Arisa: “Se vedo te” è l’album della maturità

arisa_se-vedo-teLasciato il clamore sanremese e la vittoria del 64mo Festival della Canzone Italiana, è tempo di conoscere tutti i dettagli di “Se vedo te”, il nuovo album di Arisa che, alla luce degli ultimi risvolti, acquista ancora più importanza per la carriera dell’artista. Il primo dato importante da sottolineare è che la cantante ha scelto di lavorare con autori giovani ma indubbiamente talentuosi e, forse anche questo, l’album contiene diverse sfaccettature, sia per quanto riguarda il discorso strettamente musicale, che quello inerente ai contenuti. Il filo conduttore di tutto il lavoro, a cui hanno preso parte più produttori e arrangiatori come Carlo U. Rossi, Saverio Lanza, Giuseppe Barbera, rimane l’impeccabile capacità interpretativa di Arisa che, attraverso la sua voce sottile e limpida, riesce ad innalzare i volumi e le geometrie di ogni brano. Ad aprire il disco è “L’ultima volta”, il brano scritto da Angelo Trabace, un ritmo pop dance rimanda la mente agli anni ’80 mentre le valutazioni e i rimpianti di “Chissà cosa diresti”, uno dei brani scritti da Cristina Donà, insieme a “Lentamente”, “Se vedo te”, “Dici che non mi trovi mai”, evidenzia un ritorno della voce di Arisa ai tempi di “Sincerità” e si accompagna vivacemente a interessanti chitarre dissonanti. Il terzo brano del disco è “La cosa più importante”: il testo porta la firma di Arisa e di Christian Lavoro e descrive il tempo come un mero inganno. La title track “Se vedo te” è sicuramente più intimista: “faccio spazio dentro agli occhi perché tu li riempi, faccio spazio nei miei giorni perché tu li attraversi”, canta Arisa, mentre le trombe e gli archi di “Lentamente” appesantiscono inevitabilmente l’atmosfera. “Quante parole che non dici” porta la firma del cantautore palermitano Antonio Dimartino: la melodia si sviluppa in un crescendo emotivo che esplode in un ritornello cantato a pieni polmoni. “Sinceramente”, il brano scritto da Dente, al secolo Giuseppe Peveri, è uno dei testi più intensi e più riusciti dell’album: un arrangiamento curato e ricco di sonorità, in particolare quelle degli archi e del sax, si affianca ad una cascata di parole pregne di significato, che ben si sposano con l’idea di comunicare un legame tra sentimento e ragione. “Dici che non mi trovi mai” è un altro dei brani scritti dalla Donà, il sound si scosta parecchio dalle canzoni precedenti e, a dirla tutta, questa svolta strumentale non dispiace affatto. “Dimmi se adesso mi vedi” è frutto del lavoro del giovane cantautore Marco Guazzone che, insieme agli STAG, si sta costruendo un’interessante carriera internazionale. Il brano profuma di sofferenza e di dolore ma l’inconfondibile presenza del pianoforte regala una piacevole aura poetica a tutto l’insieme. A seguire c’è “Controvento”: il brano si è aggiudicato la vittoria del Festival di Sanremo ed è stato scritto da Giuseppe Anastasi, uno degli autori che ha scritto in assoluto il maggior numero di canzoni per Arisa. Il testo, apparentemente leggero e sobrio, offre molteplici chiavi interpretative. Chiude l’album “Stai bene su di me” in cui Arisa è coautrice insieme a Dimartino: “come un vestito, come la luna sulla pelle, come la luce che invade la città, come la felicità che piove su di noi”, una romantica ballad per pianoforte e archi, che mette ancora una volta in risalto la limpidezza di una voce sicuramente unica.

Raffaella Sbrescia

Video: “Controvento”

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Fiorella Mannoia omaggia Lucio Dalla con “A te”

Fiorella Mannoia

Fiorella Mannoia

Lo scorso 27 febbraio è andato in onda “Canzone A te. Omaggio a Lucio Dalla”, il primo di alcuni speciali dedicati alla grande musica italiana, che andranno in onda su RAI 1. Protagonista della prima puntata, Fiorella Mannoia ed il suo omaggio a Lucio Dalla, un artista a cui lei era molto legata, specialmente dal punto di vista umano. Suddiviso per capitoli, scanditi da interventi parlati e stralci del concerto tenutosi lo scorso 23 dicembre presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma, lo speciale, della durata di un’ora, si è trasformato in un prezioso racconto tra musica e parole: ricordi, aneddoti, incontri, screzi, riappacificazioni, emozioni di una vita.

