Settebello: la recensione del nuovo album di Galeffi

GALEFFI - settebello- cover-album

SETTEBELLO” (Maciste Dischi/Polydor/Universal Music) è il titolo del secondo album del cantautore romano GALEFFI pubblicato lo scorso 20 marzo 2020. Prodotto dai Mamakass, duo composto da Fabiò Dalè e Carlo Frigerio, l’album si contraddistingue all’interno di un mare magnum di proposte grazie ad un tipo di approccio alla musica decisamente vivo, frenetico, creativo. Galeffi, all’anagrafe Marco Cantagalli, fa tesoro del felice connubio con i produttori che insieme a lui fanno parte della squadra autorale della Warner Chapell e, senza la frenesia di voler sfornare tormentoni, si prende la sacrosanta libertà di sperimentare mettendo in piedi una tracklist di tutto rispetto. “Settebello” strizza l’occhio al passato in maniera intelligente e dinamica, i testi nascono da suggestioni contemporanee e da rapporti difficili da mantenere ma si accompagnano a reminiscenze jazz, a giri di basso caldi e sinuosi, a echi funky e ad affondi blues. “Ho un cruciverba nella testa, ma quasi mai la soluzione”, canta e scrive Galeffi, a tratti molto vicino allo stile e alle intenzioni di Cesare Cremonini. Inquieto, incerto, appassionato, sguaiato, violento, crudo, nudo, Galeffi mette in campo la sua voce lasciandone scorgere diverse sfumature, vive e attraversa le note rendendole vive, significanti, intense. Cantautorato, itpop, rock, jazz funky, blues, surf garage convivono felicemente senza stancare mai. Il brano più controverso del disco è “Cercasi amore”: nata come una canzone elettronica, successivamente diventata un pezzo per chitarra e voce, poi una ballad ed infine una canzone rock. La gemma della tracklist è invece “America”, il colpo di scena, l’asso dal cilindro, il frutto della volontà dell’artista di prendersi il lusso di mostrarsi per quello che è e intanto “Butto la pasta quel tanto che basta per non sentire il vuoto che c’è”. Vibrano i richiami allo stile di Ghemon in “Grattacielo”, ormai immancabile il divertissement strumentale, stavolta intitolato “Quasi quasi”. Il disco si chiude con “Bacio illimitato”,quasi a sigillare l’epopea sentimentale fallimentare che attraversa un’emotività incerta e in cerca di una nuova consapevolezza che l’esperienza sicuramente saprà dare ad un cantautore dall’ottimo potenziale.

Raffaella Sbrescia

Video: America

Tracklist:
1. Settebello
2. Monolocale
3. America
4. Dove Non Batte Il Sole
5. Grattacielo
6. Quasi Quasi
7. Tre Metri Sotto Terra
8. Cercasi Amore
9. Gas
10. Bacio Illimitato

Immensità: la recensione della suite di Andrea Laszlo De Simone

Immensità - Andrea Laszlo De Simone

Immensità – Andrea Laszlo De Simone

Immensità è il titolo dell’ultimo lavoro discografico del cantautore torinese Andrea Laszlo De Simone, pubblicato lo corso 8 novembre per 42 Records. L’opera è una suite della durata di 25 minuti: nove tracce suddivise in 4 capitoli, con un brano cantato per ogni capitolo. Preludi, interludi, conclusioni si susseguono all’interno di una vorticosa spirale emotiva senza fine. Andrea Laszlo De Simone è un artigiano della musica, la sua visione è il frutto di una ricerca artistica immaginata, concepita, lavorata, veicolata in solitudine. Nella costruzione dei suoi arrangiamenti, l’artista osa, mescola, mette a nudo influenze, idee, suggestioni con calma, tranquillità, lasciandosi cullare dal tempo. Navigando lo spettro delle illusioni Andrea Laszlo De Simone mette a punto un immaginifico percorso di accettazione della realtà attraverso il naturale scorrere del tempo. La musica avanza con prepotenza per raccontarci che siamo in grado di rivoluzionarci completamente molte volte all’interno di una sola vita: ogni volta si ricomincia con dei presupposti nuovi sempre basati sulle stesse dinamiche: c’è una fase di entusiasmo possibilista (il sogno), seguita da un fisiologico ridimensionamento (la realtà), giunge immancabile  lo smarrimento (lo spazio) fino all’accettazione o alla rinascita (il tempo). L’atmosfera ovattata, avvolgente, onirica de “Il sogno” viene incalzata dagli archi e le percussioni de “La nostra fine”. La vita che racconta l’artista è un piano inclinato in cui il domani scivola via. “Così è successo lo sai, la nostra vita sceglie per noi”, canta Andrea mentre prendono vita le suggestioni, gli arpeggi e i violini del brano più ibrido:“Mistero”, incluso nel capitolo “Lo spazio”. Suoni del passato e del presente si incrociano come in una sorta di contrasto biblico, precursore di una svolta empirica. L’ultimo capitolo è il “Il tempo”, raccontato dal brano “Conchiglie”: Ti sei un po’ spaventato / proprio come pensavo / vedrai non serve a niente rintanarti in te stesso / siamo solo conchiglie sparse sulla sabbia / niente potrà tornare a quando il mare era calmo. Ed è tutto chiaro, limpido, nitido e devastante. Il cerchio si conclude e l’opera può finalmente ritenersi pienamente riuscita nell’intento di regalarci un bel mucchio di emozioni. Per chi desidera godere appieno di ogni singolo frame di questo lavoro, da non perdere il mediometraggio con soggetto e musiche dello stesso Andrea Laszlo De Simone.

