Ti devo un ritorno: un esordio letterario avvincente per Niccolò Agliardi. Intervista

Niccolo-Agliardi ph Francesca Marino

Niccolo-Agliardi ph Francesca Marino

Sarà perché si è laureato in Lettere Moderne con una tesi sui luoghi reali e immaginari presenti nelle canzoni di De Gregori, sarà per la sua mano di autore affermato, Niccolò Agliardi ha firmato un romanzo (Ti devo un ritorno) sinceramente bello perché delicato e significativo. Un esordio letterario che, in realtà, rappresenta il culmine di un percorso in crescendo. Da paroliere di successo a cantautore fino allo stadio di autore, Agliardi conferma una sensibilità particolare nel riuscire a parlare dritto al cuore di chi vive momenti di transizione esistenziale. In “Ti devo un ritorno”, edito da Salani e pubblicato lo scorso 6 ottobre con il contributo della curatrice Maria Cristina Olati e la supervisione giornalistica di Andrea Amato, Niccolò Agliardi si ispira ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2001 e che ha coinvolto in maniera drammatica la popolazione delle Isole Azzorre. Nel mettere insieme i tasselli di una storia appassionante però, Niccolò lascia emergere alcuni piccoli particolari legati alla propria essenza individuale rendendo tutto l’insieme avvincente. Il protagonista del libro è Pietro, un trentaduenne prigioniero di se stesso che, subito dopo la morte di suo padre, decide di partire alla volte delle Azzorre annaspando fra i sentimenti e le paure. Giunto sul posto, Pietro incontra Vasco, un ragazzo tanto genuino quanto controverso, con cui il protagonista costruisce un rapporto molto intenso, del tutto simile a quello tra padre e figlio. Costretti a fare i conti con le conseguenze di un naufragio che porterà un enorme carico di cocaina sull’isola, Pietro e gli altri protagonisti del libro si troveranno davanti a scelte importanti. Tutto quello che accadrà sarà fondamentale ai fini della svolta esistenziale del protagonista.  Toccante ma mai straziante, delicato e coinvolgente, il racconto gioca su più livelli attraverso tanti temi: quello della natura, della fuga, delle onde, ma anche della tossicodipendenza, della vita criminale, dell’ingiustizia. Da leggere.

Intervista

Un esordio letterario che nasce da una tua esperienza personale visto che sei andato sul posto dopo esserti incuriosito in merito a un fatto realmente accaduto…

Sì, ho unito la mia voglia di viaggiare, sempre molto presente, alla curiosità per un fatto di cronaca davvero surreale. Sono partito 5 anni fa insieme ad un gruppo di amici per andare a vedere che cosa fosse accaduto veramente, lì la verità era di gran lunga superiore all’immaginazione. Al mio ritorno ho cercato di capire cosa potessi fare di questa storia, ho provato a scriverla ma non ha funzionato, i miei editori all’epoca sono stati molto feroci, non hanno capito che direzione volessi prendere quindi l’ho lasciata da parte.

E poi cos’ è successo?

Poi ci sono stati i Braccialetti Rossi, la collaborazione con la Pausini,  ho cambiato casa e città, poi l’anno scorso ho incontrato una mia cara amica dell’università che non vedevo da un po’ e che è diventata una grande editrice (si chiama Maria Cristina Olati) le ho raccontato questa storia ed è stata proprio lei a suggerirmi di unire i tasselli della mia storia personale con questa qui.

Come hai affrontato la fase successiva?

Piano piano ho scritto i capitoli, Maria Cristina li guardava obbligandomi alla disciplina, a stare a casa e mandarle tutte le sere qualcosa. Questo modo di lavorare mi ha insegnato il rigore necessario per fare questo mestiere e mi ha consentito di stare tanto da solo insegnandomi a non essere molto indulgente con me stesso, a non affezionarmi alle prime cose che scrivo. La stessa cosa si riflette  in musica, oggi so quando una canzone c’è e quando non c’è. Andrea Amato, un mio amico giornalista, ha poi supervisionato con grande rigore tutta la parte relativa alla cronaca perchè lì non si può sbagliare, tutto il resto è la vita che si è messa in mezzo.

Ti devo un ritorno

Ti devo un ritorno

Un’espressione, quest’ultima, che riassume con un fotogramma preciso quello che è lo spirito di questo progetto.

Esatto!

Pietro, Vasco e le onde, i padri, le figlie, la droga, l’amicizia vera, l’alleanza, la paura, i ritorni. Partiamo dalla figura del padre…

La linea tra un uomo normale e un padre sbagliato è molto sottile perché spesso un padre è visto come sbagliato dai propri figli: lo si vuole severo invece è morbido, lo vuoi accondiscendente invece è sfuggente etc… Questo libro riabilita la figura paterna da entrambe le parti, la perdita del padre rappresenta il motore propulsivo per la svolta di Pietro; nel caso di Vasco, invece, il problema è che suo padre è un uomo che sbaglia molto.

Che tipo di ritorno è quello di cui parli?

Pietro ha bisogno di tornare diverso perché ha deciso di scappare. Pietro sa, così come lo so io, che la fuga è una vigliaccata però è anche vero che in certi momenti scappare ti salva la vita, rappresenta un modo per potersi perdonare e tornare con un qualcosa in più. Questo viaggio per Pietro è l’occasione di tornare uomo e lasciare per sempre la sua comfort zone. Per quanto mi riguarda, in qualità di grande viaggiatore, adoro i biglietti di andata ma anche i ritorni, soprattutto quelli dai viaggi importanti e quando c’è qualcuno che ti aspetta.

Com’è l’amicizia, quella vera?

 Pietro e Vasco sono amici davvero perché parlano pochissimo. Questo è un libro in cui l’amicizia è come quella nella prima canzone di Braccialetti Rossi in cui si parla dei sottotitoli del cuore. Pietro e Vasco hanno una sintonia di questo tipo, si prendono tanto in giro ma si vogliono bene per davvero.

A proposito di Braccialetti Rossi, cosa ci dici di “BRACCIALETTI ROSSI 3” (Carosello Records), il disco della colonna sonora della terza stagione dell’amata serie?

“Braccialetti Rossi 3” è il disco più completo di tutte le tre edizioni. Così come i ragazzi sono cresciuti e sono diventati belli da morire, le canzoni di oggi raccontano questa evoluzione. Sono canzoni che vanno fuori dall’ospedale, dal dolore, dalla dinamica malattia-guarigione; sono canzoni che guardano verso il mondo e sono molto fiero di questo disco. Credo che siano le canzoni più belle che ho scritto insieme a Edwin Robert e gli altri ragazzi.

“Alla fine del peggio” è una delle più suggestive…sei d’accordo?

Sì, la canzone è nata sempre insieme a Edwin. Collaboro con lui da molto tempo e insieme a lui ho scritto anche i pezzi per la Pausini. In questa occasione eravamo in Messico, c’era una giornata un po’ nuvolosa su una bellissima spiaggia, ci siamo guardati in faccia e, dopo aver realizzato di aver superato parecchie tempeste, ci siamo detti che potevamo permetterci il lusso di dire che stavamo bene e che il peggio era passato; una bellissima sensazione di consapevolezza.

Come vivi il grande affetto che i fan, i colleghi e tanti addetti ai lavori hanno nei tuoi riguardi?

Forse ho semplicemente scelto delle buone persone, tutte le persone che mi circondano parlano la stessa lingua, quella della riconoscenza e dell’umiltà.

 Raffaella Sbrescia

 

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