mannoia 2Accompagnata dall’Orchestra Sesto Armonico, Fiorella Mannoia ha reinterpretato alcuni grandi successi di Lucio Dalla, contenuti anche in  “A Te”, l’album-tributo, registrato in presa diretta, che ha visto la partecipazione della band di Fiorella Mannoia e di cinque maestri che hanno curato gli arrangiamenti delle canzoni: Peppe Vessicchio, Pippo Caruso, Marcello Sirignano, Paolo Buonvino, Stefano Zavattoni. Sul palco con Fiorella anche le voci di Ron sulle note di “Felicità” e “Piazza Grande” e Alessandra Amoroso che ha duettato con Fiorella ne “La sera dei miracoli”.

mannoia 4Visibilmente emozionata, l’elegante Fiorella ci ha portato per mano lungo un sentiero di note e di sogni tra “Stella di mare”, “Milano”, “Tango”, “La casa in riva al mare”, “Cara”, “Chissà se lo sai”, “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”, “Se io fossi un angelo”. Lei, scherzosamente chiamata Rosalba da Lucio, non ha tralasciato i particolari come la particolare intonazione del famosissimo ritornello di “Caruso”, purtroppo storpiato da tanti cantanti nel corso degli anni, ed una speciale versione di “Attenti al lupo”. «Lucio amava stare tra la gente, ascoltarla, viverla», ha spiegato Fiorella e, forse anche per questo, ha voluto inserire uno stralcio di quella speciale serata in Piazza Grande quando, insieme a Giuliano Sangiorgi, la cantante romana cantò “Anna e Marco”. Così Fiorella ha voluto omaggiare, a suo modo, l’uomo che “fischiava nel cappuccino” e saltava da un’ottava all’altra. Proprio lei,  che dice di aver ricevuto molto più di quanto potesse anche solo immaginare, ci ha fatto un  regalo davvero prezioso.

Raffaella Sbrescia

SUO.NA: a Napoli il ritmo delle cose belle

suo.naLa città di Napoli si prepara ad una primavera di grande musica con la seconda edizione del “Suo.Na– Il ritmo delle cose belle”. Ufficio K, Wasabee e BulbArtWorks confermano di essere alcune tra le realtà più importanti del territorio grazie alla selezione di una line up di indubbia qualità. A differenza dello scorso anno, la rassegna musicale si strutturerà attraverso un vero e proprio cartellone che coinvolgerà alcune tra le location più note della città e gli appuntamenti avranno una cadenza settimanale. La kermesse prenderà via il prossimo 14 marzo e si prolungherà fino alla metà di maggio con un’ offerta musicale che spazierà dall’indie al cantautorato, dal rock al folk, passando per l’elettronica. A completare il già ricchissimo parterre, ci saranno gli opening act di alcune interessanti realtà del panorama musicale campano senza dimenticare che tutti gli appuntamenti saranno arricchiti da dj set pre e post concerto. I testimonial della campagna di promozione della kermesse saranno Gino Fastidio (Made in Sud) e Gnut che verranno coinvolti in una serie di simpatici ritratti della loro quotidianità. Da segnalare, infine, il contest organizzato dal Suo.Na: ci sono in palio 5 abbonamenti per le foto più belle e più creative, che verranno postate da tutti concorrenti, su Facebook  e su Instagram, con l’hashtag #suonaingiro. Ogni scatto dovrà contenere anche l’immagine di un foglio in cui deve essere indicato il nome della località in cui  la foto è stata realizzata, seguito dalla parola suona (Es. Napoli SUONA, Caserta SUONA etc).

Di seguito il calendario dei concerti e dei relativi opening act:

● 14 Marzo – Nobraino @ Casetta della Musica, Napoli Apre:  The George Frevis band  http://www.ufficiok.com/evento/nobraino-3/

● 21 Marzo – Piers Faccini @ Duel:Beat, Sala Tre, Napoli Apre: Pipers
http://www.ufficiok.com/evento/piers-faccini/

● 27 Marzo – Perturbazione @ Duel:Beat Sala 3, Agnano Apre: Borderline http://www.ufficiok.com/evento/perturbazione/

● 3 Aprile – Calibro 35 @ Duel:Beat Sala 3, Agnano Apre: A New Horizon http://www.ufficiok.com/evento/calibro-35/

