salvezza. Ad un certo punto però ho voluto fermarmi e scrivere.
Video: Marciapiedi

Nel dettaglio delle tracce, parlaci di “Amanti di passaggio” e “Il resto di tutto”:
Sono i due brani che non sono stati scritti da me, una è di Tony Canto e l’altra di Joe Barbieri che ha saputo scrivere un testo magnifico perché mi rispecchia perfettamente senza che ne avessimo mai parlato. Abbiamo voluto omaggiare il brano facendolo suonare solo dagli archi e mettendolo alla fine della tracklist per chiudere il cerchio. Il brano di Tony invece l’avevo sentito molti anni fa ed era rimasto nel cassetto, nasceva come una bossanova, grazie all’arrangiamento di Alfonso ha trovato nuova vita.
patrizia laquidara ©barbara_rigon

patrizia laquidara ©barbara_rigon

Come ti contestualizzi con questo progetto e come ti poni davanti al pubblico che non ti conosce?
La mia posizione è molto particolare: ci sono persone e addetti ai lavori che mi conoscono da tanto tempo e che mi considerano quasi un classico, c’è chi invece non mi conosce affatto per cui sono totalmente un emergente. Devo imparare a navigare a vista e a muovermi a seconda del contesto in cui mi trovo. Ci vuole molta umiltà e capacità di giocare con questa cosa e di capire cosa può succedere, non mi sono fatta particolati aspettative, voglio solo essere il più vera possibile. Sarà molto importante la dimensione live, ci sono delle date in programma a partire da da gennaio, parto dai club poi arriverò nei teatri.
Sei impegnata anche su altri fronti?
Sì, sto scrivendo un libro di racconti autobiografici che uscirà in primavera.

Elisa ritrova la sua dimensione ideale in “Diari Aperti”. Il racconto a cuore aperto dell’artista

Elisa-DiariAperti

Elisa-DiariAperti

Elisa ritorna in grande stile con “Diari Aperti”, un album intimo, profondo, coraggioso, autentico, necessario. Undici tracce, volutamente tutte in italiano, racconti e ricordi ripresi e rivestiti di musica, pagine reali di vita vissuta. Cantante, autrice, polistrumentista e produttrice multiplatino, in Diari Aperti  Elisa mette tutta se stessa, quella di ieri e quella di oggi,  aprendosi al suo pubblico senza sovrastrutture.

Intervista

“L’album nasce dal desiderio di trovare una centralità che fosse completamente essenziale. Dopo i concerti all’Arena di Verona e i festeggiamenti per i 20 anni di carriera, il compimento dei 40 anni e alcune vicende personali importanti, mi sono trovata a fare i conti con tanti cerchi che si chiudevano. Mi sentivo davanti a una possibilità di ripartenza anche questo album è stato fin da subito più importante di altre volte. Tutto mi sembrava più definitivo e carico di peso. Questo mi ha portato a una fase riflessiva e di introspezione, ho voluto lasciare da parte tutto quello che poteva sembrare anche solo lontanamente un esercizio di stile. Ho cercato di realizzare un progetto a cui sarei stata legata in maniera profonda ed emotiva, sono ripartita da quello che veniva e usciva da me ed è qualcosa di completamente diverso rispetto ai tempi passati. In questi nuovi brani ci sono delle confessioni, dialoghi molto più diretti, parlo a me stessa ma anche ad un interlocutore intimo, così come può essere un diario o un migliore amico.Questo mi ha portato al titolo del disco per cercare di dare senso e spiegarne il contenuto. Per la prima volta, inoltre, i testi hanno trainato tutto il resto. Le melodie sono venute a seguire mentre normalmente capitava spesso il contrario”.

La ripartenza artistica

“Più di altre volte mi sono sentita messa alla prova. Sono la prima a mettersi sempre in gioco, stavolta però dopo i 4 concerto kolossal di Verona, sentivo di aver lavorato alla cosa più importante della vita. Tutti questi elementi insieme mi hanno fatto sentire un peso, mi si è aperto un flusso di coscienza, un dialogo interiore, ho messo in discussione tante cose per poter trovare risposte più solide. Ho investigato su me stessa, mi sono chiesta cosa volessi dire. Ho lasciato l’inglese da parte, anche se dolorosamente. Avevo tante canzoni pronte ma non le ho volute includere, avevo timore che sarebbero state fuorvianti, cosa che per me non erano. Alla fine ho scelto di seguire un filone unico. Per raccontare sentimenti ed emotività sono partita dal gruppo di canzoni a cui ero più legata: “Quelli che restano”, “Promettimi”, “Anche Fragile”, “L’amore per te”. Queste canzoni sono nate nello stesso periodo e rappresentano il centro dell’album. “L’estate è già fuori”, “Vivere tutte le vite”, “Tutta un’altra storia” sono episodi singoli, più leggeri, un boccata di respiro da un’immersione emotiva che temevo potesse essere troppo pesante. In questo album parlo tanto di me, sono molto centrale, vado a fondo sulla scia di una mia scelta consapevole”.

