Luca Carboni: il suo Sputnik tour passa per Roma ed è un successo. La recensione e le foto del concerto

Luca Carboni live - Atlantico Roma ph JR

Luca Carboni live – Atlantico Roma ph JR

E’ atterrato in un coloratissimo scenario di effetti di luce e laser, ed in chiave techno pop, un rinnovato Luca Carboni all’Atlantico di Roma, gremito di gente, nonostante 800 metri più in là, al Palalottomatica, ci fosse il concerto attesissimo dei Thegiornalisti. Soldout di pubblico misto per il cantautore Bolognese, in carriera oramai da 35 anni, con un percorso di tutto rispetto, per la qualità dei testi, degli arrangiamenti, e per l’evoluzione artistica, rimasta sempre però fedele al suo stile: quello del pop d’autore impegnato ed intimista.

Sono passati davvero tanti anni da quando, come raccontava Lucio Dalla, da “Vito”, lo storico locale Bolognese, si presentò un ragazzo timido ed impacciato, e gli propose un brano. A Dalla piacque, e se ne fece mandare altri. E così, come ricorda Carboni nel ringraziare l’entusiasta pubblico Romano, nel 1983, arrivò da Bologna alla Prenestina, e mise per la prima volta piede nella Capitale, per firmare il suo primo contratto con l’RCA.

Sì, ne è passato di tempo, da quando l’idolo delle ragazzine, per i suoi testi romantici e poetici ha cominciato a calcare le scene del panorama musicale italiano. Determinato ed umile, e sempre molto “Bolognese”, il tempo non sembra averne scalfito la grinta.

Luca Carboni live - Atlantico Roma ph JR

Luca Carboni live – Atlantico Roma ph JR

Un Live di Carboni potrebbe durare sei ore, se volessimo includerci tutti i brani di qualità che ha inciso. Senza dimenticare il lavoro di Cover di qualche anno fa, che ha riproposto alcune delle più belle canzoni della musica d’autore italiana, con arrangiamenti tanto accattivanti, da convincere addirittura Claudio Lolli a rivedere i suoi “Zingari Felici”, esattamente come li ha visti Carboni. Infatti in quella versione Lolli amò proporli nei suoi ultimi concerti.

Atterra, dicevo, in un coloratissimo spazio scenico, dove le luci diventano protagoniste e creano paesaggi suggestivi attraverso uno sfondo realizzato con un maxischermo digitale, per i più significativi brani del repertorio “storico”, che si vanno ad alternare a quelli dell’ultimo lavoro, tra cui “Segni del tempo“, “Amore digitale“, “Il Tempo dell’amore“, “Figli dell’amore“. A seguire, in versione semiacustica, accompagnato dalle tastiere di Fulvio Ferrari Biguzzi e dalla chitarra di Vincenzo Pastano, “L’amore che cos’è”, e “Bologna non è una regola”. Forte e sentito il legame del cantautore con la sua città, senza diventare stucchevole o necessariamente vincolante. Però Bologna, quella Bologna che ai tempi tutti sognavamo di poter vivere, perché in qualche maniera territorio di una creatività musicale ed artistica “anarchica”, non manca mai. Non manca nella “maglia del Bologna sette giorni su sette” di “Silvia lo sai”, non manca in “Mare Mare” e nemmeno in “Luca lo stesso”.

Luca Carboni live - Atlantico Roma ph JR

Luca Carboni live – Atlantico Roma ph JR

Irrinunciabili “Farfallina”, “Inno Nazionale”, e, dopo il “Fisico Bestiale”, che infiamma il pubblico, oramai tutto riversato sottopalco, la Band rientra per un generoso bis ed un teatrale commiato dal pubblico Romano, che non lesina in affetto e calore verso questo artista forse alle volte sottovalutato, ma cui moltissimi dei nuovi volti del panorama musicale italiano, a partire da Calcutta, devono davvero tanto.