● 11 Aprile – Brunori sas @ Duel:Beat Sala 3, Agnano Apre: la bestia CARENNE http://www.ufficiok.com/evento/brunori-sas/

● 18 Aprile – The Zen Circus @ Casetta della Musica, Napoli Apre: Giovanni Truppi  http://www.ufficiok.com/evento/zen-circus/

● 2 Maggio - Maria Antonietta @ Duel:Beat Sala 3, Agnano Apre: Bastian Contrario http://www.ufficiok.com/evento/maria-antonietta/

● 9 Maggio – Gnut @ Duel:Beat Sala 3, Agnano Apre: Dilis
http://www.ufficiok.com/evento/gnut-2/

Prevendite disponibili su:
www.go2.it
www.ufficiok.com

 

Classifica FIMI: Noemi e Arisa sul podio della top ten

noemiContinua il dominio di Luciano Ligabue nella classifica FIMI/GfK degli album più venduti della settimana in Italia con l’album “Mondovisione”. Debuttano, rispettivamente al secondo e terzo posto della top ten, Noemi con “Made in London” e la vincitrice del 64mo Festival di Sanremo Arisa con l’album intitolato “Se vedo te”. Scende al quarto posto “High Hopes” di Bruce Springsteen, seguito da Laura Pausini con “20 The Greatest Hits”. Rimangono stabilmente, in sesta e settima posizione, Elisa con “L’anima vola” e Giorgia con “Senza Paura”. All’ottavo posto c’è l’apprezzatissimo Stromae che, dopo aver conquistato le classifiche europee, entra ora anche nella top ten italiana con “Racine Carée”. Il disco è, tra l’altro, al primo posto in Iitalia su iTunes, Amazon e Spotify. In nona posizione ritroviamo Mika con “Song Book vol.1” mentre resiste, al decimo posto, Emma Marrone con “Schiena vs Schiena”.

 

Gennaro Porcelli: “Il blues è la mia missione”

Gennaro Porcelli © Cristina Molteni

Gennaro Porcelli © Cristina Molteni

Gennaro Porcelli è uno dei più noti esponenti italiani del blues Made in Italy nel mondo. Nonostante la sua giovane età, il talento e la passione per la chitarra, lo hanno avvicinato ai più grandi musicisti che, in più occasioni, lo hanno accolto sotto la propria ala. Da ormai 8 anni è il chitarrista di Edoardo Bennato e, contemporaneamente, ha fondato “The Highway 61”, un trio blues che vede la partecipazione di Diego Imparato al basso e Carmine (Bulldog) Landolfi alla batteria. In questa approfondita chiacchierata, Gennaro ci ha raccontato la genesi del suo ultimo disco “Alien in transit” senza tralasciare aneddoti e confidenze.

Gennaro, come si è evoluta nel tempo la tua anima blues?

La continua ricerca, gli approfondimenti strumentali e svariate esperienze di vita vissuta hanno forgiato, non solo il mio spirito, ma anche il mio modo di suonare. Con la recente disavventura nel carcere statunitense, che mi ha visto prigioniero per due giorni, ho provato, nel mio piccolo, delle sensazioni di cui sentivo parlare nei testi dei miei miti musicali. Per quanto riguarda la parte strumentale ho imparato nuove tecniche chitarristiche, conosciuto nuovi artisti e scoperto nuove correnti musicali. Tutto questo mi ha portato a ragionare e a scrivere in modo diverso, più intimo, più diretto. La mia evoluzione personale mi ha anche permesso di essere apprezzato un po’ in tutto il mondo e, tra l’altro,  ho notato che il mio disco “Alien in Transit” sta avendo molto successo su Itunes, soprattutto in Europa. Questa cosa mi gratifica molto perché comunque fare il musicista non è mai semplice e, per me che vivo solo di musica, si tratta di una bella soddisfazione.

The Highway 61 Blues Trio nel backstage del Bloom

The Highway 61 Blues Trio nel backstage del Bloom

Come riesci a conciliare la tua vita on stage con Edoardo Bennato ed il progetto parallelo “The Highway 61”?

