“La mia generazione”: intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

La mia generazione -Giovanardi

La mia generazione -Giovanardi

Tre anni per portare a termine un lavoro intriso di rispetto e amore. Tre anni per farsi carico del recupero e della valorizzazione di una parte importante del nostro patrimonio musicale. Tre anni per arrivare a “La mia generazione”, il nuovo album di Mauro Ermanno Giovanardi, in uscita oggi per Warner Music Italy.

Questo disco racchiude una nobile intenzione, quella di omaggiare un decennio ricco di nuovi stimoli, di fluttuanti idee musicali, artistiche e culturali. Un’ epoca in cui tanti gruppi italiani si sono sdoganati dalla lingua inglese per avvicinarsi al pubblico raccontandogli delle storie da condividere.

In questo disco Giovanardi ripercorre, evitando qualunque accenno nostalgico a quei tempi e con l’aiuto di ottimi musicisti (tra cui Davide Rossi), alcuni brani storici di Afterhours, Marlene Kunz, Subsonica, Neffa, Casinò Royale e tanti altri, accompagnandosi anche ad alcuni protagonisti di quella stagione: Manuel Agnelli, Rachele Bastreghi, Emidio Clementi e Cristiano Godano e Samuel. Ognuno chiamato a interpretare un pezzo iconico della scena di quegli anni, in un gioco di specchi in cui nessun artista canta il proprio brano.

Intervista

Da dove nasce il desiderio di portare avanti questo tipo di operazione di stampo antropologico-culturale?

Fin dall’inizio avevo messo dei paletti ben precisi a questo progetto, uno di questi era scansare a tutti i costi ogni retorica del revival e della nostalgia. Ho scelto deliberatamente di invitare pochi ospiti perché non volevo che fosse un circo. Ho cercato di fare un’operazione onesta e soprattutto umile e rispettosa. Come un attore con il copione mi sono messo a disposizione delle canzoni, volevo fare un omaggio serio ad un momento importantissimo della musica. Mi sono accorto che questo è il disco più difficile e pericoloso che abbia mai fatto.

Forse la genialità di questo progetto sta negli incroci e nella rivisitazione del tutto personale di ciascun brano

Sempre perseguendo l’obiettivo di non scivolare nel mood nostalgia, ho voluto far sì che ogni pezzo fosse riscritto per mano mia, era fondamentale farne delle versioni non delle cover. Se avessi voluto fare un disco di cover, ci avrei messo una settimana, ho voluto trovare il giusto equilibrio tra il rispetto nei confronti dello spirito originale dei brani e farne una versione mia che fosse credibile. Per essere più chiaro: rappare e cantare, cantare e salmodiare, cantare e declamare sono mestieri diversi. Per questa ragione mi sono dovuto inventare un modo altro di cantare.

Parliamo dello scambio umano che c’è stato in questo lavoro non solo con i tuoi musicisti ma anche con gli artisti che hanno preso parte al compimento di questo percorso.

Samuel, Manuel, Cristiano ed Emi li ho voluti perchè sono testimoni diretti di quella stagione, Rachele Bastreghi c’è perché volevamo fare un pezzo insieme da “Amen” e poi perché i Baustelle sono i figli diretti di questa scena musicale. L’idea di far cantare agli ospiti non il proprio pezzo bensì quello di altri, sta proprio a sottolineare l’umiltà che caratterizzava quel periodo musicale. Io Manuel, Samuel, Cristiano siamo passati tutti dalla grande famiglia Mescal per cui è stato facile coinvolgerli. Ho lasciato fuori un sacco di ospiti: da Raiz a Cristina Donà, Edda, Simone dei Virginiana Miller. La verità è che quando fai un disco così o fai un’enciclopedia della musica o fai delle scelte mirate. Di cuore avrei voluto invitare più amici ma questo avrebbe sminuito il disco e gli avrebbe dato un aria nostalgica che volevo evitare.

Il singolo attualmente in rotazione è “Baby Dull” in cui canti con Rachele. Con lei c’è grande chimica da sempre…

Assolutamente sì. A questo proposito vi racconto un aneddoto: nel ‘96 suonammo con i La Crus in un clubbino vicino Perugia. quella sera rilasciai un’intervista per una fanzine. Rachele in quell’occasione venne con una macchina fotografica subacquea che non funzionava spacciandosi per la fotografa della fanzine perché mi voleva conoscere a tutti i costi. Una cosa dolcissima che può rendervi l’idea della nostra amicizia.

Cosa significa cantare rock in italiano?

Ho ben presente lo sforzo del passaggio del cantare dall’inglese all’ italiano. Negli anni ’90 capimmo che era importante confrontarsi con la nostra lingua e farsi capire dal pubblico. Con la maturità ti rendi conto che in una canzone riuscita le tue esperienze diventano anche quelle di chi riesce ad immedesimarvisi. Fino a quel momento in Italia, a parte i Litfiba o alcuni gruppi degli anni ’80, sottobosco per appassionati molto elitario, tutto sembrava fermo. Poi di botto, è arrivata quella che io amo definire età dell’oro: ci sono state delle congiunzioni astrali pazzesche, le major che si sono accorte di questo fenomeno in 6-8 mesi, abbiamo avuto la possibilità di aver più esposizione con concerti che da 100 persone ne facevano 1000. Abbiamo quindi cominciato a raccontare le nostre storie cercando una via altra alla canzonetta, c’era voglia e necessità da parte del pubblico di cantare le cose nella propria lingua ma con un suono diverso.