JR

Luca Carboni live - Atlantico Roma ph JR

Luca Carboni live – Atlantico Roma ph JR

George Ezra live al Fabrique di Milano: il sold out al naturale

George Ezra

George Ezra

Giovane, umile, competente, appassionato. George Ezra riempie il Fabrique di Milano senza orpelli e sovrastrutture. A pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del nuovo album “Staying At Tamara’s” in cui folk, soul, pop e cantautorato convivono felicemente, Ezra si muove anche sulla scia degli ottimi risultati ottenuti dal primo lavoro “Wanted On Voyage”. Con il suo piglio spontaneo, ironico e genuino, George Ezra parla spesso e volentieri con il pubblico. Con fare umile, il giovane con la voce di un crooner si destreggia con la sua band arricchita da una bella sezione di fiati. Il tema delle sue canzoni è il viaggio e tutto ciò che ne consegue. Il riferimento più importante è Barcellona, città spagnola cosmopolita e divertente, in cui George è rimasto per un mese intero. Subito dopo le note italiche de “La donna è mobile”, lo show, privo di scenografie, ha subito incontrato il favore del pubblico che solo in rari momenti ha lasciato spazio alla sola voce di Ezra, visibilmente toccato dall’affetto e dallo spontaneo coinvolgimento degli spettatori. ‘Don’t Matter Now’, ‘Get Away’, ‘Barcelona’, sono la triade di apertura. A seguire ‘Pretty Shining People’ nata dalle suggestioni vissute nel giardino del Montjuic. ‘Saviour’ e ‘Did You Hear The Rain?’ racchiudono il picco strumentale in termini di resa live. Sonorità ricche, curate e ben strutturate mettono in luce una crescente maturità musicale da parte dell’artista e lasciano ben sperare per il futuro.
Video: George Ezra @ Fabrique

L’orecchiabilità non è tutto, quello che rimane impresso all’ascolto è l’immaginario creato dalla lirica e dalla melodia, un esempio tangibile che conferma questo discorso possono essere sia il brano “Paradise” che Blame It On Me’. Il capitolo a parte lo merita ‘Budapest’, brano che lega l’epopea artistica di Ezra all’Italia, per stessa ammissione del diretto interessato. Una breve pausa per il pubblico internazionale all’ascolto, ed è tempo di concludere l’adrenalinico show con ‘Cassy O” e l’ultima hit ‘Shotgun’. Le prove tecniche sono superate, ora è già tempo di pensare a fare le cose in grande per il concerto alla venue dei Big: il Mediolanum Forum di Assago il prossimo 17 maggio.
Raffaella Sbrescia
La scaletta del concerto
Don’t Matter Now
Get Away
Barcelona
Pretty Shining People
Listen to the Man
Saviour
Did You Hear the Rain?
Paradise
Song 6
Hold My Girl
Sugarcoat
All My Love
Blame It on Me
Budapest
Cassy O’
Shotgun

David Garrett: Explosive live 2018. Montagne russe al Mediolanum Forum

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Che abbia venduto milioni di dischi o vinto innumerevoli premi prestigiosi è dato risaputo. David Garrett violinista di fama mondiale si è esibiito al Mediolanum Forum di Assago nell’ambito dell’Explosive Live 2018, il suo primo tour nei palazzetti italiani. Uno spettacolo pirotecnico, decisamente variegato, un percorso crossover tra generi e generazioni per due ore di show mai scontato o banale. La forza di Garrett sta nel dimostrare che lo strumentalismo e il virtuosismo sono gli stessi cardini su cui si muovono il rock’n’roll e la musica classica. Vibrazioni intense generate da arrangiamenti originali e appassionanti che Garrett, insieme a Franck van der Heijden (direttore musicale e chitarrista principale), John Haywood (tastiera/piano, co-produttore.), Marcus Wolf (chitarrista ritmico e cantante), Jeff Allen (basso), Jeff Lipstein (batteria), mette a punto in ottica divertente.

Video:

 Che si tratti di un brano dei Coldplay o di Pëtr Il’ič Čajkovskij, l’impeto e la tecnica di Garrett regalano la medesima di sensazione di piacere e distensione emotiva. Sicuramente i puristi avranno storto il naso ma l’obiettivo di Garrett è viaggiare molto lontano dagli elitarismi. Il suo manifesto musicale è all’insegna della condivisione, dell’integrazione tra generi musicali, dell’ispirazione dettata dalla sfida di donare nuova veste a pietre miliari del rock e del pop mondiale. Sulla sua montagna russa personale, ci fa salire nomi leggendari come Led Zeppelin, Prince, Vivaldi, Michael Jackson ma lascia posto anche alle icone contemporanee, da quelle del mondo EDM come David Guetta a Armin Van Buuren al davvero inaspettato rap di Eminen. Esercizio, etica del lavoro, tecnica, carisma e bellezza fanno del violinista tedesco l’emblema del possibilismo contemporaneo. Let’s play together.