Fortunatamente lo gestisco molto bene. Edoardo è soprattutto un mio amico ed un grande appassionato di blues. Rispetto ad altri artisti, che vogliono una sorta di esclusiva, lui è felicissimo, viene a quasi tutti i miei concerti, quando può mi viene a trovare, si siede tra il pubblico dei club e nel frattempo giriamo l’Europa insieme, ormai da più di 8 anni. Prima che diventasse un amico, Edoardo era uno dei miei artisti preferiti da bambino, perché è stato uno dei primi a portare il blues in Italia quindi, quando ho avuto il piacere di iniziare a collaborare con lui  è stato il coronamento di un piccolo sogno, che continua con nuovi progetti insieme. Nel periodo invernale mi dedico ovviamente anche al mio gruppo “The Hightway 61”, che comunque non abbandonerò mai.

alien in transit“Alien in transit” è il tuo progetto discografico più recente. Ci racconti il disco, track by track, e le tante collaborazioni che ci sono al suo interno?

“Alien in transit” è il modo in cui viene chiamato il prigioniero di passaggio in carcere. Fu la prima cosa che mi salto all’occhio sul mio foglio di arresto negli Usa. Da lì è nato il primo brano del disco “Immigration man”, che ho scritto insieme a Mark Epstein, già bassista di Johnny Winter. Con lui avevo un rapporto già consolidato perché avevamo fatto un paio di tour negli Usa e uno in Italia. Fu proprio lui, all’aeroporto di Philadelphia, a cantarmi il tormentone “I’m the immigration man,  you are not wanted” e, da lì, è nato il brano suonato live in studio. Durante il periodo in cui facevamo un tour, qui in Italia, abbiamo approfittato dei days off per registrare questo brano e anche “I’m here”, un testo che abbiamo scritto insieme con una musica molto dolce, decisamente diversa dal mio groove generale. Si tratta di una ballata in versione acustica, anche questa registrata live in studio, una tipica  storia d’amore blues: un amore mai iniziato, di cui rimangono soltanto bei ricordi. “You don’t know me but I’m here”: lui si innamora di lei, capisce tutto di lei, ma la lei in questione non lo ha mai visto. Poi c’è “It takes a lot to lough it takes a train to cry”, un vecchio brano di Bob Dylan che ho rielaborato completamente insieme a Rody Rotta che, con la sua carriera quarantennale, è stato il mio maestro da piccolo e oggi è un mio grandissimo amico e collaboratore. Il disco contiene anche un brano anomalo, che non doveva essere in questo cd, intitolato “La giostra”, commissionatomi da una grossa radio italiana. Sicuramente è un brano che farà storcere il naso a un po’ di persone, visto che si tratta di una canzonetta ben suonata, ma l’ho messo all’interno del cd come provocazione, è stata una scelta voluta. Proseguendo questo viaggio nella valle del blues, vorrei parlarvi di  un brano, eseguito dal vivo al Capo d’Orlando Blues Festival, s’intitola “Dallas” ed è stato scritto da Johnny Winter, uno dei miei miti, con cui ho avuto il piacere interagire anni fa a Padova. Ho quindi ripreso questo brano suonandolo in duo con Andy J. Forest, uno dei più grandi armonicisti al mondo, anche lui caro amico mio. “Slim’s walk”, è, invece, un brano strumentale, scritto qualche anno fa, che ho registrato con l’aiuto di Ricky Portera, chitarrista storico di Lucio Dalla e degli Stadio. In pratica mi sono circondato di amici! Tra gli altri cito Ronnie Jones che ha iniziato a suonare con i padri fondatori del British Blues, con cui mi incontro e mi sento molto spesso. Poi c’è il nostro Enzo Gragnaniello, una persona eccezionale che ha scelto di riarrangiare “L’Erba cattiva”. In questo caso ho stravolto il brano nello stile blues di J. J. Cale, padre del toulsa sound ed il risultato, secondo me, è uno dei meglio riusciti, anche perché il napoletano, come l’inglese, è fatto di parole tronche.

Che relazione c’è, secondo te, tra Napoli ed il blues?

Beh, Napoli ha perso molto! Il blues è stato avvicinato da tante persone sbagliate negli ultimi anni… Rispetto a quando io ho iniziato, molti musicisti, anche bravissimi, si sono un po’ arresi alle leggi del mercato. A differenza di quando ero ragazzino, adesso, tranne qualcuno, pochi sanno cosa stanno suonando, per il resto vedo molte brutte copie. C’è chi dà più spazio alla parte scenica, ai luoghi comuni del blues rispetto all’essenza della musica e queste persone fanno solo un danno a questo genere musicale

Che progetti hai in programma e qual è l’evento più recente che ti lasciato qualcosa dentro?