Raffaella Sbrescia

Mediometraggio: Immensità

TRACKLIST

01. Preludio: Il sogno

02. Capitolo I: Immensità

03. Interludio primo: La realtà

04. Capitolo II: La nostra fine

05. Interludio secondo: Lo spazio

06. Capitolo III: Mistero

07. Interludio terzo: Il tempo

08. Capitolo IV: Conchiglie

09. Conclusione

Dente: la recensione del nuovo album

Dente

Dente

Dente” è il titolo del disco omonimo che Giuseppe Peveri, in arte Dente, ha pubblicato a tre anni di distanza dal suo precedente lavoro discografico. Consapevolezza, coraggio e testi maturi caratterizzano questa nuova prova del cantautore fidentino che per questa volta ha scelto di avvalersi della collaborazione di Federico Laini e Matteo Cantaluppi. Il percorso di lavorazione del disco è stato tortuoso, complesso, a tratti doloroso. Dente mette al setaccio la sua poetica e le certezze acquisite con i precedenti lavori, rimette mano alla narrativa che da lo sempre lo contraddistingue per dare credito a una cifra pop semplice ma allo stesso tempo articolata e ricca di sfumature sonore. E’ proprio in questo fondamentale passaggio che risiede la chiave di interpretazione di questo disco in cui l’autore mette la faccia per testimoniare una chiara intenzione: tirare fuori parti di sé, ora chiare e definite, ora rimaste oscure e in via di definizione. Dente lascia per un attimo la chitarra e scrive al pianoforte, esattamente come accade per accompagnare l’ineludibile testo di “Anche se non voglio”. Liberatoria è anche “Adieu”, una canzone scritta di getto per mettere in chiaro cosa può restare e cosa no. Perturbano gli interrogativi di “Tra 100 anni” e le ipotesi di “Sarà la musica”. Intense, autentiche, immaginifiche le suggestioni di “Trasparente” e “Paura di niente”. Inaspettata la vena romantica e accasata de “L’ago della bussola”. Preziosi i ricordi e le consapevolezze raccontate in “Non te lo dico” ma soprattutto ne “La mia vita precedente” e nel brano di chiusura “Cose dell’altro mondo”. Osso duro di provincia con anima cosmopolita, Dente trova il giusto bilanciamento tra presente e passato, tra giovinezza e maturità, tra punti fissi e nuove prospettive aprendosi e lasciandosi ascoltare senza filtri. Con buona pace dei puristi.