Raffaella Sbrescia

Video:

Scaletta

Dangerous - David Guetta
Superstition - Stevie Wonder
Viva la Vida Coldplay
Let It Go Idina Menzel
Kashmir Led Zeppelin
Ghostbusters Ray Parker Jr.
Piano Concerto No. 1 Pyotr Ilyich Tchaikovsky
Furious
Bitter Sweet Symphony The Verve
Adventure Island

Explosive

Purple Rain Prince

Concerto No. 2 in G minor, Op. 8, RV 315, “Summer” (L’estate) Antonio Vivaldi

Nah Neh Nah (Vaya Con Dios
Live and Let Die Wings
You’re the Inspiration Chicago
Lose Yourself Eminem

Midnight Waltz

Fix You Coldplay

Duel Guitar Vs. Violin
Born in the U.S.A. Bruce Springsteen
Killing in the Name Rage Against the Machine
They Don’t Care About Us Michael Jackson
One Moment in Time Whitney Houston

Ólafur Arnalds live a Milano: profumi d’Islanda e tecnologia ibrida per una notte d’incanto

Ólafur Arlands

Ólafur Arnalds

Poesia ibrida quella del polistrumentista, compositore e produttore islandese Ólafur Arnalds che, nell’ambito della rassegna Freak and Chic si è esibito in concerto all’Auditorium Cariplo di Milano per l’unica data italiana dell’All Strings Attached tour. A poco più di trent’anni, Ólafur rappresenta già un punto di riferimento per chi ama o per chi studia la possibilità di unire il sacro al profano, il classico all’ultra moderno, la strumentazione analogica dal fascino senza tempo alla più variegata sperimentazione digitale. Piano e synth convivono creativamente nel mondo di questo giovane che, in maglietta bianca e calzini ha saputo creare un atmosfera unica, coadiuvato ad un ensemble di archi di tutto rispetto e da un batterista. In scaletta gran parte dei brani tratti dal suo ultimo lavoro “Re:member”senza lasciare da parte le pietre miliari che hanno scandita la sua rapida ascesa nell’olimpo della musica internazionale. Ólafur Arnalds è, infatti, uno dei più promettenti compositori di colonne sonore cinematografiche, e a giudicare da quanto ascoltato, non potrebbe essere altrimenti. Il connubio e le influenze che vibrano tra tastiere e pianoforte innesca un fortunato meccanismo di corto circuito particolarmente efficace. La musica di Ólafur è una metafora della vita stessa. Delay e riverbero declinano in mille modi i cardini e i valori principali su cui si fonda il percorso individuale di ciascuno. Tenebrosità e intimismo riempiono i tasselli romantici e vigorosi degli archi. Incantevoli i vorticosi assoli di violino, disseminati in un avvolgente e voluttuoso susseguirsi di stimoli sonori e visivi. Il valore aggiunto del concerto è, difatti, una particolare cura dedicata alla regia e alle luci che, a tutti gli effetti hanno completato lo spettacolo, aggiungendo significato e suggestione ai brani propositi in scaletta. Litanie ossessive e vertiginosi voli pindarici in un concerto funzionale, variegato, travolgente ma troppo pesante ma soprattutto mai banale. Ólafur Arnalds apre le porte del suo mondo in modo molto graduale e, sebbene sia privo di sovrastrutture, lascia percepire particolare attenzione ai dettagli. L’obiettivo è fare la differenza, incantare il pubblico, sempre rispettoso e in rigoroso silenzio. L’impressione è quella di trovarsi in una dimensione sospesa, quasi ovattata, del tutto estranea alla celebrazione del superfluo che scandisce la quotidianità nel suo complesso. Slow living, slow music, slow emotions. Full life.

Raffaella Sbrescia

Milano Rocks chiude con i Thirty Seconds to Mars: Jared Leto splende ma ci sono diverse cose da rivedere.