Il concetto di fragilità

“In questo album sono andata a riscoprire me stessa. Scavare a fondo per me è sempre terapeutico. La musica deve essere scambio, dire la verità è importante. La musica deve poter scuotere, inquietare, questo è il suo ruolo. In caso contrario sarebbe una facciata annacquata. Per me è sempre stato così, a conferma di questo il brano “Qualcosa che non c’è” si sarebbe potuto trovare tranquillamente in questo filone. La fragilità è sempre un argomento difficile da trattare. Ho scelto di tirarla fuori e di non nasconderla soprattutto in un’epoca storica in cui vige la negazione della fragilità, di tutto quello che è noioso, normale, non bellissimo. Tanti aspetti della debolezza umana vengono occultati, ignorati e messi da parte. Questo è pericoloso, ti lascia da solo in quel frangente. La solitudine finisce per non essere raccontata a nessuno anche se è una condizione comune a tanta gente. Questa sensazione tende a montare nelle persone e tante volte succede che si trasformi in qualcosa di rabbioso”.

Video: Se piovesse il tuo nome

Le scelte musicali e gli arrangiamenti di “Diari Aperti”

“Quando ho capto che tipo di lavoro fosse questo, volevo che la musica facesse da supporto e non distogliesse l’attenzione dai testi. Si trattava di misurare un po’ tutto, di trovare equilibri delicati e difficili. Ho parlato a lungo con Patrick Warren, premio Oscar che ha realizzato tutti gli arrangiamenti degli archi. Patrick ha lavorato con Lana Del Rey, James Taylor, Tom Waits, Bob Dylan, Green Day, ha scritto gli archi di “Road Trippin’” dei Red Hot Chili Peppers ed anche un cultore delle string machines anni ’60 come il mellotron. Gli ho chiesto di fare un lavoro classico e retrò e così è stato. Abbiamo lavorato a distanza, io gli mandavo le bozze di quanto realizzavamo in studio con l’obiettivo di lasciar fondere le cose tra loro. In alcuni casi abbiamo rimesso le mani su qualcosa e riaggiustato pezzi quando la strada da inquadrare era più difficile. Su 7 brani c’è l’orchestra, è stato fatto tanto lavoro. La chicca: Su quelli che restano c’era tutt’altro arrangiamento, era pomposo e celebrativo, ho chiesto a Patrick di essere più solenne, doveva essere una marcia, volevo che fosse il manifesto dei caratteri coraggiosi con delle ritmiche bolero che danno l’idea di carica e movimento”.

Il tour in teatro

“Teatro vuol dire profondità, ascoltare le cose per davvero, avere modo di fare introspezione, di capire come stai e come sta la tua voce. Metterò in luce la mia parte più autentica e avrò modo di improvvisare creando un’atmosfera speciale con chi mi verrà a sentire”.

Le contaminazioni

“La musica moderna per me è stata linfa. In questi ultimi anni ho sentito la musica più bella da un bel pezzo a questa parte. Questo tipo di emozioni, di autenticità l’ho sentita negli anni in cui sono usciti i Tiromancino, Fabi, Silvestri, Gazzè. Una nuova onda di veri song writers mi mancava tanto. Mi sono quasi commossa ad ascoltare tutti questi dischi, aldilà dei linguaggi a volte distanti dal mio, sento empatia per alcune cose che mi emozionano. Sento bontà, autenticità. Mi piacciono Motta, The Giornalisti, tantissimo Cosmo, alcune cose di Coez, Calcutta, Coma Cose e tanti altri”.

Elisa-DiariAperti

Elisa-DiariAperti

Il duetto con Francesco De Gregori

“Per me era semplicemente impensabile riuscire a duettare con lui. Sono rimasta una settimana a trovare il coraggio di inviare la mail dove gli dicevo di aver scritto questa canzone. Non volevo sembrare presuntuosa, non sapevo da parte iniziare, ero davvero tesa. Lui invece mi ha risposto in modo molto positivo e mi sono subito sentita come se avessi vinto la lotteria della vita. Il momento topico della mia carriera, stento ancora a crederci. D’altronde non è andata subito bene. C’era un’altra canzone di un altro autore molto bella e gliel’ho proposta per un duetto. Nonostante gli fosse piaciuta, non l’ha ritenuta nelle sue corde ed era una cosa che un po’ mi aspettavo, avevo sfiorato l’obiettivo. Meglio così, il fatto che abbia cantato in una mia canzone è una soddisfazione che non riesco a descrivere a parole. In qualche critica mi hanno detto che ho fatto il compitino perfetto e posso dire che non è così. Ho scritto il brano pensando alla sua voce, non avevo un piano B, se avesse detto di no, la canzone non sarebbe mai uscita”.