Raffaella Sbrescia

Video: Adieu


Inizia da
0:12

Tracklist

1) ANCHE SE NON VOGLIO

2) ADIEU

3) TRA 100 ANNI

4) COSE DELL’ALTRO MONDO

5) SARÀ LA MUSICA

6) TRASPARENTE

7) L’AGO DELLA BUSSOLA

8) NON TE LO DICO

9) PAURA DI NIENTE

10) LA MIA VITA PRECEDENTE

11) NON CAMBIO MAI

Cosa faremo da grandi? La recensione del nuovo album di Lucio Corsi

Lucio Corsi

Lucio Corsi

“Cosa faremo da grandi?” è il titolo del nuovo lavoro discografico del cantautore Lucio Corsi. L’immaginario di questo giovane artista di Castiglione della Pescaia si destreggia tra allegoriche visioni e metaforiche trasfigurazioni di suoni, immagini, ricordi, concetti, personaggi rappresentati in modo originale e fiabesco. Le 9 ballate che compongono l’erede di “Bestiario musicale” si snodano tra sonorità figlie del glam rock anni ‘70 con il prestigioso contributo di Antonio “Cooper” Cupertino alla co-produzione e di Francesco Bianconi, sempre più magister user di mellotron, prophet, moog, cori, acme siren. Da cantastorie a cantore del surreale, Lucio Corsi si distacca dalla contingenza e dalle tendenze che scorrono frenetiche per mettere in evidenzia un modo di esprimersi e raccontare tutto personale. Le canzoni prendono vita da spunti autobiografici per poi evolversi in riflessioni profonde mascherate da liete novelle. La prospettiva di ascolto è una visuale molto ampia, e lo diventa sempre di più se chi si trova ad ascoltare questo disco è un sognatore, uno ricco di spirito. Si parte dalla title track, concepita tra le rive di Castiglione della Pescaia, per descrivere uno stile di vita peculiare in cui si festeggiano più le partenze che i traguardi, in cui si può smontare tutto ciò che si è fatto per ripartire serenamente verso altre avventure. Il viaggio continua passando tra le evoluzioni sonore di “Freccia bianca” in cui fanno capolino gli echi delle chitarre elettriche tipici del glam rock anni 70 e ispirati a Brian Eno, ai Roxy Music, ai T. Rex. Suggestivi anche i cambi di prospettiva di “Trieste”: l’effetto del vento cambia a seconda di dove si va: se giriamo le spalle e cambiamo direzione, il vento diventa spinta e non è più un freno. E così andare, la narrazione del disco diventa un cortometraggio a colori e si arriva alla figlia del surrealismo puro “Big buca”. La canzone è la messinscena di un’impresa in cui il bambino, protagonista del brano, non lascia nulla al caso: si porta l’aria se non c’è, l’acqua se manca, calcola la forza del vento, tutto per attuare l’agognato piano di arrivare in Cina, dall’altro lato della Terra, e scoprire se il cielo sia un tetto o meno. Magici e commoventi i versi e gli arpeggi di “Amico vola via”. Il racconto armonico si chiude con l’immaginifica “La ragazza trasparente”, una canzone d’amore aulica dedicata a una donna partorita dalla mente di un giovane uomo pronto a sorprendersi e a regalare sogni, quale è Lucio Corsi.

Raffaella Sbrescia

Microchip Temporale: i Subsonica celebrano il disco più famoso in modo creativo.

subsonica-microchip-temporale

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I Subsonica sono fonte continua di ispirazione. Singolarmente o in gruppo, i magnifici 5 conoscono i segreti più reconditi del suono e da 20 anni a questa parte infiammano i palchi senza soluzione di continuità. In occasione del ventennale di Microchip emozionale, il gruppo torinese ha pensato bene di studiare una formula che potesse distanziarsi da qualunque operazione nostalgia. Ecco dunque Microchip temporale, un salto nella contemporaneità con dei testi che hanno segnato forse un paio di generazioni. Per farlo, i Subsonica hanno lavorato in studio insieme a una manciata di colleghi selezionati per coerenza generazionale e di percorso artistico, creando sinergie ad hoc e mini rivisitazioni lasciando fluire il progetto senza preconcetti e spesso affidando i brani letteralmente chiavi in mano ai colleghi.

Copovolgendo la prospettiva, i Subsonica si sono guardati dall’esterno, hanno cercato e trovato nuovi intrecci e spunti per la musica che verrà. Il progetto chiude il cerchio e dimostra che i Subsonica non sono puristi e non considerano la musica intoccabile, anzi. Questo progetto non poteva essere un tributo né un omaggio, vuole essere bensì un modo per avere accesso ad altre menti creative, esattamente così come avveniva negli anni ‘90. Stima, amicizia, mutuo scambio sono i cardini che hanno scandito le collaborazioni che attraversano questo progetto. Il valore aggiunto di Microchip temporale sta nel fatto che offre al pubblico e alla band stessa degli spiragli di futuro. Suoni contaminati, innesti urban, intrecci ritmici spezzati, complessità ritmiche che costruiscono un beat ipnotico e trasgressivo.

MICROCHIP TEMPORALE

Ai Subsonica piace scardinare le regole dei suoni mainstream, traducono gli stimoli, seguono le evoluzioni del suono da distanza ravvicinata e le fanno proprie donando loro identità e carattere.

Nel disco sono diversi i pezzi ben riusciti. Si va da Sonde in cui Willie Peyote attualizza il testo in modo efficace e incisivo senza strafare. La sua affinità con il mondo subsonico era già stata approvata in occasione della collaborazione nell’album Otto, qui il connubio è rodato e consolidato.

Tra i best performers annoveriamo senza dubbio Cosmo per Discoteca Labirinto. Dopo vari esperimenti, il suo è un risultato dal peso specifico importante e di sicuro successo. La scarnificazione di Tutti i miei sbagli a vantaggio dell’interpretazione di Motta è uno degli episodi più criptici e sinuosi dell’album mentre le scelte più deboli sono quelle di Elisa in Lasciati e de Lo Stato Sociale in Liberi tutti. Outsider di tutto rispetto sono i Fast Animals and the Slow Kids in Albe Meccaniche che diventa un pezzo di stampo industrial. Convincente aldilà delle aspettative anche M¥SS KETA in nell’iconica idiosincriosia di Depre.