Il 22 gennaio ho fatto un concerto molto importante, ho suonato allo storico Bloom di Mezzago ed ero in cartellone con John Hammond, Johnny Winter e tanti altri musicisti storici. Per me è stato un concerto davvero da ricordare. Quello del Bloom è un palco prestigiosissimo, ci hanno suonato i Nirvana, i Greenday e tutti i grandi del blues passano da lì. Il fatto che mi abbiano inserito mi ha onorato moltissimo! Per quando riguarda i progetti con “The Highway 61”, tra qualche mese vorremmo pubblicare un singolo, soltanto in formato digitale, con un altro ospite prestigioso… però non posso ancora dire di cosa si tratta! Posso solo anticiparvi che si tratta di un inedito bello tosto, non so ancora se farlo uscire in italiano o in inglese…. Sto lavorando anche in studio per alcuni amici e per tutto il resto vi basta seguire la mia pagina ufficiale su facebook https://www.facebook.com/gennaroporcelliofficial?fref=ts

Raffaella Sbrescia

Video: “L’erba cattiva” feat. Enzo Gragnaniello

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“Vera Marzot alla Scala”, una monografia per la signora italiana dell’eleganza.

Vera Marzot e Tirelli Gennaio 1982

Vera Marzot e Tirelli Gennaio 1982

“Vera Marzot alla scala” è una preziosa monografia, che rientra nella collana intitolata “Gli artisti dello spettacolo alla Scala”. Curata da Vittoria Crespi Morbio e dall’Associazione Amici della Scala la collezione di volumi è dedicata al grande lavoro svolto da scenografi, pittori, scultori e artisti che, nel corso degli anni, hanno contribuito ad accrescere la fama ed il prestigio del Teatro alla Scala di Milano in tutto il mondo. L’autrice del volume realizza, nello specifico, un agile e coinvolgente ritratto di una grande professionista quale fu Vera Marzot.

Abito di Radames per Pavarotti © Francesco Maria Colombo

Abito di Radames per Pavarotti TAV VII © Francesco Maria Colombo

Considerata, a ragione, la “signora italiana dell’eleganza” Vera firmò e partecipò alla realizzazione di un ingente numero di abiti per importanti produzioni teatrali e cinematografiche. Tra le tante ricordiamo “Il Gattopardo”, “La caduta degli dèi”, “Gruppo di famiglia in un interno”, “Aida”, “Fetonte”, “Guglielmo Tell”, “Oberon”, “Tosca”. Sensibilità estetica, umiltà caratteriale e immensa forza di volontà furono gli elementi indispensabili che la resero un importante punto di riferimento nell’ambiente artistico di quegli anni. Vittoria Crespi Morbio fornisce dati precisi, preziosi bozzetti di disegni, progetti, fogli rari e fotografie dei più begli abiti mai realizzati dalla Marzot.

CARDINALE - TAV C © Francesco Maria COlombo

Cardinale – TAV C © Francesco Maria Colombo

Con l’esordio al fianco del maestro Pietro Tosi prima, e con le storiche collaborazioni con Luchino Visconti e Luca Ronconi poi, Vera, severa nell’aspetto, ma piena di spirito, riesce ad imporre la propria personalità stilistica, senza mai rinunciare ad un inconfondibile, ed inaspettato, tocco di dolcezza. La chiave del suo successo fu sicuramente la contaminazione: “ogni abito era il risultato di fusioni, coagulazioni, trasfigurazioni”, scrive Crespi Morbio e, in effetti, guardando le bellissime testimonianze fotografiche dei lavori di Vera, non è facile resistere al fascino di un lusso, ormai difficile da ritrovare. La complicità, sospesa sul filo di una costante imprevedibilità, caratterizzò la collaborazione tra Vera e Visconti mentre molto più burrascoso fu il sodalizio artistico della costumista con Ronconi.

Lo studio di Vera Marzot TAV CII  © Marzio Marzot

Lo studio di Vera Marzot TAV CII © Marzio Marzot

L’attitudine per l’eleganza, l’ironia, il rigore e il gusto per la scoperta di Vera determinarono il successo di tanti spettacoli messi in scena al Teatro alla Scala. Oggi, nostalgia e rimpianto sono compagni fedeli di chi avuto modo di vivere appieno quegli anni d’oro ma, l’importante contributo di enti come l’Associazione Amici della Scala può sicuramente fornire indispensabili elementi di studio da cui poter ripartire.