Raffaella Sbrescia

Di seguito le date del tour: 18 marzo Firenze (Teatro Verdi), 21 marzo Bari (Teatro Team), 25 marzo Catania (Teatro Metropolitan), 27 marzo Roma (Auditorium Parco Della Musica), 30 marzo Napoli (Teatro Augusteo), 3 aprile Milano (Teatro Degli Arcimboldi), 6 aprile Torino (Auditorium Del Lingotto), 12 aprile Padova (Gran Teatro Geox), 15 aprile Parma (Teatro Regio), 16 aprile Brescia (Gran Teatro Morato), 19 aprile Trieste (Teatro Rossetti), 23 aprile Reggio Emilia (Teatro Romolo Valli), 26 aprile Bergamo (Teatro Creberg), 29 aprile Cesena (Nuovo Teatro Carisport), 2 maggio Bologna (Europauditorium), 9 maggio Saint Vincent (Ao) (Palais), 14 maggio Genova (Teatro Carlo Felice). Prevendite aperte su ticketone.it dal 30 ottobre e in tutti i punti vendita dal 6 novembre.

Radio 105 è la radio ufficiale di “Diari Aperti Tour”.

 

Il ballo della Vita: i Maneskin fanno sul serio e hanno le carte in regola per poterlo fare.

Maneskin

Maneskin

Venerdì 26 ottobre uscirà “IL BALLO DELLA VITA” (Sony Music), primo disco di inediti dei Måneskin, giovane band rivelazione dell’anno, composta da Damiano (19 anni), Victoria (18), Thomas (17) ed Ethan (18). L’album è stato scritto nella sua interezza dagli stessi Maneskin ed è stato prodotto dalla band insieme a Fabrizio Ferraguzzo. Le 12 tracce che compongono il disco riflettono le quattro anime dei componenti che si rivelano all’interno della figura di Marlena, la Venere del gruppo, la personificazione della creatività, della libertà, della vita. I testi fluttuano tra l’italiano e l’ inglese, prendono vita da diverse ispirazioni, musicali e non e si lanciano verso pubblico attraverso l’attitudine rock della band. Il ballo della vita è quindi una metafora della libertà di movimento e, soprattutto, di pensiero.

“In questo album ci siamo noi al 100%”, raccontano Damiano e compagni. “Le ispirazioni sono tante, quello che scriviamo è figlio di riff estemporanei e suggestioni figlie di estenuanti sessioni in sala prove e in studio. Il singolo “Torna a casa” ha spiazzato il pubblico e un po’ era quello che volevamo. Il filo rosso del disco si sviluppa attraverso la figura di Marlena, la nostra musa ispiratrice, una grande anima che racchiude le nostre. Il nostro messaggio è quello di andare dritti per la propria strada e di non lasciarsi inibire. La nostra forza è la passione, non ci interessano i soldi, d’altronde viviamo ancora con mamma e papà, al massimo ci compriamo un po’ di vestiti succinti e ci paghiamo le vacanze”. All’interno del disco, una sola collaborazione con Vegas Jones in “Immortale”: ” Stimiamo molto Vegas, ci siamo proprio trovati a condividere un punto di vista comune. Il riff l’abbiamo scritto noi ed è molto aggressivo e distorto. Il mondo trap ci affascina, le tematiche rientrano nel nostro mondo. Con lui non siamo entrati in competizione, anzi, ci siamo messi a disposizione a vicenda, abbiamo scritto insieme e mescolato le nostre idee in un mood vincente”, spiegano i ragazzi. “L’altra dimensione – aggiungono- è il brano che contiene il ballo della vita, è un pezzo ballerino dal testo molto profondo che spiega molto bene il nostro messaggio. Il ballo della vita ha tutti i ritmi al suo interno, racchiude tutta la gamma di emozioni che l’essere umano possa sentire. In questo album non abbiamo avuto nessun blocco o imposizione, abbiamo provato tutto e abbiamo seguito la pancia. Ci siamo sentiti sempre a nostro agio, il processo è stato naturale e divertente”.

Se qualcuno viene a chiederci che strategia abbiamo seguito dopo X Factor, possiamo tranquillamente rispondere che non abbiamo fatto nessun ragionamento o manovra particolare. Ci siamo concentrati su questo progetto anche da prima di cominciare l’avventura in tv. Manuel Agnelli ha il grande merito di aver visto e capito chi eravamo ascoltando solo 3 esibizioni. Ci ha lasciato piena libertà, si è fidato di noi, non ci ha mai imposto niente, ci ha insegnato a lavorare a testa bassa”.