Raffaella Sbrescia

Tiziano Ferro guerriero del pop in “Accetto miracoli”. Intervista

Tiziano Ferro

Esce il 22 novembre 2019, il nuovo album di inediti di Tiziano Ferro. Composto da 12 tracce, il disco mette in luce la nuova vena creativa da parte del cantautore che, per questo lavoro, ha ottenuto la produzione del guru del sound R&B americano Timbaland. Già dal primissimo ascolto appare evidente la forte volontà di mettersi in gioco, di raccontare l’intimità più dolorosa, più scomoda, più intima e personale. Fa impressione notare come dopo 18 anni di carriera, Tiziano Ferro scelga ancora di dare fondo alle emozioni senza timori. Lui, uomo pop per eccellenza, si conferma sempre più cantautore dell’umanità nel senso letterale del termine.

Qui le sue dichiarazioni in conferenza stampa.

Mi sembra di rivivere le stesse emozioni vissute nel giorno dell’uscita di 111. Era Milano e c’era un disco nuovo in uscita. Oggi rieccomi qui, non potrei essere più felice ed emozionato. A maggio 2018 è iniziato un percorso che ha cambiato completamente le carte in tavola. Questo album è testimone di un cambiamento totale, radicale, totalizzante. Tutto è diverso. Mi sono ritrovato a vivere in California senza sceglierla. Non amavo questo posto, ho imparato a scoprirlo e farmi abbracciare. Se tre anni fa mi avessero detto che mi sarei sposato e che avrei lavorato ad un disco con Timbaland, non ci avrei neanche lontanamente creduto. Vi racconterò per gradi com’è andata in entrambe i casi.

Mi sono trovato quasi per caso a prendere un caffè con Timbaland, uno dei miei idoli fin da quando ero un ragazzino. L’idea di andare a conoscerlo mi gasava, da quell’ incontro sono uscito non solo con un caffè ma anche con una canzone prodotta da lui e una sua proposta di collaborare insieme ad un progetto più completo. Questo passaggio ha significato uscire dalla mia comfort zone e dall’ abitudine di lavorare con le stesse persone da 18 anni. Mettersi in gioco a quasi 40 anni e farlo con un guru come Timbaland mi ha costretto a rimettermi in gioco da alunno con tutto da perdere. Avevo bisogno di questo processo per rinverdire la mia creatività. Lavorare con lui mi ha spinto a ripropormi da zero, Timbaland doveva capire come canto, chi sono, cosa voglio, cosa cerco e cosa desidero comunicare. In ogni caso abbiamo parlato poco, abbiamo fatto principalmente musica. Mi ha fatto sentire protetto e questa microcrisi iniziale si è trasformata in un’opportunità di crescita creativa. Per questo motivo vi dico molto schiettamente che sono molto soddisfatto di questo lavoro. Tra gli aneddoti che mi piace sottolineare è che c’è un gesto d’affetto che Timbaland ha fatto nei miei riguardi. Alla fine del disco, in “Accetto miracoli”, un brano che non ha niente a che vedere con il suo repertorio, ha usato una drum machine 808. Quel momento mi ha fatto capire che con la musica si può ancora giudicare anche dopo 20 anni di carriera. Dirlo oggi, mi vede chiaramente in una posizione di vantaggio ma per me è stata una bella lezione.

Sapere con un anno di anticipo che questo disco diventerà un tour, già molto atteso, che ha venduto tantissimo, mi riempie di felicità e di orgoglio. Ho il terrore di crollare nell’abitudine anche se sono molto lontano dal farlo. Ho iniziato l’attività live partendo dai piccoli club, mi sono esibito nei palazzetti al terzo disco. Arrivare agli stadi a 40 anni ha un sapore completamente diverso. Sapere di raddoppiare una data un anno prima, senza un disco fuori, è un atto di fiducia cieca da parte del pubblico. Il tour sarà la mia festa dei 40 anni e in scaletta ci saranno solo singoli. Farò ogni cosa con estrema cura.

Mi sento un privilegiato e, tra le varie cose, non vedo l’ora che arrivino le date europee. Sono grande fan dell’Europa, ritengo che sia il continente più figo del mondo, mi piace l’idea di poter viaggiare da un paese all’altro con solo un’ora e mezza di distanza. Mi diverte pensare che ogni paese mi dia modo di guardare le cose in modo diverso, da porte e finestre che regalano una prospettiva sempre nuova in una lingua completamente diversa.

Colgo l’occasione per specificare che vivere in California significa vivere in una bolla in cui succedono cose che al di fuori non esistono proprio. La vita ha scelto per me, mi ci sono trovato senza volerlo e mi fa strano dire che adesso la mia famiglia è lì. Io posso viaggiare, mio marito no. Se non dovessi farlo, non so se vivrei lì. Mi sento italiano al 100%, rimango con la radio sintonizzata. In quel posto ho trovato l’amore da 4 anni a questa parte ma non mi sentirò mai a stelle e strisce. L’Europa è casa mia, rido e piango per la Brexit, spero nell’evoluzione della civiltà nei confronti della carità e verso chi ha bisogno di aiuto. Mi piace quando mostriamo di voler essere persone che accolgono con la voglia di integrare”.