Raffaella Sbrescia

“Non mi piace niente”, l’esordio di LinFante

LinFante

LinFante

 “Non mi piace niente” è l’album di debutto di Stefano Scrima, in arte LinFante. L’album, che uscirà il prossimo 10 aprile per Sinusite Records, è stato scritto, composto e suonato dallo stesso artista e registrato da Fabio “Flex” Guarneri presso La Maison Studio di Cremona. Armato semplicemente della propria voce e delle sei corde della sua fedele chitarra, LinFante prova a realizzare una full immersion in un limbo cantautorale che ci riporta, a tratti, tra le note e le emozioni di alcuni artisti generalmente considerati di nicchia. Stefano non bada ai fronzoli, la sua musica è minimal, essenziale, forse troppo, ma la sensazione che suscita il disco è proprio la voglia di mettersi a nudo. Il filo conduttore è un intimismo a tratti nichilista ma procediamo per gradi.

Cover Album (2) L’album si apre con “Pelegiano”, voce e chitarra accompagnano visioni e ricordi che si prolungano anche ne “L’invidia”.Chiudo gli occhi e non penso a te” è, invece, un brano che narra un’urgenza estemporanea, seguito da “Bile nera”, un arrivederci sussurrato in punta di piedi. “Ascolto le stesse canzoni perchè so l’effetto che fa”, canta LinFante in “Medievalità”. Il cantato si fa sussurrato in “Deliquio” mentre si torna a toni veementi e lapidari in “Paglia”. I “pensieri scaduti” di “Mentisenti” abbassano le difese e Stefano lascia che ci si avvicini un pò di più alla sua anima. L’occasione perfetta si presenta con la title track “Non mi piace niente”: l’armonica a bocca regala un prezioso tocco folk ad un canto onesto e sincero, che introduce la fine di un viaggio solitario, la cui conclusione è affidata a “Muoio di sonno”.

Raffaella Sbrescia

Il “Mondo Matrioska” di Gae Campana

gae campana “Mondo Matrioska” è il riuscito titolo dell’album di Gae Campana, un cantautore polistrumentista di origine abruzzese. Il disco, prodotto su etichetta Music Force, si compone di undici tracce in cui l’artista riesce a convogliare il suo eterogeneo background musicale, grazie ad uno stile riconoscibile. L’album si avvale, inoltre, del prezioso contributo di validi musicisti come Carmine Ianieri, Vito Di Virgilio, Marco Salvatore, Alberto Biondi e Nicola Di Camillo. Si passa da dolci ballads piano e voce, a colorati intervalli jazz, fino a chiassose parentesi più dichiaratamente folk. Melodia, ironia e leggerezza convivono in un progetto originale e fruibile. Ritmi e linguaggi non gravitano mai in un solo contesto, “Mondo Matrioska” presenta, infatti, due volti: quello più scanzonato e spensierato dei primi pezzi, immediati ed orecchiabili come “Quintino ha perso il treno” e la title track “Mondo Matrioska”, l’altro, che fa della bossanova, samba, jazz e blues, il suo cuore pulsante, attraverso brani come “Non Cadrai”, un’intensa dichiarazione d’amore, e “Solo adesso”: una disperata presa di coscienza esistenziale. “Trivella più che puoi” è, invece, una scarica blues che condanna l’accanimento dell’uomo contro la natura. L’amore non corrisposto di “Quanta strada”, il fanciullino di “Non dimenticare”, le storie coperte di polvere di “Un po’” e la tenerezza di “Un mondo nuovo” tracciano un percorso elegante in cui Gae Campana si muove con scioltezza e classe fino al sabbah notturno della reprise di “Non dimenticare”, che chiude il disco tra stelle, pensieri e ricordi.