Jared Leto - Milano Rocks - ph Francesco Prandoni

Jared Leto – Milano Rocks – ph Francesco Prandoni

Milano Rocks. DAY 3. Il sipario è ormai calato da qualche ora ma il nuovo festival meneghino ha lasciato un’ottima impressione, non ultima quella impattante dello scorso 8 settembre in occasione dei concerti di Mike Shinoda (Linkin Park) e dei Thirty Seconds to Mars dei fratelli Leto. Cosa dire di Shinoda? Un uomo e artista che ha avuto il coraggio, la volontà e la forza di non cedere ai sensi di colpa, di riprendere in mano la propria vita e di pensare a una carriera senza Chester Bennington al suo fianco. Il suo album solista “Post Traumatic” è un passaggio chiave in questo senso e la sua performance ha segnato un momento catartico di forte impatto emotivo.

Tutt’altro registro quello adottato dai 30 Seconds to Mars. Jared Leto, in gran forma, si è mostrato al meglio: star splendente e rigogliosa, vestita Gucci, che ha voluto mostrarsi umana a tutti i costi coinvolgendo numerose volte il pubblico, spendendo parole di affetto, ammirazione e gratitudine per la fanbase italiana. Dal primo show all’Alcatraz di Milano alla Expo Experience ne è passata di acqua sotto i ponti per i fratelli Leto che, ad onor del vero, senza chitarrista offrono un concerto bello sì, ma decidamente monco. La scaletta prende a piene mani dagli ultimi grandi successi tratti dall’Album “America”: Walk On Water, Dangerous Night, Rescue Me, Monolith. I fan più eccentrici vengono invitati da Jared a raggiungerlo sul palco per diversi momenti di puro intrattenimento che sottraggono spazio, bellezza e contenuto allo show. Una volta è divertente, farlo ogni tre canzoni non lo è più.

Video: Dangerous Night Live

Gli aspetti più importanti da evidenziare riguardano la rinnovata voglia di mettersi in gioco come cantante da parte di Jared Leto, la sua allure da star è difficile da scalfire ma di fatto l’attore e regista ieri sera ha cantato e bene. Plauso anche al fratello Shannon, reo di un’esibizione alla batteria vigorosa. Tra i pezzi meno recenti da evidenziare ci sono Kings and Queens, This is War e Hurricane. Tantissimi i sing along con cui Jared ha cercato di coinvolgere il pubblico, forse troppi. Intrattenere è carico e simpatico, a tratti divertente. Incantare però è un’altra cosa. Riprovateci Thirty Seconds to Mars, sicuramente ci sarà margine per fare di più e meglio.

Raffaella Sbrescia

Scaletta

Monolith

Upin the Air

Kings and Queens

This Is War

Dangerous Night

From Yesterday

Do or Die

Love Is Madness

Hail to the Victor

City of Angels

Rescue Me

Hurricane

Remedy

Live Like a Dream

The Kill (Bury Me)

Walk on Water

Closer to the Edge

Milano Rocks: concerto epico per gli Imagine Dragons all’ Ex Area Expo

Imagine Dragons - Milano Rocks ph Francesco Prandoni

Imagine Dragons – Milano Rocks ph Francesco Prandoni

Milano Rocks. Nel senso letterale del termine. A parlare sono i numeri, 60000 spettatori paganti, ma non solo. A parlare sono i volti di migliaia di persone incuranti di un violento acquazzone e un paio di chilometri da percorrere tutti a piedi per accorrere sotto il palco  dell’Area Experience di Expo per il concerto degli Imagine Dragons, rei di essersi donati anima e corpo in un concerto pieno, ricco e totalmente appagante. L’epicità dell’evento potrebbe essere racchiusa nella poetica immagine di Dan Reynolds in pantaloncini neri carico come non mai e incurante della pioggia scrosciante sul viso. A dispetto del loro percorso giovane, gli Imagine Dragons hanno trovato uno stile perfetto, l’eureka di una miscela pop-rock praticamente infallibile. Potenza, impatto, poetica e bellezza si fondono in un modo di intendere la musica assolutamente libero, vivo e pulsante. Ogni canzone in scaletta ha trovato una strada, scavando un solco netto, il coro del pubblico così caldo e potente da emozionare il frontman che, visibilmente colpito, confessa che questo concerto a ridosso della fine dell’Evolve tour resterà impresso nella loro mente. Sebbene il concerto abbia un piglio dalle sembianze leggere e divertenti, in realtà non è mai stato privo di importanti messaggi incentrati sul concetto di diversità e valorizzazione della propria personalità. Tra ritmi incalzanti, assoli di chitarra e percussioni irresistibili, Reynold infila strategicamente le parole giuste al posto giusto. Non si nasconde dietro l’hype del glamour, anzi, non perde occasione di riportare alla luce i demoni del passato, il bisogno di esternare la propria oscurità interiore incitando gli altri a fare esattamente lo stesso. Perchè “your life is always worth living”.