Tornando al disco: “Se mi chiedete perché scrivo – Sono solo ed è sempre stato così- vi rispondo che questo è il tema più complesso non solo del disco ma della mia vita. Mi sono sempre sentito un outsider, un fuori concorso. Da piccolo ero grasso, mi piace studiare, sognavo di lavorare alla radio e metto i dischi con il mio mixer mentre gli altri andavano alle feste. Quella linea fissa sia emotiva che sentimentale mi devastava, la musica mi ha permesso di trovare un tunnel alla cui fine c’era la luce anche se però questo modo di sentirmi non è mai veramente cambiato quasi come se fare il cantante non mi bastasse. Questa mia caratteristica caratteriale mi ha portato la voglia di migliorarmi ma è diventata anche molto complessa da gestire. Oggi faccio quello che ho sentito dire a Meryl Streep: “Fai arte del tuo cuore spezzato”. C’è sempre un’ombra che mi fa pensare che questo elemento sia parte di un copione. Ho imparato a rispondere alle offese, ho imparato a scrivere le canzoni, ogni tanto faccio cazzate ma le ho accettate quasi come se fossero un super potere. Non c’è niente più forte della verità.

Tiziano Ferro

In mezzo a questo inverno è la mia canzone preferita del disco, nonché il prossimo singolo in uscita. Si parla della separazione da una persona importante, in questo caso mia nonna Margherita. Non so perché ma ho voluto declinarla al maschile, ho lasciato che il brano volasse per conto suo. Con lei ho capito cosa volesse dire perdere una persona chiave nella propria vita. Faccio persino fatica ad ascoltare il brano.

Il valore catartico delle canzoni è innegabile per me. Le ho sempre usate per dire quello che non riuscivo a dire faccia a faccia, poi sono diventate qualcos’altro. La canzone è di vitale importanza, l’autore pop si sobbarca di questa responsabilità di parlare di cose normali, semplici, vere, cose che cambiano l’animo delle persone. Ho sempre suggerito alle persone di abbracciare le proprie ferite e di scoprire cosa potesse esserci dietro. Sono uno scrittore pop con lo scopo di cambiare gli animi, in questo senso quindi guerriero. In un mondo in cui pare che nessuno riesce a sopportare l’altro, ci riscopriamo più uniti che mai cantando a squarciagola in uno stadio. Questo mi fa pensare che il pop abbia un potere reale anche se noi artisti abbiamo una credibilità diversa, sicuramente minore delle istituzioni che potrebbero fare qualcosa di concreto. Io mi limito a dire: votate se potete. Non vi lamentate se poi non votate. Non ho risposta su chi e amo e chi odio, sono confuso così come dimostrano di esserlo i politici stessi. Mi fa male constatare che c’è più mancanza di civiltà tra le istituzioni che tra le persone. In ogni caso rimango un fiero uomo pop, il caposquadra degli uomini pop. Il pop arriva dove non arrivano i filosofi.

Ecco perché il disco prende forma dalla voglia di vivere anche se nasce dal testo di “Accetto miracoli”, scritto nel 2016. MI fa strano pensare che stavo andando via da Los Angeles e che solo tre giorni prima avevo incontrato quello che oggi è mio marito. Ero fermo agli ostacoli, ho accolto i cambiamenti anche se li capivo e ho scritto il disco. Nel frattempo ho tentato di vivere la mia relazione in modo personale, innamorarsi in maniera diversa a 40 anni ha un valore che non conoscevo. Il mondo dentro di me stava cambiando, ho protetto questo sentimento anche da amici e famiglia, mi facevo paranoie. Mi sembrava tutto troppo giusto in un contesto così lontano da me. Dopo due anni e mezzo, questa relazione è diventata una verità nella mia vita e ho ritenuto giusto celebrare questa unione, così come si è sempre fatto nella storia dell’uomo.

Uno degli episodi più felici è stato il duetto con Jovanotti in “Balla per me”. Lui è stato il mio primo idolo, la sua musica e la sua scrittura hanno scandito la mia vita. L’ho conosciuto nel 2005 ma ho sempre mantenuto una certa venerazione nei suoi riguardi. In questa canzone, che non è solo un featuring, sembra che cantiamo insieme da 15 anni. Solo che io canto lui dall’88 e lui no (ride ndr).