Raffaella Sbrescia

Andrea Tarquini canta Stefano Rosso e lavora ad un nuovo disco

Andrea Tarquini

Andrea Tarquini

Andrea Tarquini è un cantante e chitarrista acustico. Intorno ai vent’anni esordisce sui palchi di tutta Italia, grazie alla collaborazione con il suo maestro e amico Stefano Rosso, che lo avvia allo studio della chitarra Fingerpicking. Poco più tardi, ormai trentenne, Andrea Tarquini comincia a focalizzare l’ attenzione verso i generi musicali più acustici: dal cantautorato alla musica tradizionale USA. Sono anni nei quali l’artista frequenta la scena musicale acustica e bluegrass romana ed è proprio grazie al gruppo di “bluegrassari” romani che inizia la collaborazione con Luigi “Grechi” De Gregori, fratello maggiore di Francesco. Grazie all’amicizia e a lunghi scambi di idee con Luigi e con Paolo Giovenchi prende forma il progetto di realizzazione del disco – tributo a Stefano Rosso con brani cantati e suonati da Andrea Tarquini che, intanto, sta scrivendo un pugno di canzoni proprie, tutte rigorosamente “unplugged”, che saranno all’interno di nuovo lavoro discografico.

Andrea, quanta America c’è nella sua musica e quanta Trastevere?

Nella mia musica c’è sicuramente tanta America, la mia ricerca artistica si concentra, infatti, sulle sonorità tipicamente nord-americane.

 Qual è la differenza tra fingerpicking e flatpicking?

Il flatpicking consiste nel suonare la chitarra acustica col plettro nella mano destra, si tratta di una tecnica legata alla musica tradizionale ma non solo. Il fingerpicking consiste, invece, nel suonare  la chitarra acustica suonata senza plettro nella mano destra e prevede l’indipendenza del pollice, che suona i bassi alternati mentre le altre dita fanno la melodia.

AT_REDS Canzoni di Stefano Rosso_cover“Reds! Canzoni di Stefano Rosso” è il tuo lavoro discografico più recente. Da dove nasce l’idea di questo album e che ricordo umano e professionale hai di Stefano?

Il disco nasce principalmente grazie allo stimolo di Luigi (Grechi) De Gregori, che mi ha sempre detto le seguenti parole: «Sei un ottimo chitarrista, canti bene e suonavi con Stefano Rosso. Chi meglio di te può fare un disco con i suoi brani? Sbrigati a realizzare questo progetto prima che qualcun’altro metta in pratica l’idea, magari in malo modo». Questo è stato, quindi, uno dei primi motori, a cui si è aggiunto Enrico Campanelli che, con la sua società, ha finanziato e sostenuto la produzione del disco, e Paolo Giovenchi, che ha curato la produzione con un supporto artistico e creativo. Di Stefano Rosso potrei dire tante cose: quando suonavo con lui ero molto più giovane, avevo una ventina d’anni e, in qualche modo, è stata una fase formativa e molto significativa della mia vita. Lui era un uomo semplice, un uomo naturale, non c’era nulla di costruito. Stefano era esattamente quello che si vedeva dall’esterno, comprese le fragilità e i limiti che lo hanno allontanato dal grande pubblico negli ultimi anni della sua carriera. Questa sorta di isolamento lo ha portato, infine, a far diventare sempre più forte la sua peculiarità di folk singer.

Come si svolge la tua vita di “romano a Milano”, innamorato del sound americano?

La musica non è l’unica cosa che ho fatto in questi anni anche se il mio percorso è molto legato allo strumento e alle musiche strumentali, in particolare. Non  penso che esista musica vecchia e nuova, esiste, bensì, musica buona e musica cattiva. La cosa importante sono i contenuti e, per quanto mi riguarda, quello che mi contraddistingue è il fatto di credere fortemente in una musica di tipo cantautorale, acustica, intima.

Andrea Tarquini

Andrea Tarquini

“Ho capito come” è un brano strumentale scritto da lei e dedicato a Stefano Rosso. Il titolo è una risposta al ricorrente intercalare dell’artista o  è anche una dichiarazione di intenti?

Chissà, forse avrei dovuto mettere un punto interrogativo alla fine del titolo perché, in verità, non si capisce mai qualcosa del tutto. “Ho capito come” potrebbe far pensare che uno abbia raggiunto qualche traguardo mentre, invece, ogni cosa che fai sposta in avanti il traguardo. L’importante è essere su un cammino che ti rappresenti, che senti sia tuo.

 “C’è un vecchio bar” è un inedito, una canzone mai registrata in studio da Stefano Rosso. Come ha potuto riproporla esattamente come l’artista la suonava?

Possedevo una cassetta con una registrazione amatoriale che Stefano Rosso non ha mai inciso. Purtroppo la cassetta è andata distrutta ma, attraverso la mia memoria, è stato possibile effettuare un vero e proprio recupero storico del brano.

Prossimamente presenterà, a Milano, la nuova OMS Custom dello storico marchio “Burgeosis”, ci anticipa qualcosa?