Ha senso cantare rock in italiano oggi?

Ai ragazzi che dopo un concerto mi passano una loro demo, dico sempre che finchè si canta in inglese questa passione resterà sempre un hobby perché è fondamentale cantare nella propria lingua. Con l’esperienza ho scoperto che in Inghilterra interessa di più un gruppo italiano che canta in italiano invece di un gruppo italiano che canta in un inglese un po’ maccheronico; naturalmente ci sono sempre le eccezioni però a parte Elisa non mi viene in mente nessuno. Cantare in inglese è un po’ una scorciatoia, benchè uno possa avere una certa cultura, non avrà mai la capacità di cogliere le varie sfumature dei significati delle parole. A questo aggiungo che guardare negli occhi una persona che sta in prima fila e raccontargli una storia in italiano crea un’energia che va ben oltre la musica.

Mi piace pensare che tu voglia portare dal vivo questo progetto. Lo farai?

Assolutamente sì, anzi! Nel live metterò certamente qualche pezzo che non sono riuscito ad inserire nel disco. Poi stando in giro avrò anche la possibilità di invitare altri ospiti che hanno fatto parte di questa epoca. Venite a trovarci!

Raffaella Sbrescia

Mauro Ermanno Giovanardi incontrerà i fan in due appuntamenti:

22 settembre a  ROMA, Feltrinelli Via Appia h.18.00

25 settembre MILANO, Feltrinelli Piazza Piemonte h. 18.30

 Ascolta qui l’album:

 

 

Mauro Ermanno Giovanardi live al Blue Note di Milano: quando lo stile è pura poesia

Mauro Ermanno Giovanardi live @ Blue Note Milano

Mauro Ermanno Giovanardi live @ Blue Note Milano

Mauro Ermanno Giovanardi festeggia la vittoria della Targa Tenco per il miglior disco dell’anno con uno straordinario concerto sul palco del Blue Note di Milano. A quattro anni dall’ultimo album di inediti “Io Confesso” e a due da “Sinfonico Honolulu”, l’artista torna in scena per presentare “Il mio stile”, l’album che mutua il suo titolo dall’unica cover presente nel disco, “Il tuo stile” di Leo Ferrè. Nelle vesti di “crooner che canta canzoni d’autore del terzo millennio”, Mauro Ermanno Giovanardi lavora artigianalmente sulla parola e sull’ idea di scrivere canzoni d’autore seguendo un immaginario musicale ispirato allo stile cantautorale classico italiano. L’ex La Crus si esprime in maniera efficace e diretta e lo fa aprendosi al pubblico attraverso  una vocalità viscerale ed una potente intensità. E’ il suo stile. Giovanardi mette in scena un pop elegante, senza l’uso dell’elettronica, distaccandosi dal modus operandi imperante senza tuttavia rinunciare all’apporto di straordinari musicisti come Paolo Milanesi alla tromba, Alessandro Gabini al basso, Marco Carusino alle chitarre e lo storico Leziero Rescigno alla batteria. Notevole anche la potente e cristallina voce di Barbara Cavaleri.

Il concerto inizia con un manifesto intimista quale è “Sono come mi vedi”,  si continua con “Se c’è un Dio”, brano in cui Giovanardi si perde completamente dinnanzi alla bellezza di un Dio-donna. “Tre volte” è un testo che sprigiona amore da ogni parola. Giovanardi si muove tra presente e passato, canta i brani tratti dall’ultimo album ma scava a piene mani anche nel repertorio dei La Crus con “L’uomo che non hai”, ad esempio. «Non mi era mai successo di ricevere un brano scritto e pensato per me», racconta Mauro Ermanno, introducendo “Anche senza parlare”, il bellissimo brano che porta la firma di Gianmaria Testa, con lui sul palco per un duetto magico.  L’emozione è palpabile e il concerto non conosce pause: “Su una lama”, “Quando suono”, Nera signora” e poi  “Aspetta un attimo”, un travolgente paso doble con una bella scarica di batteria. Il richiamo amarcord si fa più vivo con “Se perdo anche te” di Gianni Morandi, si continua con “Più notte di così” di Luca Guidi, vincitore di un premio al Rock Contest 2013, “Come ogni volta,” dal repertorio dei La Crus, fino alla sublime “Nel centro di Milano”, la canzone più profonda dell’intero disco, cantata in duetto con la straordinaria Rachele Bastreghi (Baustelle). “Io confesso”, “Il tuo stile”, storica cover di Leo Ferrè in cui Giovanardi si esalta, “Storia d’amore” di Adriano Celentano scaldano a fuoco lento il pubblico, estasiato. Per i bis, Mauro Ermanno sceglie “A cuore nudo”, “Un garofano nero” e, per chiudere all’insegna dell’autentica poesia, “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco, cantata ancora con Gianmaria Testa, per ribadire che la speranza è la nostra più bella abitudine.

Raffaella Sbrescia