Ai miei fan dico di imparare a vincere come persone, di lasciar perdere le polemiche, di aspettare un lungo ma fondamentale minuto prima di reagire alle offese. Il bullismo non è ma finito ma le persone che parlano a caso ci saranno sempre. Ho imparato ad essere ironico tranne quando la presa in giro è legata alla sessualità. Mi spiace che non ci sia una legge contro l’odio. Le parole sono importanti, con le parole siamo diventati grandi nel mondo, sento il bisogno che si impari a dire le cose con intelligenza emotiva con dei tempi, dei modi e dei toni che possano portare rispetto e fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

Gianna Nannini presenta l’album “La differenza”: il suo rock si fa black e valica i muri.

Gianna Nannini_Cover album La differenza

Gianna Nannini ritrova la sua America a Nashville. La cantautrice pubblica, infatti, un nuovo album “La differenza”  registrato proprio negli States dopo aver trascorso diverso tempo a scrivere in una stanza scelta ed affittata ad hoc a Gloucester Road, a Londra, per concentrarsi, comporre, evolvere la identità artistica. La cantante afferma di essere partire al buio, affidandosi al suo istinto, alla ricerca di un brivido per ogni nuova canzone che ha preso forma nel suo incantato MYFACEstudio circondata dai suoi fidati collaboratori Mauro Paoluzzi, Gino Pacifico, Fabio Pianigiani, Dave Stewart. Nella patria della western country music, Gianna Nannini ha ritrovato la vena black: blues e rock suonati in presa diretta per un risultato curato ma di impatto immediato con l’obiettivo di fare la differenza. Le canzoni, registrate al primo o secondo take al massimo, senza overdubs e con microfoni live l’hanno ispirata e fatta sentire a proprio agio per ritrovare il discorso lasciato in sospeso con l’album “California” e per mantenere quella famosa promessa fatta a Conny Plank: un disco soul in linea con la sua inconfondibile voce.

I testi sono incentrati sui conflitti d’amore, meccanismi tossici nati da differenze da accettare come naturali. Il monito del disco è dare la sveglia agli esseri umani, abbattere i pregiudizi seguendo una visione d’insieme al di là delle crepe. In studio una band da sogno capeggiata da Simon Phillips per un connubio artistico sensuale e fluido. L’unico duetto del disco è con Coez in “Motivo”. Il graffio di Gianna e la melodia del cantautore si sono trovati in un brano che mette in pista le velleità di entrambi per una collaborazione autentica e voluta.

Gianna Nannini Foto di Daniele Barraco

Le parole di Gianna nascono da riflessioni estemporanee, trovano subito la luce, non vivono artificiosamente su un pc e scivolano ora sinuose e pungenti, ora piene e travolgenti in un disco che riporta la Nannini alle sue radici dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione. Perseguendo la naturale attitudine a lasciarsi andare in contaminazioni di varia tipologia, la Nannini si mostra carica e determinata nel definire una nuova identità di se stessa dopo aver esaurito un certo tipo di discorso artistico. Questo rock acustico nasce pertanto con la forte volontà di valicare i muri mentali e le mode imperanti. Le basi ritmiche sono scelte e pensate per una performance artistica di fascinazione sessuale a dispetto di tutto e tutti. Sarebbe bello se Simon Phillips potesse suonare anche durante le tappe italiane del tour di Gianna, anche dopo il tour europeo e la data di Firenze. Per saperlo bisognerà attendere e sperare. Gianna intanto allo stadio Artemio Franchi il prossimo 30 maggio ci andrà da ghibellina, pronta a spaccare. Come suo solito.

 Raffaella Sbrescia

Atlantico tour: l’ascesi artistica di Marco Mengoni in un tripudio di emozioni

Marco Mengoni

Si chiude oggi al Mediolanum Forum di Assago la tre giorni milanese della tranche autunnale dell’ Atlantico Tour . La nuova avventura live di Marco Mengoni giunge infatti come naturale proseguimento di una ricca tourneè nei palazzetti in cui il cantautore mette a punto alcuni piccoli dettagli in grado di perfezionare uno spettacolo particolarmente pregno di contenuti, di sonorità, di spunti, di emozioni.

Dopo 10 anni di carriera appare in maniera forte ed evidente quanto questo ragazzo sia maturato sia in termini artistici che vocali. La sua voce rimane in assoluto lo strumento con cui Marco riesce davvero a fare qualunque cosa in modo sempre più cosciente e calibrato. Capitano però ancora quei momenti in cui questa stessa voce sorprende non solo il pubblico ma anche Marco stesso ed è lì che l’artista lascia trasparire quell’animo delicato, fragile e prezioso che ha saputo conquistare grandi schiere di fedelissimi fan pronti a seguirlo da sempre e per sempre.