Raffaella Sbrescia

Video: Next to me @ Milano Rocks

Scaletta

Radioactive
It’s Time
Whatever It Takes
Yesterday
Natural
Walking the Wire
Next to Me
Shots
Every Breath You Take / I’ll Make It Up to You
Start Over
Rise Up
I Don’t Know Why
Mouth of the River
Demons
Thunder
On Top of the World
Believer

Alchemaya: lo spettacolo raffinato ed elitario di Max Gazzè a Caracalla

Gazzè - Caracalla - Roma

Suggestiva l’ambientazione ed ambizioso il progetto: la Bohemian Symphony Orchestra, diretta dal maestro Clemente Ferrari, 60 elementi perfettamente posizionati, le letture di Ricky Tognazzi, per narrare l’origine e l’evoluzione dell’uomo attraverso i manoscritti delle Tavole Smeraldine, la Bibbia, i testi di Qumran, le ricerche sugli Esseni, i saggi esoterici. Caracalla, con la sua tridimensionalità scenica, sicuramente si presta ad uno spettacolo di grande effetto, e luci e proiezioni immaginifiche a tinte forti, sicuramente dicono la loro in questa prima parte del concerto di Max Gazzé, che porta sul millenario proscenio, ambientazione quasi naturale, trattandosi comunque di genesi, una narrazione perfettamente equilibrata, che immediatamente fa pensare a Battiato. Ma, in alcuni tratti, ci troviamo anche l’ironica amarezza di Gaber, almeno in alcune flessioni di voce e di musica, che richiamano alla memoria un’altra “genesi”, quella del Signor “G”.

Gazzè - Caracalla - Roma

Gazzè – Caracalla – Roma

Alchemaya arriva a Caracalla già abbondantemente sperimentata, e con un ottimo riscontro tanto di pubblico quanto di critica, e, superando la logica tematica dell’uniformità, fa seguire, alla prima parte, di sicuro impegno acustico e tematico, un alleggerimento nella seconda, durante la quale scorrono, magnificamente riorchestrati, alcuni tra i brani più noti della produzione di Gazzé. Così “Una musica può” arricchirsi di timpani e violini, la “Leggenda Di Cristalda E Pizzomunno” si carica di pathos, “Cara Valentina” prende prima la forma di un leggero valzer, e poi si trasforma in una marcia enfatica, “Se soltanto” ti fa venire le lacrime agli occhi, con la sezione d’archi struggente, “La vita com’è” mantiene i suoi toni balcanici, ma arricchiti e arrotondati, fino ad arrivare ad un’uscita di scena molto teatrale, sottolineata dalla sezione fiati e timpani. Nella seconda parte sicuramente il timbro vocale di Gazzé si trova più a suo agio che non nella prima. Il risultato è uno spettacolo lungo, intenso, partecipato, divertente ed elegante. Qualcosa che si stacca dalla consuetudine pop del cantautore siciliano, e ne rende al pubblico una veste inedita, ma estremamente accattivante. Piccolo e prezioso gioiello, l’apporto della pianista coreana Sun Hee, che con grande delicatezza fisica dà vita ad un potente assolo per pianoforte, che manda il pubblico in estasi. Uno spettacolo che merita indiscutibilmente tutto il consenso sinora ricevuto.

JR

Joan Baez a Caracalla: una notte per tirare le fila della beat generation

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Erano gli anni ’60 e qualcosa cambiava nel panorama musicale internazionale; voci diverse arrivavano dagli States.
Voci di rivolta, di protesta. Erano gli anni delle guerre. Beh, ogni epoca storica ha la sua guerra da ricordare. Ma quelli erano gli anni in cui, per la prima volta, il sistema mediatico entrava a far parte in diretta dei meccanismi di guerra. Erano gli anni delle guerre ideologiche (la guerra fredda), e di quelle fisiche. Una su tutte, il Vietnam. Erano gli anni in cui si ruppero gli schemi: Freedom and Peace, gioia e voglia di vivere, opposizione, scontro, rottura, rivoluzione culturale, rivoluzione sessuale.
Sono stati gli anni durante i quali gli Stati Uniti d’America hanno dato il meglio che potevano dare. E lo hanno dato attraverso la musica e le arti figurative.
Cominciò un certo Elvis, con un provocatorio movimento pelvico che mandava in delirio il pubblico, tanto maschile che femminile, e, dietro lui, ne vennero molti altri. Ma, a latere del Rock, e della trasgressione di carattere squisitamente culturale e musicale di cui si faceva portavoce, ci fu l’impegno politico.