Maneskin

Maneskin

Non solo musica per i Maneskin che, di loro stessi raccontano: “Siamo rimasti gli stessi 4 adolescenti, cerchiamo di vivere le nostre vite nella maniera più normale possibile. Frequentiamo ancora gli stessi posto e le stesse persone e la sera si torna da mamma e papà a mangiare e dormire. Stare sul palco è quello che ci piace di più in assoluto, con i fan condividiamo sudore, ambizione, carica e adrenalina. Non chiedeteci qual è la chiave del nostro successo, siamo una band che suona dal vivo, forse in questi ultimi anni non era una cosa così comune da vedere in Italia. Abbiamo scelto di girare un docufilm per mostrare un altro lato di noi, non si tratta certo di un’autobiografia, sarebbe stata quantomeno fuoriluogo. Per noi è un modo per metterci a nudo, raccontare il nostro processo creativo ma anche la nostra personalità fuori dal palcoscenico. Il rapporto tra noi è evoluto in qualcosa di più grande, siamo una famiglia, tutti legati gli agli altri in maniera indissolubile. Siamo maturati tutti ma il plauso maggiore va a Thomas Raggi che si è messo d’impegno ed è diventato un signor chitarrista”.

Video: Torna a casa

“Per noi trasgredire è fare quello che non ci si aspetta che facciamo, vogliamo spiazzare il prossimo, farci odiare al massimo per poi spingere tutti a ricredersi. Un po’ come è successo con “Torna a casa”. Il nostro pubblico accomuna bimbi, ragazzi e adulti per svariate ragioni. Tra tutte ci piace pensare che nell’adulto scateniamo il ricordo della rock band adrenalinica mentre nel ragazzo inneschiamo un immaginario inedito, diverso, nuovo. Nel grande mercato italiano di oggi, sono poche le band con la nostra stessa attitudine, forse da questo dipende la nostra trasversalità. Ad ogni modo anche il live per noi va vissuto con grande responsabilità, non è solo divertimento, il nostro dovere è fare il migliore show possibile per chi sceglie di venirci a sentire. Il minimo che possiamo fare è esserci al 100%”.

Raffaella Sbrescia

 

 

Francesco De Gregori e Mimmo Paladino insieme in “Anema e Core”. Pittura e musica s’incontrano: “Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo”