Da un punto di vista prettamente musicale, Marco Mengoni è tra coloro che amano spaziare lasciandosi contaminare cercando nuovi equilibri tra note, richiami ed influenze. Fa impressione notare con quanta naturalezza si passi tra classiche ballads e brani uptempo tra interludi soul, rythm and blues, liriche sudamericane, reminiscenze afro e rivisitazioni di brani che hanno segnato la storia del mondo contemporaneo. Sarebbe ancora più sorprendente vedere Marco tornare al rock, quello degli esordi, quello che l’aveva catalpultato in una dimensione così estranea al suo mondo, da fare scoprire a lui stesso di essere capace dell’impensabile.

A riempire ogni possibile intercapedine tra brani che riescono a restare impressi con naturalezza c’è tutta una parentesi da fare sui messaggi che l’artista trasmette da diverso tempo a questa parte. Libertà, sentimenti, sostenibilità, autenticità sono i 4 punti cardinali attraverso cui si districano tutte le iniziative e i progetti che Mengoni porta avanti in parallelo avvalendosi del benvolere di istituzioni e personaggi di importante spicco culturale.

Tutti questi tasselli messi insieme fanno di Marco un ragazzo modello, un’icona a cui ispirarsi, una persona a cui volere bene come se la si conoscesse per davvero.

Sono questi i presupposti con cui il pubblico accorre ai suoi concerti con la sicurezza di addentrarsi in un viaggio emotivo importante, carico di pathos ma anche divertente, liberatorio, depressurizzante e, perché no, goliardico.

Marco Mengoni

Vivere quelle due ore sotto transenna come al centro di un incantesimo perfetto dove non si sentono le ore di attesa nelle gambe, la stanchezza di una settimana vissuta a ritmi insostenibili o le turbe di una vita precaria. No, si percepisce solo benessere e incanto, bellezza e gioia. La voce di Mengoni viene interpretata come un’iniezione di gioia che genera dipendenza e allora si sceglie di tornare ancora e ancora. Subentrano poi le amicizie nate in questo contesto, alchimie tra persone che entrano in una simbiosi emotiva tanto forte da rendere superflue le parole. Ecco il valore aggiunto della musica di Marco Mengoni: la capacità di insediarsi come colonna sonora di vite legate a doppio filo. La certezza di aver lasciato un segno indelebile è pertanto il riconoscimento definitivo ad un artista unico il cui destino è di splendere tra le stelle della musica che conta.

 Raffaella Sbrescia

D.O.C. è il nuovo album di Zucchero “Sugar” Fornaciari. Nella tempesta, ecco lo spirito nel buio.

ZUCCHERO

A tre anni di distanza da “Black cat”, Zucchero Sugar Fornaciari torna in pista con “D.O.C”, un album con cui l’artista sceglie di raccontarsi in modo fedele, autentico e in linea con i tempi, sia dal punto di vista testuale che musicale.

Zucchero vive i tempi che corrono lasciando perdere i doppisensi ammiccanti. Non è più tempo della goliardia, è tempo della riflessione, della ricerca, forse della redenzione.

Il fulcro da cui prende vita tutto il lavoro rimangono le sue amate origini, presenti anche in copertina, che il cantante sceglie di fare proprie a tutto tondo. Dal blues, al soul, al R & B, al gospel, passando per un uso caldo dell’elettronica, D.O.C suona come un disco attuale sia nei suoni che neglI arrangiamenti. Al fianco di Zucchero, alcuni nomi storici: Max Marcolini, presente dal ‘98, il brother in blues Don Was. Subentrano poi diversi giovani produttori come Nicolas Rebscher, Joel Humlen, Steve Robson, Eg White per mettere a fuoco un percorso di ricerca che è andato avanti per circa un anno a seguito dell’ultimo tour di Zucchero.