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Trovò la sua forma comunicativa questo impegno, quasi provocatoriamente, nell’ortodossia statunitense più radicata, quella del country, ed utilizzò il mezzo espressivo della ballata, o racconto, per denunciare i grandi temi di giustizia sociale, temi che una parte della Nazione Americana, in quel momento in cui partivano ragazzi sani e tornavano relitti, (quando tornavano), trasformò in una filosofia di vita.
Era la Beat Generation.
Ne divenne testimone un certo Robert Allen Zimmerman, in arte Bob, Dylan per gli amici. Fu lui a diventare l’emblema di quella generazione, fu lui il primo a proporsi come personaggio chiave del “movement”, e ad andare controcorrente e controcultura.
Vicino a lui, una ragazza. Bellissima, lunghi capelli neri, fisico filiforme, look disinvolto, sorriso incantevole, e doti canore ineguagliabili, oltre ad una marcata personalità espressiva che la rendeva inconfondibile: Joan Baez. 
Quello che la Baez ha rappresentato nel panorama musicale mondiale, e in quello della generazione beat e di quelle subito successive, oramai è storia. Soprattutto, ha rappresentato la possibilità di riuscire ad ascoltare quei bei testi e quelle belle ballate di Dylan, cantate bene. E non è poco.

Ai tempi era un’icona. Volevamo vestirci come lei, pettinarci come lei, suonare la chitarra come faceva lei, cantare le cose che cantava lei. E crederci, come ci ha creduto lei.
Portavoce della protesta, portavoce della ribellione, portavoce del riconoscimento di quei diritti alle donne troppo spesso negati, protagonista nei Sit In, nelle manifestazioni, nelle rivendicazioni di piazza, nei grandi raduni musicali, divenne il simbolo, al femminile, di un processo irreversibile, che trasformò radicalmente l’America, il suo modo di fare musica, cinema, letteratura, cultura. Milioni di persone iniziarono a dubitare del mito dell’americano buono, l’onesto difensore della legalità, degli ideali della libertà e della democrazia a prezzo della vita.
Fu una rivoluzione culturale, pacifica, che sfociò nella decisione, da parte del governo statunitense, di porre termine alla guerra in Vietnam, ma soprattutto segnò un cambiamento radicale nelle coscienze degli americani e nel loro rapporto con le istituzioni.
Musicalmente incolta, proveniente da un Midwest povero e sottosviluppato dal quale era uscita con grandi sacrifici, ha avuto il pregio di raccontare quelle giornate in musica come nessuno fino a quel momento era mai riuscito. Con note e parole che, come diceva Dylan, si «volavano nel vento».

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Era il talking blues, il blues parlato. Queste canzoni di grande impatto emotivo, ascoltate e ripetute da una intera generazione di giovani, sono diventate non solo un simbolo, un manifesto, ma hanno fatto qualcosa di più. Ci hanno cresciuti.
Ieri metà di quel manifesto era sul palco di Caracalla, per una delle ultime tappe musicali della sua carriera.
77 anni, ancora bellissima, con la sua chitarra acustica, entra sobriamente e al buio sul palco, e subito riecheggiano, pulite, le note di “Don’t Think twice it’s alright”, e “Farewell Angelina”. E il pubblico si scalda.
Tre brani “unplugged”, pochi sorrisi ed un poco di tensione per i fotografi sottopalco, e dopo fanno il loro ingresso il polistrumentista Dirk Powell e il figlio della Baez, Gabriel Harris, alle percussioni.
Due virtuosi che l’accompagnano per un’ora e mezza, attraverso un percorso musicale che proietta la platea cinquant’anni indietro. I più fortunati, quelli che “c’erano” (e non sempre la vecchiaia è una brutta cosa), con le lacrime agli occhi, ricordano pantaloni a zampa di elefante, folte chiome color Henné, qualche “digressione” sulle droghe leggere, e l’idea che avevano di cambiare il mondo, e quanto ci hanno creduto, che questo mondo sarebbe cambiato in meglio.
La voce della Baez tiene benissimo, però, certo, non si può pretendere che abbia quelle incursioni sulle alte note che aveva cinquant’anni fa. E così, a darle sostegno, arriva Grace Stumberg, vocalist dotata di un timbro acuto e squillante.
“God Is God”, “Whistle Down the Wind”,” It’s All Over Now, Baby Blue”, “Another World”, l’omaggio a Janis Joplin con “Me and Bobby McGee”, e “Gracias a la vida”, in onore di Violeta Parra, già eseguita in passato in coppia con Mercedes Sosa, che della cantautrice cilena è la naturale erede, e ogni nota è una stilettata in pieno petto.
E questo è un dono che solo i grandi interpreti possiedono.
In scaletta ci sono anche “C’era un ragazzo”, e “Un mondo d’amore”, ma c’è una sorpresa.