ANEMA E CORE_COPERTINA

ANEMA E CORE_COPERTINA

Venerdì 26 Ottobre uscirà sui siti IBS.it e LAFELTRINELLI.it, “ANEMA E CORE”, un’opera che unisce MIMMO PALADINO e FRANCESCO DE GREGORI che hanno deciso per la prima volta di lavorare insieme.
Il progetto racchiude una xilografia originale di Mimmo Paladino unita ad un vinile 10” con due versioni (acustica ed orchestrale) di una delle più belle canzoni napoletane di tutti i tempi, “Anema e core”, scritta nel 1950 da Salve D’ Esposito e dal paroliere Tito Manlio, reinterpretata per l’occasione da Francesco De Gregori e da sua moglie Chicca e registrata a Bath nei Real World Studios di Peter Gabriel.
Sarà incoscienza o semplicemente voglia di sconfinare nel bello?
Francesco De Gregori e Mimmo Paladino, l’uno cantautore di particolare pregio artistico, l’altro pittore di indiscutibile fama mondiale, s’incontrano in “Anema e Core”: un progetto unico, una terra di mezzo, un gesto artistico che rappresenta un punto di arrivo di una lunga storia fatta di amicizia, scambi di idee e frequentazioni a vario titolo.
De Gregori e Paladino si ritrovano nella creazione di un’ opera ispirata ad un classico napoletano che insieme due entità stranamente differenti.
De Gregori ha incarnato per decenni l’immagine dell’imperitura austerità e del rigore, sia nelle scelte che nelle intenzioni. Mimmo è un pittore caratterizzato dalla capacità di essere impuro, sempre attraversato dalla voglia di misurarsi con diverse arti figurative. Questo suo essere sempre altrove e altrimenti, questa sua pratica scardinatrice converge con l’ermetismo di De Gregori in un progetto sui generis.
Francesco e sua moglie Chicca cantano “Anema e core” scegliendo di scardinare pregiudizi e convenzioni, immergendosi in un’atmosfera intenzionale di profondo spessore emotivo, colgono la drammaturgia dell’abbandonarsi all’amore mettendo da parte scontri e acredini. Il tutto mettendo in evidenza una galassia di segni caratteristici e archetipici distintivi.
Il progetto che vede insieme De Gregori e Paladino non è una cover, è un’opera d’arte a tiratura limitata, solo 99 copie autentiche, un involucro che protegge e si fonde con l’altra creazione finalizzandosi in una perfetta compenetrazione.
L’idea che sta alla base del progetto è figlia di una suggestione di De Gregori, che racconta: “Come molte cose che mi capita di fare, l’idea di incidere questa canzone è venuta fuori in modo casuale, è stata quasi un’illuminazione. Ricordo bene di quando mentre ero a Napoli con mia moglie, spesso ci imbattevamo in un posteggiatore che cantava sempre questo brano. Un giorno a pranzo, non l’abbiamo visto e ho cominciato a canticchiarne il ritornello, piano piano ci siamo messi a cantarla insieme e ci siamo innamorati del suono e della drammaticità di questa canzone. Successivamente l’abbiamo incoscientemente portata in giro in pubblico e mi sono accorto che durante le tappe del tour europeo e americano, le persone si commuovevano molto facilmente, forse attratti dalle atmosfere di luoghi lontani lasciati anni prima. Da qui l’idea di fissarla su disco. Poi lo stesso successivo, visto che con Mimmo mi sento e mi frequento con costanza, mi è parso inevitabile pensare di fare qualcosa insieme. Francamente non vedevo l’ora che lui mi proponesse di non limitarci a una copertina che, sebbene abbia un proprio valore, si sarebbe limitata ad essere la proposizione seriale di un’ immagine. Abbiamo quindi realizzato una xilografia, si è creato un ibrido, un esperimento senza precedenti. Gli innesti, quanto più sono imprevedibili, tanto più rischiano di essere interessanti, soprattutto in ambito discografico dove tutto si gioca sulla prevedibilità del mercato e sulle percentuali di successo. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, l’ostacolo ci è piaciuto, questo è il risultato e ne siamo fieri”.
La replica di Paladino: “Quando Francesco mi ha parlato di questa idea, ho subito pensato di trovarmi in un territorio pericoloso, “Anema e core” è un pezzo della tradizione musicale napoletana, si muove tra Napoli, Sorrento e Capri, evoca un’atmosfera anni ’50. L’idea che aveva manifestato era quella d un vinile ma ho voluto subito proporgli di andare oltre, di fare qualcosa che fosse avvolgente, un microsolco che lasciasse un segno in un’epoca di ultra digitalizzazione. Siamo andati nell’antica bottega romana dei fratelli Bolla. Un posto magico, dove sembra di tornare nell’ 800, in cui ogni cosa è da sempre al suo posto. Le lastre incise sono state stampate a mano, il risultato è un oggetto che sta tra il design, la grafica e la pittura. Questo modo di lavorare arcaico con un’attenzione particolare alla grafica e alla legatoria nonchè alla parola e alla scrittura, sarebbe stato benissimo in cassaforte. Il fatto che ora sia stato reso pubblico ci fa piacere e ci onora.”
Francesco De Gregori ph Daniele Barraco

Francesco De Gregori ph Daniele Barraco

 
La chiosa di De Gregori:  “Il mio primo sconfinamento, da vittima del bello, stato lavorando all’installazione di Lucia Romualdi. Mi era venuta voglia di sporcarmi le mani dopo anni di canto. Ho colto la ghiotta occasione di invadere e farmi invadere dal lavoro di un’artista che lavora in tutt’altro ambito. Questo ha sicuramente a che fare con l’incoscienza ma il valore di un artista vive anche di questo brivido. Lucia lavorava sul concetto di ritmo e lontananza quindi ho pensato che “Cardiologia”, un mio pezzo lento si prestasse ritmicamente alla riuscita del lavoro nella sua interezza. Il discorso con Paladino è diverso, con lui ho faticato molto di più, avevo dei timori circa la possibilità che il linguaggio del mio mondo musicale potesse dialogare con quello più colto e rarefatto della pittura. Quest’operazione è stata molto più invasiva, questo nostro lavoro ha la pretesa di arrivare ad un collezionista o un amante dell’arte. Non so dire chi abbia invaso chi, i due livelli artistici si appaiano, si toccano, si cercano e si trovano. Questo è il fascino di questa edizione d’arte e, per carità, non chiamatelo cofanetto, detesto questo termine, mi ricorda le caramelle. Cantare in napoletano è il punto di arrivo più desiderato per chi fa questo mestiere. Solo due anni dicevo che non avrei mai cantato in napoletano, eppure mi sono contraddetto. Solo l’affetto e la bontà dei napoletani li porterà ad amare questa mia coraggiosa versione che, in ogni caso, si aggiunge alle tantissime disponibili in tutto il mondo. Io e Chicca abbiamo registrato il brano nello studio di Peter Gabriel in Inghilterra e abbiamo investito energia, curiosità e incoscienza. Il mio Virgilio è Mimmo Paladino, solo con lui potrei pensare a incursioni in ambito artistico diverso dal mio. Se potessi essere un utile compagno di viaggio, non rischierei assolutamente niente, fare qualcosa di sgrammaticato crea comunque un terreno fertile per quello che verrà dopo. Se non si accetta l’incertezza e l’ambiguità dell’arte, allora tanto vale smettere.”
Raffaella Sbrescia