“Orchestra Model Slotted” è il modello dello strumento, realizzato apposta per me, e che non ho mai suonato prima. Si tratterà di un concerto di presentazione e, se da una parte festeggeremo la mia collaborazione, in qualità di endorser con lo storico marchio, dall’altra presenteremo lo strumento al pubblico.

Che progetti ci sono per il futuro?

Sto scrivendo un nuovo disco e mi sto concentrando su questo. Per il resto vorrei fare un buon numero di concerti: in Italia la musica acustica fatica il doppio degli altri generi a trovare spazio. Si tratta di un genere apparentemente di nicchia ma molto più popolare di quanto si creda. Mi piacerebbe, dunque, fare un buon disco e suonarlo bene in giro, senza problemi di fruizione.Vorrei, inoltre, che il nostro paese fosse un pò più attrezzato e rispettoso nei confronti della musica.

Raffaella Sbrescia

“Made in London”: la svolta di Noemi

noemi“Made in London” è il quarto album in studio di Noemi. Frutto di un anno trascorso proprio a Londra, per una totale immersione nei suoni, nei colori e nelle atmosfere che hanno forgiato alcuni tra i più grandi successi della musica mondiale, questo nuovo lavoro rappresenta una totale apertura della cantautrice che ha saputo lasciarsi cullare da questa proficua esperienza artistica. Il risultato è un’evoluzione sonora e ritmica di notevole impatto, senza tralasciare, tuttavia, l’ormai nota forza espressiva di una voce graffiata e graffiante. Pubblicato lo scorso 20 febbraio, su etichetta Sony Music, “Made in London” ha visto la collaborazione di autori come Paul Statham, Poul O’duffy, e Shelly Poole, Steve Brown. Tra gli italiani ci sono Diego Mancino e Luca Chiaravalli, che hanno collaborato alla stesura di due brani, e Daniele Magro. Il produttore esecutivo del disco è, invece, Charlie Rapino. Un disco che batte e combatte è quello di Noemi, che ha accettato di mettersi in gioco, in nome di un obiettivo che la portasse ad un gradino superiore, senza mai rinnegare il passato. Il primo brano s’intitola “Acciaio”, il sound è potente e peculiare mentre l’uomo, come un fiore di marzo, si lascerà piegare dal freddo e dai problemi senza, tuttavia, spezzarsi. Segue “Sempre in viaggio”, uno spirito errante è in balìa del sacro fuoco della ricerca mentre una travolgente ritmica black rende il brano particolarmente attraente. L’unico brano scritto e cantato interamente in inglese è “Passenger”, l’intro piano e voce è di chiara ispirazione cantautorale poi, con l’inserimento strumentale degli altri elementi, le parole fluttuano veloci come dardi: “I’m gonna let you drive me”, canta Noemi, mentre la poesia di “Se tu fossi qui” porta il climax emotivo ai punti più elevati. “Don’t get me wrong” è, forse,  il brano più movimentato del disco: la partitura elettro-rock gli conferisce una dinamicità  che non ritroviamo, invece, in “Bagnati dal sole”, la track che abbiamo imparato a conoscere durante il Festival di Sanremo. Il brano più intenso di “Made in London” è indubbiamente “Tutto l’oro del mondo”: “Di errori fanne e fanne pure, e sorridi a chi ti vuole male. Possa darti bellezza ogni tuo nuovo giorno, la tristezza adesso è in viaggio senza più ritorno, senza più ritorno” e poi, ancora, “Passerà pure questa fine del mondo e vedrai allora sarà tutto l’opposto di ciò che ti hanno detto”. A seguire ci sono “Per cosa vivere” e “Un fiore in una scatola”: due brani che imparano a destreggiarsi tra stagioni, regole e incertezze esistenziali. “Un uomo è un albero” è la seconda delle due canzoni portate a Sanremo da Noemi: “un uomo è un’idea”, canta l’artista, e in effetti non si può certamente darle torto; ciascuno di noi corrisponde ad un’immagine che può essere reale o semplicemente frutto di una suggestione altrui ed è per questo che, in conclusione, non rimane che lasciarsi conquistare dalla natura, così come avviene in “Alba”, la dolce melodia che chiude l’album presentandoci come “nuvole cariche di pioggia” e “isole perse nella nebbia”.

Raffaella Sbrescia

Video: “Bagnati dal sole” 

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