Joan Baez - Caracalla - Roma ph JR

Joan Baez – Caracalla – Roma ph JR

Morandi, presente tra il pubblico, sale sul palco e le cantano insieme. Morandi nasconde dietro la sua disinvolta postura una grandissima emozione che esplode in un : “Voi non potete capire cosa voglia dire per me eseguirle dal vivo con Lei (che ai tempi le inserì nel suo repertorio), dopo 50 anni: Ho aspettato 50 anni e questa è l’ultima occasione.”
Noi, che con quelle canzoni siamo cresciuti, lo capiamo, ci commuoviamo e le cantiamo insieme a loro, e per un momento torniamo ai falò sulle spiagge della nostra gioventù, a quella voglia di stare insieme, di condividere valori positivi, di confrontarci, di dire NO.
Morandi invita il pubblico, che non se lo fa ripetere, ad intonare un “Roma nun fa la stupida stasera”, per Joan, sorridente ma triste allo stesso momento. E’ il suo tour di addio.
“Io vado via, ma la combattente resta”. E Dio sa di combattenti quanto ce ne sia bisogno al giorno d’oggi.
Dopo un’intensa interpretazione di “Imagine”, il pubblico canta, con lei che suona la chitarra, come se fossimo tutti sulla stessa spiaggia, o nella grande platea di Woodstock, “The boxer”. Un accompagnamento d’eccezione alle nostre voci, che riecheggia a lungo, nella commozione serrata in gola, in questo elegante, signorile ed intenso commiato; e nella frase del Maestro Zaccheo, chitarrista di spicco della scena musicale capitolina, accompagnatore, tra gli altri, di Giulia Anania nel progetto “Bella Gabriella”, che la serata non se l’è voluta perdere, e mi ha fatto l’onore della sua compagnia: “JR, …….te rendi conto che è tutto finito?”
Io me ne rendo conto, ma al momento prevale la commozione.
Molti giovani tra il pubblico: se chi è più grande di loro avrà la capacità di raccontare cosa ha rappresentato la Beat Generation nel mondo, forse è tutto finito: ma penso che non tutto sia perduto.
Joan, lasci le scene, ma sai che hai eretto un monumento più perenne del bronzo.

JR

Tomorrowland 2018: a Monza la celebrazione della musica e della fratellanza

Unite with Tomorrowland - Monza - 2018

Unite with Tomorrowland – Monza – 2018

La grande allure che si era creata intorno alla prima edizione di “Unite with” Tomorroland, organizzata nel parco di Monza, sì quello dell’Autodromo, non è stata disattesa. Circa 15000 persone si sono date appuntamento nel polmone verde brianzolo per una giornata unica nel suo genere. Il Tomorroland è un Festival di musica elettronica che si tiene ogni anno in Belgio e che riunisce i più famosi dj del mondo alla stessa console. Vietato ai minori di 18 anni, questo piccolo universo felice ha richiamato il pubblico più vario: dai freschi ventenni, ai disinvolti over 30, fino a degli inaspettati gruppi di quarantenni più che in forma. Un evento che non conosce differenziazioni di genere e di età dunque, d’altronde la posta in gioco stavolta era piuttosto alta: il messaggio da veicolare era impattante e fondamentale in un’epoca di focolai fascisti.

Uguaglianza, unione, fratellanza. Questi i concetti chiave che hanno fatto da cardine ad una line up di tutto rispetto. Tomorrowland è, letteralmente, la terra di domani, quella che ognuno di noi sogna per sè e per gli altri. Una dimensione felice, gioiosa, dove ciascuno fa ciò che ama, dove ognuno celebra la propria libertà e la condivide in maniera pacifica.