Ermal Meta torna in tour: nei migliori teatri italiani con GNUQUARTET. Ecco cosa ci aspetta

Ermal Meta - tour a teatro
I chilometri macinati tra palchi di tutta Italia per il “Non abbiamo armi tour” non sono bastati. Ermal Meta torna in pista con un tour teatrale nelle migliori venues italiane con GNUQUARTET.
L’incontro risale al Festival Risorgi Marche. Un colpo di fulmine reciproco che ha visto Neri Marcorè nelle vesti di Cupido. Un connubio mentale nato da percezioni e vibrazioni sonore, nonché da una compatibilità in termini di gusti musicali.
L’idea messa in campo, già da tempo nei programmi di Ermal Meta, sarà una rilettura dei brani di Meta in veste più acustica. Ci sono 30 brani da rileggere, con un mastodontico lavoro di riarrangiamento da fare. L’aspetto fondamentale di questa operazione sta nel fatto che gli arrangiamenti saranno costruiti dallo GnuQuartet che commenta così la scelta:
“L’idea di Ermal ci ha riempito di gioia perché ha riconosciuto la nostra sonorità, la nostra identità artistica. Interpreteremo i pezzi con molta libertà, sarà un lavoro intenso, ci sarà di tutto in scaletta. I pezzi tirati non ci spaventano, anzi, siamo partiti da quelli. Ci saranno diverse sfumature, il risultato finale sarà molto interessante”.
Ermal Meta ha replicato: “Laddove i brani richiederanno intensità, non mancherà. Ci saranno pezzi che non possono diventare ballads ma lo GnuQuartet riesce a fare tutto quello che si mette in testa, non vedo l’ora di ascoltare i pezzi up, sarà sorprendente per me in primis. Dal punto di vista tecnico, il fatto di suonare in teatri fantastici,avremo volumi incredibili che ci permetteranno di arrivare al pubblico con dinamiche minime. In questi 3 anni ho fatto cose che mi sembravano impossibili fino a 4 anni fa, non mi è mancato niente in questi anni, se proprio devo fare il pignolo, se c’è una cosa che mi è mancata è un’escursione dinamica sul palco che vada da 2 a 127. Sono molto entusiasta anche solo immaginandola, figuriamoci facendola. Ci siamo riuniti io e gli GnuQuartet, abbiamo ascoltato i miei 3 dischi e qualche cover che ci piace ascoltare. Abbiamo iniziato dalle canzoni che credevo le più difficili da eseguire e mi è piaciuto moltissimo. Non c’era una base di partenza da cui scegliere, abbiamo creato un percorso variegato, non vogliamo annoiare il pubblico, siamo lavorando sulla base del nostro stesso divertimento in primis. Vorrei emozionarmi, sorprendermi, divertirmi. Abbiamo molta voglia di incominciare e stare insieme e a suonare. Sicuramente questo lavoro verrà documentato, in che modo non lo sappiamo, non ci abbiamo ancora pensato, una testimonianza la desidero molto, non se sarà un disco o un dvd. Per quanto riguarda la scaletta, non ho tenuto cose fuori, ci saranno pezzi de La Fame di Camilla mai suonati dal vivo se non in quel periodo lì, alcuni pezzi si prestano molto a questo tipo di suono. In 3 anni ho pubblicato 30 pezzi, ce n’è di lavoro da fare per arrangiarle, mettere in campo degli inediti sarebbe stato esoso.
Le cover sono un pezzo dei Muse e uno dei Radiohead, i nostri punti di contatto. Pezzi inediti pronti ci sono, ne ho almeno una ventina, magari qualcuno salta fuori. Per ora mi concentro sul lavoro con GnuQuartet, forza e delicatezza sono una combo presente nelle mie canzoni, ritrovare lo stesso valore in acustico m ha fatto impazzire. Le scalette dei concerti saranno pensate per variare, cantarle tutte sarebbe troppo, la scaletta avrà di base 20-22 canzoni, i tempi in teatro sono più dilatati rispetto al palazzetto, prepareremo più canzoni per cambiare e improvvisare un po’. Magari un paio di brani li sceglierà direttamente il pubblico, perché no”.
La sfida
GnuQuartet spiegano come si sta approcciando al lavoro: “Per noi la sfida più difficile da sempre è sopperire all’ elemento ritmico, essendo noi tre archi e un flauto. In questi anni abbiamo trovato tecniche alternative di esecuzione. La beat box di Francesca al flauto ci dà un po’ di respiro, il nostro è un delicato lavoro di equilibri. Ogni tanto sovraincidiamo e ci aiutiamo con la loop station, useremo ad esempio gli effetti del violoncello per sopperire al basso, anche se riteniamo sia sempre giusto non abusarne. L’equilibrio tra acustico ed elettrico deve essere preservato, il suono è bello perché si percepisce anche senza amplificazione”.
Video: 9 Primavere