Zucchero Robert Ascroft

Zucchero Robert Ascroft

Tempi sospettosi, tempi sospesi sono quelli di cui ci parla l’artista che, nel suo inconfondibile stile, disegna un quadro fedele di un mondo molto simile a una pentola in ebollizione. In ogni canzone viene fuori uno spirito, una luce, una speranza, quasi come se Zucchero stesse cominciando a intravvedere una forza superiore, un’entità mistica non ancora definita ma che in qualche modo esiste. Questo intimismo è stato fin da subito un aspetto evidente all’artista che, difatti, si definisce geloso di D.O.C proprio perché ha toccato punti delicati, richiamando antichi ricordi di infanzia. Tra i termini chiave dell’album c’è la parola “freedom”, libertà. Un termine inflazionato, di cui molti abusano senza pensare al fatto che ormai siamo del tutto condizionati nei comportamenti e nel modo di interpretare le cose. Zucchero ne rivendica l’autenticità professando uno stile di vita country, lontano dalle apparenze, circondato da pochi fidati amici e ben distante dalle velleità di chi non si mostra per quello che è davvero. Zucchero parla infatti anche delle cosiddette “vittime del cool”, recrimina un allontanamento globale dallo stile di vita autentico, genuino e onesto di un tempo. Prende a male parole quello che non è più il “Belpaese”. Denuncia intrighi, corruzioni, l’ involuzione socio-culturale, rimette in pista il dialetto, collabora a quattro mani con De Gregoriprima  e Van De Sfroos poi, duetta con l’astro nascente Frida Sundemo e si prende la liberà di condividere pensieri romantici e controcorrente. Scappa una lacrima da mezza lira in “Testa o croce” in cui riappare la terra natìa Roncocesi. Accompagnato dalla sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa, proprio come accadde tanti anni fa quando fu sradicato in Versilia, Zucchero abbraccia il mondo con un nuovo tour mondiale che, questa volta, prenderà il via dal Bluesfest Byron Bay in Australia il prossimo aprile. Saranno tanti i concerti che si susseguiranno subito dopo, tra i tanti anche un nuovo record di date consecutive all’Arena di Verona, ormai storico punto di riferimento per l’artista emiliano a cui piace essere stanziale, rilassato, concentrato e pronto a dare il meglio di sé, sempre accompagnato da musicisti che fanno invidia alle star mondiali. Sono tanti gli aneddoti di cui fa menzione Zucchero, così come sono tante le cose che dice attraverso le sue canzoni senza che debba esplicitarne il contenuto. La stoffa, la misura, la sostanza di artisti del suo calibro si misurano semplicemente con la potenza di parole che, tassativamente in italiano, arrivano ancora a toccare il cuore di migliaia di appassionati in tutto il mondo. Che D.O.C sia con noi e, a buon rendere!

Raffaella Sbrescia

Polvere e Asfalto: la recensione dell’album di esordio di Vins

Polvere e Asfalto

Polvere e Asfalto

Che cosa vuol dire far musica sentendosi parte di una dimensione parallela, fuori dal tempo, dallo spazio e dalle necessità dettate dalle incombenze del vivere quotidiano? Prova a spiegarcelo Vincenzo Pennacchio, in arte Vins, con il suo album d’esordio “Polvere e asfalto”. Musicista e cantautore napoletano, Vins usa la penna e le corde per mettere a fuoco una serie di riflessioni ora estemporanee, ora più stratificate attraverso un modo di esprimersi autentico e privo di artifizi.

Il viaggio di Vins inizia con “Come si fa?”, un brano che inneggia a vivere e muoversi controtempo e controcorrente per non rischiare di restare mummificati dalla polvere e dall’asfalto che ogni giorno siamo corretti a schivare pur muovendoci esattamente al loro interno.

Le vibrazioni sonore che scandiscono parole ed emozioni sono figlie di ascolti standard. Tra blues e rock che hanno marchiato a fuoco intere generazioni, nella musica di Vins rimane questo flusso di continuità che è sinonimo di qualità.

C’è un tempo per odiare, un tempo per amare, canta Vins in “Domani”, una canzone per definire la propria identità. Lontano da stereotipi e mode, il cantautore mira alla sostanza delle cose, questo è ciò che avviene tra le righe di “Curami” in cui la musica nuda è la cura perfetta per evolversi dalla contingenze quotidiane e muoversi su strade nuove.

La cruda amarezza e il feroce disincanto vibrano ne “Il vento”: un po’ bisogna cedere e farsi il culo in tre, sporca è l’anima della rabbia che sento dentro, le certezze sono bandiere stuprate dal vento, non mi va di essere usato per pagare i vostri conti, il mio disprezzo è il mezzo di comunicazione. Più onesti, diretti e trasparenti di così davvero non si può essere.

La riflessione si fa urlo definitivo in “Io non sono qui”: il varco per uscire completamente fuori, allo scoperto, privati da vincoli e definizioni. Vins evade e in questa fuga attraversa “Polvere e asfalto”, percorrendo chilometri a piedi nudi, barcamenandosi tra bestie feroci fino a divenire entità astratta. Rimane una vibrazione strumentale, prima cruenta, poi dolce e struggente.

La trasIfgurazione è solo metaforica, la consistenza di Vins è ancora vivida e scomoda, esattamente come appare ne “Il mondo è qua”: benvenuto a euro-zona, tu sei zero, non sei persona, il codice a barre è la tua identità, scrive Vincenzo senza fare sconti. Ecco perché è il caso di individuare un “Punto di fuga”, come lui fa attraverso parole e canzoni.

Assurdo pensare che il rock’n’roll sia “Solo uno show” quando assurge a una tale potenzialità espressiva eppure questa consapevolezza piomba con forza ineludibile anche tra i sogni di Vins. A chiudere l’album è “Immobile”, una ballad amara ma avvolgente. Un monito a non crogiolarsi nel dolore e a credere che ci sia sempre e comunque un buon motivo per saltare nel buio.

Raffaella Sbrescia

 

 

 

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