Unite with Tomorrowland - Monza - 2018

Unite with Tomorrowland – Monza – 2018

Un’organizzazione perfetta, orchestrata da da 5 Guys Company, ha offerto al pubblico 14 ore di show da mezzogiorno fino alle 2 di notte. Una scenografia impattante, un palco di 350mq e tanti effetti speciali hanno fatto da cornice a Klingande e Malaa e Martin Solveig (che ha cantato dal vivo il suo nuovo singolo “My Love” . Tante le hits ballate e cantate a squarciagola tra pizze, panini e focacce gourmet. Alle 21.00 il momento più emozionante: il collegamento in live streaming via satellite con il main stage in Belgio, in contemporanea con altre sei nazioni: Abu Dhabi, Libano, Malta, Messico, Spagna e Taiwan. Sul palco i deejay headliner del festival, tra tutte spiccano le performances di Afrojack e Armin van Buuren. Il senso di coinvolgimento e condivisione si è costruito in un crescendo emotivo, fortemente suggestionato dalla sincerità dei messaggi dei dj coinvolti.

Unite with Tomorrowland - Monza - 2018

Unite with Tomorrowland – Monza – 2018

Ballare tutti insieme, sapendo che ci sono altre centinaia di migliaia di persone che stanno ballando insieme a te, proprio come te, con lo stesso sorriso e la stessa voglia di vivere fa veramente effetto. Una sensazione così galvanizzante, così pura e priva di sovrastrutture, fa pensare che forse nella mente di chi ha messo in piedi questo evento c’era proprio questa precisa immagine.

Raffaella Sbrescia

Pavia baluardo di interculturalità: Goran Bregovic chiude l’Iride Music Festival ed è festa grande

Goran Bregovic - Castello Visconteo - Pavia - Iride Festival

Goran Bregovic – Castello Visconteo – Pavia – Iride Festival

Si chiude all’insegna della celebrazione dell’interculturalità la rassegna “Iride Fraschini Music Festival” ambientata nel Castello Visconteo di Pavia. La cornice è di quelle prestigiose, l’appuntamento di quelli da vivere almeno una volta nella vita. Sul palco il celebre compositore Goran Bregovic con la sua fidata “Wedding and Funeral Orchestra”, composta da cinque fiati, due coriste e un percussionista cantante. L’idea dell’iconico artista è portare al pubblico la versione live del suo ultimo album «Three Letters from Sarajevo», un album simbolico con cui Bregovic rompe il tabù della guerra e mette in primo piano il tema della convivenza tra religioni diverse. Il suo intento è nobile, il modo per veicolare il messaggio è infallibile. L’incedere voluttuoso degli arrangiamenti corposi e ricchi si accompagna a testi che trasudano pathos e sofferenza ma anche tentativi di conciliazione e altrettanti furiosi fallimenti.

Video:

Una commistione tra sacro e profano decisamente congeniale al musicista serbo-croato, maestro nel mescolare suoni, ritmi e linguaggi. La grande varietà di stili e tecniche mette in risalto falle e imperfezioni, diversità e incongruenze. Il ritmo è crescente, contagioso, fluttuante. Lasciarsi coinvolgere dall’impeto dei fiati e dei ritmi percussionistici è teraupeutico e galvanizzante. L’immaginario si fa fitto di suggestioni, pensieri, ricordi vicini e lontani. ll gettito di pulsioni istintive è l’acme dell’impianto emotivo su cui fondano le melodie composte da Goran Bregovic che, con il suo ottimo italiano, instaura un vivace interscambio con il pubblico, pronto a rompere le file e vivo fino all’ultima nota. In scaletta atmosfere scure, neoromantiche e sanguinarie cedono il passo alla richiesta urgente di vita e di festa: War, Vino Tinto, , Made in Bosnia, Mazel Tov, Pero, la bellissima Duj Duj, Gas Gas, Erdelezi, Mesečina, In the Death Car. Trai bis: Hopa Cupa, Bugarke, Jeremija, Bella Ciao e l’immancabile Kalasjnikov i brani che desideriamo mettere in risalto per rendere l’idea di ciò che ha rappresentato questo irrinunciabile appuntamento con la cultura.

Raffaella Sbrescia

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