Meta sottolinea: “Non canterò soltanto, suono drum machine, pianoforte, chitarra. Fino a qualche anno fa, portavo in giro questo concerto dove la media era di 10-12 spettatore, suonavo synth, loop, drum machine, non mi spaventa proprio la questione ritmica, mi gasa trovare soluzioni alternative, per come lo percepisco già da ora, il palco sarà una sorta di sala prove allargata. Se non giochi con la musica, non ti diverti un granchè. Una buona dose di improvvisazione ci deve essere sempre sul palco, l’adrenalina fa sempre cambiare le carte in tavola. Lo dico sulla base della mia prima esperienza a Sanremo. Durante il pomeriggio avevo fatto diverse prove, il suono era sempre lo stesso, poi però la sera sul palco non sentivo, il volume era cambiato completamente, ero terrorizzato, le volte dopo ho capito che la scelta dei suoni e dei volumi deve essere quella che potresti sentire durante la prima sera, non puoi essere che di quello che succederà sul palco, devi lasciare uno spazio bianco. Suonare con il pubblico è tutta un’altra cosa. Ci deve essere margine di spazio per non essere imbrigliato. A proposito di Sanremo: “Il buco di date in quel periodo è casuale, quest’anno non andrò. Ci sono andato già troppe volte, potrebbe finire per piacermi. Prima di condurlo, dovrò produrre almeno 32 dischi”.
 
Il bilancio
“Da 3 anni vivo nel modo in cui volevo vivere facendo quello che volevo fare, cercando di farlo 24 ore su 24. Ritengo che sia giusto così, ho un debito nei confronti della buona sorte e devo ripagarla investendo tutte le mie energie in quello che sto facendo. Avevo detto che mi sarei fermato un po’ ma 3 mesi di riposo per me valgono come un anno, star fermo troppo tempo mi annoia, ora non me la sento, volevo fare una cosa diversa dopo 3 anni di concerti in elettrico a tutto spiano, volevo rallentare dal punto di vista sonoro, alla fine sono un musicista e i musicisti suonano. Anche da fermo, non sto fermo mai, ho sempre una chitarra in mano e un pianoforte a un metro, non riesco a fermare i pensieri e la scrittura, questo mi porta a suonare e a fare quello che mi piace, vado avanti finchè ce n’è.”
Raffaella Sbrescia

Emis Killa presenta il nuovo album “Supereroe”: “Seguo la mia strada e combatto chi tratta i rapper come gli immigrati della musica italiana”

Emis Killa - Supereroe

Emis Killa – Supereroe

“Supereroe” è il titolo del nuovo progetto artistico di Emis Killa che, per questa nuova avventura, sceglie di declinare il proprio estro creativo su più fronti: un cortometraggio e un fumetto viaggiano parallelamente al disco, ricco a sua volta di diverse collaborazioni. In 6 anni Emiliano ha collezionato 25 tra dischi di platino e d’oro, ha dimostrato di poter rappare brani melodici così come quelli più radical street senza mai perdere la propria identità. Questo ritorno arriva dopo le cupe atmosfere dell’album “Terza Stagione” e vede Killa nelle vesti di neo papà a 28 anni.

“Il concetto di Supereroe mi è venuto in mente dopo un programma che ho realizzato insieme a Niccolò Agliardi in cui raccontavamo storie importanti attraverso la musica. A me è capitata quella di un soldato che aveva salvato i compagni durante un conflitto a fuoco. Da lì mi ho cominciato a pensare che sono tanti gli eroi che vivono e lavorano lottando tutti i giorni. Quando apro il mio profilo Instagram trovo messaggi di persone di tutte le età che mi chiedono consigli e mi confidano cose molto importanti della loro vita. A quel punto mi è venuto da pensare che queste persone veramente mi hanno preso per un supereroe, sempre pieno di risposte. Questa cosa mi ha fatto molto riflettere, quando avevo 14 anni ed ero un ragazzo pieno di paturnie, i miei errori erano i miei artisti preferiti che raccontavano il loro disagio interiore ed esteriore. Trovo sia consolatorio quando vivi un malessere e non sei l’unico a viverlo. Mi fa effetto che io possa rappresentare questo per tanti ragazzi. Bassi Maestro e Jake La Furia erano i miei idoli: Bassi è stato il primo rapper, La Furia invece raccontava Milano, la mia New York. E’ stato l’unico a scrivere per me”.

“ll disco l’ho finito appena è nata mia figlia, poi ci sono stati diversi impegni in mezzo per cui non ho ancora preso piena consapevolezza del mio status di papà. La mia storia d’amore, così come la gravidanza, l’ho tenuta segreta. Tutelo la mia vita privata, ognuno è libero di fare quello che vuole, io non sarei pronto a vivere una vita assillata dai gossip, non sopporto i paparazzi. La gente è cattiva, non si rende conto di quanto possa far del male, io mi sono fatto le ossa, conosco questo mondo ma la mia compagna sicuramente no e non voglio coinvolgerla in tutto questo. Quando ho pubblicato “Mercurio” ero un teen idol, oggi la mia fanbase è composta dal 41% da uomini, all’epoca invece c’erano tante ragazzine, a loro piace sognare, se avessero saputo che ero fidanzato non mi avrebbe certo giovato. Ad ogni modo la mia compagna è nata un ghetto francesce e di rap forse ne sa molto più di me”.

“Questo album è arrivato dopo “Terza Stagione”, un album molto cupo. Mi sono messo subito al lavoro cercando una direzione diversa, per la prima volta ho provato a chiamare degli autori e, sebbene non fossi convinto, non volevo essere il bastian contrario che dice no a priori. La nuova strada però non pagava, i pezzi erano annacquati. La verità è che non sono un robot, non sono mai stato bravo a fare musica a tavolino, faccio fede sul mio stato d’animo, non riesci a fare musica programmata. In questo caso c’è più positività e ho voluto affacciarmi su forme comunicative diverse dalle solite. Oggi con lo streaming, anche i videoclip hanno perso valore. Mi sono messo in gioco come attore , il fumetto nel rap è una novità. Lo slogan del supereroe era sfruttabile su più fronti e così abbiamo cercato di fare”.

Emis Killa – photo by Graziano Moro-

Emis Killa – photo by Graziano Moro-

“Le canzoni dell’album enfatizzano tutti i miei lati, spesso quelli più brutti. La frustrazione per il trattamento che subisco dai canali radiofonici viene fuori soprattutto in pezzi come “Donald Trump”: noi del rap siamo trattati come gli immigrati della musica italiana. Non demonizzo le radio però penso ci sia una forte incongruenza tra il gusto del popolo e quello che viene passato. Ad oggi, grazie alle piattaforme musicali, le cose vengono veicolate in modo democratico, c’è meno imposizione. Il rap non è un genere superfluo, è un genere empatico che incontra il gusto della gente. Non trattateci da outsiders. Il nuovo spaventa, affrontiamo la paura del diverso.”

“Nello specifico dei testi, sottolineo che non influenzo nessuno politicamente attraverso i miei strumenti comunicativi. A me non spetta insegnare, sono sempre opinione. Ultimamente ci sono modelli di leader politici che mi spaventano, sono troppo aggressivi. Il politico per me deve essere impeccabile, ha una responsabilità enorme, deve vigere il buon senso, sempre. Evoluzione è tutelare la gente e offrirle delle opportunità non estraniarla. Per tornare al disco e alle collaborazioni, il brano con Capo Plaza mi è stato proposto direttamente da lui dopo il il brano “Serio”. Per me lui è un piccolo fratellino, uno di cuore. Il suo produttore ha inviato due basi, io ho scelto questa da cui è nato il pezzo. “Cocaina” non ha un messaggio particolare, è tutta una metafora”. Il brano è uno dei più forti insieme a “Dope” e “Claro” per i featuring. Parliamoci chiaro, così funziona sulle piattaforme digitali, i brani sono belli e funzionali, la tracklist scorre bene anche se il mio pezzo preferito e più maturo è “Come fossimo Cowboy”. Poi c’è il grande colpaccio con 6ix9ine, molto conosciuto in America e nel panorama mondiale. La collaborazione non l’ho cercata io, un mio amico di Brookin, Pacha , ha un brand di vestiti e spesso ci sentivamo per questa ragione. Un giorno mi ha contattato proponendomi un pezzo. La base che mi hanno inviato non mi ha convinto quindi mi sono fatto mandare le voci, ho rifatto la base e il pezzo che c’è nel disco è quello ufficiale di cui sono molto soddisfatto”.

Video: Il Killa pensiero sulla trap

“La superficialità lirica, in cui nessuno da più peso alle parole finirà per forza di cose, la gente non è stupida. Magari va di moda ma io sfido chiunque ad ascoltare un pezzo rap fatto bene, con le rime fatte bene e a dire che sia migliore di un pezzo costruito sul nulla e sull’immagine. Io mi limito a dire che questo non è il mio campionato, non mi metto in competizione con i ragazzini, sono 12 anni che faccio musica e lotto per avere un pubblico maturo. Ho spessore e una testa sulle spalle, la mia filosofia quindi è vai per la tua strada, costruisciti il tuo pubblico e non fare a gara per contenderti quello che si contendono già in molti. Sarebbe una guerra persa in partenza e va bene così”.

Raffaella Sbrescia

Previous Posts Next Posts